EMILIO VEDOVA
Scontro di situazioni
"Il Verri", 5, 1962, pp. 83-95

In Italia, come sappiamo, il neo-realismo venne allora [nel dopoguerra] sforzatamente propagandato. [...] Conseguenza ne fu una progressiva mancanza di mordente attivo nel campo culturale della sinistra. [...]
Bisognò allora combattere quella imposizione coercitiva. Per una libertà nell'arte, che in tutte le sue estrinsecazioni veniva condannata quale formalismo, borghesismo....decadentismo. Nel '48 la mia opposizione venne qualificata: "anarchismo". E nel '52, proprio il fatto che fosse la sola azione anti-neorealista alla Biennale, mi convinse d uscire dal mio isolamento ed entrare nel gruppo degli "otto" - presentato da Lionello Venturi - , gruppo che per tutto il resto mi era estraneo. [...]
Non solo in America oggi il mito, la verità sono la tecnica - ma progressivamente in tutto il mondo. E democrazia o comunismo - per paradosso - non servirebbero più a niente qualora le idee fossero totalmente condizionate dalla tecnica. Né qualsiasi possibile altra forma politica di libertà (dentro o fuori di quei termini), dal momento che la tecnica asserve indiscriminatamente l'uomo [...]
Perché il progresso, la verità starebbero nella tecnica? (così si aliena l'uomo, votandolo al nuovo mito...) [...]
Quando si vedono le mie tensioni di segni, dove tutto scoppia, subito sono etichettato: informel! Questo è superficiale. I miei lavori sono pieni di strutture - queste strutture sono strutture della mia coscienza.
Oggi c'è alla ribalta anche una certa neo-figurazione, una nuova organicità. [...]
Ma se la figura sarà, verrà dopo tutta la nostra esperienza, , da uno stare dentro la complessa realtà dell'oggi. Può darsi che, attraverso il gesto, sia possibile recuperare qualche nozione dell'oggetto? Non certo in un traslato gestuale da superate iconografie espressioniste. [...]
Non si tratterà neppure degli oggetti del "nuovo realismo". Proposta di uova relazione con l'oggetto, senza nessuna polemica, per un'incondizionata accettazione degli oggetti tutti.
Da non confondersi con un senso degli oggetti neo-dadaista, recuperato in un gusto dell'elencazione inoffensiva, slittando in cinica passività. [...]
Neo-dada il più delle volte si limiterà ad esporci situazioni edonistiche di artigianato. Montaggi polimaterici. Assemblages, senza nessuna grinta espressionista, senza l'unghia degli urgenti messaggi dada.
Tutto degenererà nell'ironia senza fondamento di vera presa critica. In un gusto dell'originalità, condannato a sempre nuove trovate.
La tecnica io la ritrovo in una perentorietà a tirar fuori una cosa che ho dentro. Il mezzo è recuperato sull'esigenza di una carica di tensione, per cui le mie tecniche si articolano da questo momento di furore. Le mie carte grattate del '37. I collages del '46 - diversi da quelli del '53-56. La luce dal dentro, da lato, le chimiche, i carboni, le polveri, la pietra litografica. La materia, la tecnica si trovano, tanto più forti sono le cose da dire. Ma la questione è che qualcuno trova soltanto un mestiere, e c'è tutto un manifestarsi epidermico on questo senso. [...]
È dell'artista l'eterno senso dell'indagine - ma nego che non sia dell'uomo la scienza e perciò la tecnica [...] Parlo dell'asservimento di alcuni che pretendono chiamarsi artisti - il che significa innanzitutto uomo - e che invece, presi dalla tecnica, non avvertono più le sue possibilità distruttive nei confronti dell'uomo, prima che fisicamente, dell'uomo come giudizio.[...]
Non sarei così allarmistico se non sentissi quanto l'uomo nell'illusione di una prossima integrazione col mondo della tecnica, corra invece inavvertitamente verso una pianificazione integrale conformistica. Questo nostro allarmismo è mal sopportato.
A questo punto mi si chiederà che cosa ha a che fare tutto questo con la pittura. Ma questo, è per me la pittura!

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