Alessio Luise - Canzoni e poesia di sostanza

 

 

       

Umberto Fiori - poesia e canzoni di sostanza - A CURA DI ALESSIO LUISE

Umberto Fiori, leggerla porta ad avere a che fare con una poesia di sostanza,
intima e ritmica ,tematicamente affezionata ai minimalismi dell’animato, del paesaggio,
alla compresenza di sentimenti ed intelletto; come si inserisce in questa poetica la felice
scelta di un linguaggio prosastico svuotato dei tecnicismi, estraneo a ricami stilistici e
formali e quindi più vicino ai registri del quotidiano?

Dopo avere scritto per anni nel modo cervellotico e sibillino che a molti sembrava l’unico davvero
poetico, a un certo punto mi sono reso conto che tutto questo “sperimentare” non portava da nessuna
parte. Mi nauseava. Ho buttato a mare le cose che avevo fatto, e ho cominciato a mettermi alla ricerca
di quella che chiamavo “la mia frase normale”. Questa svolta nasceva anche da una profonda crisi
personale, dalla necessità di ritrovare ciò che mi metteva in comune, che mi metteva al mondo insieme
agli altri. Le cose più ovvie mi sembravano ora le più misteriose e difficili; la città dove abitavo
era piena di apparizioni. Per la prima volta, sentivo che qualcosa premeva per essere detto.


La cosa da dire è più importante dell’effetto stilistico?

La “cosa da dire” è senz’altro importante. Senza una spinta a comunicare, la poesia si ridurrebbe
a un vuoto esercizio “a freddo”. D’altra parte, la “cosa da dire” resta puramente virtuale, se non
si trovano le parole che la dicono nel modo più fedele. Produrre un “effetto stilistico” non fa parte
dei miei scopi: quello che cerco è, semmai, il massimo della chiarezza. Lo stile, per me, non è
un’esibizione dell’“originalità” dell’autore, ma il risultato della sua aderenza alle cose
di cui sente di dover parlare. E’ dalle cose che si impara a scrivere.

Noi sogniamo di avere di fronte il mondo/ e invece dentro ci siamo”
è un verso tratto dal suo libro “Esempi” del 1992; questo senso di compartecipazione
e comunione, spesso involontaria, con la realtà presente nelle sue liriche
dedicate alla città riemerge anche nell’ultimo libro “La Bella Vista”.
Esistono interazioni strutturali anche tra vissuto ed immaginato?

Chi scrive rappresenta la realtà che vive, la ri-presenta. In questa presenza “seconda” la realtà
si immagina, si fa immagine. Nella “Repubblica”, Platone accusava i poeti proprio di questo:
di allontanarsi e allontanarci dal vero, costruendone delle copie. La scommessa della poesia è
che l’immagine poetica del mondo, la sua significazione, la sua traduzione in segni, la sua
rappresentazione, possa rivelare e salvare una più essenziale presenza delle cose e delle persone,
che nel cosiddetto “vissuto” va perduta.

La tradizione poetica italiana è ancora “arroccata entro gli spalti della
Pagina” ( da “Scrivere con la voce”) , certa poesia anglo-americana si
emancipa invece da quella scomparsa elocutoria del poeta, quel ritegno di
sé nella parola promossa da Mallarmè e punta alla spettacolarizzazione del
reading, alla performance, addirittura al divismo più Pop come nel caso
del discusso Murray Lachlan Young, autore di “Casual Sex”.
E’ possibile fare del verbo carne, è auspicabile una poesia più palpabile, e
quanto può davvero servire alla promozione della poesia la proposta
di un atteggiamento, di uno stile di vita che faccia tendenza?

Il problema non è quello di importare modelli angloamericani,
o di “spettacolarizzare” la poesia per promuoverla: si tratta, io credo, di ripensare
il rapporto tra il testo e il suo autore, questa persona qui, che ha questa faccia,
che parla con questa voce. Scrivere a partire da una presenza in carne e ossa, dalla sua
fragilità, dalla sua precaria, arrogante evidenza. Nella nostra tradizione, il problema (per
ragioni molto serie) è stato rimosso; oggi, però, mi pare che riaffiori. Non si tratta di fare
della poesia una “performing art”: si tratta, per me, di rimettere in gioco, di rimettere in
scena –anche attraverso la presenza “fisica” dell’autore- l’idea di un rischio, di una responsabilità
che la scrittura comporta. Una responsabilità più che letteraria. Tornando a rispondere
personalmente delle proprie parole, a “giocarsi la faccia” di fronte a un pubblico che sta lì
di fronte, forse il poeta può essere spinto a riflettere diversamente sulla propria scrittura,
a riscoprire aspetti dello scrivere che gli erano rimasti nascosti. Anche senza essere pensata
necessariamente per un reading, una poesia può essere –in questo senso- “parlante”.

Poesia e canzone sono forme d’arte a lei molto care, dopo un luminoso quindicennio
da musicista e autore di musica rock lei si è affermato anche come ottimo
scrittore.
C’è qualcosa che non si riesce a dire con la sola parola scritta? Le manca
qualcosa della parola cantata ?

La parole che ho scritto e cantato nel passato no, non mi mancano: mi illudo che quello che
ho affidato ai libri in questi ultimi vent’anni sia un po’ meglio. Il mio sogno sarebbe quello di tornare
a scrivere canzoni (e a cantarle) a partire dalla mia esperienza sulla pagina. E’ più facile dirlo
che farlo. Gli ostacoli sono molti. Certo, la parola cantata sembra avere di per sé “una marcia in più”;
ma se non incontra la musica adatta, rischia di naufragare in un mare di suoni. Di recente, il mio
amico Tommaso Leddi (ex Stormy Six) ha scritto una serie di canzoni su poesie di Franco Loi, e me
le ha fatte cantare. E’ stata un’esperienza entusiasmante: Tommaso ha trovato la chiave giusta per tirar
fuori il meglio dei testi, senza sopraffarli. Non è detto però che quello che funziona con una certa poesia
funzioni anche con un’altra. Non c’è una formula sicura. Ora stiamo cercando di musicare alcuni
testi miei. Qualche risultato c’è già, ma resta ancora molto lavoro da fare. Chissà, forse da
grande riuscirò a scrivere delle canzoni che mi convincano quanto le poesie.

Spesso nella storia della canzone Italiana, molti scrittori e poeti hanno
partecipato alla stesura dei testi. Si possono ricordare le riuscite collaborazioni
di Pasolini con Laura Betti, Gianni Rodari per Sergio Endrigo , Simonetta
e Luporini con Gaber, Roversi con Dalla, Sgalambro per Battiato, fino alle
più recenti operazioni di Alda Merini e Aldo Nove insieme ai Bluvertigo,
Ragagnin per i Subsonica, Lodoli e Gualtieri per i LaCrus. Accade poi che
molta Canzone odierna s’indebiti con le idee di pensatori e scrittori di
ogni tempo .
Quando il Rock è anche cultura, quando la Canzone può essere studiata a
scuola?

Di fatto, il rock e la canzone sono già cultura, anche solo per il fatto di essere ascoltati
da milioni di persone. A studiarli a scuola si è cominciato da tempo: le antologie scolastiche
presentano da anni anche testi di canzoni; a un ragazzo di oggi, però, un testo di Libero Bovio
(o anche di De Gregori) può risultare più estraneo e difficile di uno di Leopardi, o di Montale.
Questo forse ci può far riflettere sulle differenze che ancora persistono tra poesia e canzone, tra
due modi di intendere la scrittura.

Infine, una canzone ed un libro che avrebbe voluto aver scritto Lei o che
magari consiglierebbe ai nostri lettori.

E’ difficile rispondere. Ci sono tante canzoni che ammiro. Le prime di Paolo Conte, da
“Genova per noi” a “Bartali”. E quelle di Tenco: “Vedrai vedrai”, “Un giorno dopo l’altro”.
Scegliere un libro, tra i mille che mi vengono in mente, è ancora più difficile. Forse
direi “Il processo”, di Kafka.


Umberto Fiori è nato a Sarzana nel 1949. Dal 1954 vive a Milano, dove si
è laureato in filosofia.
Negli anni Settanta ha fatto parte, come cantante e autore di canzoni, degli
Stormy Six, uno dei gruppi "storici" del rock italiano.
All'uscita del secondo Lp, " L'unità ", nel 1972, la canzone dal titolo " La Manifestazione", farà ottenere al gruppo un vastissimo consenso da parte del pubblico studentesco
del post ' 68.
In seguito ha collaborato con il compositore Luca Francesconi, per il quale
ha scritto numerosi testi e due libretti d'opera, e col fotografo Giovanni Chiaramonte.

Suoi contributi critici sulla canzone, il rock e la poesia sono apparsi su quotidiani e riviste letterarie e musicali, oltre che in un testo di saggi : "Scrivere con la voce" 2002 EDIZ. Unicopli .
Nel 1986 è uscito il suo primo libro di poesie, Case (San Marco dei Giustiniani, Genova), al quale sono seguiti Esempi (Marcos y Marcos, Milano 1992), Chiarimenti (Marcos y Marcos, Milano 1995), la plaquette Parlare al muro (con immagini del pittore Marco Petrus: Marcos y Marcos, Milano 1996) e Tutti (Marcos y Marcos, Milano 1998).

Ha curato un'antologia della Poesia italiana del Novecento (Bruno Mondadori, Milano 1995) e una monografia su Camillo Sbarbaro (Garzanti, Milano 1998).
Numerose le traduzioni in varie lingue; in volume due antologie personali, in inglese (Terminus, Dublino, 1998) e in serbo (Govoriti zidu, Belgrado, 2001).

L'ultimo libro di poesie pubblicato è "La bella Vista" ed. Marcos y Marcos.
Baldini e Castoldi ha da poco pubblicato poi "Tutto bene professore? Croci e delizie del corpo docente "