Cenni di storia di Firenze - I Medici
I Medici




Era il tempo in cui appoggiandosi al popolo si aprirono lentamente la via al potere i Medici. Già Salvestro aveva dimostrato tendenze popolareggianti, e poi Giovanni de' Medici coltivò la stessa tendenza, sempre affermando di non aver pretese politiche e di voler solo attendere alla mercatura. Nel 1429 gli successe nella direzione della ricca azienda il figlio Cosimo, il quale continuò nella via paterna della ricerca del favore popolare senza compromettersi. Ora le vicende della guerra di Lucca, che si trascinava senza giungere a una favorevole conclusione, suscitarono grave malcontento in Firenze, dove gli Albizzi cercarono di rovesciare la responsabilità sui Medici. Morto Nicolò da Uzzano primeggiava Rinaldo degli Albizzi il quale si credette sicuro di potersi impadronire definitivamente del potere, e indusse la signoria a porre Cosimo in stato di accusa sotto imputazione di peculato e di dilapidazione nonché di tentata tirannide, e a condannarlo a dieci anni d'esilio (ottobre 1433). Ma presto la reazione travolse il tentativo egemonico degli Albizzi: un anno dopo la cacciata di Cosimo riuscì corteggiata una signoria favorevole ai Medici; Cosimo, che conduceva vita mecenatesca a Venezia, fu richiamato, e vennero mandati in esilio gli Albizzi; tuttavia costoro avevano seguite buone direttive nella politica estera, come si vide nell'acquisto di Livorno, comprata per 100.000 fiorini da Genova nel 1421.

La lotta, che aveva esaurito la funzione dei partiti avversi, si era ridotta al conflitto tra famiglie, e i Medici godevano del favore popolare. Cosimo, ritornato senza pompa in città, fu considerato come il vero capo di Firenze, sicché il 1434 segnò il principio della signoria non più forestiera, ma indigena dei Medici, dissimulata dal rispetto delle forme repubblicane. All'esterno si turbarono di nuovo i rapporti con il Visconti, e i Fiorentini, alleati di Eugenio IV e dei Veneziani, dopo la sconfitta del loro condottiero Nicolò da Tolentino a Castel Bolognese (1434), presero al loro servizio Francesco Sforza. Dopo alternative di lotta e di tregua, durante le quali il concilio di Basilea, riaperto a Ferrara (1437), fu trasferito a Firenze (1439), i Fiorentini capitanati da Giampaolo Orsini riportarono la vittoria di Anghiari contro Nicolò Piccinino al soldo di Filippo Maria (29-VI-1440), ma non seppero profittare della vittoria. Per la pace di Cavriana Firenze conservò il Casentino conquistato dopo la battaglia di Anghiari, cacciandone il conte di Poppi, del ramo guelfo dei Guidi, favorevole al duca di Milano.

Cosimo (1434-64) non si preoccupò di prendere posto nel palazzo dei priori, ma governò dal suo palazzo, provvedendo abilmente ad affidare gli uffici della repubblica non ancora aboliti a persone fidate. Tra i suoi partigiani emergeva allora Luca Pitti, il quale, come gonfaloniere di giustizia, nel 1458 fece deliberare in un assemblea di popolo di accordare pieni poteri alla signoria, e a 250 altri cittadini di distribuire le cariche e di ripartire le imposte. Morto senza eredi maschi Filippo Maria Visconti (13-VIII-1447), era stata abbandonata l'alleanza con i Veneziani, che miravano a conquistare in Italia la posizione egemonica a cui avevano aspirato i Visconti, e Cosimo favorì Francesco Sforza nell'occupazione del ducato di Milano. La politica di equilibrio svolta dal Medici ebbe la sua sanzione, dopo quattro anni di sterile guerra, nella pace di Lodi (9-IV-1454). Tra i successori di Cosimo, dopo il figlio Piero il Gottoso (1454-69), che sembrò compromettere la fortuna politica della sua famiglia, raggiunse presto alta fama il figlio di Piero, Lorenzo il Magnifico, sfuggito alla congiura dei Pazzi (1478) in cui trovò la morte suo fratello Giuliano. Lorenzo seppe profittare della cospirazione per creare, modificando la costituzione, un Consiglio dei Settanta e per sbarazzarsi degli avversari. Mentre la repubblica stava per finire (anche se ebbe ancora un cinquantennio di sussulti), Lorenzo non si chiuse nell'orbita ristretta dello Stato fiorentino, ma, pur avviando il suo potere decisamente verso il principato, allargò la sua azione a tutta la scena politica italiana, attendendo con abilità e con successo a mantenere l'equilibrio politico italiano a cui aveva cooperato il nonno. Non mancò tuttavia l'opposizione, specialmente contro la sua politica interna e tale spirito di opposizione negli ultimi anni della vita di Lorenzo parve incarnarsi in fra Girolamo Savonarola.

Morto Lorenzo il Magnifico (8 aprile 1492) gli succedette il figlio Piero, giovane orgoglioso e dappoco, con il quale si eclissò momentaneamente l'influsso fiorentino sulla politica italiana e venne meno l'elemento unificatore fra gli Stati del nord e del sud, generandosi così uno spostamento nell'equilibrio fra gli Stati italiani. Piero fu travolto dalla discesa in Italia di Carlo VIII. Un tumulto popolare, scoppiato contro il Medici per la sua condotta incerta e debole verso il re di Francia, l'obbligò a fuggire da Firenze (9-XI-1494), dove fu costituito un nuovo governo che lo dichiarò ribelle e richiamò in città le famiglie che il partito mediceo aveva mandate in esilio. La repubblica, che levò per bocca di Pier Capponi la sua protesta contro le insolenti pretese di Carlo VIII, si obbligò tuttavia a pagare una forte indennità al re, il quale a sua volta prometteva di restituire le fortezze consegnategli da Piero (25 novembre). Firenze, liberatasi dai Medici (1494-1512), dovette elaborare una nuova costituzione, ma tosto si manifestarono le due tendenze, oligarchica e democratica, che in realtà avevano già dimostrata la loro debolezza come partito di governo. Vero trionfatore del momento fu fra Girolamo Savonarola, favorevole a un governo popolare. Uno dei capi democratici, Paolo Antonio Soderini, credette di poter conciliare le istituzioni veneziane con le condizioni di Firenze, e le sue proposte prevalsero con l'appoggio del Savonarola, il quale continuò a esporre dal pulpito idee sul governo, ispirando molte decisioni successivamente adottate dai governanti. Per la nuova costituzione l'autorità sovrana risiedeva in un Grande Consiglio composto dei cittadini maggiori di 29 anni, i cui antenati avessero fatto parte o della signoria, o dei Buoni uomini, o dei Gonfalonieri di compagnia. Il numero dei cittadini in queste condizioni era di ca. 3000, che a turno venivano chiamati a far parte del Consiglio. Il Consiglio eleggeva ottanta cittadini maggiori di 40 anni, che costituivano un Consiglio ristretto corrispondente al senato veneziano. Dietro consiglio del Savonarola, per risolvere la questione finanziaria si stabilì un'imposta fondiaria del 10%, detta la decima; venne combattuta l'usura creando il Monte di Pietà. Nella politica estera, sebbene per opera di Carlo VIII i Fiorentini avessero perduta Pisa, e delle fortezze occupate dai Francesi solo Livorno potesse essere recuperata, si mantenne l'amicizia con la Francia. Tuttavia la freddezza del re di Francia, il disagio della repubblica, che si trovava completamente isolata, l'ordinamento politico antimediceo e l'indirizzo morale troppo rigido affermato dal Savonarola, accrescevano il malcontento cittadino; e se il frate aveva suscitato decisi fautori (piagnoni), aveva anche provocato decisi avversari (palleschi favorevoli ai Medici e arrabbiati o compagnacci sostenitori di una repubblica aristocratica), sicché la nuova costituzione non poté sopravvivere alla caduta e alla morte del frate sul rogo (23-V-1498). L'anno precedente Piero de' Medici aveva fatto un vano tentativo di rientrare a mano armata in Firenze, e il fallito colpo di mano aveva anzi rafforzato il partito democratico che, sotto la guida dei capi più intransigenti, come Francesco Valori, si abbandonò a violenze e condanne contro cittadini delle più notevoli famiglie. Frattanto i Fiorentini erano stati quasi sempre in armi per ricuperare Pisa che aveva resistito a ripetuti assalti. Nel 1502, giudicandosi troppo debole il governo e ritenendosi da alcuni che l'insuccesso della guerra di Pisa dipendesse dal fatto che il gonfaloniere e la signoria duravano in carica solo due mesi, si stabilì che il gonfaloniere fosse eletto a vita dal Consiglio Maggiore, scegliendolo fra le persone che avessero compiuti i 50 anni. Venne eletto Piero Soderini (22 settembre 1502); l'anno dopo Piero de' Medici morì affogato nel Garigliano. Ma la guerra di Pisa non diede favorevoli risultati neppure negli anni seguenti e la città poté essere occupata soltanto alla metà del 1509. Durante la guerra della Lega Santa i Medici cercarono di rafforzare i propri amici in Firenze.

Dopo la ritirata dei Francesi, profittando della confusione e del disordine suscitato dal sacco di Prato (1512) operato dal viceré di Napoli Raimondo de Cardona, i fautori dei Medici obbligarono Piero Soderini a deporre la carica di gonfaloniere e ad andarsene in esilio, e richiamarono in città la famiglia dei Medici, rappresentata in prima linea da Giovanni e Giuliano, figli del Magnifico (settembre 1512). Il gonfalonierato a vita fu subito abolito e fu fissata a due mesi la durata di questa carica. Il governo si ridusse nelle mani del cardinale Giovanni, il quale non si valse del potere a scopo di vendette personali, ma cercò di attirarsi partigiani con la magnificenza e con le feste. Eletto pontefice a 38 anni, prese il nome di Leone X (11 marzo 1513), e a lui succedette, dopo il breve pontificato di Adriano VI (1522-23), un altro Medici, il cardinale Giulio, che prese il nome di Clemente VII. Questi era stato consigliere ascoltatissimo di Leone X, e dopo la morte (1519) di Lorenzo duca di Urbino aveva retto il governo di Firenze con prudenza e saggezza. Ciò non impedì che alcuni malcontenti, d'intesa con il Soderini esule, cospirassero contro di lui, ma scoperti furono messi a morte (7 giugno 1522) e la signoria dei Medici si fece di conseguenza più dura. Clemente VII affidò il governo di Firenze al cardinale di Cortona Silvio Passerini, che resse la città a nome dei due Medici illegittimi, Ippolito figlio di Giuliano e Alessandro figlio di Lorenzo duca d'Urbino; ma fu un governo debole. Durante la seconda guerra fra Carlo V e Francesco I (1526-29), passato il papa dalla parte di quest'ultimo, un gruppo di giovani delle principali famiglie, interprete del generale malcontento contro il governo del Passerini, si impadronì del Palazzo della Signoria; ma non sostenuti dalla popolazione, desistettero dall'impresa (26 aprile 1527). Tuttavia la notizia del sacco di Roma suscitò in città nuovi tumulti per opera soprattutto di antichi fautori del Savonarola; i Medici furono scacciati e si ripristinò il governo repubblicano (16 maggio). Nel timore delle orde imperiali che avevano saccheggiato Roma e contagiata la città di pestilenza, in un impeto di misticismo si acclamò Gesù Cristo re perpetuo del popolo fiorentino (9 febbraio 1528). Nel governo preponderò prima l'elemento più moderato degli ottimati, che avrebbe desiderato evitare la guerra con il papa, poi prevalse l'elemento democratico che elesse gonfaloniere Francesco Carducci (aprile 1529), proclive all'alleanza con la Francia.

Il comando delle forze militari, non accettato da Ercole d'Este, fu affidato a Malatesta Baglioni. Ma nel trattato di Barcellona (29 giugno) si convenne tra Clemente VII e Carlo V che i Medici sarebbero stati rimessi in Firenze; successivamente a Bologna il papa incoronò Carlo imperatore. I Fiorentini decisero allora di difendere la loro libertà contro l'esercito imperiale comandato da Filiberto d'Orange; iniziò così il lungo assedio di Firenze (14-X-1529), che attraversò molte fasi, con improvvisi assalti degli Spagnoli e con alcune vittoriose sortite dei Fiorentini (21 marzo, 5 maggio e 10-VI-1530). Ma nonostante l'eroismo dei cittadini di fronte alla guerra, alla carestia, alla pestilenza, e l'abilità di un mercante guerriero, Francesco Ferrucci, che tenne a lungo testa agli Spagnoli nel contado, con la sconfitta di Gavinana cadde la libertà fiorentina e la città dovette arrendersi agli imperiali (12-VIII-1530). Era spianata la via al definitivo ritorno dei Medici, stavolta strenui alleati dell'Imperatore che a sua volta era profondamente devoto al Papa. I tempi in cui l'Imperatore e il Papa si contrapponevano erano lontanissimi e l'epoca d'oro di Federico II di Svevia sembrava preistoria.

 
 
4 settembre 2002 ©2002 Fabrizio Gabrielli
 
 
 
 

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