MAURIZIO CALVESI
Ridimensionamento dei valori
"Il Verri", 12, 1963, pp. 8-11

Il problema più generale dell'immagine, in senso anche soltanto allusivo, che l'informale ha lasciato aperto resta indubbiamente uno dei punti fondamentali dell'attuale dibattito [...]
Uno sfocio precario ma legittimo è a mio avviso quel ridimensionamento, che sembra in atto, del valore stesso dell'arte, ovvero l'adeguarsi di questa al generale ridimensionamento dei valori che la storia sembra cercare. [...] Il simulacro del valore, nell'arte informale, è l'immagine stessa con la sua ambiguità: iconica o aniconica che sia, questa immagine è indeterminata, non chiaramente focalizzabile, e percettibile, costituzionalmente allusiva, ma di un'allusività che per risolversi qualitativamente è costretta ad attingere ad un concetto di qualità ancora tradizionale. E in effetti nell'informale, il problema della qualità è portato allo stesso limite di crisi del problema dei valori. Oggi, è in discussione l'idea stessa di qualità, che nella sua dimensione tradizionale sembra irrecuperabile. Ma con che cosa, concretamente, sostituirla? [...]
In modi assolutamente diversi e aprogrammatici, ma con risultati anche qualitativi talora innegabili, prendono atto implicitamente di questa esigenza le migliori manifestazioni di quelle forme d'arte che, a partire dall'acuta ricerca di Jasper Johns, si diramano nei modi suddetti tra new dada e pop art: un'arte, spesso, tra candida e ironica, ambigua anch'essa se si vuole, disimpegnata, ma dotata di una sufficiente pulizia mentale per affrontate con occhio limpido, ad armi pari, senza complessi di inferiorità-superiorità la nuova congerie di dati-base messi in circolazione dalla civiltà di massa. Sospensione del giudizio (e quindi anche, mi sembra, coscienza della transitorietà di questa operazione) e istintiva opposizione al "valore" qualitativo inteso come idealistica selezione dall'oggetto all'immagine (livellando invece oggetto ed immagine), caratterizzano questo nuovo atteggiamento dell'arte che non è affatto, come spesso si pensa, di protesta sociale nei confronti della "massificazione". È invece soprattutto un atto di autocritica che l'arte si rivolge, e il patteggiamento con la civiltà di massa non si dà sul piano dell'ideologia sociale, giacché, appunto, ogni motivazione sociale è assente, ma semmai sul piano stesso del linguaggio, quasi in un reciproco dimensionamento.

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