EMILIO VILLA
Burri, in "Arti Visive", 4-5, 1953

nostre dimessa cosmogonia, elegiaca esterrefatta composita
epos per istantanee tragedie quotidiane,
miniatura rapsodica delle grandi formazioni nel tempo,
avvenute senza traccia, o eventuali: il grande
sangue, i tracciati dl mondo senza requie,
la legge che detta lo scrimolo ai frantumi
di una visione da mettere sù, insieme
come materia e come sorpresa,
la divagazione profetica delle righe
che han modellato le forme degli arcipelaghi
e il congegno delle penisole,
lo scheletro delle trote nelle acque dell'Adda,
nella memoria delle palafitte

c'è molto che può diventare materia
di una breve e costernata superficie di pittura,
ma pittura per modo di dire; e, invece, di quella
qualunque altra azione compiuta
per rivelare sensi specifici e non confutabili:

Burri Alberto coltiva come in vitro, anzi come in lino,
queste contrattili anatomie di organismi inespressi,
incerti tra una parvenza di materiali biologici fuori uso
e un ideale di fulminei universi
tra il gigantesco e il minimissimo: una
ambiguità spalancata, un desiderio di stringere
ricordi di cose che devono chiarirsi:

io ricordo la grande invenzione di Burri: l'opaco,
l'opacità, ardita dopo tutto, pescata nel fondo
degli altri colori, e formata in concrezioni molto
espressive: l'esistenza del mondo allo stato puro,
fatta quasi eleganza, leggerezza pensata all'interno
della materia, prima dell'unità e prima delle separazioni:
dove le filiture sui crepacci del non manifesto
sono frettolosamente, ma con dignitosa abilità, chiuse
da suture, opera di un medico destituito
dalle sue relazioni sociali: di un medico
all'antica, che sa le virtù operanti della lana
e del lino: non a caso Alberto Burri è stato
un medico, ora trasformato in un chirurgo
ben più virtuoso, di rara, precisa libertà: dopo
aver girato miracolosamente lungo planimetrie
impercettibili di città sepolte nel bitume,
o nei labirinti infantili

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