JANNIS KOUNELLIS
Le parole per dirmi
"L'Espresso", 1 agosto 1996
Mi hanno chiamato artista, negli anni Sessanta, perché
non sapevano come definire un mucchio di carbone. Ma io sono un
pittore. Un vero pittore, e rivendico la mia iniziazione nella
pittura. Perché la pittura è la costruzione di immagini,
non indica una maniera né tantomeno una tecnica. Ogni pittore
ha le sue visioni e i suoi mezzi di costruzione dell'immagine
ed è ridicolo il luogo comune che associa la parola pittore
all'arte tradizionale e la parola artista a un ruolo anarchico,
modernista e sperimentale. Jackson Pollock era un pittore che
ha reinventato con epicità lo spazio americano, i murales
messicani sono pittura, ma anche Duchamp è un pittore.
Il liberalismo ha dato pittura la libertà fino al confine
dell'immaginario e ha restituito all'artista un pieno ruolo intellettuale.
Il fuoco non è solamente calore ma anche fonte di luminosità.
La lampada a petrolio che illuminava la scena della Guernica,
o la candela il viso della donna vicino al tavolo, del quadro
di Georges de La Tour, creava delle ombre, marcava i volumi e,
con dei tocchi qua e là, determinava l'immagine. La prima
volta che ho usato la fiamma a gas era nel 1967, per segnalare
il centro di una scultura, una margherita di metallo, come per
evidenziarlo. Poi a Parigi, nel 1969, alla galleria Iolas, misi
dei fuochi lungo il muro, su una linea orizzontale, ad altezza
d'uomo, per indicare il perimetro della galleria. Il fuoco per
me equivale al pappagallo: è una cosa viva con un suo contenuto
di aggressività. Ma nessuno dei due, né il fuoco,
né il pappagallo, avrebbero avuto senso senza il loro supporto
di ferro. Sono vivi, reali, ma sono soprattutto segni di un'immagine
costruita su un rapporto e, in fin dei conti, per me è
pittura. Mi chiede se sono un pittore realista. La risposta è
no. n realismo rappresenta e io invece presento.
Ho costruito molte immagini con fuochi e molte immagini con muri.
Muri di pietre, di legni, di libri, di sacchi. Muri ricoperti
di foglie d'oro. Ma anche i miei primi quadri con frecce e lettere
erano muri. Avevano le dimensioni delle pareti della mia casa,
erano dipinti con colori per muri. Contro il muro poggiavo la
tela, la toglievo e ne mettevo un'altra. Questo per dire che non
ho mai fatto un, quadro da cavalletto. Nel 1969 a San Benedetto
del Tronto ho murato una porta con pietra a secco. La cavità
della porta mi ha permesso di costruire questa immagine interamente
di pietra. Non era un'occlusione, era un'immagine con le dimensioni
della porta. Io non ho il problema di chiudere, ma sempre quello
di mostrare.
Nella mostra a Berlino del 1990, quando cadde il Muro, ho riattivato
un vecchio carrello riempito di sacchi di carbone, facendolo scorrere
avanti e indietro sul suo binario che collegava due parti di un
edificio abbandonato. La mostra si aprì il 13 settembre
e chiuse il 2 ottobre, giorno della fine della Repubblica democratica
tedesca. Questo per sottolineare che una mostra, come la intendo
io, è un atto unico ma anche quando si tratta di un'esposizione
in una galleria o in un museo si propone una visione mirata e
significativa. Nell'Ottocento non esistevano mostre personali,
c'erano solo collettive dove ogni artista metteva il suo quadro
più bello.
Questo non permetteva di fare un racconto. Oggi l'artista con
una mostra può raccontare perché ha un ruolo più
forte, un'identità di pensiero e una libertà intellettuale.
Una cosa è la teatralità, un'altra cosa è il teatro. Tutta la pittura italiana ha una sua teatralità. Caravaggio, per esempio, o Tiepolo. Questa teatralità ricerco nel mio lavoro. Ma ho anche lavorato in teatro come pittore. Voglio dire che non ho mai lavorato come illustratore, ma ho lavorato da teatrante con Carlo Quartucci o Heiner Muller, in spazi inediti e in spazi canonici come il Deutsche Theater, o all'Opera di Amsterdam o di Berlino, ma con delle libertà sconosciute a uno scenografo. Ho lavorato in quel teatro che ricercava le sue radici classiche e voleva uscire dall'equivoco della commedia borghese dell'Ottocento, una scena naturalista ambientata in uno spazio descrittivo che, con toni cinematografici, sottolineava le vicende narrative: il cosiddetto décor. Abbiamo tentato di ricostruie il teatro. Ma non mi parli di sconfinametno tra le arti. Non so che cosa voglia dire. Io non sono ma sconfinato.
Per me viaggio vuol dire "andare altrove". Sono attratto dall'altrove come ogni artista che si rispetti, per motivi culturali e per quell'avventura che c'è sempre dentro l'arte. Ma non è esatto affermare che la ricerca è un viaggio verso l'ignoto. Si è attratti sempre verso qualcosa di noto, magari qualcosa di piccolo. Si desidera vedere un quadro di Van Gogh e si finisce a Parigi. Si scopre Parigi e con Parigi la cultura francese... Ogni viaggio ha un carattere iniziatico, è un'idea di conoscenza attiva, amorosa, espansiva. C'è spesso il viaggio nelle mie opere ma è troppo ovvio associarlo al lavoro della nave. È molto più simile a un viaggio la mostra di Chicago del 1986, al Museum of Contemporary Art, che si espandeva fuori, in altri spazi periferici, oltre le sale del museo.
Sono un conservatore. Un custode. La realtà che non
è visibile è apocrifa e il suo significato è
a conoscenza del custode. Dunque il custode impedisce l'accesso
approssimativo ai segreti mistici custoditi. L'origine della composizione
è una custodia, e per quanto composizione conserva nell'ordine
e unisce il presente al passato. E il pittore moderno, come in
ogni epoca, è un uomo antico.