TOTI SCIALOJA
[Sulla pittura astratta e di azione: New York, 1956]
Giornale di pittura, Roma, 1991

Valgono le intenzioni. Inutile dipingere astratto, o espressionistico-astratto senza l'intenzione di dire qualcosa che apra un discorso dall'interno e si rivolga all'interno. Senza la sensazione di essere un uomo nuovo, un uomo moderno perche offerto teso sofferente sbucciato. Senza corazza, senza difese, senza oppressioni. Inutile essere astratti se non si sente d'esser succhiati via da questa nuova libertà; prima di tutto libertà morale e fantastica, nuovo rapporto tra uomo e uomo. Non rapporto gerarchico e nemmeno nella scala di un principio di autorità. Nulla è più grottesco della retorica astratta; l'uso che certi pittori fanno in Italia della pittura astratta servendosene come di un drappo bizzarro per ammantare la loro volontà di potenza, la loro demiurgia, il loro romanticismo narcisistico. La pittura astratta pretende uno struggimento una fede nell'uomo. Il futurismo non resse in Italia perché sorto da un equivoco, non da una vera intenzione morale. La pittura astratta americana stranamente fraintesa (come il cubismo fu frainteso dal futurismo) non soltanto in Italia. È sempre il modo di vedere che cambia, la visione interiore, l'idea. Il resto, la forma esterna non conta. La pittura astratta è prima di tutto una spoliazione morale, un atto di umiltà e d'amore, una fede nuova nella sostanza delle cose terrestri. Un cancellarsi nelle cose per amore di tutto quel che e comune a tutti gli uomini. Il romanticismo di questa posizione è solo nella volonta di imprimere più vita, il massimo di vita in una materia in un tessuto comune. Di consumarsi cioè per imprimere meglio se stessi in questo spazio comune e segreto, naturale e invisibile, fatto di cose utili alla vita e di emozioni profonde e incomunicabili.
È commovente lo spettacolo di questi pittori americani che non reggono al loro successo e al benessere derivante dalla loro opera finalmente accettata. Come qualcuno che abituato all'umiltà e all'oscurità abbia vergogna di troppa luce e la avverta come peccato. Psicologicamente comune questa situazione diviene straziante per i pittori americani perché investe nell'intimo la loro posizione morale nuova. La pittura astratta nasce infatti come atto di umiltà e di lavoro collettivo, quasi anonimo spiritualmente. In questa sfera anonima l'artista può struggersi come in segreto, e macerarsi e cercare, quasi protetto dal suo amore per tutti gli altri. Ma appena viene alla luce non ha più protezioni, e prova quasi vergogna del suo essere tanto inerme e come sbucciato. Dove l'artista europeo giubilerebbe, l'artista americano si vergogna come un bambino, e beve per darsi un contegno.

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