SAPERE

Il Sapere combina aspetti e componenti della cultura trasmessi ereditariamente, da una generazione all’altra, con quelli acquisiti e scoperti con varie forme di apprendimento.

Sapere, cultura e civiltà sono quindi legati strettamente.

Il rapporto tra sapere e cultura esprime un processo che accomuna innovazione e cambiamento di valori e capacità (sociali e tecniche) all’interno di un flusso non sempre codificabile in ogni sua modalità di funzionamento. Si tratta del tacit knowledge (M. Polany, 1958), ossia della conoscenza tacita che include sia quanto si apprende dimenticando come lo si apprende, sia quanto si conosce a livello pre-riflessivo, non conscio, intuitivo, etc.

Sapere e cultura sono basati sul ruolo prioritario del contesto locale, tanto è che modi di agire e di pensare tipici di alcune culture non trovano facile trasferibilità in altri contesti. Anche pratiche quotidiane di successo (generalmente chiamate buone pratiche) in un determinato contesto possono portare ad insuccesso quando applicate ad altre realtà locali.

Il rapporto tra Sapere e civiltà esprime un processo di maggiore universalità (globalizzazione), basato sulla reciproca influenza di molteplici culture. E’ proprio questo processo che fa evolvere i paradigmi delle varie comunità scientifiche, quando essi non sono più adeguati alla comprensione dei cambiamenti che si manifestano negli innumerevoli e diversi contesti. Si tratta di un processo evolutivo nel quale, come spiegato da Giddens (1990), il Sapere contribuisce alla trasformazione dei fenomeni che sta analizzando, essendo a sua volta trasformato da essi ("riflessività del sapere").

In altre parole, il Sapere ed i suoi paradigmi scientifici cambiano con il mutare della società. Mentre si conosce ciò che stiamo lasciando, non è dato sapere dove stiamo entrando né cosa stiamo creando. Quello che sembra chiaro è il bisogno di nuovi modi di conoscere per analizzare, avvicinare e comprendere la molteplicità del presente e la futura condizione umana, capitalizzando le esperienze passate.

Nell’attuale transizione occorre cercare di capire quanto sta accadendo e quali sono i sintomi del cambiamento. C’è necessità di nuove conoscenze, di un continuo processo di apprendimento e di azione attraverso la de-costruzione e la costruzione, l’aggregazione e la disaggregazione, la differenziazione e la similarità, la de-connessione e la connessione.

In breve, questo significa analizzare e confrontare situazioni, culture e pratiche differenti, mischiare approcci (tra i quali quelli che provengono dal lato ambientalista dell’umanità).

L’era post-industriale richiede una "Persona Colta" (Drucker, 1993) ed un’umanità in grado di esprimere una cultura multidimensionale e una nuova civiltà (E. Morin, 1994).

In questa direzione, come afferma Lyotard (1984), il "sapere postmoderno non è esclusivamente uno strumento di potere. Raffina la nostra sensibilità per le differenze e rafforza la nostra capacità di tollerare l’incommensurabile".

In tal modo, i postmodernisti concepiscono nuove idee e nuovi modi di pensiero che hanno importanti relazioni con, e sono influenzati da, altre discipline e culture, come può rilevarsi nella teoria sociale multiculturale.

Si può notare, perciò, come il postmodernismo, più del modernismo, sia contraddistinto da una sorta di compassione culturale. Naturalmente si tratta di una compassione come viene intesa nella letteratura buddista: chiara accettazione o riconoscimento dell’altro, come di se stessi, interesse per gli altri, distacco da se stessi.

In altre parole, parafrasando Lyotard, il pensiero postmoderno vede nella ricerca di una pluralità di culture eterogenee il modo per migliorare la conoscenza; Sapere nel quale il pensiero "scientifico" non ricopre più un posto privilegiato.