Simbolo: Mestola dei Lavandai e Coppo Toscano

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INFORMA
Agosto 2005


Manuela Masi era nata il 15 Ottobre 1952, nel comune di Impruneta a Fonte Seconda, poco distante da quel piccolo borgo di Grassina chiamato Bubè nel quale la sua famiglia si trasferì subito dopo la sua nascita e dove è deceduta il 1° Settembre 1979.

Manuela, non visse un'infanzia come tutti i coetanei perché i suoi genitori, accentuati dalla loro personalità e coerenza, mettevano in pratica quei valori di democrazia e solidarietà per i quali ricevevano testimonianze di stima e di amicizia da ben oltre i confini del loro piccolo borgo. Il padre Aldo era stato un partigiano ed aveva mantenuti intatti i valori di quella scelta.

Nella zona rappresentava un sicuro punto di riferimento e molti si fermavano a casa Masi perché erano sicuri di poter contare su Wanda e Aldo per qualunque aiuto. Altri si fermavano anche solo per salutare, fare quattro chiacchere, prima di ripartire a piedi verso gli altri borghetti sparsi per le colline vicine. Insomma in casa Masi non si era mai soli, come usa dire Wanda.

Manuela è quindi vissuta in questo determinante contesto di valori anche se la sua infanzia seguì per il resto consuetudini consolidate della nostra realtà sociale. Così frequentò l'asilo dalle suore del Sacro Cuore in via Costa al Rosso, frequentò le elementari alla Marconi di via Tegolaia e dopo aver ultimato la scuola media, scelse di frequentare il Liceo Classico di Badia a Ripoli, nel quale insegnavano le locali Suore dell'Immacolata.

Già dal ginnasio dimostrò una particolare vocazione per le materie umanistiche riscuotendo subito l'apprezzamento delle insegnanti più attente, anche se gli argomenti che trattava talvolta si scontravano con la loro fede. Tuttavia, alcune di loro, anche dopo il Liceo, continuarono a coltivare i rapporti con Manuela, fino al giorno della sua scomparsa, affascinate dalla sua rara comunicativa e capacità di saper ascoltare qualsiasi interlocutore.

Doti che Manuela aveva evidentemente ereditato nel suo "umus" familiare così socializzante ed aperto a tutti. A forza di ascoltare gli altri ed i loro problemi fin da piccola, a 16 anni si era già fatta un'idea precisa di quello che erano la vita e la nostra società.

Sono lì a testimoniarlo le sue più di cento poesie che i genitori hanno ritrovato scritte su agende, fogliacci e quant'altro Manuela aveva "a portata di penna" nel momento dell'ispirazione.

Infatti, già nel '68, scriveva poesie come “Denuncia”, “Pensieri” ed altre su temi che rispecchiano il pensiero giovanile dell’epoca. Tuttavia leggendole non si percepisce la sua giovane età tanta è la profondità e la bellezza dei suoi versi che descrivono, con sorprendente attualità i temi legati all'esistenza dell'uomo e della natura: contro il degrado, l’ingiustizia  le ipocrisie.

Coerentemente alle sue poesie aveva cercato di mettere in pratica, nella sua breve vita, quei valori di solidarietà e democrazia, anche attraverso il suo impegno lavorativo nell'Amministrazione Comunale di Bagno a Ripoli, nell'assessorato alle politiche sociali, per l'attivazione dell'ospedale di S.M. Annunziata e nell'ambito dell'assistenza agli anziani.

Assunse anche responsabilità politiche rilevanti ed inusuali per una ragazza poco più che ventenne, come quando fu eletta segretaria della sezione di Grassina dell'allora P.C.I.

Il suo volere e sapere ascoltare gli altri le permisero di riscuotere consensi sia tra le nuove generazioni che tra i compagni più anziani i quali, inizialmente, provarono un certo disagio di fronte ad una segretaria donna così giovane, per poi ricordarla oggi come fenomeno di preparazione politica e sensibilità umana, doti indispensabili in una delle epoche più travagliate della storia politica della nostra Repubblica come furono gli anni ‘70. Manuela dimostrò sempre apertura al dialogo con tutte le forze politiche di allora senza alcun settarismo come raccontano molti compagni.

Quando seppe di quel male incurabile, fece leva sulla sua caparbietà di riuscire a vincere anche questa battaglia e continuò per la sua strada nella vita e nella politica, seguendo i lavori dei vari congressi e preparandone lei stessa le tesi anche dal letto dell’ospedale.

Poi, a partire dal '79, cominciò a ritagliarsi un mondo suo, per prepararsi a quello che sapeva essere inevitabile. Preferì tralasciare gli studi di laurea in scienze politiche e ricominciare a scrivere poesie; molte premonitrici, nelle quali si percepisce la maturità e la profondità del suo pensiero, altre intrise di toccanti versi indirizzati alla sua Mamma.

La musica divenne la terapia preferita. Ricordava sempre certi passi di un saggio del maestro Giuseppe Sinopoli che dicevano: “La musica come la bellezza risplende… Il superamento del dolore è necessario perché la nostra vita riacquisti il senso della bellezza.  Forse, la musica, con la sua impalpabile bellezza ci può aiutare.”

Nei momenti difficili, fino all’ultimo, volle ascoltare il suo brano preferito, il Bolero di Ravel: quel crescendo martellante di viole e violini sempre più avvolgenti, come quel momento che sapeva essere ogni giorno più vicino.

Attraverso la sua malattia ebbe modo di toccare con mano le carenze delle strutture sanitarie e di conoscere da vicino tutte le sofferenze che ne derivavano per i malati e così, ancora una volta, volle pensare agl'altri chiedendo ai propri genitori di impegnarsi in qualcosa per aiutare quei malati come lei.

Questo "qualcosa" da vent'anni è il Calcit Chianti Fiorentino, un’associazione autonoma di volontariato, per la prevenzione dei tumori e l’assistenza domiciliare ai malati terminali.

Sergio Morozzi