GIULIO CARLO ARGAN
L'arte astratta, in "Ulisse", II, 1948, pp. 699-701

Si chiamano genericamente astratte o non figurative le correnti artistiche moderne che negano ogni relazione tra il fatto artistico e la natura. Nel loro complesso, queste correnti offrono il quadro di una profonda crisi dell' arte figurativa che, innestandosi sulle teoriche del Cubismo e dell'Espressionismo, si è venuta sviluppando dal 1910 ad oggi, raggiungendo le sue punte nell'altro dopoguerra ed in questo. Questa crisi è indubbiamente in rapporto con la crisi del razionalismo filosofico e, in genere, del pensiero contemporaneo, e però essa mira, non tanto ad un rinnovamento del linguaggio figurativo (il cui valore stesso viene revocato in dubbio), quanto a riproporre ab ovo il problema dell'arte come attività dello spirito, cioè a formulare una nuova estetica. Poiché, al di là dei confini del razionalismo, la coscienza dell'atto è inseparabile dall'atto, la formulazione di quella nuova estetica è implicita nei fatti artistici e non può aver luogo se non attraverso l'arte stessa.
Sarebbe tuttavia un errore supporre che l'arte astratta sia mero estetismo, arte per l'arte. Al contrario, un motivo programmatico comune alle varie correnti astrattiste è la giustificazione del fatto artistico come fatto sociale. La rinuncia all'emozione, considerata come un momento di passività spirituale, ed alla rappresentazione, che per corollario decade a mera finzione, si compensa nella conclamata conquista di un carattere d'intrinseca attività e perfino di utilità dell'opera d'arte. Da un punto di vista fenomenologico l'opera d'arte, che non è più rappresentazione di oggetti, è essa stessa un oggetto: se la rappresentazione è sempre catartica, cioè un atto conclusivo che può continuare a esistere soltanto nella storia, l'oggetto è qualcosa che nasce o si pone, e dal momento del
suo nascere o porsi comincia ad esistere nella realtà. Nei suoi confronti l'atteggiamento umano è lo stesso che Heidegger definisce proprio dell'uomo verso le cose: adoperarle o servirsene (besorgen). Perciò gli astrattisti rivendicano la concretezza interna di quest'arte astratta dalla natura e la dichiarano per eccellenza vivente e operante, capace di sollecitare la più profonda coscienza vitale; veramente astratta è per loro la natura, come rappresentazione concettuale o nozione consueta.
Anche nella storia dell'arte astratta c'è una fase di pessimismo, che si può vagamente paragonare all'angst esistenzialistica: l'oscura intuizione di una impossibilità di realizzare l'autenticità dell'essere, l'assoluto presente, se non nell'oltraggio alla storia, nell'atto sacrilego o suicida che distrugge la storicità della coscienza, come il peccato la grazia. Ma, superata la crisi anarcoide del Dadaismo, quasi tutte le correnti astrattiste recano il messaggio di un nuovo ottimismo, auspicano la gioia di una vita più autentica che proprio la presenza dell'arte garantirebbe al mondo: programmi sociali si propongono, in pieno accordo con la nuova architettura che ripudia i fasti del monumentale per farsi principio di ordine e strumento di progresso; la Bauhaus di Gropius (1919-29), raggruppando le forze più vive dell'Astrattismo europeo, traccia il disegno di una pedagogia dell'arte che di fatto non è se non una pedagogia sociale attraverso l'azione universalmente diffusa e penetrante dell'arte; l'Astrattismo, che indigna i borghesi nelle mostre d'arte, penetra a fondo nel costume attraverso l'arredamento, il teatro, la tipografia, la pubblicità.
L'orizzonte, o soltanto il miraggio di un'arte internazionale si profila alla coscienza del mondo appena uscito da quella che credeva l'ultima e piú terribile delle guerre; né piú si tratta di fondare un linguaggio internazionale - ch'era stato il mito del Cubismo - ma un'arte che non sia piú linguaggio, bensí diretto strumento di una nuova socialità e nella quale le tradizioni nazionali non sopravvivano neppure nel compromesso di un'interlingua figurativa. La crisi dell'oggetto o del modello, che Breton assume come punto di partenza del Surrealismo ed in genere di ogni Astrattismo, non è altro che la crisi della storicità del soggetto: l'uomo sociale (e di nuovo dobbiamo ricorrere al pensiero di Heidegger, che pone fenomenologicamente l'uomo come un essere nel mondo, come mit-dasein), cioè colui che produce o utilizza l'oggetto artistico (e si consideri che, in un siffatto quadro di rapporti, la funzione del produrre e quella dell'utilizzare sono ugualmente importanti, hanno lo stesso carattere estetico), è concepito come antitesi all'uomo-storico, che contempla la natura e la rappresenta ripetendone in sé il processo creativo oppure contempla una rappresentazione artistica ripetendone in sé il processo espressivo. Il mondo che diventa vuoto, deserto di forme e di colori, non è un segno di disperazione e di morte della coscienza; proprio quando la natura si ottenebra e si ritrae, la vita della coscienza raggiunge la sua pienezza, la sua autonomia, la sua massima forza, e può staccarsi dalla natura in cui non ha piú bisogno di integrarsi o di esemplarsi, quasi implorando da quello specchio la certezza del proprio essere. La coscienza continua bensì a vivere e operare nel mondo, nella realtà, ma non ha piú bisogno di arrestarsi ad ogni atto compiuto per misurare il cammino percorso e fare il punto e stabilire la posizione propria e quella dell'opposta realtà: gli atti che viene compiendo bastano a realizzarla.

È chiaro che quegli atti non sono atti creativi, perché ogni creazione è un fare nella natura. Quell'agire, che non può fondarsi sulla certezza di un passato, è piuttosto un distruggere che un creare: la vita autentica si raggiunge distruggendo la vita inautentica o convenzionale, la realtà si tocca distruggendo la nozione storica o naturalistica, l'oggetto artistico comincerà ad esistere fuori delle categorie dello spazio e del tempo che definiscono l'oggetto naturale o storico. Piú giusto è dire che, dove non s'ammette un creare, non può ammettersi un distruggere; che, fuori di quell' antitesi dialettica, distruggere e creare non sono che un solo fare.
Perciò si può dire che l'arte astratta vuol essere arte che si fa, atto artistico che si compie od accade cosí nell'artista come in chiunque guardi o utilizzi l' oggetto artistico: infine, momento di un'artisticità in fieri che, per esser tale, non sopporta, nonché il giudizio, neppure d'essere classificata secondo le categorie di una tecnica tradizionale. Essa può essere insieme pittura, scultura, architettura, musica, poesia, teatro, e perfino qualcosa di affatto diverso da ogni categoria artistica precostituita e valersi perciò di mezzi inusati e imprevisti, come il collage e l'impiego di oggetti ready-made. Lo stesso proposito, che taluni di quegli artisti manifestano, di comporre le loro opere secondo la loi de la chance riflette la volontà di contraddire alla legge razionale e di entrare per quella via in contatto con una realtà piú profonda e piú vera della natura: una realtà che non si dà al senso e però non è trasferibile in una rappresentazione ma che tuttavia si può designare per simboli o materializzare in apporti. S'intende che, nell'ormai statuita assenza dell'oggetto, il simbolo precipita inevitabilmente nella materialità dell'apporto e come l'apporto risulta sempre allusivo o simbolico; la paralisi della vita sensoria elimina ogni distinzione tra quei due momenti riducendoli a mere funzioni mentali. Anche l' arbitrio, che cessa di esser tale, viene assunto come possibilità di rivelazione o mezzo di trasmissione di un messaggio.
Alla domanda, indubbiamente legittima, se e come si possano conciliare l'esplicito, distruttivo astoricismo dell'arte astratta e l'indubbia positività dei suoi interessi sociali, si risponde che quell'arte non si costituisce un fine sociale (che indubbiamente presupporrebbe una piena coscienza di storia), ma mira a definire la condizione di coscienza dell'uomo sociale, il suo modo di essere nella realtà, il limite del suo orizzonte; riconoscendo nel suo distacco da ogni interesse umanistico o intellettualistico, nella sua riluttanza alla contemplazione, nella sua rinuncia a ogni oggettivazione, una eticità allo stato nascente o la condizione di una vita che sia tutta un partecipare o un mescolarsi invece che un isolarsi e riflettere. Anche l'arte astratta, infine, stringe da vicino il problema che affiora, in modi diversi, in quasi tutte le correnti di pensiero dell'altro dopoguerra: il problema di una morale che, non muovendo da un'istanza religiosa, trascorra e si attui direttamente, e non attraverso una preordinata direttiva d'azione (apostolato, missione, propaganda) nella vita sociale.
Questo spiega anche la continua compromissione dell'Astrattismo con i fatti e le ideologie della politica: non tanto nel senso che esso sia in rapporto con una particolare ideologia, quanto nel senso che l'arte astratta, rifiutando di giustificarsi in una storia passata, cerca spontaneamente una giustificazione nell'immediato presente, e persino nella cronaca.

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