ETTORE COLLA
Notizie
"Civilità delle macchine", 4, 1957
da: G. Celant, L'Inferno dell'arte italiana, Genova 1990

Il mio primo incontro con i rottami di ferro è avvenuto quasi subito dopo la guerra, nei luoghi dove si è combattuto e nei centri dove si raccoglieva e si ammassava tutto cio che il conflitto aveva potuto scheletrire e frantumare. Mi sono cosi trovato di fronte al drammatico e fascinoso spettacolo dei materiali dilaniati, aggrovigliati, contorti nelle piu strane forme e alla presenza di una realtà fino a quel tempo sconosciuta. Arpioni, tubi, cofane, tridenti, picconi, tenaglie, scaffalature, zappe, mannaie, cardini, serrature, bulloni, perforatrici, crogiuoli, rostri, argani, ruote, verghe, lamiere, eliche, forni, mollettoni, chiodi, paletti, mazze, falci, corazze, fumaioli, elmetti, antenne, catene, ancore, ganci, tralicci, forchettoni, pulegge, morse, mortai, gru, rotaie, roncole, pale, benne.
Dinanzi a questo mondo dissepolto, disgregato, aperto alla più gelida verità, mi è nata l' idea di realizzare le immagini che vedete e, trasferiti allo "studio" i pezzi ritenuti idonei al mio lavoro, di provvedere all' innesto di elementi che venivano a formare, nella loro composizione, personaggi e simboli noti e sconosciuti.
Il mio "studio" è facilmente scambiabile con uno dei tanti magazzini che incettano gli stessi detriti di cui mi servo. Un vero e proprio deposito di ferrivecchi, chiassoso, talvolta perfino assordante, dall'aria irrespirabile, dovuta anche alle esalazioni delle saldatrici e intorpidita da tutto un pulviscolo fastidiosamente rugginoso e intollerabile. Riesco a uscirne solo quando la necessità mi spinge a trovare altrove ciò che li manca.
Scendendo da Olevano Romano, dopo una delle tante esplorazioni, sono stato attratto dalle rovine di una fattoria distrutta dai bombardamenti. Qua e là, tra i cumuli di travature, di carri, di pietre, di botti, di legnami e di proiettili inesplosi, affioravano, col ventre in alto, seminatrici, aratri, vomeri, falciatrici e, sparse intorno, ruote di differenti misure. Il triste e raccapricciante panorama mi ha trattenuto, con non poco disagio, fino al giorno in cui sono riuscito a ottenere il permesso di portar le ruote con me.
Per un anno intero le ho osservate, mosse, rimosse, composte, scomposte e ricomposte senza ottenere una logica soluzione. Per un anno intero ho sofferto il capogiro, vedevo ruote roteare dappertutto, continuamente. Ma una notte del dicembre 1954 mentre stavano girando un documentario cinematografico sui miei lavori, incominciai a saldare elettricamente le due ruote di media misura, una trasversalmente all' altra, mettendo due piedini sotto la posteriore di modo che raggiungesse i 78 centimetri della anteriore. Fissai poi sulla più alta la ruota più grande di un metro e 35 centimetri e, diagonalmente su questa, le due più piccole, una di cm 50 in alto avanti, l'altra di cm 35 in basso, dietro. Risolto cosi inaspettatamente il tema della "continuità" mi sono finalmente liberato dalla vertigine [...].
La curiosita destatami da uno strano arnese, usato per mantenere bagnata la ruota affilacoltelli, mi ha spinto all'inseguimento di un arrotino. Lo rincorsi sino alla Marranella, con il triciclo a motore che adopero nelle mie scorribande alla ricerca di materiale. Ezio, che in quella occasione si trovava con me, era anch' egli deciso a ottenere l' oggetto a qualunque costo, quando l' uomo, che ci precedeva di poco, svicolando sparì.
All'uscita della borgata Ezio, dal camioncino, avvistò oltre una staccionata, degli utensili ammonticchiati. Di utilizzabile c' erano soltanto una roncola e uno stampo per colonne di ghiaccio. Superando qualche difficoltà li ho ottenuti e, con altri ferri, mi sono serviti per comporre il Re. Infatti, una cofana per calce rovesciata costituisce la base sulla quale sono stati saldati tre cilindri che reggono verticalmente lo stampo per colonne di ghiaccio, attraversato da parte a parte da una mensola per fili telegrafici, con i relativi innesti per isolatori nella parte più sporgente e nell' altra è appeso un gancio appartenente a un carro armato. Alla sommità dello stampo ho fermato alcuni piccoli tubi, con la funzione di mastoidei, a sostegno di una scatola che costituisce capo e copricapo. Su questa sono stati messi frontalmente due grossi chiodi al posto degli occhi del vecchio monarca e una roncola completa l'armatura regale.
Un pezzo di grosso tubo francese ha servito da base a un telaio longilineo, capitatomi sotto mano, e il cui uso mi è sconosciuto, per fissarvi anteriormente una puleggia al posto del cuore e, posteriormente, tre tondini di ferro ricurvo, avanzi di costole umane.
Per completare, infine, l' immagine del mitico scultore, autore e amante di Galatea, ho unito due tubi, quali occhi sbarrati nelle perplessita del miracolo, una vecchia serratura a triangolo che custodisce il segreto del mito, un mezzo cerchio, due verghette curvate verso il basso, tenuti da una saldatura autogena e applicati al centro della traversa superiore del telaio. Una pigna ossidata decora la traversa inferiore Tra i rifiuti dell' Officina del Gas di Roma, a San Paolo, nella densa fuliggine, si incrostava la bocca di un piccolo forno.
[...]
La fiancata di un argano, strappata dalle combustioni di una vecchia fornace, composta da due montanti legati da due sbarre a elle, che sostengono posteriormente in basso due manubri mobili simili a pedali di un organo, e in alto due staffe modulatrici di voci: il residuo di una macchina per tavelloni forati a sette canne, di cui una eliminata per ragioni di ritmo e di spazio, bullonate su una piatta traversa, sostenuta da un albero dentato, ripescato in una cisterna argillosa; la forcella di una escavatrice di tufo, contorta crudelmente dal peso delle macerie e funzionante da chiave registratrice, formano nella loro fusione la patetica figurazione di Orfeo [...].
Lungo l' Aniene, in una località imprecisabile, si nascondevano tra una folta vegetazione, due grossi legni logorati da chissà quale travaglio e maceri, come se fossero appena usciti dal fiume. Riposavano, stanchi per un inimmaginabile viaggio e, sorpresi nel sonno, non hanno reagito alla nostra presenza. Lasciati per tutta l'estate a prosciugare al sole, non hanno cambiato gran che del loro enigmatico aspetto.
Accostati, l' uno superava di molto l' altro e per ridurli a uguale misura dovetti intervenire, cautamente, per non alterare in alcun modo il complesso dell'immagine che desideravo. La fibra di quei legni era talmente indurita dall' età, che per apportarvi degli accenti fui costretto a usare il fuoco e la fiamma ossidrica, come ho fatto sin qui per il ferro.
Presentati uno per uno, nel modo in cui erano stati rinvenuti, non avrebbero avuto quella straordinaria emotività che, congiunti vigorosamente da due cavicchioni, hanno raggiunto. Un amico poeta.ha avvertito il pathos di due mitici personaggi, tenuti in ostaggio per colpe che non conosciamo [...].
I disegni [...] non sono fine a se stessi e tantomeno un esercizio contemporaneo: sono, o rappresentano, una fase di preparazione, di studio, di meditazione di tutto il lavoro che, senza questi, avrebbe assunto un diverso andamento, privo cioè di metafisica linearità e di analogia distributiva.
Hanno inoltre permesso l' avvio con sicurezza al progressivo comporsi delle opere. Partecipano quindi, validamente, al risultato definitivo di ciascuna.
Il procedimento potrà sembrare, per la sua pertinenza rigorosa, addirittura ortodosso, anzi lo è, e in tutti i minimi particolari. Non riesco a lavorare con altro sistema, senza pensare tuttavia che ciò possa diventare una formula indispensabile.
Non mi sono preoccupato affatto del carattere esteticamente industriale, dovuto alla loro specifica funzione: ho scelto unicamente quel metodo che consideravo più idoneo a quelle soluzioni manuali che, via via, si presentavano intricate e che potevano, con ogni probabilità, pregiudicare anche il risultato poetico.
Mi sono solo e infine preoccupato che il lavoro non sfuggisse a una rigorosa disciplina e al mio personale controllo. Nulla in quello che ho prodotto è affidato al caso e risolto quindi automaticamente, bensi a dei criteri molto precisi sia nell' ambito manualistico che in quello concettuale. Non credo nell' automatismo assoluto e sono sicuro che non esiste, come non esistono, sicuramente, artisti privi di una volontà di concepire. Il lavoro dell'uomo e in particolare dell' artista è saldamente bloccato da una volontà creativa che, altrimenti, non potrebbe essere accettato.
Perciò in quelle opere, nelle quali si riscontrano i gesti della eloquenza mentale e morale, vi si deve identificare la volontà e la possibilità del concepire.
È illogico sospettare, dopo tante affermazioni, faticosamente ottenute, che un' opera possa essere nata casualmente, come la vincita di una lotteria. Tutt' al più, vi potranno partecipare dei fatti, dei casi, delle coincidenze che, comunque, sono sempre in relazione con la volontà e la capacità dell'artista.

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