GABRIELE PERRETTA
Medialismo
G. Perretta, Medialismo, Milano 1993
[...] Nello scenario teorico e culturale italiano il
rasoio postmoderno gioca in maniera specifica all'interno
dei vari settori culturali: in filosofia è stato il tentativo
di dare alla tradizione idealistica dell'accademismo italiano
il colpo che né fenomenologia né marxismo sono riusciti
ad infliggere; in architettura si è mostrato come il tentativo
di rimettere in movimento un intelletto progettuale ibrido
ormai paralizzato dalla omologazione funzionalistica. In economia
e in sociologia si è volute rilanciare la produttività
di due aree culturali bloccate da contraddizioni ideologiche interne;
in estetica ha scoperto una scatola dorata di vermi dove la tradizione
di una tale crisi storica agisce nell'accettazione della tecnologia
come change. [...]
Nell'arte il disincarnamento delle forme, della materia, entro
cui trova la propria genesi, configura un dinamismo di immagini
scisso dalla presenza delle cose.
In questa idolatria dell'immagine si condensa il rifiuto della
disseminazione storica del tempo e la pretesa di una sua condensazione
entro la tecnica. La tecnologia è la pretesa di
accorpare i segni entro un mezzo astratto, di consegnare il linguaggio
agli strumenti e di pensare quindi i linguaggi nella loro efficienza
tecnica e non nel loro funzionamento particolare, storico ed umano.
L'ideologizzazione della tecnologia, che è il punto cardine
della fase postmoderna, porta ad attribuire un valore regolativo
e costitutivo ad un cervello sociale estraneo alla composizione
sociale reale, a scindere la cultura agente dalla cultura
potenziale. [...]
L'accumulo di sapere, di moneta, di poteri, entro sistemi ristretti,
particelle complesse di un'esteticità diffusa, quello che
io stesso qualche anno fa già definivo medialismo,
è un problema strutturale della società contemporanea.
La definizione potrebbe suscitare qualche perplessità perché
mai come ora navighiamo tra le acque torbide e agitate di ideologie
contrastanti, di universi della comunicazione vorticosamente ribollenti.
[...]
La provocatoria padronanza della società dell'informazione
medesima ha piegato il panorama ideologico della post-avanguardia,
ormai dissanguato dalle contraddizioni della sua inverosimile
ambiguità, come ha fatto con qualsiasi altra cosa. Una
risposta non molto lontana al tema della fine delle ideologie
è stata data ultimamente dal mercato dell'arte stessa.
Sembra che la fine delle ideologie sia la conseguenza estrema
dell'estenuazione delle grandi ideologie, ma a prezzo di un nuovo
ideologismo che è l' apoteosi della società ideologicamente
autorizzata all'opulenza e il trionfo della società autorepressa.
[...]
Il medialismo innanzitutto no considera l'opera d'arte come totalità
autonoma. Esso trova riscontro in un concetto di arte-costruzione
libera e autonoma della mente e del sentimento. E consente un
sistema di critica fondamentalmente estetico: un modo libero di
recensire ed individuare i valori espressi in un certo prodotto
poetico variandone continuamente il senso di ammirazione e di
riconoscimento. A partire da ciò i medialismi smentiscono
subito quell'apparente raccolta di segmenti artistici già
visti.
Il medialismo su piano dell'applicazione, pur prestandosi come
tutt'altro che sistematico, si manifesta in diverse forme tra
cui la pittura mediale, il medialismo analitico e l'anomia mediale.
La pittura, ad esempio, agisce su un'ampia gamma iconografica
evocando immagini frequenti dell'imprinting popolare; la medial-analysis,
invece, muovendosi con particolare contrasto verso l'idealismo
concettuale, sostituisce la formalizzazione estetica in tutte
le sue derivazioni come processo stesso dell'opera; l'anomia mediale,
infine, comprende artisti che intervengono sull'immagine del mondo
dell'economia e degli affari o che comunque si spogliano delle
rispettive identità anagrafiche e si pongono come collettivi
di comunicazione. I medialismi nascono dalle ricerche sviluppate
negli ultimi anni, analizzando le radici del lavoro di un novero
di artisti italiani e stranieri e riconoscendone un fondamento
comune che critichi il concetto stesso di genere usato dall'avanguardia.
Individuare e scegliere l'area spetta al fruitore senza perdere
di vista lo scenario socio-economico, iconografico e tecnologicamente
avanzato che fa da sfondo. [...]
Unisce questi artisti il rifiuto di una manipolazione meramente
descrittiva della comunicazione fondata sull'accumulo di discipline
collaterali, assimilabili piuttosto alle realtà più
disparate della trasfigurazione sociale. L'artista mediale infatti,
non rifà il verso a nessuno strumento particolare dei mass-media;
in effetti non è importante che ci sia un riferimento esplicito
alla mediologia, ma è più importante che ponga in
discussione e prenda le distanze da quella recente storia che
voleva riportare i temi dell'arte al proprio specifico attestandosi
su di un'ambigua filosofia di transizione.
[...] Le guerre fra avanguardia e retroguardia sono cose di altri
tempi e lo sono soprattutto per il fatto che gli ultimi movimenti
della post-avanguardia si sono comunque confusi nella tendenza,
nel gruppo ristretto. Il medialismo, invece, al gruppo oppone
l'orda e alle diatribe tra il maschile e il femminile oppone la
perenne contemporaneità dei diversi, della moltitudo.
ENZO CUCCHI
da: Enzo Cucchi, catalogo della mostra, Prato 1989
È evidente, è quando non si sente il tono di
un segno che si può decorare soltanto. Tutto qui il problema,
non c'è altro. C'è solo da agire, se è necessario;
e se c'è l'energia, il desiderio, sono attimi di barlume,
attimi di meraviglia, attimi di energia concentrata per segnare.
Ma bisogna sentire tutto il tono di un segno, tutto! E seguire,
spingerlo, spingerlo, e lasciarlo sempre aperto, non chiuderlo.
Tutta la pittura contemporanea, tutta, la migliore anche, cerca
ogni volta di chiudere il lavoro; chiuderlo vuol dire che il segno
si chiude, quindi automaticamente diventa decorativo; lo si può
vedere anche negli esempi più radicali, nel lavoro di tanti
artisti. La loro opera inevitabilmente è diventata decorativa;
perché? C'è una ragione. Perché in realtà,
fin dall'inizio, il segno era già chiuso. C'era una grande
curiosità culturale, ma solo di superficie.
Bisogna liberare il segno. Il segno galleggia, ormai, galleggia
ovunque. Bisogna assolutamente cogliere l'attimo per prendere
quel segno e spingerlo, cercare di spingerlo in un modo buio;
certo, dandogli una direzione; dargli una direzione vuol dire
essere clandestini, restare dietro, e spingerlo. Non come i futuristi
che prendevano questo segno... ma non erano al buio. Loro almeno
erano usciti fuori; sembravano radicali ma il loro rapporto era
all'esterno. Cosa vuol dire? C'era un rapporto con il sociale.
Ora è necessario non avere più questo tipo di rapporto
con il sociale. Bisogna galleggiare dentro la realtà il
più possibile da animali, da cani sciolti, da clandestini,
cercare di spingere questo segno in attimi di energia concentrata.
Solo questo è da fare. E molto semplice, è molto
speciale, è la cosa più incredibile che poteva accadere
a un artista in questo secolo; la fine di un secolo, la fine di
un ciclo. Il massimo della debolezza di un segno, è come
vedere un segno che alla fine si comincia a sbriciolare; e se
comincia, man mano tutto il segno si sbriciola. Come una corda
ben tirata che comincia a marcire in un punto. E allora si sa
che tutta la corda è già marcia anche se il resto
è ancora sano. E anche se per noi questa parte sana e bella
è la storia passata, ciò non vuol dire niente; è
già cominciata questa polverizzazione alla base; è
finita: quel segno non c'è più. Questa storia, anche
della pittura più incredibile, bella e meravigliosa, non
esiste più per noi perché non abbiamo l'orgoglio
della storia, non sentiamo la realtà, quindi anche quello
che vediamo non lo vediamo in quel senso giusto.
Il problema sta nella necessità, non sta nel costume, nella
superficie delle cose.
[...]
La storia si deve, se necessario, depositare in un segno, per
segnare. Oggi è un momento difficilissimo, veramente speciale,
perché c'è il rischio che altre discipline si assumano
il compito di "segnare". La storia si va a depositare
sul segno fatto da altre persone, non più dagli artisti,
e questo non è mai successo.
E questo fa sì che oggi l'arte sia un territorio veramente
polverizzato. C'è una mancanza totale. paurosa, di orgoglio,
di orgoglio di segnare. E parlo di un orgoglio laico, che non
è uno strano sentimento di gloria, una strana consumazione
interiore; e quindi non si sente più il tono di un segno.