DEMETRIO PAPARONI
Abstacta.
Catalogo della XLV Esposizione Internazionale d'Arte, Venezia 1993.

Remo Salvadori,
un raccoglitore di rugiada
Remo Salvadori concepisce l'opera come animata da una forza attiva, una forza passiva ed una forza neutralizzante: essa non si pone quindi come risultato di un processo, ma come frammento di un mondo che si amalgama al processo stesso, coinvolgendo al proprio interno anche la personalità dell'artista. Così, la sala di Salvadori alla XLV Biennale di Venezia presenta delle sculture che instaurano un rapporto intenso, direi corporeo, con l'osservatore. La loro concezione è legata alla proporzione umana e nello stesso tempo da esse si irradia un senso di verticalità, offerte come sono "in piedi" nello spazio.
Il rapporto con l'opera equivale per Salvadori ad un' azione di coscienza. Muoversi tra queste sculture è come passeggiare in luoghi familiari e lo scopo dell'artista consiste nel creare una risonanza con i punti chiave del percorso tracciato, con le sue soste, con le sue variazioni di luce e dunque con tutto ciò che è legato al senso del movimento di un corpo nello spazio.
Il percorso da seguire è tracciato dalle sculture: si tratta di fogli di rame la cui forma è tenuta in tensione da un filo, anch'esso di rame, che li trasforma in solide basi cilindriche. Sulle basi sono posti piani circolari in ferro di differenti misure che sostengono, a loro volta, fogli di carta a forma di cubo. Ogni cubo è dipinto in giallo, ma non interamente, lasciando il bianco della carta delimitato in forme risonanti.
Salvadori ha legato la sua pratica ad una scala di sette colori: il rosso, l'arancio, il giallo, il verde, l'azzurro brillante, l'indaco il violetto. Ogni colore è utilizzato in relazione alla sua natura originaria e dunque in rapporto alla luce che esso possiede nella qualità di pigmento che può combinarsi con l'acqua, la cera o gli oli. La reattività del pigmento fa dunque parte del risultato dell'opera. In questo caso l'artista utilizza solamente il giallo, che rappresenta un'idea di qualità morale. L'acquerello su carta riproduce l'esperienza dello scambio che si determina tra il giallo ed il colore della carta: in questa non vi è colore se non nel momento in cui l'esperienza cromatica si svela al nostro sguardo. Tale azione fisiologica del colore crea una tensione che arricchisce l'opera di un senso di risurrezione.
Salvadori offre nella disposizione delle opere un insieme armonico che "spinge verso un vedere, un vedersi a vedere". Ogni singolo frammento si pone in rapporto con l'insieme: lo spazio diviene l'equivalente di ciò che una cassa armonica è per uno strumento musicale, un vuoto che raccoglie un suono per amplificarlo. Così, un angolo della sala, lo spigolo sporgente ad angolo retto, accoglie la circonferenza di un tavolo rosso (tavolo d'angolo nel momento). Ne risulta un arrotondamento, un'esclamazione, tavolo e spigolo diventano complementari. Sulle pareti sovrastanti appaiono frammenti in piombo. Nella loro trasfigurazione, attraverso il gioco dei pieni e dei vuoti, ogni elemento assume un significato di luce, va verso la luce. Un meditare? Un raccogliere rugiada!

Domenico Bianchi. La luce come forma
La capacità della luce di generare la forma è il tema dominante dell'opera di Domenico Bianchi. Alla XLV Biennale di Venezia egli ha scelto di presentare un corpo unico di grandi dimensioni suddiviso in quattro principali aree cromatiche, distribuite su tre tavole in legno dipinto e nove pannelli di cera su fibra di vetro. Ogni singola area di colore, in rapporto alla luce, manifesta caratteristiche differenti. Il lavoro nell'insieme rivela un senso di unità nella relazione dialogica tra le parti, palesando che l'illusorietà della sfera sensibile viene superata dalla verità della luce, che irradia, come pensiero, la bellezza. E grazie a tale trasfigurazione della materia in luce, e quindi della luce in bellezza, che il pensiero creativo prende corpo nell'opera.
Ossido di piombo. giallo, nero e bianco sono i colori che si ritrovano in quest'opera.
L'ossido di piombo, colore vicino all'arancione, distribuito su tavola ed inciso al centro con una forma circolare, presenta una marcata rifrazione della luce, che non è assorbita ma immediatamente restituita allo spazio. Se il giallo rappresenta la trasparenza della luce, o addirittura un colore che di per sé genera luce, il nero è invece la somma di tutti i colori, così come il bianco è il non colore per eccellenza, ottenuto per sottrazione.
Nell'opera di Bianchi divengono importanti sia i materiali che fanno da supporto al colore sia la tecnica utilizzata per delinearne la struttura compositiva. Nell'opera che stiamo analizzando l'intera figurazione ruota attorno ad un rettangolo nero, posto in posizione centrale, che presenta, al proprio interno, una croce che accoglie su di sé una forma germinale. A sua volta questa si autoriproduce come vista all'interno di mezza sfera, abbracciando in alto la propria matrice. La struttura in legno, dipinta di nero, è in questo caso incisa e non graffiata. Essa presenta inoltre tre frammenti neri a fondo piatto, che indicano la verticalità, l'orizzontalità, il senso della curva. Il nero corrisponde alla materia, che attraverso la luce si feconda e genera luce.
L'incisione sulle tavole coperte di colore è una sorta di graffito leggero, ripetuto così lentamente ed ossessivamente da annullare ogni senso di gestualità, sottolineando nel contempo la volontà dell'artista di annullare la sua stessa manualità: l'opera è eterea.
È chiara una matrice spirituale, che lascia intendere, pur non affermandola, la memoria della crocifissione e della resurrezione.
Il rettangolo nero con la croce e la forma germinante al proprio interno è accolto in un'ampia area gialla. Qui il colore, nel suo legittimare la forma, è pero generato e non riflesso. La struttura di base del giallo è data da circa quattrocento formelle in cera, raccolte in un'unica superficie che lega le tre tavole: essa è utilizzata nella qualità di luce e non di materiale. Per altro verso, ogni singolo tassello è autonomo e produce una diversa intensità di luce, sì da procurare un effetto solare che si manifesta principalmente nel fatto che luce e colore sembrano provenire dalle spalle dell'opera.
Il bianco, infine, pur nella sua caratteristica di non colore, genera forme e vede generarsi un movimento interno: un cerchio primeggia al centro della sua superficie, mentre una miriade di linee vi gravita attorno nell'intento di costruire un'armonia.
Come dire che l'unità della forma può assumere specificazioni diverse che, indipendentemente dalle differenze culturali, colpiscono la mente dell'uomo con eguale intensità, perché - come ha dimostrato la ricerca antropologica più sensibile - la mente dell'uomo è dovunque una e identica.

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