LUCIO DEL PEZZO
Intervistato da Gillo Dorfles
"Marcatrè", n. 8-9-10, 1964

A Venezia espongo quattro grandi tavole, dove ho cercato di riassumere il mio lavoro degli ultimi tempi; una è tutta dorata, l'altra è tutta d'argento, ecc.; e precisamente io ho cercato di mettere dentro i miei elementi più caratteristici per dare la possibilità al visitatore, all'osservatore di vedere, pur solamente in quattro quadri, come si orienta il mio ultimo lavoro. Questi quadri sono delle mensole sulle quali poggiano degli oggetti [...]
[l'elemento artigianale] Mi interessa per due ragioni: la prima perché questa mia pittura degli oggetti viene fuori da un superamento della fase così detta neo-dadaistica, consistente nell'assunzione diretta dalla realtà dell'oggetto di consumo, dell'oggetto comune o reperibile sul mercato o preso dai rifiuti; secondo, perché io ricupero alcune forme che mi interessano, la ristudio e praticamente le ricostruisco attentamente facendole eseguire od eseguendole io stesso. Io voglio recuperare il senso artigianale del pittore, cioè voglio fare in modo che queste opere siano più umane possibili. Io non voglio cioè l'opera anonima, diciamo ripetibile o riproducibile, ma voglio dare semplicemente la possibilità a questi quadri di un recupero artigiano della materia.

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