Sergio Lagrotteria - Sull'essenza della rosa

 

 

       

"Quod latet arcana non enarrabile fibra" (Persio)


La rosa è un fiore che ha sempre suscitato un interesse particolare e intenso nei poeti, e non solo in loro. Ricordiamo ad esempio i versi delicati di Ronsard sul declino della vita e il suo assennato suggerimento "cueillez dés aujourd'hui les roses de la vie"; oppure pensiamo a Malherbe che paragona le bellezza umana al fulgido quanto effimero splendore della rosa che dura solo "l'espace d'un matin". L'argomento, se visto con occhi contemporanei, sembrerebbe essere sorpassato e tuttavia può essere degno di attenzione soffermarsi su come due figure fondamentali della cultura del Novecento non siano rimaste insensibili all'aura che sprigiona questo fiore: Borges e Heidegger.

Borges considera molte cose come simboli ed idee eterne: la biblioteca, il labirinto, lo specchio, la spada, il pugnale, la tigre, il giardino e, naturalmente, la rosa. Soltanto la rosa, pur emanando colore e profumo, sa sottrarsi alle esili parvenze del mondo sensibile per adagiarsi nell'invisibilità dell'idea. Suggestive in tal senso le poesie: Un'altra poesia dei doni; La rosa;Una rosa e Milton.

Borges, al pari dei poeti del lontano Oriente, subisce il fascino sia dell'aspetto sensibile che della profonda essenzialità metafisica della rosa. Nei suoi versi si avvertono echi di Attar, che ha fatto della poesia persiana una "poesia di uccelli e di rose", di Hafiz e di Rumi per il quale "ogni rosa, pregna di interno profumo, narra (...) i segreti del tutto".

Tuttavia la cecità che colpì l'autore argentino, pur facendogli svanire la dimensione sensibile della rosa, gliene ha rivelato l'aspetto invisibile, permettendogli di individuare il momento in cui "le rose cessano d'essere le rose e vogliono essere la rosa".

In conseguenza di ciò, non è importante sapere di che colore è la rosa "lasciata nelle mani del defunto che mai saprà se è bianca o rossa", o com'era "l'ultima rosa che Milton vecchio e cieco avvicinò al proprio volto senza vederla". Borges con la veggenza dei ciechi coglie la rosa delle rose, unica e solitaria, il giovane fiore platonico, perenne e irraggiungibile, già mirabilmente ripreso da Novalis.

La rosa come idea è assai distante dal suo aspetto sensibile: è silenziosa, misteriosa, invisibile e tenebrosa. Ha una maggiore potenza rispetto alla rosa reale, poiché non si accontenta di pungere, ma sa accecare più della morte, giungendo a privare il mondo d'ogni importanza e significato.

La rosa ideale è "un archetipo terribile", la cui forza sconvolgente si palesa solo agli occhi resi veggenti dalla morte che incombe o dalla cecità:"Rosa profonda, infinita, intima / che il Signore mostrerà ai miei occhi morti".

Simile, pur nella diversità dell'approccio, è la riflessione di Martin Heidegger.

Nell'affrontare il problema del fondamento ossia del perché delle cose, giungendo a formulare la domanda fondamentale "Perché c'è l'essere piuttosto che il nulla?", Heidegger riporta un celebre distico di Angelus Silesius (Johannes Scheffler), poeta tedesco del Seicento:"La rosa è senza perché: fiorisce perché fiorisce; non bada a se stessa, né si cura d'esser vista".

Da un lato la rosa è senza perché, ossia non ha un fondamento, in quanto è priva di ragione, di causa o di scopo. Infatti, essa non solo non sa di esistere o d'esser vista, ma anzi non ha di mira né la propria esistenza né la propria bellezza. E' un puro sbocciare, del tutto gratuito e infondato: se fiorisce non lo fa né per sé né per per altri, ma appunto "fiorisce perché fiorisce".

Dall'altro lato, l'espressione "fiorisce perché fiorisce" indica che la rosa ha anche un fondamento diverso, che oltrepassa la domanda sul perché delle cose e che dimora nel baratro senza fondo dell'essere, in cui luce e ombra si confondono. La rosa è un puro offrirsi, una pura e semplice presenza che tuttavia ha un lato insondabile, inspiegabile, misterioso e oscuro.

Dunque, sia per Borges che per Heidegger la realtà della rosa si presenta in forma ambigua e bifronte: con la sua gratuità provoca meraviglia, ma con la sua infondatezza può suscitare sgomento e inquietudine. Tanto può la rosa.