RENATO BARILLI
Una mappa per gli anni Ottanta
Anniottanta, catalogo della mostra, Bologna, 1985

Dove cercare il bandolo della matassa, il punto di partenza logico e cronologico per ripercorrere questa tela vivace e policroma degli anni Ottanta? Credo che non ci siano dubbi in proposito: occorre riportarsi a ridosso della stagione precedente, situata tra la fine degli anni Sessanta e gli inizi degli anni Settanta, e dominata, come è ben noto, dal clima "concettuale", il quale a sua volta aveva portato a ritenere sorpassati i tradizionali mezzi pittorici e ad affidarsi prevalentemente a "intenzioni", a indici mentali. L'artista, o meglio l'operatore visivo, affiggeva i suoi indici sull'enorme universo del "già fatto", su cose, persone, situazioni, processi logici: li chiamava in causa con l'aiuto della fotografia, o della registrazione video, o ancor più semplicemente li "indicava" con la parola, col gesto. Il ready-made occupava il ruolo centrale, in un clima che, oltreché concettuale, si poteva definire anche di dadaismo normalizzato, dove l'ombra di Duchamp dominava sovrana. Queste "operazioni" si rivolgevano all'esperienza presente-futura, con tipica spinta esplosiva. Ma è bastato che l'indice, l'intenzione si spostasse, invertisse la direzione, si guardasse alle spalle: che i ready-made fossero cercati anche nelle stanze più o meno polverose del museo, ed ecco il clic, il magico momento di divaricazione: come passare dal più al meno, da una corrente di segno positivo alla sua controparte negativa: come dare ordine, dalla plancia di comando, di fare "macchina indietro".
Tanto è vero che questo momento magico di inversione (dall'es-plosione all'im-plosione) fu condotto in prima battuta da patentati artisti concettuali. Infatti è fra i nostri Paolini e Kounellis e Vettor Pisani e Fabro (o, all'estero, tre i Poirier, i Gerhard Richter, magari i Baldessari ecc.) che si devono cercare i campioni di questo rovesciamento tattico; mentre nell'albo dei padri calavano le fortune duchampiane e riprendevano quota le fin lì neglette e bistrattate azioni di De Chirico. E siamo così alla "citazione", che dunque è la prima categoria ed etichetta (anche la più neutra e oggettiva) con cui si annunciano gli anni Ottanta. [...] Esiste, in altre parole, una chiara linea di confine tra esperienze "citazioniste" che non escono dalla concettualità, e che quindi insistono nel mettere in gioco le opere altrui, intervenendo per proprio conto solo con spostamenti, prelievi fotografici, segnalazioni verbali, e invece altre che prendono spunto dai testi del passato, ma poi li manipolano, ne traggono libere variazioni. C'è insomma una differenza tra Paolini da un lato e Salvo o Luigi Ontani dall'altro. Lo si può scorgere anche dal fatto che il primo, anche in seguito, è rimasto fedele alle sue confezioni in "bianco e nero", case ed austere, "fredde" e mentali, laddove gli altri, partiti da una vicinanza con lui quasi da confondersi, hanno poi fato passi da gigante, e con moto progressivamente accelerato, sulla strada della riconquista del colore, dell'immaginazione compositiva, della variazione sul tema.
Ma proprio su questa strada si sono date successivamente altre soglie, da varcare oppure no. Poco dopo gli avvii protocitazionisti di Salvo e Ontani (siamo ne '72 o '73) scende in campo anche Carlo M. Mariani, che è certo di primo acchito il più "pittorico", diluito, descrittivo, rispetto alle citazioni parche e sintetiche di un Paolini; anzi, ci dà quasi subito il suo "finito" neoclassico; o in altre parole, in lui il ready-made è puntuale, preciso, laddove Salvo e Ontani sidistaccano rapidamente dal clima del riporto fedele. Anzi, il "rifarsi a", nel loro caso, si appoggia volutamente a un'esperienza di degradazione parodistica [...] Ovvero, i tesori del passato sono rivissuti in un clima vivacemente policromo, che, lo sappia o no, scende in gara con i mezzi più aggiornati della riproduzione delle immagini: il cartoon, la stilizzazione imposta dal linguaggio elettronico (e diffusa oggi dal mondo favoloso dei videogames). Con ciò siamo anche a un tipico testa-coda temporale, in quanto le "novissime" tecniche di immagine ritrovano appunto le forme stilizzate e "astratte" (nel senso etimologico del termine) già care ai primitivismi (il mosaico bizantino, gli smalti, le vetrate gotiche). Insomma, una pur comune strategia di puntare alla "presenza del passato" pone alcune varianti: quale passato, o meglio, quanto passato? Una lontananza remota (i primitivismi), o invece abbastanza vicina, e magari "di cattivo gusto" (un Seicento rutilante, un Settecento leccato e gelido)? Dal che risulta anche che le due opzioni fanno a gara nello sfidare il Kitsch. C'è infatti il "cattivo gusto" di immagini svenevoli, infantiliste, alla Walt Disney o invece quello insisto in pesanti prove accademiche

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