ENZO CUCCHI
da: Enzo Cucchi, catalogo della mostra, Prato 1989
È evidente, è quando non si sente il tono di
un segno che si può decorare soltanto. Tutto qui il problema,
non c'è altro. C'è solo da agire, se è necessario;
e se c'è l'energia, il desiderio, sono attimi di barlume,
attimi di meraviglia, attimi di energia concentrata per segnare.
Ma bisogna sentire tutto il tono di un segno, tutto! E seguire,
spingerlo, spingerlo, e lasciarlo sempre aperto, non chiuderlo.
Tutta la pittura contemporanea, tutta, la migliore anche, cerca
ogni volta di chiudere il lavoro; chiuderlo vuol dire che il segno
si chiude, quindi automaticamente diventa decorativo; lo si può
vedere anche negli esempi più radicali, nel lavoro di tanti
artisti. La loro opera inevitabilmente è diventata decorativa;
perché? C'è una ragione. Perché in realtà,
fin dall'inizio, il segno era già chiuso. C'era una grande
curiosità culturale, ma solo di superficie.
Bisogna liberare il segno. Il segno galleggia, ormai, galleggia
ovunque. Bisogna assolutamente cogliere l'attimo per prendere
quel segno e spingerlo, cercare di spingerlo in un modo buio;
certo, dandogli una direzione; dargli una direzione vuol dire
essere clandestini, restare dietro, e spingerlo. Non come i futuristi
che prendevano questo segno... ma non erano al buio. Loro almeno
erano usciti fuori; sembravano radicali ma il loro rapporto era
all'esterno. Cosa vuol dire? C'era un rapporto con il sociale.
Ora è necessario non avere più questo tipo di rapporto
con il sociale. Bisogna galleggiare dentro la realtà il
più possibile da animali, da cani sciolti, da clandestini,
cercare di spingere questo segno in attimi di energia concentrata.
Solo questo è da fare. E molto semplice, è molto
speciale, è la cosa più incredibile che poteva accadere
a un artista in questo secolo; la fine di un secolo, la fine di
un ciclo. Il massimo della debolezza di un segno, è come
vedere un segno che alla fine si comincia a sbriciolare; e se
comincia, man mano tutto il segno si sbriciola. Come una corda
ben tirata che comincia a marcire in un punto. E allora si sa
che tutta la corda è già marcia anche se il resto
è ancora sano. E anche se per noi questa parte sana e bella
è la storia passata, ciò non vuol dire niente; è
già cominciata questa polverizzazione alla base; è
finita: quel segno non c'è più. Questa storia, anche
della pittura più incredibile, bella e meravigliosa, non
esiste più per noi perché non abbiamo l'orgoglio
della storia, non sentiamo la realtà, quindi anche quello
che vediamo non lo vediamo in quel senso giusto.
Il problema sta nella necessità, non sta nel costume, nella
superficie delle cose.
[...]
La storia si deve, se necessario, depositare in un segno, per
segnare. Oggi è un momento difficilissimo, veramente speciale,
perché c'è il rischio che altre discipline si assumano
il compito di "segnare". La storia si va a depositare
sul segno fatto da altre persone, non più dagli artisti,
e questo non è mai successo.
E questo fa sì che oggi l'arte sia un territorio veramente
polverizzato. C'è una mancanza totale. paurosa, di orgoglio,
di orgoglio di segnare. E parlo di un orgoglio laico, che non
è uno strano sentimento di gloria, una strana consumazione
interiore; e quindi non si sente più il tono di un segno.