EMILIO TADINI
Dal catalogo della mostra Possibilità di relazione, Roma, galleria L'Attico, 1960.

Con l'espressionismo astratto si è finiti fatalmente per distruggere ogni residuo di immagine, sostituendovi la furia meccanica di un segno vuoto, di una materia priva di finalità. Del resto la crisi della pittura ripete sostanzialmente la crisi di una situazione generale. Un mondo fondato sulla alienazione si "giustifica" edificandosi falsi simboli di poesia. Quanto più spietate sono le forze che dispongono di ogni cosa tanto più vagamente spiritualistici si fanno gli idoli. Cosi l'informale (o l'espressionismo astratto, o comunque si voglia chiamarlo) si dibatte tra una esasperata tensione ad una specie di ottenebrato misticismo e il peso ottuso di una materia astratta e onnipotente. Ci si illude di toccare le "pure forze", o qualcosa del genere, e si sprofonda negli elementi inerti e indifferenziati di un linguaggio impossibile. Il tentativo di sganciarsi dalla realtà per toccare una specie di ideale assoluto si risolve per forza di cose nella propria connessione antitetica: in una serie di forme parossisticamente corpose. Una suggestione senza oggetto si cristallizza nella falsa oggettività del proprio meccanismo: nella forma astratta della pittura. L'immaginazione inconcreta si incarna capovolgendosi per forza nel suo solo apparente opposto: nella pseudo-sostanza della retorica pittoricistica. L'idea di una dinamica del reale è avvilita e stravolta nella banale analogia di uno spento vorticare della materia. Si rifiuta la coscienza perché non si ha la forza di liberarla continuamente, integrandola senza sosta, nel linguaggio, ad una oggettività che procede. Ci si rifugia nell'istinto dando fiducia ad un mito: quello di una animalità fuori della storia, incorrotta e innocente per natura. E logicamente l'istinto non può che risuscitare rozzamente il volto particolare di una condizione. Pochi artisti hanno già risolto fino in fondo questa drammatica situazione: nel suicidio della pittura. L'accademia informale di oggi non può che limitarsi a ripetere il tema di un suicidio espressivo con dubbia grazia e sospetta fecondità.
Chi respinge un mondo alienato fino al suicidio (e certo non solo nella pittura) deve proporsi una concezione veramente vitale. E quella concezione non può essere che lo sviluppo dei principi veramente rivoluzionari già messi in atto dalla più vera pittura contemporanea ed ora contraddetti e negati. Quei principi di integrazione totale che l'hanno portata ad allargare i limiti dell'immagine, del suo spazio e del suo tempo, non certo per vuote esigenze formali, ma per poter costituire e significare una nuova oggettività, una completa possibilità di esistenza. Mi sembra che non ci sia altro mezzo per superare l'attuale accademia, seguendo la quale tanti giovani pittori affogano nella convenzionalità mercantile con l'inconcreta illusione di essere moderni. C'è solo la possibilità di questa integrale oggettivazione, di questo realismo integrale. Poiché è solo assumendo il peso concreto del personaggio e dell'oggetto in una nuova totalità del suo valore e dei suoi rapporti che si può arrivare ad una vera finalità significativa.

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