Chester Himes

 

Rabbia ad Harlem
1957 - Marcos y Marcos pag.236


 

Jackson è un nero credente e credulone. Imabelle, la donna per cui ha perso la testa, è una bomba di sesso e malizia. Lui l'ha accolta in casa propria, aiutandola a nascondere un prezioso bottino. Lei lo ha messo nelle grinfie di una banda di truffatori, che gli hanno soffiato tutti i risparmi. Jackson chiede aiuto al fratello Goldy, un tossicomane travestito da suora che vende
biglietti per il paradiso e bisbiglia singolari premonizioni. Goldy dà retta al fratello solo perché ha fiutato il bottino nascosto. Bottino che, ovviamente, fa gola a molti, e ben presto la pista di Jackson, Goldy e Imabelle si incrocia con quella di Ed Bara e Jones Beccamorto. Una coppia di poliziotti duri e violenti, che "si aggirano per Harlem a bordo di una Plymouth scassata e assomigliano a due allevatori di maiali venuti a passare il week-end nella Grande Mela".
I due conoscono a menadito la legge brutale del ghetto e la follia che regna a Harlem. E si muovono di conseguenza...
Rabbia a Harlem è un viaggio crudo, esilarante nella giungla di una metropoli che potrebbe trovarsi ovunque. Un affresco imperdibile, e un noir considerato esemplare da molti maestri del genere.

 

 

***

Hank contò la pila di soldi. Erano un sacco di soldi - centocinquanta biglietti da dieci dollari nuovi di zecca. Guardò Jackson con occhi freddi e gialli.
- Tu mi dai quindici gambe giusto? -
Voleva che le cose fossero chiare. Era una questione di affari e basta.
Era un uomo piccolo e svelto, la pelle scura e chiazzata, i capelli sottili e stirati. Aveva l'aria di uno che sta parlando d'affari.
- Giusto - disse Jackson. - Millecinquecento pezzi -.
Anche per Jackson si trattava rigorosamente di affari.
Jackson era un uomo basso, nero e grasso con le gengive rosso porpora e i denti bianchi come perle fatti per ridere, ma Jackson non stava ridendo. Per Jackson era una storia troppo seria per poter ridere. Jackson aveva solo ventotto anni, ma la faccenda era così seria che sembrava più vecchio di dieci anni buoni.
E vuoi che ti faccia quindici zucche - giusto? - gli andò dietro Hank.
- Okay - disse Jackson. - Quindicimila pezzi -.
Cercava di parlare in tono allegro, ma aveva paura. Il sudore gli gocciolava dai capelli corti e crespi. La sua rotonda faccia nera luccicava come una palla numero otto.
La mia parte è il dieci per cento - quindici gambe - giusto? -
- Giusto. Ti pago millecinquecento pezzi per l'affare -.
- Io prendo il cinque per cento per la mia parte - disse Jodie. - Cioè settecentocinquanta. Okay? -
Jodie era il tipo dell'operaio, di media taglia, muscoloso, con la pelle ruvida e color radica, vestito con una giacca di cuoio e dei pantaloni militari. I suoi capelli lunghi e folti erano stirati, di un rosso bruciato all'estremità e neri e lanosi alla radice. Non erano stati tagliati da Capodanno e ormai era metà febbraio. Bastava dare un'occhiata a Jodie per capire che era decisamente un regolare.
- Okay - disse Jackson. - Per la tua parte avrai i tuoi settecentocinquanta -.
Era Jodie che aveva convinto Hank a fare tutti quei soldi per lui.
- E io mi prendo il resto - disse Imabelle. Gli altri risero.
Imabelle era la donna di Jackson. Era una ragazza dalle labbra a cuscino, il corpo bollente e la pelle color banana con gli occhi castano striati di una-che-arrapa e i fianchi alti e tondeggianti montati su cuscinetti a sfere di una amante nata. Jackson andava pazzo per lei come un alce maschio per la femmina.
Erano in piedi intorno al tavolo della cucina. La finestra dava sulla 142a strada. La neve cadeva sui mucchi di spazzatura chiusi nel ghiaccio che si stendevano come argini lungo i canaletti di scolo fin dove l'occhio poteva arrivare.
Jackson e Imabelle vivevano in una stanza in fondo al corridoio. La padrona di casa era al lavoro e gli altri inquilini erano fuori. Il posto era tutto per loro.
Hank stava per trasformare i centocinquanta biglietti da dieci dollari di Jackson in centocinquanta biglietti da cento dollari.
Jackson guardò Hank avvolgere con cura ciascun biglietto in un foglio di carta chimica, infilare ciascun rotolo in un tubo di cartone a forma di petardo e impilare i tubi nel forno della nuova cucina a gas.
Gli occhi di Jackson erano rossi di sospetto.
- Sicuro che stai usando la carta giusta? -
- Dovrei saperlo. L'ho fatta io - disse Hank.
Hank era l'unico uomo al mondo a possedere la carta trattata chimicamente capace di aumentare il valore dei soldi. L'aveva sviluppata lui stesso. Ciò nonostante Jackson controllava ogni movimento di Hank. Studiò persino la sua nuca quando Hank si voltò per mettere il denaro nel forno.
- Non essere così preoccupato, papy - disse Imabelle mettendo il braccio liscio e chiaro intorno alle sue spalle rivestite di nero.
- Lo sai che non può andare male. Glielo hai già visto fare -.
Jackson glielo aveva già visto fare, era vero. Hank gli aveva dato una dimostrazione due giorni prima. Aveva trasformato un deca in un centone proprio sotto gli occhi di Jackson. Poi Jackson aveva portato il centone alla banca. Aveva detto all'impiegato di averlo vinto a dadi e gli aveva chiesto se era buono. L'impiegato gli aveva detto che era buono come se fosse appena uscito dalla zecca. Hank si era fatto cambiare il centone e aveva restituito a Jackson il suo deca. Jackson sapeva che Hank poteva farlo.
Ma questa volta era sul serio.
Quelli erano tutti i soldi che Jackson aveva al mondo. Tutti i soldi che aveva messo da parte nei cinque anni in cui aveva lavorato per il signor H. Exodus Clay, l'impresario di pompe funebri. E non erano stati soldi facili. Aveva guidato la limousine ai funerali, infilato i morti nel carro funebre, pulito la cappella, lavato i corpi e riordinato il laboratorio d'imbalsamazione, aveva portato via bidoni di sangue coagulato e spazzato carne e budella putrefatte.
Tutti i soldi che aveva convinto il signor Clay ad anticipargli sul salario. Tutti i soldi che era riuscito a farsi prestare dagli amici. Aveva impegnato i suoi vestiti buoni, il suo orologio d'oro, la sua spilla da cravatta con imitazione di diamante e l'anello d'oro con sigillo che aveva trovato nella tasca di un morto. Jackson non voleva che succedesse niente.
- Non sono mica preoccupato. Sono solo un po' nervoso, ecco. Non voglio farmi beccare -.
- E come fanno a beccarci, papy? Nessuno ha la minima idea di cosa stiamo facendo qui -.
Hank chiuse lo sportello del forno e accese il gas. - Adesso ti faccio diventare ricco, Jackson.
- Sia ringraziato il Signore. Amen - disse Jackson facendosi il segno della croce.
Non era cattolico. Era battista, membro della Prima Chiesa Battista di Harlem. Ma era un giovane molto religioso. Ogni volta che era turbato si faceva il segno della croce, tanto per mettersi tranquillo. - Siediti, papy, - disse Imabelle - ti tremano le ginocchia -.
Jackson si sedette al tavolo e guardò fisso il fornello. Imabelle rimase in piedi vicino a lui e gli strinse la testa contro il seno. Hank consultò l'orologio. Jodie stava in disparte, la bocca spalancata.
- Non è ancora fatto? - chiese Jackson. - Ancora un minuto - disse Hank.
Si avvicinò al lavandino per bere un po' d'acqua. - Non è ancora passato questo minuto? - chiese Jackson.
In quel momento il fornello esplose con tanta violenza che abbattè la porta.
- Gesù Santissimo! - strillò Jackson. Saltò su dalla sedia come se gli fosse esploso il fondo dei pantaloni.
- Attento, papy! - gridò Imabelle e strinse così forte Jackson da farlo cadere sulla schiena.
- Su le mani, in nome della legge! - urlò una voce nuova.
Un uomo di colore alto e smilzo con la grinta da poliziotto fece irruzione nella stanza. Aveva una pistola nella mano destra e un distintivo dorato nella sinistra.
- Sono un agente del Tesoro. Il primo che si muove gli sparo -.
Aveva l'aria di dire sul serio. La cucina era piena di fumo e puzzava di polvere. Il gas stava uscendo dal fornello. I tubi di cartone bruciacchiati che erano stati a cuocere nel forno erano sparsi sul pavimento.
- Gli sbirri! - strillò Imabelle. - Ho sentito! - gridò Jackson. - Filiamo! - urlò Jodie.
Spinse il federale contro il tavolo e corse verso la porta.
Hank ci arrivò prima di lui e Jodie uscì sulle spalle di Hank. Il federale finì lungo disteso sul piano del tavolo.
- Corri, papy! - disse Imabelle.
- Non aspettarmi - rispose Jackson.
Era carponi e stava cercando di rimettersi in piedi come poteva. Ma Imabelle stava scappando così in fretta che inciampò su di lui e lo risbattè di nuovo per terra nel tentativo di raggiungere la porta.
Prima che il federale riuscisse a rimettersi in piedi tutti e tre erano scappati.
- Non ti muovere! - gridò il federale a Jackson. - Non mi muovo, agente -.
Quando finalmente il federale riconquistò una posizione eretta tirò su Jackson e gli fece scattare un paio di manette intorno ai polsi.
- Volevi farmi fesso, eh? Ti beccherai dieci anni per questo -.
Jackson diventò grigio come una nave da guerra. - Non ho fatto niente, agente. Lo giuro davanti a
Dio -.
Jackson aveva frequentato un'università per negri nel Sud, ma quando era eccitato o spaventato cominciava a parlare con il suo accento nativo.
[…]


***

frammenti

Il Braddock Bar era all'angolo della 126a con l'Ottava Avenue, tra una compagnia di assicurazioni e prestiti a proprietà negra e la redazione del settimanale di Harlem.
Visto dall'esterno aveva un'aria costosa, piccole vetrine stile inglese, con i vetri piombati a forma di rombo. Un tempo aveva affermato la propria rispettabilità, era stato frequentato dagli uomini d'affari bianchi e di colore del quartiere e dai loro rispettabili dipendenti. Ma quando i bordelli, le bische e i covi di drogati avevano preso possesso della 126a strada per depredare la gente della 125a, il bar aveva cominciato ad avere una pessima reputazione.
- Questo bar è passato dallo zucchero alla merda.- borbottò tra sé Jackson quando ci arrivò alle sette di sera.
La notte fredda e nevosa di febbraio si stava già alcolizzando.
Jackson si trovò un posto strizzato davanti al lungo bancone, ordino un rye whiskey e guardò nervosamente i suoi vicini.
Il bar era gremito di tipi della peggiore Harlem, squallide battone dalla faccia tirata, ladruncoli, borsaioli, teppisti, pusher, manovali grossi e rozzi in tuta e giacca di cuoio. Tutti avevano un'aria abietta o pericolosa.
Tre gagliardi baristi pattugliavano il fangoso territorio dietro il bancone, riempiendo bicchieri e raccogliendo moneta in silenzio.

 

***


16

Guardando a est dalle torri della chiesa di Riverside, appollaiata tra gli edifici universitari sulla riva alta del fiume Hudson, in una valle molto più in basso, le onde di tetti grigi distorcono la prospettiva come la superficie di un mare. E sotto la superficie, nelle acque scure di luridi casamenti, una città di gente nera convulsa in un vivere disperato, come l'insaziabile ribollire di milioni di pesci cannibali affamati. Bocche cieche che divorano le proprie stesse viscere. Ci infili una mano e tiri fuori un moncherino.
Questa è Harlem.
Più ci si sposta a est, più diventa nera.
A est della Settima Avenue, fino al fiume Harlem, viene chiamata The Valley. Case brulicanti di vita si stendono nel più tetro squallore. Ratti e scarafaggi contendono a cani e gatti rognosi ossa già rosicchiate dagli uomini.
L'appartamento in cui vivevano Slim e Imabelle si trovava nella Upper Park Avenue, tra la 129a e la 130a strada. Quella parte della Valley era chiamata “il Fondo del Secchio di Carbone”.
I tralicci della ferrovia New York Central, che dalla Grand Central Station sbuca dal sottosuolo all'altezza della 95a strada e diventa sopraelevata fino alla stazione della 125a strada, corrono al centro di Park Avenue al posto delle aiuole che la abbelliscono nella sua parte più vicina al centro e dalle quali il viale prende il suo nome.
La ferrovia confluisce nel cavalcavia della linea sopraelevata della Terza Avenue che attraversa il fiume Harlem e svolta verso il Bronx e verso il vasto mondo che si trova più in là.
Nel tratto di Harlem, Park Avenue è fiancheggiata da tetri palazzoni privi di acqua calda, che incombono su cortili pieni di rifiuti, tetri magazzini, fabbriche, garage e depositi di immondizia su cui giovani e abili balordi coltivano la marijuana.
E’ una strada pericolosa e violenta, solcata dai camion e conosciuta tra i malavitosi come il Secchio-di-Sangue. Se vedi un uomo in un rigagnolo, lascialo dov'è, potrebbe essere morto.
I due uomini grassi e neri con i loro vestiti neri nel carro funebre nero e strisciante, facevano parte di quella lugubre notte. Il vecchio motore Cadillac, in ottime condizioni, faceva le fusa come un gattino. La neve galleggiava incerta nella luce scarsa.
E lì - indicò Goldy.
Jackson guardò un portone accanto alla vetrina sporca e rotta di un negozio di pellame. Una testa di manzo mangiata dalle tarme rispose al suo sguardo con gli occhi di vetro scompagnati. Gli venne la pelle d'oca. Era arrivato alla fine della pista ed era così spaventato che non sapeva se esserne contento o dispiaciuto.
- Lascia la macchina qui - disse Goldy. - Tanto è lo stessso -.
Jackson fermò il furgone e spense le luci.
Un camion passo via fragorosamente diretto al mercato di Harlem, dopo la 116a strada, lasciandosi dietro un'oscurità ancora più fitta. Jackson e Goldy si guardarono intorno nella strada deserta. Jackson si sentì accapponare la pelle.

 


 


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