in breve In breve : una storia vera accaduta nel 1957...


Il Vulcano di Tonara
una storia del 1957


Il nostro paese era colpito in pieno dalla crisi economica e continuava l'emigrazione verso i paesi economicamente ricchi del nord Europa ; non era ancora cominciato il flusso migratorio verso il nord Italia che avrà inizio solo con il boom economico dei primi anni sessanta. Le anime che popolavano il paese erano tante e diversi lavoratori facevano la fila quotidiana al locale ufficio di collocamento. Nel nostro paese non c'erano molte autovetture. Potevano contarsi nel palmo di una mano. Alcune , le giardinette, macchine piccole ma assai comode, adatte al trasporto di persone e di materiali, erano di proprietà di impresari agiati. Vi era ,quindi, quella del medico condotto e un'insolita autovettura nera con l'abitacolo separata da una vetrata . Quest'ultima era adibita ad autonoleggio e di proprietà di un intraprendente forestiero che il giovedì doveva passare il tempo nella conciliatura per l'udienza dei clienti morosi .


C'era un'auto più modesta :una topolino grigia ,di proprietà di un insegnante, anche lui forestiero. Sembrava tenere il mezzo più per sfizio che per servizio. Era spesso a secco di benzina e non poteva permettersi di scorrazzare in lungo e in largo poiché con lo stipendio che percepiva a malapena pagava la pensione in cui abitava ; il resto bastava per i viaggi da e per il suo paese ,in occasione delle festività ed in chiusura dell'anno scolastico. Vi erano, infine , due leoncini OM, a cassone fisso, adibiti al trasporto di materiali dalla città per un timido commercio esercitato dagli stessi proprietari. Ogni tanto questi mezzi servivano anche per il trasporto di persone e a tale scopo erano così attrezzati: quattro panche di duro legno di castagno locale disposte per la lunghezza del mezzo, due lateralmente con le spalliere rivolte all'esterno e due all'interno con le spalliere combacianti. Il tetto del mezzo era costituito da un telone logoro ed improvvisato. Uno di questi veniva utilizzato per il trasporto della squadra di calcio nelle sue trasferte verso località assai distanti in quanto Tonara era l'unica squadra, in tutto il Mandrolisai, le Barbagie di Belvì e Seulo ed il Sarcidano, che militasse in un regolare torneo di Divisione Calcistica . Questo viaggio si ripeteva ciclicamente ogni quindici giorni. I trasporti di persone venivano effettuati anche nei pellegrinaggi di fede , quali la Madonna del Rimedio e la Sagra di Santa Croce ad Oristano e la Madonna di Bonacatu a Bonarcado.


Il più grosso pellegrinaggio degli anni cinquanta trovò direzione Bultei, piccolo centro della provincia di Sassari, allorché si sparse la voce che una madonnina di gesso posta in una cappella alla periferia di quel centro muovesse il capo. Il pellegrinaggio durò una quindicina di giorni e nessuna persona appartenente alla locale azione cattolica si sottrasse all'adempimento. Fra le quattro ruote citate non compare però l'autore principale della nostra storia. Era questo, infatti, un vecchio trerrò; non si sa se questo fosse il suo vero nome , chissà per quale motivo venisse chiamato così. Certo è che al solo pensarci, per chi avesse conosciuto quell'autocarro, la sua forma e il suo nome evocano qualcosa di teutonico. Era l'unico grosso mezzo da trasporto di Tonara. Aveva un colore indefinito dovuto ,forse, alla sua vetustà ,al suo lungo vivere all'aperto,all'essere un residuato bellico scampato a chissà quale traversia o all'incuria . Non era ancora entrato in vigore il "Codice della Strada", questo avverrà solo due anni dopo, per cui se da parte dei preposti c'era controllo sui documenti del conducente non vi era per il mezzo e tutte le sue parti. L'unico introito derivante dalle multe stradali era dovuto dai conduttori di carri a buoi per le targhe gialle dei loro veicoli, o poco leggibili o deformate, o per la mancata esibizione del bollettino degli animali. In questa situazione veniva tartassato maggiormente un carrettiere che non aveva appresso la lanterna a carburo per la segnalazione notturna o il ciclista che aveva la bici senza fanalino piuttosto che il proprietario di un automezzo che viaggiava a fari spenti. I copertoni duravano anni ed anni e ogni qualvolta la macchina si fermava, se era una bella giornata di sole, da questi sprizzava una luce accecante che proveniva dal filo d'acciaio che formava l'intelaiatura degli stessi.


Un bel giorno, stanche di vivere, due coperture impietosirono il padrone del trerrò , riuscì a sostituirle dopo avervi lavorato e sudato per due intere giornata con leve , mazze ed altro . A lavoro ultimato i due copertoni vennero affidati alla pietà degli sconosciuti che in qualche modo se ne sarebbero disfatti o serviti. I fortunati possessori pensarono di rivenderli in vari modi. Contrattarono con i porcari, che ne volevano fare dei trogoli per i maiali, ma, essendo il prezzo proposto troppo alto, non si arrivò alla conclusione dell'affare. I calzolai li volevano per fare suole per scarpe da lavoro e da campagna ,erano disposti all'acquisto della gomma libera dall'intelaiatura d'acciaio, ma anche questo affare naufragò. Pensando sempre di ricavare qualcosa che permettesse loro di acquistare mezza dozzina di sigarette,che venivano vendute anche sfuse, ma questo desiderio restò per sempre pio. Nascosero, perciò, il loro tesoro ,per parecchi giorni, in un anfratto roccioso , distante dall'abitato e in una posizione che potessero controllare a distanza. Fecero il giro dei tabacchini cercando di convincere i gestori a far loro credito di qualche sigaretta che avrebbero pagato successivamente a conclusione dell'affare. Ottennero solo dinieghi. L'unica concessione fu quella di due zolfanelli da parte del tabaccaio più anziano stanco di vederseli ogni giorno tra i piedi e con la saggia proposta che ove avesse fallito il primo fiammifero fosse stato il secondo ad infiammare il loro tesoro. Nella parte alta di "Su Toni", da dove si gode un bellissimo, incomparabile e incommensurabile panorama di Tonara , dominante una delle poche vallate verdi e ricche di vegetazione di tutta la Sardegna , c'era allora un crepaccio, della larghezza di un metro, lunga circa sei o sette e alta altrettanto in altezza. Per parecchi giorni questa profonda fenditura nella roccia fu lo scrigno dei beni dei due nostri. La primavera si era risvegliata da un po’ di tempo e con essa si svegliò il paese ,caduto in un lungo letargo a causa di un inverno più duraturo e più freddo di quello precedente. Un gruppo di bambini del rione di Toneri , che giocava "a bandi 'a sorda", vide un filo di fumo che saliva nella piana di "Su Toni" e richiamò l'attenzione di un negoziante, che in quel momento si godeva uno dei tanti riposi quotidiani, dietro il bancone di vendita. Era costui un reduce di guerra che aveva partecipato alle operazioni militari in Sicilia al tempo dello sbarco alleato e si trovava di stanza a Misterbianco, in provincia di Catania, e che continuava a chiamarlo Montebianco. In questo periodo in continuazione aveva visto fumare l'Etna ed in precedenza era stato ,da richiamato,a Napoli ed era attendato in mezzo a mille pericoli eruttivi alle falde del Vesuvio.
Costui, nella sua saggezza ed esperienza, nel notare il fumo che saliva verso il cielo esclamò "Est'unu vurcanu!… Est'unu vurcanu! " Nel sentire l'espressione ,i ragazzini, a perdifiato, risalirono per Craccalasi e raggiunsero velocemente la strada statale per poi unirsi in frotta ad altri gruppi di ragazzi che in quella tarda mattinata domenicale giocava per strada. In questa veloce corsa non mancarono ,tuttavia , di comunicare alle persone incontrate il nuovo evento, fenomeno questo conosciuto solo nei libri scolastici o dalla reale e diretta conoscenza di pochi sulla quale fantasticavano in molti. In un battibaleno, la notizia fece il giro del paese e mentre il fumo nero ed intenso saliva sempre più in alto molte più persone accorrevano al luogo dell'accaduto. Nessuno, forse per timore reverenziale o forse per paura vera, osava avvicinarsi al luogo di nascita del nuovo fenomeno. Alla paura dei tanti si mischiava la gioia di pochi affaristi che progettavano la nascita di nuove attività. Per la prima volta in molti sentirono parlare di "acque termali e delle Acquae Neapolitane di Sardara che traevano origine da Napoli e provenivano fino a noi riscaldate dalle profondità del Vesuvio." Ma era proprio un vulcano o era lo scherzo di qualche buontempone?. Si ebbe la certezza che fosse un vulcano dall'oracolo in loco di un insegnante siciliano, uno dei tanti presenti nelle scuole dell'isola. Tutto serio, chiese il silenzio e domandò ai presenti più anziani, in special modo a quelli che coltivavano i vigneti, che odore sentissero in quell'acrità di fumo.


La risposta fu una sola: "zolfo". Chiarì che la produzione maggiore di zolfo era e restava in Sicilia e che in quell'isola c'è il monte Etna che fuma allo stesso modo e nel contempo invitava i presenti ad allontanarsi il più possibile perché il vulcano avrebbe potuto eruttare lapilli. Che mai erano questi lapilli?. Spiegò il professore che erano delle pietre incandescenti sputate dal vulcano. Nel sentir questo i carzinargios pensarono bene di sfruttare questa nuova attività . Calcolarono che avrebbero risparmiato energie , azzerato le spese per l'estrazione delle pietre calcaree e del fasciame, ed avuto la calce pronta a breve distanza dalle loro fornaci grazie a questo grande fuoco che li aiutava. Per lo spavento o in quanto il fenomeno veniva considerato un bene del buon Dio , le donne, che erano arrivate col rosario , che tenevano sempre in tasca, iniziano le loro preghiere con il Gloria.In un punto più distante, ragazze e ragazzi dell'azione cattolica intonano il Salve Regina , canto che inondò tutta la vallata ed arrivò su in alto e fin oltre la vetta di Muggianeddu. A questi si unì il coro dei cani che custodivano le greggi nella circostante campagna ,poiché erano stati disturbati da quell'insolito quanto strano vociare. Le volpi ,che da sempre hanno le loro tane negli anfratti rocciosi di "Su Toni", svegliate di soprassalto ed impaurite scavano più in profondità le loro tane ed i corvi ,che alloggiano nei buchi di quelle rocce, scappano velocemente e con i loro strilli infernali ne allontanano anche tutti gli altri uccelli. Richiamato da tanto rumore ed in compagnia di due carabinieri , arriva il comandante della locale caserma. Costui ,uomo serio e tutto d'un pezzo, proveniente da una stazione della benemerita del nord Italia e quindi abituato a certi odori caratteristici di quelle zone industriali,cerca subito di individuare i responsabili del misfatto. Un Appuntato che lo segue, ottimo conoscitore dei buontemponi di Tonara, sentita tra il pubblico la sentenza dell'oracolo, cerca di convincere il Maresciallo a non proseguire nell'indagine poiché stava cadendo in errore. Arriva provvidenziale l'intervento del tabaccaio degli zolfanelli e quello degli altri tabaccai, memori della mancata contrattazione coi due ragazzi, che pone fine alla querelle. D'incanto non si odono più ne canti ne urla, stizzosamente le pie donne ripongono nelle tasche i rosari, tacciono i corvi e si ode il canto melodioso delle cinciallegre. Crolla così il sogno delle acque minerali e dei tanti che in un battibaleno avevano sognato di acquistare un autovettura per le loro gite e un mezzo pesante per effettuare i trasporti verso altre località da quella che poi sarebbe divenuta una località ricca a guisa di quelle del nord Italia. Tutti rientrano mesti alle loro case e nessuno osa parlare più dell'accaduto.