BRUNO MUNARI
Strutture continue
Arte come mestiere, Bari 1970

Nel 1961 esposi per la prima volta, a Milano, in una mostra personale alla Galleria Danese, le mie "strutture continue". Gli oggetti esposti, circa dieci o dodici, di grandezza variabile da circa trenta centimetri di altezza a circa due metri, realizzate in alluminio anodizzato naturale, in lastra piegata, erano tutti composti da elementi modulati incastrati tra loro. Questo elemento base che, incastrato con un certo numero di suoi simili, dava forma alle strutture esposte, era di tre tipi diversi. Ogni tipo dava una forma finale diversa e ogni oggetto si presentava come una parte di un infinito modulato.
Così nelle strutture naturali della materia: la nervatura di una foglia, gli elementi geometrici che danno forma a un minerale, a un cristallo di quarzo o a una pirite cubica, così questi elementi semplici danno forma a degli oggetti che si possono considerare come una natura inventata, strutturata allo stesso modo della natura che conosciamo. Oggetti continuabili all'infinito, come, teoricamente, un minerale potrebbe continuare, ma sempre riconoscibili e individuabili, direi classificabili secondo la loro particolare natura.
Gli elementi che formano le strutture continue sono progettati in base alla forma elementare del quadrato e dell'angolo di novanta gradi. Uno di questi elementi, il più semplice, è formato da due quadrati saldati ad angolo retto lungo un lato e aventi ciascuno un taglio rettilineo e parallelo alla piega, che, partendo dal centro cade alla metà di un lato. Due di questi elementi si incastrano tra loro e formano come la cellula di una certa famiglia di strutture: la forma base. Altri elementi incastrati a catena, finché l'ultimo si incastra al primo, formano un oggetto, una struttura continua che può essere formata da un numero imprecisato di parti uguali. L'oggetto inoltre risulta ricomponibile in vari modi a seconda che i vari pezzi vengono montati in uno stesso senso o voltati nel senso opposto o alternati o variati. Questa struttura viene ad avere, in definitiva, l'aspetto di una scultura concreta, oppure qualcosa che sta tra il mondo minerale e la scultura: e come in natura le forme dei minerali o anche dei vegetali e in genere di ogni cosa che cresce secondo una struttura interna particolare, il limite dell'oggetto è dato da condizioni ambientali, il limite di una struttura continua è dato dall'interesse di chi la possiede e dalle condizioni dell'ambiente nel quale verrà posta.
Durante la crescita delle forme naturali l'ambiente ne modifica continuamente la forma. Teoricamente tutte le foglie di uno stesso albero dovrebbero essere uguali, identiche, solamente se potessero crescere in un ambiente privo di influenze e di variazioni. Tutte le arance dovrebbero essere delle sfere uguali, invece una cresce nell'ombra, una al sole, una tra due rami stretti, e tutte sono diverse. Questa diversità è il segno della vita vissuta, le strutture interne si adattano e danno vita a tante forme diverse, tutte della stessa famiglia ma diverse.
Non c'è opera d'arte che ci riveli questo aspetto della natura. Normalmente la scultura ci dà un aspetto della realtà e uno solo. Queste strutture continue, col loro continuo variare secondo gli interessi e gli umori dello spettatore, possono far pensare a tutta una zona della natura, ancora inesplorata da parte dell'arte plastica.

Naturalmente, cade con questo il fatto ormai superato dell'opera d'arte come pezzo unico e raro, indipendentemente da quello che esprime. Ogni struttura continua è riprodotta in un certo numero di copie "disuguali" sia come numero degli elementi costitutivi, sia come disposizione. Due strutture continue fatte dello stesso numero di pezzi possono essere diverse, rispondendo all'animo di chi le ha messe assieme.
Nella rivista giapponese "Graphic Design" n. 3, a pagina 40 è riprodotta una di queste strutture, messa assieme da Shuzo Takigouchi con una impostazione completamente diversa da quella che è in casa di Michel Seuphor a Parigi, pur essendo fatta dello stesso numero di pezzi e con lo stesso modulo.
Un'altra caratteristica di queste strutture è che non sono come una normale scultura che ha un suo basamento, un "alto" e un "basso", un davanti e un dietro. Queste strutture sono proprio come oggetti che possono indifferentemente venir usati appoggiandoli da qualunque parte o anche tenendoli appesi a una parete o a un filo. La loro somiglianza con la scultura concreta è puramente casuale, nel senso che eventualmente certe sculture concrete potrebbero essere un aspetto di un momento di una struttura continua. Non esiste infatti in loro una " composizione ", un rapporto di pieni e vuoti fissato una volta per sempre dall'autore, qualcosa di fisso, di invariabile. L'unica cosa invariabile è il modulo, ma già esso stesso è variabile come quantità e disposizione nell'insieme dell'oggetto.
Anche questa è una necessità dell'arte d'oggi, che vuol lasciare allo spettatore un maggior settore di penetrazione nell'opera stessa, ciò che si dice "opera aperta". Forma d'arte che segue la maturità artistica dello spettatore. Nei tempi passati questi aveva bisogno che l'artista gli spiegasse ben bene, in ogni particolare, come egli vedeva il mondo ed era contento, come spettatore, di subire la personalità dell'artista (il quale diventava, agli occhi di tutti, un divo, il più bravo, quello che nessuno saprebbe imitare). Oggi, come spettatore più sensibile, abituato ormai a stimoli simultanei e intensi, a concezioni tecniche e scientifiche nuovissime, non trova più lo stesso interesse in una opera "chiusa". L'arte troppo definita, conclusa e limitata a una unica manifestazione, lo lascia estraneo: o accetta il fatto compiuto oppure niente; la sua partecipazione di spettatore è limitatissima: tutto ciò che non coincide con l'opera dell'artista dovrebbe essere abbandonato. Mentre nell'opera aperta lo spettatore partecipa molto più attivamente modificando l'oggetto secondo il proprio stato d'animo.

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