GIULIO CARLO ARGAN
Lucio Fontana (1960)
Salvezza e caduta nell'arte moderna, Milano 1964

Leggendo il manifesto dello Spazialismo non troviamo alcuna definizione dell'idea di spazio: non soltanto, per Fontana, lo spazio non è nulla di determinato, ma è l'indeterminazione pura. Il punto di partenza è, manifestamente, la teorica futurista: si parla di movimento, di relazione spazio-tempo, di quarta dimensione. Ma questi termini, che pure alludono già a una spazialità illimitata e intesa come mera condizione d'esistenza, non bastano: benché Fontana non lo dica espressamente, è chiaro che aspira non già alla quarta ma alla cosiddetta quinta dimensione, ch'è la dimensione dell'indeterminazione, della libertà assoluta. Quella, infine, dove la forma, perdendo la propria struttura e misura spaziale, non è più differenziabile dall'immagine, di cui assume l'estensione infinita, la polivalenza, la mutabilità, l'inconsistenza, la temporalità. In questo senso si spiega come la poetica di Fontana sia del tutto spregiudicata, insofferente di schemi e perfino di consuetudini tecniche. Ma l'indeterminazione non è fuori dell'esistenza, al contrario: e, come fatto d'esistenza, dev'essere percepibile o rilevabile in termini visivi. La poetica di Fontana potrebbe dunque riassumersi in questa proposizione assiomatica: dovunque si vede qualcosa, ivi è spazio. E inversamente. Ma non si tratta di campo visivo. V'è l'immaginazione, per esempio, né si può contestare che vi sia uno spazio, una dimensione dell'esistenza, che siano propri dell'immaginazione. Che questo fattore abbia, per Fontana, un'importanza essenziale è dimostrato dal suo interesse per la visione dell'arte. barocca, che è una visione altamente, esclusivamente immaginativa: sarebbe anzi molto istruttivo riconsiderare quell'arte dal punto di vista indicato da Fontana, della pura immaginazione visiva. Ma la visione del tardo Barocco si fonda sulla visualizzazione dell'immaginato mediante un sistema di analogie concettuali o, in una parola, dell'allegoria. Il fattore che Fontana sopprime dalla propria operazione visiva è appunto l'allegoria, cioè il fattore maggiormente legato alla struttura culturale di una società molto diversa dalla nostra. Egli vuole materialmente vedere l'immagine immaginata, cioè renderla immediatamente percepibile e direttamente significante, e perciò deve farla o costruirla, calarla in una materia e identificarla in una forma plastica che abbia una sicura esistenza spaziale. Investe così, necessariamente, la questione della percezione, dunque della luce e della sua relazione con lo spazio. Si badi: la questione della luce non è, per Fontana, una questione fondamentale se non in quanto serve a individuare, nei suoi termini decisivi, la questione dello spazio. La luce è certamente una condizione della percezione, ma non è riducibile a quell' indeterminazione assoluta che è lo spazio. Le ceramiche figurative di Fontana, tra il '35 e il '40, stanno a dimostrare che la luce e il colore sono fatti di materia ed entrano nella ricerca spaziale in quanto questa si compie, né potrebb'essere diversamente, attraverso la materia. In termini filosofici, qui necessariamente impropri, potrebbe dirsi che luce e colore, in quanto materia, non sono essenza ma esistenza, e tuttavia la ricerca dell'essenza non può compiersi che attraverso i fatti dell'esistenza
Si vedano i primi "Concetti spaziali" del ''49-'50. Una superficie disseminata di piccoli buchi, i cui bordi emergono come creste o sprofondano in piccoli crateri, non si vede senza luce e la sua configurazione muta necessariamente con il mutare dell'incidenza luminosa. V'è tuttavia qualcosa che non muta e, non mutando, definisce la coerenza, anzi l'equivalenza e la continuità tra tutti gli aspetti che quella superficie assume solo le diverse incidenze di luce, ed è il ritmo della disseminazione dei fori. Ricorrendo sempre impropriamente, alla terminologia filosofica, potremmo dire che quel ritmo rappresenta quanto di essere si dà, inafferrabile in sé e in misura sempre uguale, in tutti i momenti dell'esistere. Ma va notato che la ricerca di quella costante, del ritmo spaziale come ritmo dell'essere, non muove da una struttura data a priori, anzi è la risultante di tutti gli aspetti fenomenici, di tutti i "possibili" che formano la rosa di eventualità entro cui sicuramente si forma ed esiste l'immagine. Lo spazio, infine, è il denominatore comune di una serie di valori, ciascuno dei quali è concluso in se stesso e legato agli altri da quella sottintesa ragion comune.
È solo a questo punto che, come evocate dalla irrilevabile presenza dell'essere, intervengono nel processo le implicazioni consapevolmente o inconsapevolmente simboliche, di cui è densa, come ogni poetica, la poetica di Fontana. Il ritmo della disseminazione dei piccoli fori o, in altri casi, di variopinti frammenti di materia, richiama il ritmo delle costellazioni: il cielo stellato è uno dei temi più frequenti nella sua opera, forse per quel suo essere uno spazio infinitamente profondo ed esteso, che la luce brillante delle stelle riduce a una superficie piana ed opaca. Ma anche qui Fontana deve difendersi dal pericolo della rappresentazione: ciò ch'egli vede non è tanto la figura del cielo stellato quanto il suo essere presente nelle cose di questa terra, probabilmente anche nel destino degli uomini. Certe sue tavolette di terracotta costellate di buchi che formano una figura indecifrabile fanno pensare alla magia di certi stregoni che leggono le stelle, e il destino, in una manciata di rena sparsa o in un pugno di semi, quasi ritrovando (e non importa che vi sia imbroglio) in quel minimo, casuale riflesso di presunte universali armonie le ragioni che situano in un arcano disegno cosmico il destino di un individuo. E quegli altri "Concetti spaziali", che si presentano come tavole opache e impenetrabili sulle quali sia stata gettata, col gesto rituale del seminatore, una manciata di ghiaia luminosa, non richiamano forse l'immagine dei dadi, delle sorti gettate o, ancora, l'inspiegabile e necessaria diversità dei destini umani in uno spazio che non è altro che una tabula rasa, un vuoto rientrato e rappreso in un piano liscio ed opaco ?
Il tema del destino umano, ch'è poi il tema dell'essere fatalmente nello spazio del mondo, si mescola così con quello della spazialità cosmica, perché non v'è spazio che non sia spazio della vita. È allora che qualcosa di artigianale o fabbrile si mescola alla meditazione cosmica: perché sì, il destino di una certa umanità, di cui conosciamo gli inizi in una remota preistoria e l'esito nella storia di ieri o nella cronaca d'oggi, è pur legato all'artigianato, al processo fabbrile per cui l'uomo produce la propria vita, elabora la materia, si situa consapevolmente, con le proprie mani, nello spazio e nel tempo del mondo. Anche la materia, infatti, ha un suo ciclo. Altri "Concetti spaziali" che si chiamano "Attese", sono campi di tela colorata e ben tesa, dove una, due, più fenditure nette come rasoiate sembrano aprirsi sotto i nostri occhi, spontaneamente, come per troppa tensione. È stato detto che questi enigmatici oggetti sono estremamente eleganti. Lo sono, la materia sale diritta alla purezza della porpora, della malachite, dell'oro zecchino. Quel taglio o quei tagli cadono sempre nel punto giusto, ubbidiscono alla necessità di rompere il piano perfetto come se la materia, portata al limite ultimo della rarefazione volesse recuperare, in quell'incidente, il senso della realtà della propria esistenza: e infatti quel taglio è solco, della terra o della donna, lo stesso che mette in comunicazione la superficie, terrestre od umana che sia, con la spazialità profonda, imperscrutabile della creatività del cosmo. Dal limite ultimo dello spazio e del tempo, del determinato e dell'indeterminato, l'artista si volge indietro, perché ormai lo spazio che lo attrae non è più il cielo ma il profondo. Le più recenti, inquietanti immagini di Fontana sono "Nature", grandi palle irregolari, come semi gonfi e scoppiati, e crudelmente spaccate, violate quasi, da fenditure immani, da buchi come voragini. Siamo al mito ctonio, alle origini, dove la forma steatopigia della prima donna si confonde con quella del seme. [...] La via di questo inconsapevole recupero dei miti favolosi della preistoria mediterranea è ancora l'artigianato, anzi quell'artigianato primario e in diretto rapporto con la natura terrestre e celeste ch'è l'agricoltura: sicché i segni mediante i quali si determina l'immagine sono quelli che la vanga ed il vomere scavano nel solco.

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