Cenni di storia di Firenze - Lo splendore del comune
Lo splendore del Comune




Il libero sviluppo della storia di Firenze mostrava con evidenza il prevalere della parte guelfa sulla parte ghibellina, sebbene tale prevalenza fosse talvolta arrestata dall'inserimento nelle lotte politiche della città di forze estranee a quelle del comune. Ma la battaglia a favore dei guelfi, almeno in Toscana, non fu destinata ad un esito così scontato. Federico II di Svevia, imperatore e re di Sicilia (che per un evidente interesse personale era in lotta aperta contro i comuni, oggi con un concetto in voga si direbbe che era in "conflitto di interesse") cercò appoggio nei nobili ghibellini di tutte le città e ciò fece anche a Firenze, dove intervenne direttamente con le forze imperiali, mandando 1600 cavalieri a sostegno degli Uberti e della loro fazione per cacciare dalla città quella dei Buondelmonti (1248). Cacciati i guelfi, prevalsero nella città gli Uberti, che oppressero i loro avversari. Tuttavia la situazione non si poté tranquillizzare come avrebbe desiderato l'imperatore, giacché Federico morì di lì a poco (1250). A quel punto le Compagnie delle Arti insorsero contro i grandi e, richiamati i fuorusciti guelfi, tornò a prevalere per un decennio il partito guelfo, che costituì quello che i cronisti chiamarono il governo di primo popolo o del popolo vecchio. Il nuovo governo di Firenze, certamente più democratico, fu basato sull'ordinamento militare dei cittadini divisi sotto venti gonfaloni, a capo dei quali era un capitano del popolo, un forestiero, che teneva il gonfalone del comune e rappresentava il popolo contro i magnati e, se necessario, anche contro il podestà. Accanto a questa organizzazione militare furono creati dodici Anziani che tenevano il governo della città e proponevano le leggi nei Consigli; i magnati vi avevano la minoranza (1250-51). In questo tempo Firenze prese Volterra (1254), batté i Pisani, aiutò con successo i guelfi di Pistoia, di Arezzo, di Lucca contro i ghibellini e in memoria dell'anno delle vittorie coniò la nuova moneta d'oro, il fiorino, prova anch'essa del sicuro progredire economico della città.

La nuova situazione fu determinata in parte anche dal fatto che alla morte dell'imperatore il successore Corrado IV, detto Corradino perché aveva solo 22 anni al momento dell'ascesa al trono, non fu certo all'altezza della situazione nel gestire la momentanea superiorità politica raggiunta. Non fu all'altezza anche perché dopo soli quattro anni morì inspiegabilmente di dolori addominali (avvelenato? Non esistono fonti certe, in proposito. Si sa, oggi, che il personaggio non avrebbe certo richiesto un avvelenamento perché spaventasse politicamente. Tuttavia il dubbio resta, cito in proposito il notevolissimo sito ad opera di un appassionato e dedicato a Federico II di Svevia). Non fu all'altezza nemmeno Manfredi che riuscì parzialmente a riprendere in mano la situazione, pur senza riuscire a raggiungere i traguardi, né di popolarità, né di efficacia, del padre.

Ma vediamo quale fu il comportamento di Manfredi alla morte di Federico. La caduta temporanea dei guelfi a Firenze fu dovuta un'altra volta all'inserimento di forze estranee alla vita politica del comune. Ciò avvenne ad opera di Manfredi, figlio (di secondo letto) di Federico II. Insieme a lui cospirarono contro il governo del primo popolo i ghibellini, i quali, essendo stata scoperta la congiura, furono in parte condannati a morte e in parte cacciati in esilio. Ma chi si salvò riparò a Siena (1258). In aiuto dei senesi Manfredi mandò 800 cavalieri, e nella valle dell'Arbia si combatté la battaglia di Montaperti (4-IX-1260). Stavano da una parte con le milizie di Firenze i guelfi di altre parti della Toscana con quelli di Orvieto e di Perugia, dall'altra gli esuli fiorentini con le milizie di Siena, i ghibellini di altre città toscane e i cavalieri di Manfredi. Una schiera di Fiorentini favorevoli ai ghibellini passò durante la battaglia al nemico, e uno di essi, Bocca degli Abati, atterrò l'insegna dei guelfi tagliando la mano di Iacopo de' Pazzi che la portava. I guelfi andarono in piena rotta e il carroccio di Firenze cadde in mano ai vincitori. Tra i ghibellini toscani, riuniti in congresso a Empoli, i rappresentanti di Pisa e di Siena proposero la distruzione di Firenze, ritenendo che questo fosse il solo mezzo per impedire il ritorno dei guelfi in città; in realtà la proposta dissimulava appena il proposito delle altre città toscane, specialmente di Siena, Arezzo e Pisa, di liberarsi in quel modo della concorrenza commerciale dei Fiorentini che si faceva sempre più pericolosa e inquietante. Contro tale proposta insorse a difesa della sua città Manente (detto Farinata degli Uberti), immortalato da Dante, e la proposta fu abbandonata. Ma i ghibellini ripresero il potere della città e ne cacciarono i capi guelfi.

Ma il trionfo ghibellino fu di breve durata: privato di tale aiuto dalla battaglia di Benevento (1266) in cui cadde Manfredi, e da quella di Tagliacozzo non tardarono a riprendere il sopravvento i guelfi. Con l'intento di mantenere l'ordine e la pace, furono nominati podestà a Firenze due frati bolognesi dell'Ordine dei Cavalieri di Santa Maria, detti dal popolo frati gaudenti, Catalano dei Malavolti e Loderingo degli Andalò, l'uno guelfo e l'altro ghibellino (1266). Essi favorirono la parte guelfa e diedero importanza politica e militare alle Compagnie delle Arti, assegnando a ciascuna di esse bandiera e magistrati propri; si ebbe così la costituzione del secondo popolo. I ghibellini, mostratisi ostili al nuovo ordinamento, furono scacciati e non ritornarono più in città; l'amministrazione dei loro beni confiscati fu affidata a nuovi magistrati detti capitani di parte, e la città fu data in signoria formale per circa dieci anni a Carlo I d'Angiò, creato dal papa Clemente IV (1265-68) vicario in Toscana. Con la morte di Corradino si chiudeva la lunga lotta fra il papato e la casa Sveva; sembrava ora deciso il trionfo della Chiesa sull'Impero e in Italia il sicuro prevalere del guelfismo. Guelfa tornava (definitivamente d'ora in avanti) Firenze, organizzatrice da allora del nuovo Stato in Toscana.

Si assisté quindi alla progressiva ascesa delle Arti con l'appoggio dei ceti popolari, ma non erano ancora cessate del tutto le lotte interne fra guelfi e ghibellini. Caduto il prestigio di Carlo d'Angiò, obbligato da Nicolò III (1277-80) a rinunciare al vicariato in Toscana, venne fatto un nuovo tentativo di pacificazione tra le due opposte fazioni dal pontefice stesso per mezzo di un suo legato, il cardinale Latino Malebranca dei Frangipane (1278-80). Frattanto la costituzione fiorentina era stata ancora modificata. A capo del comune si trovavano un podestà, un capitano del popolo e 14 buoni uomini (otto di parte guelfa e sei di parte ghibellina, la par condicio non esisteva ancora) e si erano costituiti diversi consigli di cittadini. Nel 1282, soppressa la carica dei buoni uomini, fu istituita quella dei priori delle Arti. Dapprima furono tre, poi sei, quindi anche dieci e dodici, duravano in carica due mesi, si potevano rieleggere solo dopo due anni e costituirono la Signoria. A questo modo il governo passò interamente nelle mani della borghesia industriale, mercantile e bancaria.

In politica estera si era ripresa la lotta per il dominio fiorentino sulla Toscana. Nella rinnovata guerra contro Siena i Fiorentini avevano presto vendicato la sconfitta di Montaperti con la vittoria di Colle di Val d'Elsa (giugno 1269): più tardi la lega con Genova, che sconfisse Pisa presso lo scoglio della Melorìa (6-VIII-1284), portò inattesi e cospicui vantaggi anche ai collegati di terraferma, compresa Firenze. Intanto i successi degli Aragonesi contro gli Angioini durante la guerra dei Vespri Siciliani avevano rincuorato nuovamente i ghibellini che tentarono la riscossa approfittando della lotta di Arezzo contro Firenze. Ma le loro speranze furono spezzate definitivamente dalla battaglia di Campaldino (1289), in cui Dante combatté fra i guelfi e in cui cadde uno dei capi ghibellini, Buonconte di Montefeltro. La vittoria di Campaldino consolidò l'egemonia di Firenze verso levante e le assicurò l'agognata via libera al commercio con la valle del Tevere. La vittoria inoltre costrinse Pisa ad accettare la pace di Fucecchio, con la quale si obbligava a lasciare passare in franchigia attraverso il suo territorio le merci dei comuni della Lega e a non scegliere per podestà o capitani persone nemiche della lega (giugno 1293). I nobili esclusi dal governo, che pur avevano partecipato alla vittoria di Campaldino, trovarono il modo di parteciparvi iscrivendosi nelle corporazioni delle Arti Maggiori, dalle quali si prendevano regolarmente i membri della Signoria. Ma presto ricominciarono le agitazioni e le violenze, sicché su proposta di uno dei priori, Giano della Bella, furono approvati gli Ordinamenti di giustizia (18-1-1293), riveduti e completati successivamente fino al 1295, espressione della cresciuta prevalenza popolana, con i quali si stabilì che nessuno dei Grandi potesse essere priore e si comminarono gravi pene per le loro colpe, furono escluse 37 famiglie da ogni carica del comune e fu istituito un Gonfaloniere di giustizia con 1000 uomini armati ai suoi ordini per punire i colpevoli. L'avversione suscitata da queste e da altre disposizioni legislative posteriori, che andarono sempre sotto il nome di Giano della Bella, ebbe il suo epilogo in un processo imbastito contro di lui come violatore dei suoi stessi Ordinamenti. Colpito da condanna, se ne andò in esilio in Francia (5-III-1295), ove aveva un banco insieme con la famiglia dei Pazzi. Tuttavia gli Ordinamenti furono di capitale importanza nella storia della costituzione di Firenze, perché la nuova costituzione era definitivamente basata sull'organizzazione delle Arti, stabilendone in modo preciso e definito la gerarchia sociale e l'importanza politica.

Dopo la reazione vittoriosa e l'esilio di Giano poco mancò che scoppiasse un conflitto fra i Grandi e il popolo grasso, che pure erano stati solidali contro Giano; ma si venne a un compromesso (6-VII-1295), per cui la costituzione di Firenze fu modificata attenuando il principio dell'esercizio obbligatorio di una delle Arti per chi aspirasse al priorato e riducendo l'obbligo all'iscrizione in una delle Arti (Dante, come pressoché tutti gli artisti, si iscrisse in quella dei medici e degli speziali). Il potere era in realtà assicurato all'oligarchia delle sette Arti maggiori, giudici e notai, medici e speziali, mercanti di Calimala, cambiatori, lanaioli, setaioli, vasai. Queste arti, in cui erano organizzate le più importanti attività della produzione industriale e dell'esportazione dei prodotti, erano costituite dal ceto dei grandi banchieri e mercanti, cioè dal popolo grasso, che, impadronitosi del potere nella repubblica, lo mantenne per un lungo periodo di tempo. Era tuttavia un equilibrio instabile: una nuova lotta civile si iniziava con la scissione del partito guelfo nelle due correnti cittadine, quella dei Bianchi e quella dei Neri. Queste contese cittadine erano destinate a persistere sia per i contrasti d'interessi che sorgevano o vi permanevano, sia per le gare di famiglie esponenti di aspirazioni e di interessi diversi, che specialmente in centri ancora piccoli esercitavano un'azione notevole e vi si perpetuavano per eredità, sia anche perché a dar loro esca concorrevano pure gli antagonismi di potenze maggiori che se ne servivano come strumenti dei loro disegni e dei loro interessi politici. Erano, secondo i cronisti, rivali fra loro, due ambiziosi cittadini: Vieri dei Cerchi (di famiglia oriunda di Val di Sieve, arricchita con il commercio e con il cambio) e Corso Donati, di antica e nobile famiglia. Con i Cerchi stavano il popolo grasso e parte dei nobili, con i Donati quella parte dei nobili più avversa agli Ordinamenti di giustizia e il popolo minuto. Banditi da Pistoia passarono a Firenze i capi di due fazioni dette dei Bianchi e dei Neri, due rami della famiglia dei Cancellieri in lotta fra loro. I primi trovarono accoglienza presso i Cerchi, i secondi presso i Donati, e ciò accrebbe le agitazioni e il fermento in città. Bonifacio VIII (1294-1303) mandò inutilmente come paciere in Firenze il cardinale Matteo d'Acquasparta; scoppiati nuovi tumulti in città i priori del bimestre dal 15 giugno al 15-VIII-1300 (fra i quali era Dante) credettero di porre termine alle lotte civili mandando in esilio i capi delle due fazioni, fra i quali fu anche Guido Cavalcanti, poeta di parte bianca e amico dell'Alighieri. Pare anzi che proprio secondo i turni di rotazione dei Priori per caso Dante dovette firmare il decreto di esilio dell'amico Guido Cavalcanti, al quale poi il sommo poeta volle dedicare un sonetto in segno di scusa ufficiale per quanto era stato costretto a fare per obbligo amministrativo.

Rientrati però presto i Bianchi e i Neri e rinnovatesi le cospirazioni e gli esilî, Corso Donati si recò a Roma per richiedere di nuovo l'intervento del papa, il quale inviò come paciere Carlo di Valois, chiamato allora in Italia per la guerra del Vespro e nominato capitano generale della Chiesa. Frattanto la nuova Signoria si era costituita con uomini delle due fazioni (fra i quali era il cronista Dino Compagni). Carlo di Valois, con le istruzioni segrete del papa di favorire l'avvento dei Neri al potere, si recò in Firenze (10-XI-1301), tenne a bada i Bianchi, poco favorevoli a un intervento pontificio nelle cose del comune, e lasciò che i Neri fuoriusciti, d'accordo con quelli rimasti in città, rientrassero con la violenza e cacciassero i capi di parte bianca. Seguirono denunce e processi, e fra i trecento mandati in esilio furono ser Petracco notaio delle reformagioni, padre del Petrarca, e Dante Alighieri, dichiarato reo di baratteria dal podestà Cante dei Gabrielli da Gubbio, con sentenza del 27 gennaio confermata il 10-III-1302. Quando Carlo di Valois lasciò Firenze per recarsi in Sicilia (aprile 1302), rimanevano padroni nella città i Neri, benché poco concordi fra loro per la rivalità fra Rosso della Tosa e Corso Donati. Benedetto XI mandò a Firenze il cardinale Nicolò da Prato (gennaio 1304) il quale cercò di farsi paciere fra i Neri e di far richiamare i Bianchi; ma i capi dei Neri l'obbligarono a uscire dalla città, contro la quale il cardinale lanciò l'interdetto. I fuorusciti Bianchi, guelfi moderati, gelosi dell'assoluta indipendenza di Firenze, fecero nell'esilio causa comune con gli esuli ghibellini e tentarono dal castello della Lastra di rientrare in città (20-VII-1306); ma l'impresa fallì e i Neri rimasero esclusivi padroni di Firenze.

Collegati con Lucca i Fiorentini presero Pistoia (1306) e allargarono il loro dominio su gran parte del Mugello, mentre pesava all'interno la prepotenza di Corso Donati. Dopo alcuni anni del suo duro predominio egli, accusato di volersi fare tiranno, fu assalito all'interno di casa sua e trovò la morte cadendo da cavallo nel corso della fuga (6-X-1308). Firenze fu allora governata dal podestà forestiero, dai priori (Signoria), dal gonfaloniere di giustizia, dal capitano del popolo e da alcuni consigli di cittadini. Le Arti erano ventuno: le sette maggiori già ricordate, le cinque mediane (beccai, calzolai, fabbri, maestri di pietre e legname, rigattieri) e le nove minori (vinattieri, albergatori, venditori d'olio e altri generi, cardatori, chiavaioli, carrettieri, scudai, legnaiuoli, fornai).

Era fatale che i ceti inferiori della popolazione venissero a poco a poco alla ribalta della vita politica, sia pure progressivamente e a distanza di tempo. Per allora nei contrasti e le fazioni il prevalere dei Neri, rafforzatisi con la morte di Corso Donati, fu il trionfo politico dell'oligarchia mercantile che si impose nel governo del comune alle due estreme fazioni della cittadinanza fiorentina; da una parte a quei Grandi che più irriducibilmente erano ostili agli Ordinamenti di giustizia, dall'altra ai ceti inferiori della popolazione. Il governo dei Neri del resto seppe consolidarsi anche resistendo magnificamente ai vari tentativi di ritorno offensivo fatti dai fuoriusciti, i quali sperarono ancora di ritornare in Firenze con l'aiuto di Enrico VII di Lussemburgo (1308-13). Egli, poco conoscitore delle reali condizioni d'Italia, credette di potervi apportare pace e concordia e di poter affermare il suo potere sulle opposte fazioni; ma se ciò gli meritò le lodi di Dante e di Dino Compagni, non servì a procurargli alleanze forti e leali. Sceso in Italia (1310) e incoronato imperatore in Laterano (29-VI-1312), si rivolse contro Firenze e l'assediò (settembre); ma la città resistette e, sopraggiunto l'inverno, Enrico dovette togliere l'assedio. Firenze fu condannata come ribelle e contro di essa l'imperatore fece nuovi preparativi per l'anno seguente, a cui la città rispose rinnovando la sua alleanza con le città guelfa della Toscana e affidandosi alla temporanea signoria del re di Napoli Roberto d'Angiò. La morte di Enrico a Buonconvento (24-VIII-1313) liberò Firenze da ogni preoccupazione. Firenze guelfa primeggiava allora su tutte le città della Toscana con la salda compagine del suo ceto dirigente che continuò a mantenersi al potere, senza mutamenti costituzionali di qualche entità, resistendo alle agitazioni democratiche e tollerando transitorie signorie, fino all'avvento dei Medici.

 
 
4 settembre 2002 ©2002 Fabrizio Gabrielli
 
 
 
 

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