ATTILIO BERTOLUCCI
Toti Scialoja
"Il Milione", n. 10, ottobre 1954
Mentre alle ali estreme dello schieramento in cui s'è
venuta a disporre la pittura italiana artigiani rozzi e violenti
rumoreggiano cercando di attirare l'attenzione su di sè
con i loro cartelloni troppo astratti o troppo concreti, non di
rado spostandosi dall'uno all'altro settore con faziosa disinvoltura,
c'è chi lavora sul serio in una zona di silenzio cui i
maestri, i pochi veri rimasti in piedi, non possono che guardare
benigni e fidenti. Sul punto di chiudere la loro operosa giornata,
quando tutto sembrava in via di liquidazione, tutto, e cioè
non solo una tradizione, ma la pittura stessa, ai loro occhi stanchi
di durissimi maquillages dalla pubblicità tedesca postespressionista
finiti empiamente sulle ligure del bracciantato siculo-padano,
o di fosforescenze e iridescenze dalle tavole della pseudoscienza
trasmigrate in banchi spessi sulle tele vuote dei nucleari, ai
loro occhi stanchi, dicevamo, e severi, non deve esser sfuggito
chi ha saputo, nella generale confusione, ritrovare una strada.
Non è possibile qui, nelle poche parole di un catalogo,
far entrare il complesso panorama della situazione odierna, ci
basti aver accennato a questo lume di speranza che da alcuni studi
di pittore viene a confortarci ai limiti della sfiducia e della
sopportazione. Se abbiamo voluto immaginare un consenso di maestri
non avversi, senza poi verificarlo, è perché, comunque
ci sembra che l'unico fatto nuovo positivo dell'arte nostra sia
da vedere oggi nelle ricerche di chi non ha rifiutato la cultura
precedente: della qual cosa appunto chi detta cultura ha contribuito
a formare, dovrebbe rallegrarsi.