TOTI SCIALOJA
[Sulla pop-art]
Giornale di pittura, Roma, 1991
Parigi, marzo 1963
Questa pop art, in reazione alla ricerca sul segno espressivo
ossia all'intenzione dell'io che riscopre la sua coscienza autentica
e originaria, la forma del tempo ossia una approssimazione nella
rivelazione formale dell'inesprimibile, la rivelazione di una
struttura umana nelle cose, questa pop art dico è un ritorno
ripugnante all'immagine naturalistica, illustrativa, mortuaria.
Una immagine falsificata, truccata, decaduta a vacua apparenza
strumentale, a idolo di cartapesta, a falsi oggetti di scena,
piú grandi e piú colorati per sembrare veri a distanza,
o a veri oggetti in scena, le vere seggiole e i veri tavoli del
grand guignol tanto veri e polverosi da sembrare falsi.
Immagine non ironica ma repugnante e macabra come i calchi del
museo Grevin. Immagine feticcio. Si chiama feticcio ciò
che è sprovvisto di umanità, il simulacro o l'effigie
che contiene una unica e sola carica negativa, un segnale ossessivo;
non un simbolo del sentimento umano, ma un potere malefico: una
fisica ostruzione, un nero intoppo che si oppone al fluire della
nostra vita libera, il fantoccio soffocante che ci sbarra la strada.
Nella sua inerzia, nel suo peso non appare l'uomo né il
volto né il calore dell'uomo. Il neoclassico della banalità
pubblicitaria. Glorificazione della vita quotidiana come estraneità,
come opacità del già costituito. Proprio il contrario
di quello che l'arte cerca di fare: non feticizzare ma elevare
a simbolo universale, elevare a verità di ritmo. L'informel
di Fautrier era insopportabile perché feticizzava e paralizzava
la materia in se stessa. La pop art di Dine è insopportabile
perché feticizza gli oggetti d'uso quotidiano, gli strumenti
del cabriolage americano, e si pone come una negazione
di libertà.