Sergio Lagrotteria - Molteplicità senza fine

 

 

       

Da quando, nel 1942, Joao Gaspar Simoes e Luìs de Montalvor avviarono, presso la casa editrice Atica, la pubblicazione delle Opere Complete, la poesia di Fernando Pessoa fu una vera e propria rivelazione, che ha imposto il poeta di Lisbona tra i massimi poeti del Novecento. Ciò che colpì della sua poesia fu non solo l'effettivo valore letterario, ma anche l'ampia e densa problematica in essa racchiusa: dall'inquietante interrogativo sulla "misteriosa importanza di esistere" al grigiore inquieto e alle contraddizioni che vive l'uomo contemporaneo.

Il primo stupefacente risvolto della sua produzione poetica ricca di temi e sfumature è la sua articolazione in più personalità interamente autonome, i cosiddetti "eteronimi" pessoani.


Non si tratta di semplici pseudonimi, come si potrebbe pensare: Pessoa si scinde in diverse voci, ognuna con un'anagrafe, un carattere, un segno zodiacale, una storia, alle quali consegna un messaggio diverso; voci diverse che comunque ci offrono un ritratto esauriente della sua personalità  artistica, sebbene gli inediti siano ancora molti. Gli eteronimi più noti e importanti sono Alberto Caeiro, il"maestro", uomo legato alla campagna, i cui versi ripudiano ogni sorta di trascendenza ("il significato delle cose è che esse non hanno significato alcuno"); Ricardo Reis, medico, esteta classicizzante, epicureo e compositore di odi alla maniera oraziana; e Alvaro de Campos, ingegnere navale a Glasgow, seguace di Whitman, sensazionista, futurista, cantore del tedio e dell'assenza. A rendere ancora più misteriosa e affascinante questa differenziazione di personalità è la presenza negli eteronimi di evoluzioni e contrasti interni, tali da rappresentare individualità a tutto tondo. Anche lo stile di ciascun eteronimo, sia nella forma sia nel contenuto, è in assoluta sintonia col mondo poetico di ogni singola voce.

Tre eteronimi, tra i tanti altri e i centomila possibili, e un unico spirito tormentosamente lacerato alla ricerca di risposte, con la consapevolezza di sentirsi sempre più "estraneo" a se stesso e a ogni cosa, pronto a procedere non già verso la luce, ma verso "l'ombra" che abita dentro ognuno di noi, un buio labirinto che se non allude al mero nulla, rappresenta un imminente e pur sfuggente ignoto.

Questa inclinazione a sentirsi estraneo a sé, a sentirsi altri, che Pessoa avvertì sin da giovane, ebbe modo di rafforzarsi con il suo avvicinamento all'occultismo, iniziato attorno al 1915, con l'assimilazione di vari scritti sull'argomento, soprattutto di due teosofe come Helena Blavatsky e Annie Besant. Una lettera del 6 dicembre 1915 al suo miglior amico Mario de Sà Carneiro ci mostra la traccia profonda che queste dottrine lasciarono su Pessoa . Scrive l'autore portoghese: "Ora (...) conosco l'essenza del sistema. Mi ha sconvolto un punto tale che non l'avrei mai immaginato (...). Il carattere straordinariamente vasto di questa religione-filosofia, la nozione di forza, di di dominio, di conoscenza superiore ed extra-umana che le opere teosofiche mi stillano, mi hanno molto turbato".


E' il principio di un lungo tragitto di riflessione e di graduale iniziazione a concezioni religiose ed esoteriche che irrobustirà il fenomeno degli eteronimi ("Mi sento multiplo. Sono come una stanza dagli innumerevoli specchi fantastici che distorcono in riflessi falsi un'unica anteriore realtà che non è in nessuno ed è in tutti") e che lo indurrà a dichiararsi più volte adepto di una tradizione occulta in cui convergono gnosi cristiana antica, Cabbala ebraica,pensiero rosacrociano.

Vent'anni più tardi, in un passo della famosa lettera a Casais Montero sugli eteronimi, dirà:"Credo nell'esistenza di mondi superiori al nostro e di abitanti di questi mondi (...) fino ad arrivare a un Ente Supremo che presumibilmente ha creato questo mondo. Può essere che ci siano altri Enti, ugualmente supremi, che abbiano creato  altri universi, e che questi universi coesistano con il nostro, interpenetrandosi o meno".


Nella sua visione metafisica, la pluralità dei mondi nasce dalla frantumazione dell'Unità (o dell'Io?) originaria, che si dispiega come un incessante gioco di specchi che si moltiplica all'infinito e che si riflette nel mondo umano. Pessoa in virtù di ciò sembrerebbe soltanto il medium, il tramite di figure da lui stesso create. Lui stesso è la dimostrazione reale di una personalità frantumata che può trovare una sua consistenza soltanto nella molteplicità di esseri altri, in apparenza fittizi, si veda a tal proposito una sua lettera alla zia Anica ("a volte mi sento all'improvviso proprietà di qualche altra cosa") o la lettera di rottura con la fidanzata Ophélia  Queiroz in cui sostiene che il suo destino appartiene ad altra legge, con la elle maiuscola.

Con lui la concezione di letteratura come finzione, come mondo altro, alternativo, acquista una radicalità assoluta perchè la prima e vera finzione è l'autore in carne ed ossa, semplice medium, veri sono gli eteronimi, cui presta la penna.

Nel mondo greco il poeta era la bocca del dio, era entusiasta (letteralmente: Dio è in noi), poiché prestava il proprio corpo e la voce al dio. Pessoa va oltre.


Pessoa è vano inquisitore di se stesso. Guarda dentro di sé e non può capirsi. Il suo vero io non è qui, ma altrove e non in forma univoca e stabile. Se non c'è un' essenza Pessoa che lo definisca con certezza in quanto Pessoa, forse egli è mezzo per altro o per altri, che rappresentano il vero sè che è multiplo, plurale, variegato.

Il medium Pessoa rappresenta l'autore assente o l'autore filtro che presta una penna, dei fogli di carta ed un'arca da biancheria ai suoi eteronimi per depositarvi le loro fatiche letterarie. L'arca, quasi fosse una bottiglia gettata nel mare del tempo, è la porta da cui passa il mondo mirabilmente artificiale della letteratura, vario, multiplo, inconoscibile, forse senza Dio, oppure con un Dio di problematico avvicinamento. La finzione letteraria, più di ogni altro genere, esprime il nostro rapporto fittizio con il mondo, come confermato dai versi "Il poeta è un fingitore. / Finge così totalmente / da fingere che è dolore / il dolor che davvero sente".

Al bando il narratore onnisciente, al bando il flusso di coscienza, l'artificio della finzione letteraria si sparpaglia nel mondo basta che ne abbia l'occasione, diventando eco nella realtà di un mondo perduto, al di là di tutti gli universi e di tutte le divinità, dove vivono gli alter ego di tutti noi. Così un uomo diventa una letteratura.