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Fluoropolimeri
Prestazioni senza compromessi
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I polimeri fluorurati possiedono prestazioni straordinarie,
compensate però dall’alto costo. Vengono quindi utilizzati quando i
requisiti applicativi non possono essere soddisfatti da altri
tecnopolimeri, per esempio in ambienti chimicamente aggressivi o in
presenza di temperature elevate
Di Gabriele Modini
La principale caratteristica dei polimeri fluorurati risiede nel
fatto che gran parte dei legami chimici presenti è di tipo C-F
(Carbonio-Fluoro), uno cioè dei legami covalenti a più alta energia. Ne
consegue che le molecole sono molto stabili, in grado di sopportare alti
livelli di sollecitazione termica ed aggressione chimica, più di quanto
riescano altri polimeri. Di contro, il loro costo spazia in un intervallo
di valori molto ampio, dalle decine di migliaia di lire a qualche milione
. per chilogrammo. Ciò spiega perché le applicazioni dei fluoropolimeri
sono ancora molto limitate: questi materiali, infatti, sono utilizzati
quando nessun altro polimero è in grado di soddisfare requisiti
applicativi di severità da alta fino ad estrema.
Una scoperta casuale
Il capostipite dei polimeri fluorurati è il politetrafluoroetilene
(PTFE), la cui scoperta risale al 6 aprile 1938 ad opera di Roy J.
Plunkett, impiegato presso il laboratorio DuPont di Jackson (USA). Fu una
scoperta del tutto casuale: Plunkett stava compiendo esperimenti sui
refrigeranti fluorurati gassosi della famiglia dei Freon. Un test
riguardava un campione di tetrafluoroetilene (TFE, la cui formula chimica
è CF2 = CF2 , vale a dire tutti gli atomo di idrogeno dell’etilene sono
sostituiti da atomi di fluoro) mantenuto sotto pressione a bassa
temperatura. Ci si accorse che il prodotto gassoso aveva dato luogo ad una
polimerizzazione spontanea, trasformandosi in una massa solida, bianca e
di aspetto ceroso. Le prime verifiche sulle caratteristiche del nuovo
polimero dimostrarono che si era in presenza di un materiale con proprietà
alquanto singolari: non veniva praticamente aggredito da alcun reagente
chimico, la sua superficie era talmente scivolosa che nessun materiale era
in grado di aderirvi, era assolutamente idrofobo. In aggiunta, non
degradava se esposto alla luce e possedeva un punto di fusione assai
elevato; contrariamente alle resine termoplastiche note, inoltre, il
polimero non fluiva con temperatura superiori al punto di
fusione. Plunkett ed i suoi collaboratori intuirono che il nuovo
materiale poteva avere considerevoli possibilità applicative; in breve
tempo si capì che poteva essere trasformato nella forma desiderata
mediante una tecnologia concettualmente simile a quella della lavorazione
delle polveri metallurgiche: ottenendo cioè dei blocchi per
sinterizzazione che potevano poi essere lavorati all’utensile. Nacque così
il Teflon (marchio registrato DuPont), commercializzato a partire dagli
anni ’40 e ancora oggi uno dei polimeri di maggior successo
applicativo.
Caratteristiche da primato
I fluoropolimeri sono di fatto materiali "high tech" ad altissime
prestazioni (e costi elevati). Le principali caratteristiche dei
fluoropolimeri possono essere così riassunte: - Bassa adesione:
l’energia superficiale è molto bassa, quindi offrono eccellenti
prestazioni contro il bagnamento e l’adesione di sostanze estranee. -
Resistenza ambientale: sono trasparenti ai raggi UV, estremamente
resistenti all’ossidazione e mantengono le loro proprietà anche a
temperature molto basse; i fluoropolimeri, inoltre, sono resistenti
all’attacco dei microorganismi e assolutamente non biodegradabili. -
Trasmissione della luce: possiedono elevati valori di trasmissione della
luce ed un indice di rifrazione assai basso. - Assenza di contaminanti:
sono intrinsecamente puri e, quindi, non danno luogo a inquinamento
chimico. - Resistenza alla corrosione: resistono agli aggressivi
chimici in un ampio intervallo di temperatura. - Resistenza al calore:
tra i polimeri fluorurati vi sono tipi che offrono una temperatura di
servizio in continuo di 260°C, con punte più elevate per brevi
periodi. - Resistenza al fuoco: esistono gradi con LOI superiore a 95;
anche la densità ottica dei fumi prodotti in caso di combustione è
bassa. - Resistenza all’usura: sono tra i materiali dotati di minor
coefficiente di attrito e ciò comporta una bassa abrasione. -
Resistenza elettrica: possiedono un ottimo complesso di proprietà, come
basso fattore di perdita, alta resistenza all’arco, elevata resistenza
alla perforazione; tali caratteristiche persistono in un ampio intervallo
di condizioni ambientali. - Lunga durata di servizio: sono
caratterizzati da eccellente resistenza all’invecchiamento, anche in
presenza di alte temperature e prodotti chimici aggressivi; elevata è
anche la resistenza a sollecitazioni dinamiche, come vibrazioni o
flessioni.
Principali tipologie
Dopo oltre sessanta anni di ricerche e sviluppi, la gamma dei polimeri
fluorurati è oggi assai diversificata. Una prima distinzione,
puramente chimica, consente di suddividere i fluoropolimeri in base alla
presenza o all’assenza di atomi di idrogeno; nel secondo caso parliamo di
"perfluorurati". I monomeri che entrano nella composizione dei
fluoropolimeri industriali sono: tetrafluoroetilene (TFE),
esafluoropropene (HFP), perfluoropropilviniletere (PFPVE) e
perfluorometilviniletere (PFMVE) per quanto concerne i perfluorurati; vi
sono poi i monomeri parzialmente fluorurati, tra cui il
clorotrifluoroetilene (CTFE) e il vinilidenfloruro (VDF). Lo stesso
etilene (E) viene utilizzato in alcuni copolimeri. I fluoropolimeri
possono essere anche suddivisi in funzione delle caratteristiche
applicative e delle tecnologie di trasformazione: abbiamo così i
sinterizzabili, i plastomeri e gli elastomeri fluorurati. I materiali
appartenenti ai primi due gruppi sono prevalentemente cristallini. Il
primo gruppo è costituito dal PTFE, omopolimero o con piccole quantità di
comonomero (< 1%). Nei plastomeri abbiamo sostanzialmente due famiglie
di prodotti: i copolimeri o terpolimeri del tetrafluoroetilene e i
polimeri che non contengono TFE come unità monomerica. Infine, il gruppo
dei fluoropolimeri elastomerici (ovviamente sempre copolimeri o
terpolimeri, in quanto non devono essere cristallini alla temperatura di
impiego) può essere ulteriormente scisso in fluoroelastomeri (FKM) e
perfluoroelastomeri (FFKM).
Principali produttori di fluoropolimeri
Le tecnologie produttive dei fluoropolimeri non sono alla portata di un
qualsiasi operatore di buona volontà; solo un ristretto gruppo di società
è in grado di cimentarsi nella chimica del fluoro, ove è richiesta una
tecnologia di produzione avanzata. Nel corso della preparazione di questo
articolo abbiamo interpellato Ausimont, DuPont, Dyneon, ed Elf Atochem
che, con la giapponese Daikin, rappresentano i principali attori del
settore.
Ausimont è una delle poche realtà
rimaste nel quadro della chimica italiana che si possono ritenere facenti
parte a pieno merito del gruppo di aziende leader a livello mondiale nel
settore in cui operano. La società, che ha la sede centrale a Bollate
(MI), possiede strutture produttive – per quanto riguarda i prodotti
fluorurati – in Italia (a Porto Marghera e Spinetta Marengo), Negli stati
Uniti (Orange e Thorofare) ed in Giappone, dove opera il centro tecnico di
Kisaimachi. Ausimont si caratterizza per aver sempre dedicato una parte
significativa delle risorse umane e finanziarie alle attività di Ricerca e
Sviluppo, tanto che ha ottenuto oltre 2.500 brevetti internazionali; la
prestigiosa rivista Fortune, nella sua lista delle 500 aziende più
innovative, la pone al 125° posto a livello mondiale ed al terzo posto tra
le imprese italiane. La gamma di polimeri fluorurati comprende oltre 200
gradi, appartenenti a diverse tipologie: PTFE con i marchi Algoflon e
Polymist; PFA con il marchio Hyflon PFA; MFA, un polimero "esclusivo"
della società, commercializzato come Hyflon MFA; E-CTFE, un altro polimero
prodotto in esclusiva, con il marchio Halar; inoltre, PVDF Hylar, FKM e
FFKM con marchio Tecnoflon.
Dyneon è una joint-venture paritetica tra 3M e
Hoechst, in cui sono confluite le rispettive attività sui fluoropolimeri,
i cui prodotti erano presenti sul mercato con i marchi Fluorel (3M) e
Hostaflon (Hoechst). La nuova società conta circa 700 dipendenti, è
presente in 50 Paesi e realizza un fatturato intorno ai 350 milioni di
dollari. La sede centrale è negli USA, presso St. Paul (Minnesota); sempre
negli Stati Uniti, a Decatur, opera principale unità produttiva di
fluoroelastomeri (FKM), mentre a Houston e Aston vi sono strutture di
compounding. In Europa sono attivi due siti in Belgio (Anversa) e Germania
(Gendorf), dove vengono prodotti PTFE, PFA, FEP, E-TFE, oltre ad un altro
plastomero, il terpolimero THV, materiale esclusivo della Dyneon (i tre
monomeri sono: TFE-HFP-VDF, cioè tetrafluoroetilene, esafluoropropene,
vinilidenfloruro). Dal primo gennaio di quest’anno sono operativi uffici
anche in Francia, Italia (a Segrate, vicino Milano) e nel Regno Unito. La
società ha in atto un rinnovamento dei marchi: gli originali Hostaflon e
Fluorel sono stati sostituiti dal marchio Dyneon, seguito dalla sigla del
polimero, per esempio Dyneon PTFE, salvo nel caso degli additivi,
contraddistinti dal marchio Dynamar.
DuPont è ben nota ai nostri lettori. Rammentiamo
quindi solo i marchi dei polimeri fluorurati: PTFE, PFA e FEP sono
commercializzati con lo storico marchio Teflon seguito dalla sigla del
materiale (per esempio Teflon PTFE); i polimeri E-CTFE sono venduti con il
nome Tefzel, mentre i fluoroadditivi sono noti con il marchio Teflon MP.
DuPont è anche l’unico produttore di fluoropolimeri amorfi, sotto il
marchio Teflon AF. Per quanto concerne i materiali elastomerici, la
società commercializza con il marchio Viton i FKM, mentre per i FFKM
(sotto forma di componenti e tenute) usa i due marchi Kalrez e Zalak.
Anche la società francese Elf Atochem è ben
conosciuta. Nel settore dei polimeri fluorurati ha acquisito una posizione
di leadership mondiale nell’ambito del PVDF, dopo l’acquisizione delle
attività della società statunitense Pennwalt. Tale materiale,
commercializzato con il marchio Kynar, viene prodotto in due stabilimenti,
rispettivamente negli Stati Uniti (Calvert City, nel Kentucky) ed in
Europa, presso il sito francese di Pierre-Bénite.
Fluoropolimeri sinterizzabili: il PTFE
Il PTFE può essere prodotto per mezzo di due processi di
polimerizzazione, rispettivamente in sospensione e in emulsione. La
polimerizzazione in sospensione acquosa consente di produrre polimeri con
alti pesi molecolari, che attraverso vari trattamenti di finitura sono
trasformati in polveri. Queste, anche portate a temperatura elevata (per
esempio 370 °C, ben sopra la Tm) possiedono ancora una viscosità troppo
elevata per essere processate come plastomeri. La trasformazione avviene
soprattutto attraverso stampaggio a compressione a temperatura ambiente,
seguita da un trattamento di sinterizzazione ad alta temperatura; si
ottengono così pezzi finiti o semilavorati in forma di lastre o cilindri
(per prototipi e piccole serie). Si tratta di una tecnologia molto lenta
che, nel caso di pezzi di grande dimensione, può richiedere cicli di
sinterizzazione di vari giorni, poiché le rampe di salita e discesa della
temperatura devono essere lente per non generare stress nel pezzo, con
conseguente pericolo di rotture.
Un parametro assai importante
nella trasformazione delle polveri di PTFE è la loro morfologia; sono
disponibili particelle con dimensione media nell’ordine dei 25 micron,
definite "non-free-flowing" in quanto danno problemi di trasporto.
Mediante agglomerazione si ottengono particelle di dimensione superiore,
che raggiungono 400-500 micron, definite invece "free-flowing". Le prime
possono essere usate per la produzione di articoli di grossa dimensione,
mentre per la realizzazione di piccoli pezzi – ove l’alimentazione delle
particelle nello stampo diventa più difficile - è necessario ricorrere a
polveri free-flowing. Occorre notare che spesso i pezzi stampati devono
passare attraverso un’ulteriore fase di affinamento all’utensile perché
siano forgiati nella forma desiderata. La polimerizzazione in
emulsione (con emulsionanti non-ionici) origina invece polimeri con peso
molecolare inferiore, più adatti ad essere trasformati, dopo opportuna
additivazione con lubrificanti, in paste che possono essere estruse per il
rivestimento di cavi elettrici, tubi a parete sottile, profilati,
rivestimenti per tubazioni metalliche ecc. Le emulsioni possono anche
essere utilizzate (previa concentrazione e additivazione) per
l’impregnazione di tessuti tecnici, in particolare tessuti di fibre di
vetro, o per il rivestimento di superfici metalliche. Da entrambi i
processi di polimerizzazione, previa macinazione, si ottengono delle
micropolveri con dimensione media inferiore a 10 micron, utilizzate come
additivi. Sono particolarmente apprezzate nella produzione di
lubrificanti, oli e grassi, oppure negli inchiostri da stampa e nei
coatings protettivi, ove impartiscono proprietà anti-frizione ed
anti-aderenza.
Restando nell’ambito degli alti polimeri, essi sono indicati per
migliorare l’estrudibilità delle poliolefine, in particolare film LLDPE.
In questo caso si sfrutta essenzialmente il basso coefficiente di attrito
del PTFE: è sufficiente l’aggiunta di 500-1.000 ppm per eliminare
l’effetto di "stick and slip" che produce nei film fenomeni noti come
"pelle di serpente" o "pelle di squalo". Inoltre, l’aggiunta di
fluoropolimeri incrementa la produttività degli impianti. Quando invece si
vuole solo migliorare la pulizia della filiera sono sufficienti
concentrazioni di 100-150 ppm. Per questo impiego si distingue Dyneon, che
propone la serie Dynamar.
PTFE di seconda generazione
Per quanto concerne il PTFE base, Ausimont e Dyneon hanno introdotto
polimeri di seconda generazione, modificati con l’aggiunta di piccole
quantità di un comonomero (Dyneon dichiara perfluoro vinil etere ); poiché
si resta a livelli inferiori al 1%, sono ancora classificabili come
omopolimeri ai sensi della ISO 12086. Questa modifica migliora
notevolmente le proprietà del polimero base: il peso molecolare è
inferiore e la struttura polimerica è più compatta, quindi diminuiscono
deformazione sotto carico e permeabilità. La modifica migliora anche la
saldabilità tra le particelle: ciò consente di rendere più lisce le
superfici lavorate all’utensile e di incrementare la resistenza meccanica
delle saldature stesse. Anche la trasparenza risulta superiore, qualità
particolarmente apprezzata nei film "sfogliati".
Dyneon commercializza questi polimeri fluorurati con il marchio Dyneon
TFM PTFE; si tratta, ovviamente, di polimeri che si collocano nella fascia
di qualità (e costo) più elevata; la società ritiene però che il rapporto
costo/prestazioni sia favorevole alla serie TFM. Dyneon ha anche
introdotto una tipologia con dispersione migliorata attraverso la
distribuzione bimodale della dimensione delle particelle. In tal modo si
ottengono film caratterizzati da una inferiore porosità, brillantezza più
elevata e maggiore durezza, poiché le particelle più fini possono
inserirsi negli spazi liberi tra le particelle più grosse, originando una
migliore densità di impaccamento. Tali dispersioni sono particolarmente
apprezzate nella produzione di coatings antiaderenti per metalli
(soprattutto pentolame) e per il rivestimento di tessuti industriali, per
esempio i nastri trasportatori che devono sopportare sollecitazioni
particolarmente severe. Nell’ambito dei compound, Dyneon è leader a
livello mondiale nelle polveri "free flowing" e recentemente ha rafforzato
la sua posizione con l’acquisizione di una unità produttiva DuPont in
Olanda.
L’offerta Ausimont
Un’applicazione delle dispersioni prodotte da Ausimont merita una
segnalazione. Con questi polimeri è stata realizzata - in Arabia Saudita,
nel deserto vicino alla Mecca - la "Tent’s City", una tensostruttura
destinata al ricovero dei pellegrini in visita alla tomba di Maometto. Le
dispersioni sono state utilizzate per impregnare i tessuti di vetro
utilizzati per il rivestimento della struttura, progettata per evitare
rischi di incendio. Il rivestimento di PTFE saldabile ha permesso di
collegare i diversi teli; allo stesso tempo, l’impermeabilità del
materiale allo sporcamento facilita le operazioni di pulizia, in quanto
sono sufficienti getti d’acqua per riportare a nuovo la
struttura. Ausimont ha lavorato al miglioramento delle prestazioni del
polimero base attraverso la modifica strutturale delle particelle primarie
con post-trattamenti, realizzati intervenendo opportunamente
sull’essiccamento, sulla macinazione e granulazione (per aumentare la
dimensione delle particelle), mediante una pre-sinterizzazione (per
incrementare la durezza), oppure tramite irraggiamento con raggi gamma; in
quest’ultimo caso si ottiene una diminuzione del peso molecolare, con
incremento di cristallinità e durezza. La società italiana è anche
impegnata sul fronte del miglioramento di alcune prestazioni del polimero
base attraverso il compounding; ha infatti a catalogo una serie di gradi
caricati con additivi quali vetro, carbone, grafite, bronzo ecc. Ausimont
ha sviluppato anche il settore degli additivi destinati a migliorare
alcuni prestazioni dei plastomeri tecnici (POM, PA, PC, PBT, PPS, PU), in
particolare per ridurre l’attrito ed aumentare la resistenza all’usura.
Sono disponibili vari gradi Algoflon (da polimerizzazione in emulsione) e
Polymist (sospensione), che vanno addizionati al 10-20% per ottenere
l’effetto voluto. Gli Algoflon sono anche usati in funzione
"anti-dripping": infatti, in caso di incendio evitano che gocce infuocate
del polimero si riversino propagando l’incendio. Questa azione è possibile
giacché il PTFE (ne occorre meno del 1%) costruisce una sorta di reticolo
che sostiene la struttura.
PTFE amorfo
DuPont, che condivide in gran parte le tipologie di prodotto viste
sopra, si distingue per aver messo a punto una nuova generazione di resine
amorfe commercializzate con il marchio Teflon AF. Queste resine si
caratterizzano per un’elevata trasmissione della luce - che raggiunge
livelli impensabili per i polimeri standard - e per la solubilità in
alcuni solventi perfluorurati. A oggi sono disponibili due gradi,
rispettivamente con temperatura di transizione vetrosa di 160 e 240
°C.
Fluoroplastomeri con migliorata lavorabilità
La necessità di disporre di polimeri fluorurati dotati di
processabilità almeno simile a quelli degli altri tecnopolimeri ha portato
alla realizzazione di una serie di materiali, i più comuni riportati nella
tabella 1. I progettisti hanno quindi la possibilità di scegliere il
fluoropolimero più adatto partendo dall’analisi della resistenza termica,
chimica, meccanica ed elettrica. La tabella riporta due copolimeri
perfluorurati (PFA e FEP), due copolimeri parzialmente fluorurati (E-TFE e
E-CTFE) ed un omopolimero parzialmente florurato (PVDF).
Tab. 1 -PTFE e fluoroplastomeri a confronto
| |
|
PTFE |
PFA |
FEP |
E-TFE |
E-CTFE |
PVDF |
| Peso specifico |
Kg / m3 |
2,16 |
2,15 |
2,15 |
1,71 |
1,68 |
1,78 |
| Temperatura uso continuo |
°C |
260 |
260 |
205 |
160 |
150 |
135 |
| Carico di rottura |
MPa |
25 |
29 |
25 |
42 |
44 |
48 |
| Durezza |
Shore D |
45 |
60 |
57 |
75 |
80 |
79 |
| Indice di ossigeno |
% |
>95 |
>95 |
>95 |
30 |
60 |
43 |
| Resistivita’ di superficie |
ohm |
10E16 |
10E17 |
10E16 |
10E14 |
10E14 |
10E13 |
Come si può vedere dalla tabella, i perfluorurati hanno resistenza
termica ed elettrica superiore, mentre i parzialmente fluorurati offrono
prestazioni meccaniche più elevate. Per quanto riguarda la resistenza
chimica, solo il PVDF si distingue, poiché è solubile in alcuni solventi
organici ed è attaccato da idrossidi alcalini ed acidi forti a temperatura
elevata, mentre sugli altri tipi hanno effetto solo gli ossidanti più
energici. I fluoroplastomeri sono assai versatili e possono essere
trasformati per mezzo di tutte le tecnologie in uso; non è necessario
usare speciali precauzioni di stoccaggio, in quanto non assorbono umidità.
Di contro, rispetto ai comuni termoplastici, devono essere iniettati o
estrusi a velocità inferiore, poiché è più bassa la soglia critica della
velocità di scorrimento del polimero fuso, limitata da problemi di "melt
fracture". Gli stampi possono comunque essere di tipo multi-impronta, con
iniezione di tipo capillare; è preferibile riscaldarli a 120-180 °C per
facilitare il riempimento. I materiali utilizzati per la costruzione di
parti meccaniche e stampi, inoltre, devono essere resistenti alla
corrosione; si privilegiano a tal proposito le leghe a base di Nikel.
Campi di applicazione
I fluoroplastomeri sono i polimeri più resistenti all’aggressione
chimica. Sono quindi impiegati per la protezione anticorrosione nella
produzione, stoccaggio e trasporto di prodotti chimici e nel trattamento
degli effluenti; in particolare, sono utilizzati nei sistemi di
abbattimento dei vapori corrosivi contenuti nei fumi delle centrali
termoelettriche. Mediante coating elettrostatico, si utilizzano per
proteggere i metalli immersi in ambiente altamente corrosivo. Anche
nell’estrazione del petrolio i fluoropolimeri giocano un ruolo
fondamentale, sia per il rivestimento di cavi, sia nella produzione di
tubazioni resistenti all’ambiente tipico dei pozzi petroliferi,
caratterizzato da temperature che possono superare i 200 °C, da pressioni
elevate e dalla presenza di gas solforati altamente corrosivi.
PVDF, E-TFE e E-CTFE sono i tipi maggiormente utilizzati perché più
facili da processare; il PFA viene adottato quando i requisiti applicativi
sono i più elevati, come seconda scelta si utilizza il FEP. Nel campo
della trasmissione di energia elettrica cresce la diffusione di conduttori
isolati con fluoroplastomeri, in quanto occorrono materiali a bassa
resistenza e dispersione elettrica, resistenti alla temperatura ed al
fuoco. Si possono ottenere così cavi miniaturizzati, con risparmio di peso
e ingombro. Occorre notare che la legislazione statunitense, più sensibile
di quella europea alle problematiche della sicurezza – ed in particolare
al pericolo di incendio – ha reso obbligatorio l’uso dei materiali
fluorurati per i cavi destinati all’edilizia; si presume che in futuro
tale politica sarà adottata anche in Europa. Un altro settore d’impiego
riguarda l’industria elettronica, dove i fluoroplastomeri sono utilizzati
soprattutto per la preparazione dei chips, poiché, oltre alle
caratteristiche già esaminate, gioca un ruolo fondamentale la purezza
(occorre preservare al massimo l’ambiente dai contaminanti).
Tab. 2 - Quattro produttori a confronto: polimeri e marchi
commerciali
| |
Ausimont |
DuPont |
Dyneon |
Elf Atochem |
| PTFE |
Algoflon |
Teflon PTFE |
Dyneon PTFE |
|
| PFA |
Hyflon PFA |
Teflon PFA |
Dyneon PFA |
|
| MFA |
Hyflon MFA |
|
|
|
| FEP |
|
Teflon FEP |
Dyneon FEP |
|
| E-TFE |
|
Tefzel |
Dyneon ETFE |
|
| E-CTFE |
Halar |
|
|
|
| PVDF |
Hylar |
|
|
Kynar |
| TFE-HFP-VDF |
|
|
Dyneon THV |
|
| Amorfi |
|
Teflon AF |
|
|
PVDF Kynar
Elf Atochem, società leader nella produzione di PVDF, ha sviluppato un
settore applicativo originale per i polimeri fluorurati: l’edilizia, nelle
sue componenti residenziale, industriale e commerciale. In questo ambito
viene sfruttata al meglio la combinazione di proprietà del PVDF quali
ottima resistenza all’invecchiamento ambientale, al fuoco, inattaccabilità
dai prodotti chimici, facile pulizia, buona lavorabilità. In particolare,
Kynar è utilizzato per la produzione di lastre coestruse (su supporto ABS
ignifugo o PVC), oppure in forma di film da accoppiare successivamente ad
un supporto. E’ sufficiente uno spessore di 20-50 micron per ottenere
risultati sorprendenti, sia a livello estetico che pratico. Le lastre sono
anche facilmente termoformabili e si adattano alla libertà di espressione
così fortemente sentita dagli architetti e dai progettisti edili. Un’altra
interessante caratteristica di questo polimero è la facilità e la velocità
di pulizia contro graffiti o atti vandalici. Elf Atochem si è avvalsa, a
tale scopo, della collaborazione della Impa, società leader a livello
europeo nella coestrusione. Esistono varie famiglie di Kynar: la serie
500, omopolimero a peso molecolare elevato, è adatta per applicazioni di
coating protettivo per metalli sotto forma di polveri, soluzioni o
dispersioni acquose; la serie 700, sempre omopolimero, a peso molecolare
inferiore, è più indicata per estrusione e stampaggio a iniezione, anche
di articoli con parete sottile; la serie Flex, copolimero con HFP, che si
caratterizza per una migliorata lavorabilità, inferiore rigidità e
maggiore tenacità, è rivolta all’estrusione di tubi e cavetterie
flessibili.
Hyflon MFA
Ausimont ha introdotto un nuovo perfluoroplastomero, Hyflon MFA, un
copolimero appartenente alla classe dei PFA in cui però è stato
introdotto, in modo random, un diverso comonomero per il TFE: il
perfluorometilviniletere al posto del perfluoropropilviniletere
comunemente usato. Si può ritenere che questo polimero rappresenti un
ottimo compromesso di costo e performance tra i PFA e i FEP. La
caratteristica principale è il punto di fusione, pari a 285 °C, intermedio
tra i 300°C del PFA e i 260°C del FEP; ne consegue che il MFA mantiene
ancora un buon livello prestazionale a 250 °C, temperatura di servizio non
ammissibile per un FEP. L’Hyflon MFA è anche assai simile al PFA - e
superiore al FEP - per quanto riguarda il comportamento alla deformazione
sotto carico in presenza di alte temperature (fino a 200 °C), mentre il
FEP subisce un progressivo infragilimento fino a rottura (fenomeno noto
come Thermal Stress Cracking). Dal punto di vista delle proprietà
elettriche (assai simili a quelle dello stesso PTFE fino a 5 GHz), si è
constatato che l’MFA ha un fattore di dissipazione inferiore a quello del
FEP, soprattutto nella regione tra 1 e 100 MHz ; per questa ragione l’MFA
è utilizzato per l’isolamento dei cavi elettrici, in particolare cavi
coassiali. Ausimont sostiene che Hyflon MFA è caratterizzato dalla miglior
trasparenza tra i perfluoro polimeri, in virtù della tecnologia di
polimerizzazione in microemulsione. Ausimont è anche l’unica società,
tra quelle interpellate, a produrre E-CTFE (marchio Halar). Questo
polimero si caratterizza soprattutto per le eccezionali proprietà barriera
- da 10 a 100 volte migliori di quelle del PTFE e del FEP - verso O2 , CO2
, Cl2 , HCl. Halar è anche molto resistente alla fiamma, tanto da
raggiungere la valutazione V-0 (secondo UL 94) anche in spessori ridotti
(0,18 mm); possiede inoltre caratteristiche meccaniche eccellenti, offre
un’elevata levigatezza superficiale e può essere saldato con le
attrezzature normalmente utilizzate per altri tecnopolimeri. E’
disponibile in vari gradi con diversa viscosità allo stato fuso, in
pellets o in polvere, in funzione dell’applicazione o della tecnologia di
trasformazione impiegata.
Dyneon THV
Dyneon ha recentemente introdotto sul mercato un nuovo
fluoroplastomero, Dyneon THV, un terpolimero di FTE, HFP
(esafluoropropene) e VDF. Tale polimero offre un buon compromesso tra le
proprietà tipiche di un fluoropolimero e l’esigenza di una migliore
processabilità, soprattutto in termini di un’ampia finestra di
lavorazione. Sono disponibili vari gradi, caratterizzati da
temperature di fusione comprese tre 124 e 185 °C. Dyneon THV sta
registrando un buon successo in campo automobilistico, per la produzione
di tubazioni speciali e raccorderie per l’alimentazione del carburante al
motore, ove fa premio la bassa permeabilità agli idrocarburi. Anche
l’isolamento della cavetteria elettrica e la produzione di coatings
protettivi (è disponibile a questo scopo un grado solubile in solventi
organici) hanno ottenuto l’apprezzamento del mercato. Dyneon propone
inoltre gradi PFA (definiti UHP, ovvero Ultra High Purity) caratterizzati
da eccezionale purezza sotto il profilo del rilascio di ioni, quindi
indicati per la produzione dei semiconduttori, ove l’inquinamento chimico
può portare facilmente fuori specifica un lotto di produzione.
E-TFE Tefzel
DuPont punta sul copolimero parzialmente florurato Tefzel (E-TFE), che
si caratterizza, nell’ambito dei fluoroplastomeri, per la combinazione di
buone proprietà meccaniche, minor densità, facile lavorabilità e
migliorata resistenza alle radiazioni. Oltre alle applicazioni già viste,
il Tefzel è anche disponibile in forma di polvere, particolarmente adatta
per la tecnologia dello stampaggio rotazionale e per il coating
anticorrosivo di apparecchiature metalliche.
Elastomeri fluorurati: costosi ma efficaci
La gran parte dei fluoroelastomeri è costituita da copolimeri e
terpolimeri parzialmente fluorurati, classificati come FKM. I primi hanno
come monomeri costituenti VDF e HFP e hanno mediamente il 66% di fluoro in
peso. Nei secondi compare come terzo monomero il TFE (generalmente a spese
del VDF) ed il contenuto di fluoro può salire fino a toccare il 70%.
Occorre notare che un maggiore tenore di fluoro comporta un aumento della
resistenza chimica. Vi sono poi tipi speciali, sviluppati per esigenze
applicative particolari; per esempio, per estendere l’intervallo di
temperatura utile dai –20 °C dei tipi normali fino ai –40°C occorre
introdurre come ulteriore comonomero un perfluoroviniletere. Un’altra
suddivisione riguarda la chimica di reticolazione. Sotto questo profilo
esistono due tipologie di prodotto: quelli a reticolazione bisfenolica e
quelli a reticolazione perossidica. I polimeri della prima serie sono la
maggioranza, poiché la reticolazione bisfenolica migliora la capacità di
tenuta dei prodotti finiti e le operazioni di stampaggio; è però in corso,
da parte dei produttori, un’attività di ricerca finalizzata al
miglioramento della reticolazione perossidica, che offre vantaggi in
termini di resistenza al vapore in presenza di alta temperatura e di
resistenza all’ambiente basico. Buona parte dei prodotti in commercio sono
compound contenenti il sistema reticolante. DuPont è stata la prima
società al mondo a produrre elastomeri perfluorurati (FFKM, privi cioè di
atomi di idrogeno) con il marchio Kalrez. E’ stata poi la volta di Daikin
e, recentemente, anche di Ausimont. Si tratta di materiali molto costosi
(circa una decina di milioni di lire per chilo), ottenuti per
copolimerizzazione del TFE con un perfluoroalchilviniletere, ma che
consentono di incrementare la resistenza termica in continuo dai 200 °C
dei FKM ad oltre 300°C.
Principali applicazioni dei fluoroelastomeri
Gli elastomeri fluorurati, in particolare i FFKM, si pongono al massimo
livello di resistenza termica e chimica combinata tra i materiali
elastomerici, come è visibile nella figura 2, elaborata da ASTM- SAE per
il settore auto. E’ proprio l’industria automobilistica la principale
utilizzatrice dei fluoroelastomeri, con una quota di circa il 60-65% del
consumo globale. Le recenti tendenze costruttive in questo settore – volte
a soddisfare requisiti di riduzione dell’inquinamento, risparmio
energetico e miglioramento dell’affidabilità - portano ad incrementare la
temperatura di esercizio del motore, utilizzare combustibili contenenti
additivi ossigenati e usare fluidi a maggior resistenza termica e di
maggior durata, anch’essi contenenti additivi chimicamente più
aggressivi. Queste condizioni operative hanno messo fuori gioco buona
parte degli elastomeri tradizionali, lasciando spazio ai fluoroelastomeri.
Questi sono utilizzati in numerose applicazioni, quali anelli di tenuta
dell’albero motore e della testata, guarnizioni, elementi ove passa olio
caldo, sensori delle sonde lambda, valvole di ritenzione del serbatoio
(fondamentali per evitare perdite di carburante in caso di rovesciamento
del veicolo). La riduzione delle emissioni di carburante è un altro
stimolo all’impiego dei fluoropolimeri, data l’alta proprietà barriera
offerta da questi polimeri.
Altri settori d’impiego ad alta tecnologia sono l’aerospaziale (sistemi
idraulici del carrello di atterraggio, guarnizioni e tenute) e l’industria
militare. In quest’ultimo ambito, i fluoroelastomeri entrano nei sistemi
di contromisura: in particolare, sono impiegati nei "flares", sorta di
candelotti che vengono lanciati dagli aerei inseguiti da missili. I
candelotti, bruciando, generano una particolare radiazione IR in grado di
ingannare il sistema di puntamento dei missili, basato sulla ricerca della
fonte di calore prodotta dallo scarico del motore.
I fluoroelastomeri, insieme con altri fluoropolimeri, sono diffusi
anche nell’industria chimica, nell’estrazione del petrolio e nella
produzione dei semiconduttori. Spesso la sicurezza operativa di impianti
complessi è affidata a elementi di tenuta che possono costare svariati
milioni (se si ricorre ai perfluorurati), ma che in caso di rottura
comporterebbero conseguenze assai gravi sul piano economico ed ambientale.
Infine, occorre ricordare l’applicazione dei fluoroelastomeri in funzione
di additivo per migliorare l’estrusione dei film soffiati e nella
produzione di coatings protettivi (in forma di emulsioni acquose).
Tecnoflon
Ausimont commercializza i fluoroelastomeri con il marchio Tecnoflon.
All’interno dei tipi parzialmente fluorurati è disponibile un’ampia scelta
di prodotti, come mostrato in tabella 3.
Tab. 3 - Fluoroelastomeri parzialmente fluorurati Ausimont
| Classe |
monomeri costituenti |
Tipo di
reticolazione |
| Copolimeri standard |
VDF – HFP |
Bisfenolica |
| Terpolimeri standard |
VDF – HFP – TFE |
Bisfenolica |
| Alta resistenza chimica |
VDF – HFP – TFE – CSM |
Perossidica |
| Migliorata resistenza al freddo |
VDF – HFP – TFE – PFMVE |
Bisfenolica |
| Resistenti ai prodotti basici |
VDF – HFP – TFE – CSM – E |
Perossidica |
| Resististenti al freddo e piu’
performanti |
VDF – HFP – CSM – PFMVE – (TFE) |
Perossidica |
Nota: CSM sta per monomero con sito reattivo per la
reticolazione.
Questi polimeri tradizionalmente si trasformavano per stampaggio a
compressione; la società ha però apportato miglioramenti tali da renderli
adatti allo stampaggio ad iniezione, tecnologia diffusa nella produzione
di O-ring. La ricerca è stato compiuta in collaborazione con alcuni
trasformatori bergamaschi; nelle vicinanze del lago d’Iseo, infatti,
esiste una forte concentrazione di produttori di O-ring, in grado di
coprire buona parte della domanda europea. Ausimont ha iniziato a
produrre anche perfluoroelastomeri, con il marchio Tecnoflon PFR. Si
tratta di copolimeri di TFE e PFMVE; sono disponibili per ora due gradi:
PFR 94 e PFR 95. La reticolazione è ottenuta mediante un sistema
brevettato dalla società, basato sull’uso di bis-olefine florurate. Sono
materiali talmente cari da venire utilizzati solo quando realmente
indispensabili, per piccole serie, trasformati mediante stampaggio a
compressione per ridurre al minimo gli scarti.
Dyneon
Dyneon sta per abbandonare il marchio Fluorel che ha fatto la storia
dei fluoroelastomeri 3M. Le tipologie di prodotto base sono quattro,
rispettivamente per O-ring, estrusione, stampaggio e per incollaggio con
metalli; ognuna comprende sia copolimeri che terpolimeri. Anche questa
società ha messo a punto una serie di gradi adatti allo stampaggio ad
iniezione, che consente notevoli risparmi soprattutto nelle produzioni di
grande serie. Questi polimeri si distinguono da quelli di prima
generazione per la sigla, composta dalle lettere FE o FG (risponde alla
normativa FDA per il contatto con alimenti), il numero 5 e tre cifre che
indicano la percentuale di fluoro e la viscosità Mooney. Sono attualmente
disponibili due gradi FG che si differenziano per la viscosità: uno è
adatto per lo stampaggio ad iniezione, l’altro è stampabile solo a
compressione. Merita una citazione anche Dyneon BRE (Base Resistant
Elastomers), un tipo resistente ai prodotti basici, in particolare alle
ammine contenute in notevole quantità negli oli lubrificanti per auto;
chimicamente si tratta di terpolimeri VDF-TFE-Propilene ed incorporano un
sistema reticolante bisfenolico. A livello applicativo segnaliamo
invece la particolarità dei giunti ad espansione per centrali
termoelettriche, prodotti con il terpolimero Fluorel FT. Si tratta, anche
in questo caso, di un’applicazione cui è affidato un compito assai
gravoso: assicurare la continuità delle operazioni in condizioni di
servizio molto critiche, per quanto riguarda calore ed acidità; soltanto
un fluoroelastomero con un contenuto minimo di fluoro pari al 68% può
offrire le necessarie garanzie.
Viton e Kalrez
DuPont opera nell’ambito dei prodotti elastomerici attraverso una
joint-venture paritetica con Dow Chemical, la DuPont Dow Elastomers,
costituita nell’aprile 1996, oggi leader a livello mondiale negli
elastomeri speciali. Nel portafoglio prodotti di questa società compaiono
i fluoroelastomeri FKM, noti universalmente con il marchio Viton. La
novità più interessante di questi materiali è rappresentata dalla
tipologia Viton Extreme, che comprende i due gradi ETP-500 e ETP-900. Si
tratta, in particolare, di polimeri sviluppati per risolvere problemi
specifici nell’industria petrolchimica e nella raffinazione del petrolio.
I Viton Extreme coniugano una migliorata resistenza ai prodotti amminici
ed ai solventi con un’alta processabilità, soprattutto nello stampaggio a
compressione e nell’estrusione. La società si distingue in questo
settore soprattutto per i perfluorurati FFKM, commercializzati fin dagli
anni ’70 con il marchio Kalrez. DuPont Dow Elastomers produce e vende
direttamente gli elementi di tenuta, utilizzati in applicazioni critiche;
la gamma comprende tipi in grado di conservare le proprietà elastiche per
un periodo prolungato, con temperature fino a 316 °C, in ambienti di alta
aggressività chimica o in condizioni di vuoto spinto. Rispetto alle
guarnizioni metalliche, le tenute in Kalrez sono più facili da installare
e si adattano a qualsiasi superficie, anche irregolare o usurata. Sono
quindi utilizzate in numerose applicazioni industriali, per produrre
tenute di pompe, reattori, compressori, strumentazione di processo, come
pure nella realizzazione di sedi di valvole, in particolare nei processi
chimici e nella raffinazione del petrolio. Per la stessa ragione sono
indicate nella produzione di attrezzature per l’analisi chimica. Nel
settore dei trasporti, i componenti di tenuta Kalrez sono utilizzati per
prevenire perdite nelle valvole di sicurezza e di scarico di serbatoi per
autocarri, veicoli ferroviari o imbarcazioni che trasportano sostanze
chimiche pericolose e corrosive. Nella produzione di semiconduttori, sono
utilizzati per sigillare i reagenti chimici aggressivi ed i gas speciali
usati nella lavorazione dei chip di silicio, soprattutto quando si deve
operare in atmosfera controllata. Per evitare rischi di contaminazione,
DuPont Dow Elastomers ha anche sviluppato un sistema di pulitura
brevettato, denominato "Kalrez UltraPure" che assicura un livello di
particelle inquinanti con dimensione superiore a 1 micron di almeno un
ordine di grandezza inferiore rispetto ad altri sistemi.
Nei pozzi di petrolio e di gas acido, ove sono presenti temperature di
230 °C e pressioni di oltre 130 Mpa, i Kalrez sono indispensabili per le
tenute e per le cuffie di protezione delle connessioni elettriche. Infine,
nei motori e nei sistemi di propulsione del settore aeronautico ed
aerospaziale, questi componenti sono indispensabili ove sia richiesta
resistenza a fluidi estremamente aggressivi, o a prodotti chimici
speciali, quali idrazina ed ossidanti come il triossido di azoto. Gli
elementi in Kalrez sono disponibili in una varietà di differenti compound,
ognuno sviluppato per soddisfare particolari esigenze applicative. In
particolare, il compound 4079 è quello di qualità superiore: offre la
resistenza chimica più ampia ed è consigliato per ogni ambiente operativo
fino a 316 °C. Sono state formulate additivazioni per applicazioni che
richiedono comportamenti specifici, per esempio la resistenza in ambienti
ad elevata forza ossidante, vapore ad alta temperatura, oppure ad alcune
classi di prodotti chimici, come le ammine o le aldeidi. Il tipo 1091,
invece, è il solo FFKM esistente approvato dalla FDA. Allo scopo di
semplificare la scelta del Kalrez più adatto e di ottimizzare il disegno
della guarnizione, DuPont Dow Elastomers ha prodotto un CD-ROM
interattivo. Il programma, una volta inseriti i dati relativi ad un
processo, i requisiti dellapplicazione, le dimensioni geometriche e i
parametri statici, fornisce indicazioni sul compound più adatto e sul
disegno che minimizza i rischi di perdita e massimizza la durata utile
della tenuta. La società dal 1997 bandisce anche un concorso
internazionale, intitolato "Kalrez Silver Awards" che premia le
applicazioni più interessanti realizzate con tali componenti. Un
"difetto" dei Kalrez è, però, il costo decisamente elevato. Per rendere
disponibili soluzioni di tenuta più economiche, quando non sono necessarie
prestazioni eccezionali, la società ha recentemente introdotto una nuova
serie di compound FFKM contraddistinti dal marchio Zalak. Questi tipi
assicurano la stessa resistenza chimica dei Kalrez, ma sono adatti solo
per temperature fino a 250 °C. In questo modo viene colmato il gap
esistente tra le performance dei Viton, limitate a 205 °C, e gli oltre 300
°C caratteristici dei Kalrez. Anche la serie Zalak è costituita da diversi
compound, progettati per soddisfare i più disparati requisiti
applicativi.
Pubblicato su Materie Plastiche ed Elastomeri 06/1999
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