RENATO BARILLI
Dall' "assemblage" allo spazio prospettico
"Il Verri", 12, 1963, pp. 84-87
Se solo pochi anni fa la parola-chiave era quella di "materia"
intesa come il principio stesso dell'indistinzione e dell'appannamento
della forma, ora è il turno dell' "oggetto".
Questo il termine più immediatamente efficace a indicare
l'atmosfera attuale: assistiamo a una vasta, acuta sensibilizzazione
degli artisti sull'oggetto. Un termine che di per se stesso, all'opposto
di quello di materia, si schiera subito dalla parte del principio
di individuazione: c'è oggetto solo quando lo sguardo voglia
distinguere, mettere a fuoco qualche aspetto parziale, facendolo
emergere dall'anonimia dell'ambiente circostante. [...]
Ora domina una retorica di segno contrario: la retorica del banale,
del trito, del definito. Forme aperte, ambigue, sfuggenti allora,
forme chiuse e definite ora. Fuga verso il vago e l'indistinto
da una parte, fame di nozioni pulite, nette, limpidamente osservate,
dall'altra. [...]
Se da una parte la "nuova oggettività" assetata
di aderenza ai dati esistenziali, imbevuta di carattere "mondano",
esclude dal suo ambito la contemplazione statica degli oggetti
ideali, delle forme pure della geometria, dall'altra non conclude
affatto in un ritorno al figurativo tradizionale, al "naturalismo",
come si suole dire comunemente. Probabilmente, va più vicino
agli oggetti reali di quanto non sia mai stato fatto, ma è
certo che pratica nei loro confronti una sorta di epoché,
di "sospensione" quell'atto mentale che, secondo la
fenomenologia, ha il potere di dissolvere l'atteggiamento ingenuamente
naturalistico.