Farinata degli Uberti






Farinata degli Uberti




Farinata è appellativo di Manente degli Uberti, di antica famiglia fiorentina di parte ghibellina, citato da Dante fra gli uomini degni del tempo passato, i Fiorentini "ch'a ben far puoser li 'ngegni" (Inferno VI, v. 81), cioè una persona che usò il cervello per fare del bene. Dante che, come è noto, era guelfo, distinse il giudizio politico dalla grande stima per quest'uomo che salvò Firenze da distruzione certa in occasione della dieta di Empoli (vedere il seguito in questo stesso capitolo). Pur condannandolo alle pene dell'Inferno per il peccato di essere non credente (Farinata si trova nel girone degli eretici) ci lasciò scolpito di lui un meraviglioso ritratto (Inferno X, v. 22 e segg.). Inoltre non va dimenticato che Farinata è una delle tre persone a cui Dante nell'Inferno si rivolge dandole del "voi", segno questo di grande stima da parte del sommo poeta (gli altri due sono Cavalcante Cavalcanti e Brunetto Latini).

Farinata visse a Firenze nei primi decenni del XIII secolo, mentre la città era tormentata da continue lotte fratricide tra guelfi e ghibellini. Già nel 1239 Farinata si pose a capo della sua consorteria di parte ghibellina e svolse una parte di primo piano nella cacciata dei guelfi avvenuta nel 1248. Sempre nello stesso anno l'imperatore Federico II inviò a Firenze il figlio Federico, principe di Antiochia, per abbattere la potenza dei guelfi e mandò poi 1600 cavalieri tedeschi a sostegno degli Uberti e della loro fazione, per cui i ghibellini, sia pure per breve tempo, poterono prendere nelle loro mani il potere e si fecero oppressori del popolo, scacciando i principali capi dei guelfi.

Alla notizia della sconfitta e della prigionia del figlio di Federico, Enzo, i popolani, cioè gli elementi borghesi, tolsero ai ghibellini il potere, e alla morte di Federico (dicembre 1250) insorti contro gli Uberti e i grandi che furono scacciati, richiamarono i fuorusciti guelfi costituendo un governo detto di "primo popolo". Contro il nuovo governo cospirarono i ghibellini d'accordo con Manfredi; ma scoperta la congiura vi furono condanne a morte e la cacciata dalla città delle principali famiglie ghibelline, come gli Uberti, che ripararono a Siena (1258).

Farinata si diede totalmente a preparare la resurrezione della sua fazione, e ottenuto da Manfredi un rinforzo di 800 cavalieri tedeschi si venne alla battaglia di Montaperti (4 settembre 1260), ove si erse sopra a tutti il valore militare di Farinata e i guelfi vennero disintegrati. Nella successiva dieta di Empoli, ove si riunirono i vincitori ghibellini per decidere la sorte degli esponenti guelfi e di Firenze, Farinata dimostrò il suo amor di patria insorgendo a viso aperto contro la proposta dei deputati di Pisa e di Siena di distruggere la città, e la proposta cadde.

Ritornati i ghibellini a Firenze, ne uscirono i capi guelfi; ma dopo la battaglia di Benevento e la morte di Manfredi (26 febbraio 1266) la parte guelfa riprese il sopravvento, i ghibellini furono scacciati e non tornarono mai più in città.

A Firenze Farinata morì nel 1264, due anni prima della battaglia di Benevento che segnò il definitivo tramonto della potenza sveva in Italia e il definitivo rientro dei guelfi a Firenze. Dopo la sconfitta dei ghibellini a Benevento (26 febbraio 1266), in cui perse la vita anche Manfredi, che delle speranze ghibelline era diventato il portabandiera, gli Uberti nel 1267 furono nuovamente esiliati.

La morte di Farinata impedì a quest'uomo di fargli vedere lo scempio che sarebbe stato perpetrato contro la sua famiglia solo qualche anno dopo. Le case degli Uberti furono incendiate e distrutte e per impedirne la ricostruzione sulla loro area si costruì poi la piazza della Signoria. Intanto Carlo d'Angiò faceva decapitare Pietro, fratello di Farinata, caduto prigioniero a Benevento. Le ultime speranze degli Uberti crollarono dopo il fallito tentativo di Corradino di far tornare in auge i ghibellini (agosto 1268); gli Uberti furono banditi un'altra volta in modo tale da non potere più essere riammessi in città e ad ogni successivo richiamo di esuli furono sempre esclusi. Essi, che si erano rifugiati ancora a Siena, dovettero di nuovo fuggire quando nel 1274 fu conclusa la pace fra i Senesi e i Fiorentini. Ancora due degli Uberti, Azzolino e Neracozzo, furono impiccati per ordine di Carlo d'Angiò e un terzo, Conticino, risparmiato per la sua giovane età e tenuto in prigionia, fece la stessa fine. Gli Uberti superstiti dovettero vagare in diverse parti d'Italia; da questa dispersione ebbero origine nuove famiglie. Lapo, figlio di Farinata, venne nominato dall'imperatore Enrico VII suo vicario in Mantova.

Nel 1283, quindi diciannove anni dopo la sua morte, Farinata e sua moglie Adaleta furono accusati di eresia dall'inquisitore lucchese Fra Salomone: le loro ossa, sepolte nella chiesa di Santa Reparata (che oggi non esiste più, sul luogo dove essa sorgeva fu poi eretto l'attuale Duomo), furono riesumate e i loro beni confiscati agli eredi: l'impressione su Dante, appena diciottenne, dovette essere fortissima e indelebile, anche a causa della grande personalità di Farinata. Fu a causa di questo accanimento perfino contro i morti della fazione opposta che Dante maturò la convinzione che occorresse ricordare gli avversari politici anche per ciò che di buono essi avevano fatto. Prese così corpo l'idea in lui di rievocare il personaggio poi glorificato nei versi del canto X dell'Inferno.

Gli studiosi sono discordi nel valutare la fondatezza dell'accusa di eresia. Gli eretici contestavano la supremazia religiosa della chiesa di Roma, mentre i ghibellini ne contestavano l'ingerenza politica: la convergenza di finalità causò spesso una certa confusione, sicuramente alimentata dalla propaganda guelfa.

   
   
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È online la sezione dedicata alle sempiterne lotte tra
Guelfi e ghibellini
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20 ottobre 2004 ©2004 Fabrizio Gabrielli


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