TOTI SCIALOJA
[Considerazioni: Roma, ottobre 1954]
Giornale di pittura, Roma, 1991
La pittura non è più da recitare ma da vivere.
Cosa è accaduto? Ho rinunziato ad essere il "protagonista"
della mia pittura. Ho rinunziato ad essere il "giudice"
della storia. Ho accettato d'essere un pittore come tanti, che
impara ed entra a bottega dal maestro. Non un maestro di stile,
ma un maestro di "mestiere". Che è sempre un
mestiere morale, se ci si dimentica di se stessi.
Questa condizione di artigiano ha creato una nuova comunicazione
tra me e il mio lavoro di pittore: un contatto diretto, segreto
e quasi felicemente automatico. La rinuncia, la piena e convinta
umiltà, ha dissolto la maschera, il diaframma precostituito,
la mia sigla intenzionale, e ha permesso che io premessi direttamente
con la mia vita su tutta la superficie della tela. Sono entrato
in un vivo e semplice fluire. Da una cultura "organizzata"
e immobile, sovrastante, sono passato in una sfera dove la cultura
si respira con l'aria libera, anzi si cerca respirando, avanzando
lungo un cammino aperto a perdita d'occhio. Ho accettato quel
modo di vedere le cose, quel modo di credere nelle cose che immediatamente
mi ha fatto partecipare a ciò che è nitido nella
coscienza morale e intuitiva di oggi: il modo di porsi a se stessi
e di formularsi nello "spirito del mondo". Mi sono sentito
simile agli altri, e in comunione con la vita di tutti. Ho accettato
la realtà dell'esistere non più composta di frammenti
estranei a me, collocati gerarchicamente, e trascendenti me; ma
costituita da momenti posti e fondati da me stesso nella sensazione:
modo di essere noi stessi ritmo, noi stessi assoluto. Da una pittura
di impressione o deformazione ottica - attraverso un tirocinio
operato su elementi razionali di forma e concettuali di spazio
- sono arrivato alla mia verità: ad una pittura di sensazione.
Una pittura che rientra e partecipa direttamente al flusso della
realtà, a questa comunicazione incessante.