TOTI SCIALOJA
[Sulla pittura informale: Roma, luglio 1958]
da Giornale di pittura, Roma, 1991

Il procedimento automatico, l'adozione della tecnica del caso, della macchia, della scolatura, l'essersi affidati alle energie naturali e alla naturale fisicità della materia in movimento e in processo, tutto questo serví per liberarci, renderci più ricchi, più completi; non fu certo una tecnica esoterica che tentasse di sollevare nessun velo, non fu un procedimento verso i regni oscuri, una esplorazione del labirinto e del sogno, un tentacolo proiettato verso l'inespresso e l'inconscio, la discesa lungo i gradini inafferrabili degli inferi. Non è servita ad una arte informale simbolica di una sfera inconscia e in definitiva inesprimibile. Al contrario, serví per arricchirci, infinitamente, capillarmente; serví per creare tramiti e vene e correnti inattese di comunicazione con l'universo, con l'intera fisicità dell'universo. Serví a sensibilizzarci, ad aprire altri infiniti spiragli; una serie di nuovi filtri segreti che moltiplicassero e dislocassero i nostri sensi. Un modo per sentirsi piú riccamente, piú completamente vivi, in ogni luogo finalmente dischiuso alla luce; un modo di onniveggenza e onnipresenza naturale di noi in ogni cosa viva; una presenza cosí fitta e assillante da divenire comunicazione ininterrotta col soffio universale della creazione.

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