Cenni di storia di Firenze - Il libero governo e la signoria
Il libero Governo e la Signoria




Nella prima metà del sec. XIV la signoria forestiera in Firenze fece brevi apparizioni sotto il pungolo degli avvenimenti esterni che minacciarono di volta in volta il comune. Dopo la blanda signoria di re Roberto, durata fino alla fine del 1321, di fronte al nuovo pericolo ghibellino rappresentato prima da Uguccione della Faggiuola signore di Pisa, vincitore dei Fiorentini a Montecatini (29-VIII-1315), e poi da Castruccio Castracani, vincitore ad Altopascio (23-IX-1325), Firenze si diede in signoria a Carlo duca di Calabria, figlio del re di Napoli (1326-1328); fu una signoria particolare, con più precisa definizione dei poteri del nuovo signore, senza abolizione degli organi essenziali della costituzione fiorentina, ma anch'essa di durata effimera e dovuta soltanto all'urgenza del pericolo. Morti a poca distanza di tempo l'uno dall'altro il Castracani e Carlo, Firenze si sentì libera tanto dalla minaccia ghibellina quanto dalla signoria esterna, sia pure guelfa. La sua prosperità cresceva, le sue industrie, e particolarmente quella della lana, erano fiorenti, le sue entrate ammontavano alla cifra, altissima per quel tempo, di 300.000 fiorini d'oro e il bilancio era in pareggio. Il governo fiorentino riprese in questo tempo la sua politica espansionistica in Toscana compiendo nuove conquiste, sottomettendo Pistoia (1331), piegando al suo predominio Cortona (1332) e poco dopo Arezzo, la cui signoria comprò dalla famiglia Tarlati (1337), occupando Colle di Val d'Elsa (1338) e fondando Terranuova e Firenzuola per tenere a freno famiglie pericolose, i Pazzi in Valdarno e gli Ubaldini nel Mugello. Ancora si ebbe l'acquisto un po' tardivo e costoso di Lucca, comprata per 250.000 fiorini da Mastino II della Scala (1341), acquisto che provocò una nuova guerra infelice con Pisa, sicché l'impresa di Lucca, che si arrese ai Pisani finì miseramente (1342). L'insuccesso, che screditò l'oligarchia dominante (rafforzando anche i ceti estremi della cittadinanza esclusi dal potere, magnati e popolani), allora già economicamente indebolita dai fallimenti assai gravi di alcuni banchieri come i Bardi e i Peruzzi (per il rifiuto del re d'Inghilterra e di Giovanni di Napoli di pagare le somme avute in prestito), portò alla costituzione di un'altra effimera signoria forestiera, quella di Gualtieri di Brienne, il duca d'Atene, che era stato già rappresentante di Carlo duca di Calabria in Firenze nel 1326 e aveva militato nell'esercito fiorentino nell'impresa di Lucca.

I priori avevano acconsentito alla signoria di Gualtieri per un anno e con le condizioni e limitazioni con cui era stata affidati al duca di Calabria; gli oppositori invece reclamavano la signoria vitalizia, che avrebbe costituito un governo forte al di sopra degli interessi particolari di classe (8-IX-1342). Le città politicamente legate a Firenze, come Arezzo, Pistoia, Colle, Volterra, seguirono l'esempio di Firenze, sicché Gualtieri poté costituire una signoria abbastanza estesa. Egli ebbe il titolo di "conservatore e protettore del comune e sue giurisdizioni". Simulando modestia e sentimenti di giustizia e di religione, ostentando devozione, si era ridotto ad abitare nel convento di Santa Croce, ma adulando i Grandi e il popolo magro finì con l'essere proclamato Signore a vita. Soltanto i priori e i gonfalonieri avevano osato opporsi. Il nuovo governo dispotico, affermatosi patteggiando con ceti disparati che poi non poté accontentare, non tardò, in nome della libertà comunale, a essere rovesciato (26-VII-1343). Con la caduta del duca d'Atene i Fiorentini perdettero una parte notevole dei loro domini. Persero parecchie terre, fra cui Arezzo e Pistoia, si dichiararono di nuovo indipendenti da Firenze, che non poté subito provvedere a risottometterle. Solo un poco più tardi Pisa riprese la sua politica di predominio; nel 1349 rioccupò Colle e San Gimignano, nel 1350 Prato, e nell'anno seguente anche Pistoia.

Per l'aiuto che avevano dato alla cacciata di Gualtieri di Brienne, i Grandi furono riammessi nell'amministrazione dello Stato, ma a causa dei loro nuovi soprusi ne furono nuovamente esclusi, furono ristabiliti gli Ordinamenti di giustizia con qualche modificazione e si ridussero a condizione di popolane 500 famiglie nobili. Fu instaurato un governo assai più democratico, ponendo a capo del comune bensì otto priori, ma di essi due soltanto erano presi dalle Arti maggiori, mentre gli altri sei posti erano assegnati alle Arti minori; la carica di gonfaloniere di giustizia, a cui spettava la presidenza del consiglio così formato, era tenuta per turno.

Roccaforte dell'oligarchia esclusa dal governo era il magistrato di parte guelfa, antica istituzione che risaliva al tempo della cacciata dei ghibellini (1267) e costituiva quasi uno Stato entro lo Stato, Questo magistrato riuscì a far escludere dalle cariche a forestieri, cioè coloro il cui padre e il cui avo non fossero nati in Firenze o nel suo contado, colpendo così molti degli artigiani che s'erano reciti in Firenze dalle città vicine. Poi fece ancora approvare un decreto per il quale erano esclusi da ogni ufficio coloro che fossero stati ghibellini o avessero avuto tra i ghibellini il padre o altro parente (1347). Questa legge fu aggravata dai capitani di parte guelfa i quali proposero che potesse essere accusato pubblicamente o segretamente di ghibellinismo chiunque avesse rivestito qualche carica o vi fosse eletto in avvenire. A provare l'accusa bastava la testimonianza di sei persone "degne di fede"; l'accusato doveva essere rimosso da ogni ufficio e condannato a multa e a pene corporali (legge dell'ammonire, 15-1-1358). Questa legge che assicurava al magistrato di parte guelfa il predominio nella cittadinanza, dandogli il diritto di attendere alla persecuzione legale degli avversari, si prestava a gravi abusi e a causa d'essa Firenze attraversò un periodo di terrore, ognuno temendo l'accusa e la propria rovina. Sola attenuazione fu l'aver portato a cinque i capitani di parte guelfa e l'aver reso necessario per gli atti di antighibellinismo il consenso di tre di essi. Ma le ammonizioni continuarono lo stesso, suscitando malumori aggravati dalla lotta fra il popolo medio e il popolo minuto e dal delinearsi di un nuovo contrasto fra le due potenti famiglie dei Ricci e degli Albizzi.

Un accordo importante si ebbe con l'imperatore Carlo IV (1355) che riconobbe la legittimità dell'istituzione del priorato e confermò le conquiste esterne di Firenze, la quale ottenne ulteriori successi, come l'occupazione di Volterra (1361), avvenuta durante la nuova guerra contro Pisa (1356-64) che si concluse, dopo li vittoria fiorentina di Cascina, con la pace di Pescia; per essa i Pisani confermavano ai Fiorentini tutte le franchigie di cui essi avevano goduto nel territorio di Pisa e nel porto pisano prima della guerra. Quando per opera del cardinale Egidio di Albornoz si ricostituì il dominio papale nelle Romagne e fu occupata Perugia con pericolo di accerchiamento per Firenze, scoppiò fra questa e Gregorio IX una guerra, per la quale fu creata la nuova magistratura degli Otto di guerra e furono imposti tributi anche al clero.

Il papa lanciò l'interdetto contro la città, ma gli Otto non si lasciarono atterrire dalla grave misura e continuarono nella lotta sostenuti dall'entusiasmo della popolazione che denominò quei magistrati gli Otto Santi e incendiò la casa che ospitava Caterina da Siena, la quale tentava di fare opera pacificatrice. L'elezione del papa Urbano VI rese possibile la conclusione della pace che fu firmata a Tivoli (28-VII-1378); Firenze pagò al papa 250.000 fiorini come indennità di guerra e il papa prosciolse i Fiorentini da ogni censura (24 settembre). In sostanza la politica estera fatta dall'oligarchia fu eccellente, abilissima, e rassodò il dominio della città, che riuscì anche a sfuggire alla minaccia di Giovanni Visconti, arcivescovo di Milano, che si era insignorito di Bologna.

Frattanto la crisi sociale e politica interna si avviava allo scioglimento; sotto lo stimolo della crisi economica scoppiarono anche le prime agitazioni proletarie. Nei contrasti di famiglie e di classe, tra gli Albizzi, sostenuti da nobili e popolo grasso, e i Ricci loro rivali, sostenuti dalla media borghesia, si inserì il popolo minuto, quella plebe che in parecchie partì d'Europa aveva cominciato a far sentire la sua azione. In mezzo a questi contrasti si affacciò il nome dì quella famiglia che stabili più tardi la sua signoria sulla città. Nonostante l'opposizione della parte guelfa fu infatti eletto gonfaloniere dì giustizia Salvestro dei Medici, appartenente al partito dei Ricci. Egli propose che fossero rimessi in vigore tutti gli ordinamenti contro i Grandi e con un'agitazione di popolo ottenne dalla signoria l'approvazione della sua proposta (18-VI-1378). Ma la violenza popolare di cui Salvestro e i suoi partigiani si valsero per ottenere altre riforme, non fu più potuta contenere; le case degli Albizzi, degli Strozzi a di altri capi di parte guelfa furono prese e incendiate; alcune riforme compiute da una balia di 80 cittadini riuscirono odiose al magistrato di parte guelfa e non accontentarono gli avversari, sicché si sboccò in una rivoluzione politico-sociale che fu il Tumulto dei Ciompi (20/24-VII-1378). Gonfaloniere fu, proclamato Michele di Lando, fu costituita una nuova signoria nella quale prevaleva il popolo minuto, furono istituite le tre nuove Arti dei Tintori, Farsettai e appunto dei Ciompi (lavoratori salariati operanti nel settore della lana), furono approvate due leggi rivoluzionarie di una gravità eccezionale e senza precedenti, riguardanti il ripudio del debito pubblico e l'imposta diretta progressiva. Ma la rivoluzione presto fallì; i ciompi furono vinti e dispersi e la vittoria rimase al partito intermedio, che raccolse in un accordo temporaneo le Arti maggiori e minori.

Il nuovo governo democratico moderato, con la partecipazione però anche del popolo grasso, tenne per quattro anni il potere, ma si trattava solo di una soluzione provvisoria, come dimostravano i frequenti tumulti e le gravi repressioni. Profittando di un nuovo tumulto popolare fallito (gennaio 1382), fu restaurata l'oligarchia, tutte le riforme del 1378 furono abolite, fu stabilito che il gonfaloniere di giustizia fosse preso sempre dalle Arti maggiori, dalle quali dovevano pure essere presi quattro degli altri Otto membri della signoria. Fu consolidato il colpo di Stato della plutocrazia delle Arti maggiori con il governo dittatoriale di Moro degli Albizzi e dei suoi più stretti fautori, Nicolò da Uzzano e Gino Capponi; degli avversari alcuni furono messi a morte e altri, fra i quali Salvestro dei Medici e Michele di Lando, furono mandati in esilio. In questo modo la ricca borghesia riprese il potere e preservò lo Stato da ulteriori agitazioni interne fino all'avvento dei Medici al potere.

Se la signoria tendeva come nelle altre parti dell'Italia superiore a prevalere anche in Toscana, tale governo non era ancora maturo per Firenze, dove l'oligarchia mercantile dominante cercava di mettersi sulla strada percorsa dall'oligarchia veneziana, continuando le persecuzioni contro i democratici. Del resto l'accentramento dei poteri nelle mani di pochi era anche reso necessario dalle lotte contro i grandi Stati che si erano venuti formando in Italia. Il pericolo ora sorgeva da parte di Gian Galeazzo Visconti il quale, con il suo vasto programma di espansione territoriale, andava estendendo il suo dominio nell'Emilia e in Toscana. I Fiorentini isolati cercarono prima l'alleanza dell'imperatore Roberto, il quale (ottobre 1401-aprile 1402) tentò senza successo una discesa in Italia; poi ventilarono l'alleanza con Ladislao re di Napoli e con il papa Bonifacio IX; ma furono salvi per la morte del duca di Milano (3-IX-1402). Attraverso la crisi che segui a questa morte, Firenze aspirò ad aprirsi la via al mare, assoggettando Pisa, la quale (benché avesse acclamato signore Giovanni dei Gambacorti) dovette arrendersi dopo lungo assedio (9-X-1406). Così Firenze aveva acquistato il dominio sulla Toscana, dove restavano indipendenti solo Lucca, sotto Paolo Guinigi, e Siena libera repubblica.

Le conquiste di Filippo Maria Visconti e l'aprirsi della grande lotta fra Venezia e Milano costrinsero un'altra volta Firenze alla guerra. Furono eletti i Dieci di guerra e furono successivamente assoldati come capitani Pandolfo Malatesta, suo fratello Carlo, e Nicolò Piccinino. Le truppe ducali entrarono in Toscana e sconfissero ripetutamente i Fiorentini, che strinsero alleanza con Venezia (1425) per la difesa dell'indipendenza degli Stati italiani contro quel primato che i Visconti tendevano ad affermare nella penisola. Durante la guerra il governo di Firenze, per superare gli imbarazzi finanziari e assicurare un gettito tributario costante, istituì il catasto, che fu esteso anche alle città dipendenti. Dopo la battaglia di Maclodio, vinta da Venezia, e la pace di Ferrara (1428), Firenze mirò a completare l'unificazione di tutta la Toscana sotto il suo dominio, e attaccò Lucca, che venne aiutata dai Senesi e indirettamente dal duca di Milano. Questo intervento spinse i Fiorentini a stringere una nuova lega con Venezia.

 
 
4 settembre 2002 ©2002 Fabrizio Gabrielli
 
 
 
 

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