Da: Avvernire del 22.01.2000bar-54.gif (3312 byte)

INTERVISTA Il leader dei protestanti tedeschi parla di sacrifici e nodi del dialogo: dal primato alle indulgenze
Evangelici, un passo verso Pietro

Manfred Kock: il Papa? Per noi può essere un «primus inter pares»
«Le ingiustizie del comune passato pesano anche sulla nostra coscienza»
Giovanni Maria Del Re

 

BERLINO. Un «rappresentante unitario» della cristianità, un primato simbolico da «primus inter pares». Ragiona, immagina, ipotizza, il reverendo Manfred Kock, presidente del Consiglio della Chiesa evangelica tedesca (Ekd). Le riflessioni del leader dei protestanti tedeschi sono importanti e nuovissime, perché il «rappresentante unitario» a cui sta pensando è proprio il Pontefice della Chiesa cattolica romana: quello che dunque Kock ipotizza, sia pure con estrema cautela e con precise condizioni, è un possibile - parziale e simbolico - riconoscimento del ministero pontificio da parte dei protestanti. L'idea del Präses (questo il nome ufficiale della sua carica) emerge nel corso di una conversazione con Avvenire sul Grande Giubileo del 2000. Un Giubileo che però non convince del tutto i protestanti tedeschi, a dimostrazione che c'è ancora strada da fare. È da qui che partiamo. Quali sono le sue impressioni sulle celebrazioni del Giubileo? «Anzitutto vorrei sottolineare che anche noi abbiamo festeggiato l'inizio di quest'anno. Ricordo inoltre che il 27 novembre in Germania abbiamo celebrato con una funzione ecumenica l'avvio del Giubileo. Certo per noi non è un Anno Santo come per i cattolici, ma sono pur sempre i 2000 anni con Cristo. Ecco perché anche noi guardiamo con grande interesse a quanto accade a Roma, io stesso ho seguito con attenzione, in televisione, l'apertura della Porta Santa. La mia impressione è, però, che vi si sia presentata una Chiesa piuttosto diversa da noi protestanti». In che senso? «Una Chiesa con una notevole dose di solennità e molti ornamenti, qualcosa di trionfale. Siamo consci che per la Chiesa cattolica questa pompa è espressione della sua adorazione di Cristo, noi protestanti però ci domandiamo se questo sfarzo sia davvero conciliabile con il modo in cui Gesù ha vissuto». Vi lascia perplessi anche l'aspetto dell'indulgenza... «Non si può dimenticare che è stato all'origine della divisione durante la Riforma. Ci saremmo augurati maggiore cautela. L'evidenza data a Roma all'indulgenza plenaria dimostra che il cammino da percorrere verso l'unità è ancora lungo». Ma scorgete soltanto elementi di preoccupazione? «Siamo critici, ma vorrei subito precisare quelli che per noi sono gli aspetti positivi. Già il fatto che Giovanni Paolo II abbia invitato a partecipare ai riti solenni esponenti di diverse confessioni è un importante segnale: che ci stiamo avvicinando gli uni verso gli altri, che percorriamo insieme il sentiero della Chiesa nel nuovo millennio. Del resto, pur avendo ancora dei problemi, la recente firma della Dichiarazione comune sulla dottrina della giustificazione ad Augsburg è un importante passo avanti, dimostra che si è creata una base comune su cui costruire. E se io ho potuto esprimere critiche tanto apertamente è proprio perché ormai siamo già così vicini». Il Papa ha detto che tutti i cristiani dovrebbero sacrificare qualcosa sulla via dell'unità. Che cosa è disposta a sacrificare la Chiesa evangelica? «Vede, se ci troviamo a parlare di quello che al momento è il punto di divergenza decisivo, e cioè il significato del ministero pontificio, ebbene, allora io dico: si può immaginare una figura unitaria simbolica». Che cosa intende per «figura unitaria simbolica»? «Un primus inter pares che, nei rapporti verso l'esterno, disponga di una forza simbolica in nome della cristianità». Sta forse parlando del Papa? «Sì. Dico in generale del ministero pontificio e delle sue funzioni. Qui però vorrei subito sottolineare che noi protestanti non potremmo immaginarci che un simile ministero unitario rappresentativo possa dettare norme in questioni dottrinali e di vita ecclesiale». Dunque, la Chiesa evangelica tedesca potrebbe, almeno in teoria, esser pronta a riconoscere il ministero pontificio, sia pure in modo limitato e simbolico? «Nel senso sopra indicato, mi posso senz'altro immaginare una cosa del genere. Però ripeto, bisogna tener ben presenti i limiti che ho indicato». Sarebbe un grande passo. È una pura ipotesi, o ne state discutendo nel Sinodo evangelico? «Vede, se pensiamo di procedere sulla via del dialogo ecumenico, questo potrà accadere solo se noi protestanti accettiamo che la grande Chiesa cattolica romana si è costituita in questo modo. Perché questo accada, però, bisogna prima che ci si riconosca gli uni gli altri come Chiese. Non siamo ancora a questo punto». Eppure le due Chiese hanno già annullato la condanna reciproca dell'epoca della Riforma. «È vero, tuttavia Roma continua a definirci "comunità ecclesiali" e non "Chiesa". Se si risolvesse questo punto, sarebbe un primo passo verso il superamento della divisione. Dopodiché si potrà parlare di quella rappresentanza unitaria della cristianità di cui si diceva». Torniamo all'Anno Santo. Per la Chiesa cattolica e per i singoli fedeli è un'occasione per una purificazione della memoria. Di che cosa sente di doversi purificare la sua Chiesa? «Vede, la nostra Chiesa non comincia solo 500 anni fa, vive in continuità da Cristo in poi. Per questo partirei da molto indietro, dalle crociate, dai roghi delle streghe: tutti episodi che pesano anche sulla coscienza di noi cristiani protestanti. Io dico che questo non deve più accadere, non deve più accadere che si affermi un atteggiamento fanatico che porti a limitare la libertà degli altri. A ciò, e adesso parlo specificamente di noi protestanti (ma lo stesso è accaduto con la Chiesa cattolica) si è aggiunta un'eccessiva vicinanza con regimi, sovrani, sistemi statali. Oggi registro con soddisfazione che le Chiese sono chiaramente dalla parte di chi soffre e dei poveri di questo mondo, e non dalla parte dei potenti». Lei tocca un altro tema del Giubileo, e cioè la possibilità di collaborazioni concrete sul fronte della lotta alla povertà, alle nuove forme di schiavitù, per la remissione del debito. L'Anno Santo potrà dare nuovi stimoli? «Guardi, la collaborazione in questi campi è già ampiamente in atto. Lo scorso anno, per il vertice di Colonia, abbiamo avuto una serie di iniziative ecumeniche. Su questi temi Giovanni Paolo II, l'arcivescovo di Canterbury e altri leader ecclesiali in tali questioni parlano con una sola voce». Quali sono i problemi più urgenti? «Ritengo che, a breve termine, cruciale sia la questione delle enormi differenze tra ricchezza e povertà sul pianeta. Un altro punto importante è la preservazione del Creato: le Chiese devono far comprendere che non possiamo saccheggiare la Terra, ma che abbiamo responsabilità nei confronti delle future generazioni. E infine c'è la questione della morale pubblica e delle responsabilità dei politici». Dal momento che parliamo di auspici, è ottimista sulle possibilità di arrivare all'unità dei cristiani in questo secolo? «Credo che troveremo una riconciliazione nella diversità. Cioè che manterremo Chiese differenti, senza però considerarci l'un altro come una minaccia, bensì come arricchimento, come espressione della molteplicità cristiana. Nel Vangelo di Giovanni si racconta della rete tirata in secco gonfia di pesci, e si legge: "e la rete non si spezzò". Ecco, questa immagine biblica per me è un magnifico simbolo». (continua-le precedenti puntate sono state pubblicate il 20 - anglicani - e il 21 gennaio - valdesi).

Giovanni Maria Del Re

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