La bambina scalza

Ovvero

I Ruderi del Novecento

favola per un nuovo millennio



 
 

di Carla Marchetti



Personaggi

Roberta, sangue misto, 18 anni, F.I. 4718
Ester, bianca, circa 40 anni, F.I. 3535, amica di Roberta
Benjamin Lazz (Ben), amante di Ester (aspirante S.E., poi S.E.)
Lyla Frend Lazz, moglie di Ben
Vera Goles, madre di Ester (ex R. - ora I.)
Aidana Mech, ideatrice e direttrice del progetto T.F.
Maline Birtz, ingegnere medico, dello staff della dott.ssa Mech e amica di quest’ultima
Riccardo Sorr, psichiatra comportamentalista, dello staff della dott.ssa Mech
dottor Bartoldi, medico ricercatore, dello staff della dott.ssa Mech
dottor Filz, medico ricercatore, dello staff della dott.ssa Mech
dottor Giavet, medico ricercatore, dello staff della dott.ssa Mech
Tommaso Sorr, medico condotto qualifica U., figlio di Riccardo
Anna, madre di Tommaso, ex prostituta
Almes, milite della guardia (R.)
Georg, milite della guardia (R.)
Eva, moglie di Almes
Astor, fratello di Eva
Rosy, moglie di Astor
Franz Kolbernaz, vicino di casa e amico di Roberta
Danni, moglie di Franz
Varfa, ospite di Malina, moglie del sindaco della città
Frau Vaìra, nobildonna, amica di Malina
Billo, riproduttore
Freida, riproduttrice anziana
Lorenzo, diciott'anni, ragazzo dei ruderi
Arno, il vecchio dei ruderi
Stef, la bambina scalza
Lia, bambina dei ruderi
Teresa, donna dei ruderi
Giovanni, uomo dei ruderi
Attilia, donna del ghetto del Nord Est, prostituta e mendicante
Loira, la donna del casolare

qualifiche:
S.E. = dirigenti con mansioni Socialmente Essenziali
R. = lavoratori con mansioni di Responsabilità
U. = lavoratori con mansioni di Utilità
sottoqualifiche
F.I. = lavoratori con mansioni formalmente inutili; abitano in città
I. = Inabili o Inutili; abitano nelle residenze protette di periferia

T.F. = Tutela della Fertilità, da cui ITF (Istituto per la T.F.), progetto T.F. ecc

Parte prima:
La ragazza inutile

dai diamanti non nasce niente
dal letame nascono i fior
Fabrizio De Andrè
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Altoparlante

L’alba oltre i vetri era grigia e viola. Roberta stava sognando, rannicchiata fra le lenzuola scomposte. Era un mattino radioso: la luce si era accesa come d’un tratto e ora dilavava il buio, disegnando lunghe ombre rosate lungo il profilo di una collina verde e bruna, e il cielo si andava tingendo di nitido azzurro, appena venato dalle frange regolari dei cirri. Si levò il sole. Un arcobaleno di raggi screziava uno specchio d’acqua cristallino, spruzzandolo di riflessi argentei e il mare verde e turchino, vibrante e immobile, si spalancava sulla nitida curva dell’orizzonte. Nel bosco, fra le fitte fronde degli abeti, si rincorrevano gli uccelli del mattino, cinguettando a distesa, in note ora festose e placide, ora acute. Sempre più acute, intense, penetranti. Un’unica nota, sola, tagliente come un sibilo. La sveglia. Con un riflesso meccanico, la colpì con il palmo della mano, anche se la leggera pressione di un dito sarebbe stata più che sufficiente ad interrompere la suoneria. Mentre cercava, a tentoni, di riacchiappare il sogno, e la luce calda e dorata, rabbrividiva, perché il suo corpo era umido, quasi bagnato. Quando aprì gli occhi, fu il luminoso quadrante elettronico dell’orologio a guardarla per primo, e non viceversa. Si alzò in piedi di scatto, perché era di nuovo in ritardo, si sciacquò il viso con l’acqua tiepida e bevve un sorso di tè, avanzato dalla sera prima. Con la tazza ancora in mano, si infilava una camicia di maglia leggera, i calzoni e la tuta impermeabile. Fuori di casa era tutta una nebbia, fine e opaca, l’estate era finita da un pezzo e questo era l’autunno, una coltre di aria ferma e smorta, vapore che lievitava dagli scarichi umidi dei motori, e rimaneva incollato al suolo come una malta mal distribuita, molliccia e sbriciolata, tanto che ci si poteva muovere dentro, attraversarla con passi frettolosi, come spettri, a testa bassa, scivolando attraverso quell’umore oscuro che non cancellava le cose, ma ne travestiva le forme. Roberta raggiunse la fermata della metropolitana, si precipitò giù per le scale e soltanto quando fu sul treno, riprese fiato, reggendosi al corrimano, in piedi, pigiata tra la folla. La camicia le si era appiccicata addosso. Come ogni mattina, il tragitto durò esattamente ventisette minuti. Sul treno, gli sguardi scivolavano gli uni sugli altri, in silenzio, senza un sorriso. I vecchi, pensava Roberta, hanno sempre poca voglia di sorridere. Scese dal treno e via di corsa per i corridoi umidi e freddamente illuminati dai neon, su per le scale e ancora avanti attraverso altri corridoi. Non occorreva uscire all’aperto per arrivare allo stabilimento. Accanto alla porta di ferro, c’era una fessura grigia, dove Roberta infilò la mano sinistra. Su un piccolo schermo apparve la sua codifica e l’ora esatta di arrivo.
 - F.I. 4718 -  7:57:00
Lo schermo visualizzò -Okey- e la serratura del portone si aprì con uno scatto. Roberta tirò la porta e entrò, tirando un lungo respiro. Ce l’aveva fatta: il calcolatore non avrebbero registrato un ritardo vicino alla sua codifica. Nello spogliatoio c’era odore di muffa; due ragazze stavano sistemando le loro tute gocciolanti sugli attaccapanni e sul pavimento si allargavano grosse pozzanghere, che defluivano verso uno scarico, lungo un rivolo bianco. Roberta si sfilava la tuta lentamente, non c’era più bisogno di affrettarsi ormai. L’unica tappa importante della sua giornata era quel maledetto rivelatore; poi basta, era tutto finito. Indossò l’uniforme da lavoro, prese dallo stipetto i guanti e il caschetto e si incamminò lentamente, dietro alle altre, quasi in fila indiana, attraverso il labirinto degli umidi corridoi sotterranei. Nessuno aveva più fretta, nessuno aveva più paura.
“Sette cinquantanove e venticinque” gridò una voce affannata dietro di lei  “Oggi ero quasi spacciata. Quasi, capisci? Ma ce l’ho fatta. Non mi ha fregato neppure stavolta, quel fottuto rivelatore.” Ora la voce rideva. Ester correva più rischi di Roberta di arrivare in ritardo: non aveva voluto lasciare sola la sua vecchia madre in periferia e, siccome laggiù non arrivava nessun treno, raggiungeva la città a piedi, camminando nella melma per più di due ore.
“Sempre spazzatura, oggi?” chiese Ester, sempre sorridendo.
“Credo che avremo spazzatura per tutto il mese,” rispose un donna magra, che camminava fra Ester e Roberta. “Francamente la preferisco alle scatole, se non fosse per l’organico che a volte ci si trova dentro…”
“Le scatole ce le danno quando non trovano niente di meglio,” disse un uomo asciutto, sputando una gomma sul pavimento. “Lo sapete, eh, che le scatole che ci fanno incollare sono le stesse che ci fanno fare a pezzetti il mese dopo?”
“La spazzatura è la stessa cosa,” commentò Ester a bassa voce. “Dicono che un robot potrebbe fare in meno di dieci minuti il lavoro che facciamo noi in un giorno.” Il sorriso le si era spento negli occhi.
Raggiunsero presto un vasto magazzino, con muri ampi, sporchi e nudi, sulla cui parete di fondo si aprivano sei saracinesche, aperte a metà e contrassegnate da simboli luminosi: un giornale, una bottiglia, una latta lucida, un rottame rugginoso, un contenitore di plastica e un vaso di coccio. Lungo una delle lunghe pareti laterali, su due guide appena rialzate dal pavimento, avanzava cigolando un largo nastro trasportatore. Era di gomma dura e grassa, corrugata da solchi polverosi, come le impronte di un carro lungo un tratturo fangoso e strideva appena sulle guide, mentre, con movimenti lenti e pigri, i lavoranti si infilavano i guanti e il casco, parlottavano fra loro, atteggiandosi a un’aria distratta e annoiata - anche oggi i rifiuti da dividere, è già quasi di mese che abbiamo la spazzatura, e fuori la nebbia, ma non durerà mica, lo sento, lo sento nelle ossa che deve piovere, e quando piove in questa stagione, lo sanno tutti, piove sul serio, mica per ridere, che travolge tutto - si guardavano in giro, come smarriti, finché il gemito del nastro fu sovrastato da un rumore sordo e scomposto e un tozzo bidone cilindrico, coperto di ruggine, cominciò ad avanzare oscillando sulle guide. Gli operai indietreggiavano verso il centro della stanza, in gruppo compatto, obbedendo al comando dell’abitudine, mentre il nastro continuava a scorrere, trascinando tutta una riga di fusti rugginosi, e, mentre avanzava, cominciava a sollevarsi lateralmente ed a torcersi, obbligando i bidoni ad inclinarsi in avanti. Quando il primo fusto era arrivato verso il termine della corsa, il nastro era quasi verticale e il fusto, rovesciato in avanti, cominciava a vibrare ritmicamente, sputando tutto il suo contenuto di rifiuti sul pavimento. Per terra si ammucchiava l’immondizia, depositata con cura, adagiata, è questa la parola giusta, perché quel meccanismo con la spazzatura ci sapeva fare e la trattava con delicatezza, e neppure una bottiglia di vetro andava in frantumi, a meno che non lo fosse già stata prima, per l’incuria di chi l’aveva gettata via. Così i bidoni si rovesciavano, ordinatamente, e gli operai dovevano cominciare a darsi da fare in fretta, anche se avrebbero potuto lavorare lentamente, perché certo quel lavoro non prevedeva controlli di qualità e nessuno si sarebbe mai preoccupato del rendimento, ma era il nastro che imponeva il suo ritmo, il nastro che non si fermava mai e implacabili i fusti vomitavano la spazzatura sul pavimento, ammucchiandola sempre più in alto, sopra la precedente. E se il mucchio diventava troppo alto, più alto di un uomo, incappava in una violenta folata d’aria compressa che lo sparpagliava in giro senza pietà, senza delicatezza questa volta, e i lavoranti stessi venivano travolti da un turbine di rifiuti. Così si affaccendavano, fra brevi incoraggiamenti e lunghe lamentele, chi più chi meno, ma insomma tutti quanti, a spianare la catasta di immondizia, allontanando i rifiuti dal punto dove erano caduti, perché il bidone successivo trovasse sgombro lo spazio per svuotarsi, ordinatamente, delicatamente, e affondavano le braccia fra i rifiuti, li selezionavano e li trasferivano in fretta oltre la saracinesca appropriata, e benché l’impianto di aerazione pompasse a pieno ritmo aria pulita, la stanza odorava solo di rancido e di sudore.
“Ma guarda quanti organici qui dentro! Ma lo fanno apposta a buttare gli organici nei rifiuti ordinari?” protestava la donna magra, guardando con ribrezzo il mucchio di spazzatura che ingrossava a vista d’occhio. “Che si fa degli organici? C’è un porco contenitore per gli organici, stamattina?”
L’uomo che le stava accanto scrollò le spalle.
“Chi se ne frega, li butti dove capita. Tanto è tutta quanta immondizia.”
“Ma non ce l’avete gli occhi?” intervenne un altro uomo, con voce vibrante e rauca, facendo un gesto in direzioni di un angolo del magazzino, opposto alle saracinesche. “Eccolo là il contenitore degli organici, sta sempre al suo posto, come tutti i giorni, coglioni.”
“Accidenti,” protestò la donna magra, “come l’hanno messo lontano, mi tocca andare fino a laggiù? E va già bene che non dovrebbero esserci organici…se quegli imbecilli dividessero la loro immondizia come si deve.”
Roberta lavorava di buona lena, con grande impegno e con l’energia di un uomo. Sparpagliava la spazzatura e la divideva con attenzione, prima di trasportarla, a bracciate colme, verso le saracinesche. Separava la plastica trasparente dalle scatole di cartone, l’alluminio dal ferro e tutto gettava con precisione oltre la saracinesca contrassegnata dall’opportuno simbolo. Ma non perdeva di vista Ester e sempre cercava di accostarsi a lei perché, sommersa in tutta quella immondizia, brillava la sua speranza, la speranza che quello fosse un giorno buono, che Ester si fosse svegliata di buon umore e avesse voglia di raccontare delle storie. Ester conosceva una marea di storie, storie che leggeva nei libri, quelli che lei chiamava romanzi. Roberta non sapeva molto bene che cosa fosse un romanzo, ma trovava che quella parola avesse un suono rotondo e piacevole. Non tutti i giorni erano buoni. Capitava spesso che Ester non avesse neppure voglia di dire una parola, e se ne stesse, cupa, china sull’immondizia, torva e scontrosa, come rimuginando di qualcosa che non riusciva né a ingoiare né a sputare. Roberta si allontanava docile e la lasciava in pace. Le piaceva rispettare gli umori della sua amica e non si sentiva offesa di essere respinta. Ma quando capitava il giorno buono, quando Ester era in vena di raccontare, la ripagava di tutta le musonerie e di tutti le speranze sepolte sotto la spazzatura.
- Dove eravamo rimasti? Ah, ti stavo raccontando ‘Via dalla pazza folla’. Ti ho già raccontato dell’incendio? -- Ma sì, ma sì. E’ proprio all’inizio, Ester. Se non fosse stato per Gabriel tutti i covoni di Bathsheba sarebbero bruciati. Me lo hai già raccontato.—E delle pecore che avevano mangiato la veccia, ed avevano cominciato a gonfiarsi come tanti otri? -- Ma sì, ma sì. Soltanto Gabriel sapeva come guarire le pecore, come sgonfiarle senza farle morire. E quella volta Bathsheba lo deve proprio supplicare, perché lui, quella volta lì, si era proprio offeso, e secondo me aveva anche ragione, davvero tutte le ragioni del mondo. Ma dimmi del temporale, eravamo rimaste al temporale. Erano tutti a far baldoria con Troy, tutti ubriachi e neppure si erano accorti che stava diluviando…-
Ester raccontava, e Roberta raccoglieva le cartacce e pensava che quella Bathsheba lì era ora che mettesse la testa a posto, che aveva l’uomo migliore del mondo proprio davanti a lei, quasi in ginocchio, e invece se ne stava a fare la civetta, a far finta di non accorgersene. Intanto cercava di raccattare tutta la carta per farne un bel mucchio e buttarlo in una sola volta al di là della saracinesca.
“Guarda, Ester, un libro!” Era così eccitata che non poté fare a meno di interromperla, mostrandole un opuscoletto consunto che aveva pescato in mezzo al mucchio di carta. “E’ un libro, vero Ester? Come si intitola?” Roberta non sapeva leggere.
Ester gettò un’occhiata distratta alla  copertina sdrucita.
“Potresti sforzarti qualche volta, però, Robertina,” ribatté, con finta aria materna. “Fertilità assistita. Fertilità assistita, si intitola questo libro.”
Roberta la guardava interrogativa. “E’ un romanzo?” domandò, pronunciando la parola con cauta attenzione
“Oh, no,” rispose Ester con aria divertita. “Spiegano come possono fare i figli quelli che, naturalmente, non ci riuscirebbero.”
“Naturalmente?”
“Cioè con i metodi naturali. Un semplice rapporto sessuale, e la donna rimane incinta. Certe coppie non ci riescono.”
“Quasi nessuno ci riesce,” intervenne l’uomo, con la voce rauca. “E’ roba d’altri tempi.”
“Anche questo libro mi pare proprio roba d’altri tempi,” protestò Ester.” Non c’è da stupirsi che sia finito in questa discarica di rifiuti…”
“Dev’essere roba arcaica, come gli alcimisti” disse l’uomo, che non conosceva né l’ortografia né il significato della parola. “Ora chissà quali altre diavolerie hanno inventato. Chi se ne frega, avere dei figli…non importa più a nessuno.”
Ma nessuno gli prestava attenzione, perché il nastro non si fermava e i fusti non cessavano di vomitare la spazzatura sul pavimento e Roberta si sentiva avvilita, perché aveva interrotto la storia di Ester per quella sciocchezza. Per fortuna Ester ricominciava a raccontare, e Roberta raccoglieva la spazzatura, ma non la vedeva neppure. Vedeva solo campi e covoni, in una notte di tempesta, e Gabriel e Bathsheba che coprivano il raccolto per ripararlo dal temporale.
Era già quasi mezzogiorno quando un altoparlante in alto sul muro cominciò a gracchiare e a diffondere la voce metallica di un annunciatore.
“La vostra attenzione, prego, la vostra attenzione.”
Dapprincipio quasi nessuno gli aveva dato retta, perché il nastro avanzava ansimando e sibilando e i bidoni vibravano e quell’altoparlante veniva usato così di rado che la maggior parte degli operai si era dimenticato della sua esistenza.
“La vostra attenzione, prego, la vostra attenzione.”
Ora tutti i lavoranti si erano alzati in piedi, sbalorditi, e guardavano in alto, verso quella voce, perché con un fischio lungo e uno scatto secco e improvviso, e un clatterare di bidoni mezzi pieni e mezzi vuoti, e uno scompiglio di immondizia, il nastro si era fermato. La donna magra aprì le braccia di scatto e le bottiglie che teneva in mano caddero sul pavimento di gomma e cominciarono a rotolare verso il muro.
Ci fu un lungo silenzio. Poi l’altoparlante ricominciò.
“La vostra attenzione, prego, la vostra attenzione.”
“Abbiamo capito, dai, abbiamo capito” sbottò Ester, “dicci che succede.”
Quelle parole avevano rotto il ghiaccio e tutti cominciarono a parlare contemporaneamente.
— Sarà un’inondazione, la solita inondazione — Sarà la grande inondazione, sono mesi che dicono che deve venire la grande inondazione — Macché. Ci buttano tutti fuori. Hanno appena costruito altri settemila appartamenti in periferia. Li hanno preparati per noi. A muffire insieme a quest’immondizia, ci mandano — Ci faranno un altro controllo sanitario. Dicono che c’è un nuovo virus, che si trasmette attraverso gli scarichi degli spogliatoi. Non avete visto che hanno messo degli specie di depuratori fra lo spogliatoio e il corridoio di ingresso? — E che ci vogliono fare? Di docce ne abbiamo abbastanza. Stavolta ci mandano alle camere a gas —
Roberta, che era stata zitta e quieta, credette di sentire di nuovo l’altoparlante gracchiare.
“Se non state zitti, non sentiremo niente,” disse eccitata. Tutti quei discorsi le avevano messo addosso un grande ansia e le tremavano le ginocchia.
L’altoparlante insisteva:
“La vostra attenzione, prego, la vostra attenzione.”
Nel laboratorio tornò il silenzio.
“I seguenti operai sono convocati presso la direzione sanitaria per controllo routinario. Non esiste emergenza. La vostra attenzione, prego. Non si tratta di un’emergenza. Tutti gli altri devono continuare il lavoro. Prestare attenzione alle codifiche. I convocati dovranno presentarsi entro la mattinata presso la direzione sanitaria dello stabilimento, piano quattordicesimo, sesto corridoio, stanza diciotto. Non si tratta di un’emergenza. Tutti gli altri possono continuare il lavoro. Prestare attenzione alle codifiche.”
“Prestare attenzione alle seguenti codifiche che saranno ripetute solo due volte. R 58, R 213, R 789. Ripeto: R 58, R 213, R 789.”
Ester si era accovacciata per terra e Roberta si appoggiò al muro per non cadere.
“… U2035, U2560…”
“Sono tutti qualificati, sono soli i qualificati che chiamano,” esclamò l’uomo rauco, “che c’entriamo noi?  Ma perché rompono...”
“... F.I. 4718; F.I. 5937, F.I. 8416, F.I. 9048.”
“Silenzio. Per piacere.”
“Ripeto: F.I. 567; F.I. 1945; F.I. 2789; F.I. 4718; F.I. 5937, F.I. 8416, F.I. 9048.”
Il cuore di Roberta cominciò a battere all’impazzata. Si strinse fra le mani gelate le guance bollenti. Si voltò verso Ester.
“Hanno detto anche il tuo numero?” balbettò.
Ester aveva lo sguardo tranquillo di una mamma premurosa.
“No,” rispose, “la mia codifica non l’hanno detta. Ma si tratta di un controllo di routine. Ne abbiamo fatti tanti.”
“Ne abbiamo fatti tanti, ma tutti insieme,” piagnucolò Roberta. Si guardò intorno con aria sconsolata.
“Hanno chiamato qualcun altro, di voi?”
Le sembrò che, impercettibilmente, tutti si fossero ritratti da lei e ripensò al virus degli spogliatoi. Una donna con i capelli bianchi, che di solito non parlava mai, le sorrise.
“No, il mio numero non l’hanno detto. Sei sicura di aver capito bene? Stavamo facendo molto chiasso, qui.”
“Io non ho sentito bene i numeri. Credevo chiamassero solo i qualificati...il mio numero non l’ho sentito,” disse l’uomo che aveva parlato sopra la voce dell’altoparlante, quasi per scusarsi di aver disturbato.
“Il mio numero non l’ho sentito,” diceva un altro.
Continuavano a parlare tutti insieme.
-- Neanche il mio.—No, la mia codifica, no—Qualcuno ha sentito se hanno chiamato F.I. 6734? -- A me non hanno chiamato, stavo molto attenta.-
“Ti conviene andare, disse Ester, andare subito. Così ti togli il pensiero. Non ti preoccupare. Magari ti sei sbagliata; io non mi ricordo la tua codifica; non posso essere sicura che ti abbiano chiamato. Quattordicesimo piano, dai, vai.”
“Non è un controllo di routine. Per i controlli di routine andiamo sempre nei fondi...”
“Muoviti. Ogni secondo che passa ti preoccupi di più.”
Ester l’aveva quasi spinta fuori e Roberta si ritrovò, tutta sola, in un grande ascensore che non aveva mai preso. Camminava spedita, a testa bassa; quei corridoi le sembravano troppo lisci e puliti per le sue scarpe unte e l’odore di rifiuti che si portava addosso. Sesto corridoio, porta numero diciotto. Era chiusa. Bussò e una voce di donna disse seccamente: “Avanti.”
C’erano sei persone sedute come in una sala d’aspetto. Un ragazzino con la faccia piena di brufoli masticava una gomma. Una bella ragazza, bionda e florida, fissava nel vuoto gli occhi sbarrati dalla paura. In un angolo della stanza, un’assistente sedeva davanti a un tavolino, appoggiata sulle braccia conserte.
“Che dobbiamo fare?” chiese Roberta.
“Niente. Chiamano loro,” disse un ragazzo in tuta verdolina, umida di vapore. Lui aveva l’aria tranquilla; non sembrava aver paura del virus. Roberta vide che sopra una porta c’era un monitor con un numero in rosso: R58. Avevano appena chiamato il primo della lista. Una giovane donna, molto distinta, in tailleur avana, con una vistosa R appuntata sul bavero della giacca, era ritta in piedi a una certa distanza dagli altri, tenendosi stretta al fianco una piccola borsetta di pelle. Dato che non c’erano più sedie, Roberta le offerse premurosamente la sua, ma l’altra rifiutò freddamente con il capo. Arrivarono altre quattro persone, ma rimasero tutte in piedi.
L’attesa fu lunghissima. Quando finalmente la sua codifica comparve sul monitor, Roberta si era quasi assopita e il ragazzo con la tuta dovette scuoterla con la mano.
Non fu altro che una specie di interrogatorio. Un uomo e una donna sulla sessantina, lei aveva i capelli tinti, ramati, lui era calvo, portava gli occhiali, parlavano senza inflessioni.
“Come ti chiami?” “F.I. 4718”
“Ti ho chiesto il nome.”  “Roberta.”
“Bene, Roberta, quando hai compiuto diciotto anni?”  “Due mesi fa.”
“Hai conosciuto i tuoi genitori?”
“Credo che mia madre sia stata trasferita in periferia quando ero molto piccola.”
“Di che razza era?”  “Non lo so.”
“Ma di che colore aveva la pelle?”
Roberta scosse il capo. “Non me lo ricordo.”
“Tu sei un sangue misto. Questo lo sai?” Senza aspettare una risposta, si rivolse al collega:
“Afro-asiatica?”
“Non saprei,” l’uomo ridacchiò, “è una specie di razza... come dire ... fantasia.”
“Andiamo, Alberto, non posso scrivere razza fantasia.”
“Scrivi quello che vuoi allora. Io non sono un esperto razziale e, se funziona, la visiteranno almeno altre venti volte.”
L’interrogatorio continuava.
“Per quanti anni hai frequentato la scuola?”
“Qualche anno, credo. Non so leggere molto bene.”
“Ma avrai imparato,” ribatté la donna scuotendo il capo. “Ma non sai che se voi F.I. dimostraste attitudine in qualcosa potreste essere reintegrati nelle qualifiche professionali?”
Roberta non aveva mai immaginato niente del genere. Lavorava sodo perché pensava che, se non si comportava a dovere, sarebbe stata trasferita in periferia
“Qualche volta ci provo, a leggere,” disse, “ma non ho mai letto un romanzo.” Provava sempre una certa emozione a pronunciare quella parola. Ma la donna non le fece caso.
“Hai mai avuto rapporti sessuali?”
“Beh, avevo un amico.”
Roberta era confusa. Pensò alle malattie a trasmissione sessuale, che però si diceva  non fossero più diffuse da molto tempo.
“E facevate l’amore?” continuò insistentemente l’altra.
Roberta arrossì. Sapeva la risposta, ma non sapeva che cosa doveva rispondere.
“Sì,” disse, pensando che probabilmente avrebbe dovuto dire di no.
“Senza precauzioni?”
“Ma non ce n’è bisogno,” protestò timidamente Roberta. Pensava ancora che stessero parlando di malattie veneree.
“Non ce n’è bisogno? Per te non ce n’è bisogno?” disse severamente l’uomo che si chiamava Alberto, piantandole gli occhi addosso. “Quello che vogliamo sapere è se sei mai rimasta incinta.”
“Ma ho abortito, ho abortito ed è finita così. Non potevo tenere il bambino, da sola e...ma io non sono malata.”
“Ma che malata. Sei una delle poche persone sane rimaste su questa terra.”
“Alberto, per piacere.”
L’uomo si tolse gli occhiali e si stropicciò gli occhi con le dita.
“Fissale l’appuntamento,” disse alla collega, “io sono proprio a pezzi stasera.”
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La strada

Non doveva apparire particolarmente, Ester, intabarrata nella tuta impermeabile, con un berretto da uomo calcato sulle orecchie, mentre camminava a testa bassa, estraniata e spedita, sul marciapiede del viale che conduceva dalla stazione del treno urbano al Ponte Nord. Il viale era largo, costeggiato da alte palme magre, lucido di vapore e lurido di passi. Non doveva apparire particolarmente provocante, eppure le era già accaduto che una delle rade, grosse automobili che transitavano silenziose nella penombra le si affiancasse, e dal finestrino qualcuno le indirizzasse gesti ed espressioni di richiamo. Ester tirava dritto, con lo sguardo inchiodato sui suoi passi.  Ma una volta, irritata dall’insistenza, aveva guardato lo sconosciuto con rabbia, dicendo: “Ma insomma, per lei le donne che camminano in città di sera sono tutte puttane?”. L’estraneo le aveva ricambiato l’occhiata sprezzante: “Ti ho detto qualcosa, io, ti ho forse detto qualcosa?” ed aveva sgommato via, in una sequela di insulti. Ester si era sentita ancora più umiliata che se fosse stata zitta e quasi mortificata per le altre, quelle sconosciute e rade figure, che mezze nude ed infreddolite, misuravano la strada senza perdere d’occhio le automobili di passaggio. Il viale le pareva interminabile e il profilo del ponte era una visione agognata e rassicurante.
Il lungo ponte sospeso separava il complesso urbano dalla periferia. Ritto sulle grigie colonne di acciaio, era una caricatura di imponenza. La vasta carreggiata si perdeva nell’incolore foschia come la traccia di una civiltà dispersa. Era quasi sempre deserto, fatta eccezione per i rari transiti dei mezzi di manutenzione e approvvigionamento ed Ester era forse l’unico essere umano che lo attraversasse abitualmente a piedi, camminando rasente al guardrail, misurando la distanza percorsa dal numero dei suoi passi. Alle sue spalle la città era un bagliore indistinto, pallidamente rosseggiante nella nebbia. Verso gli indistinguibili strati alti del cielo, una tenue linea grigia era l’unico, debole segnale della stabile inversione termica che, anche quella sera, aveva imprigionato la terra sotto la nebbia. L’aria era così immobile che dava l’impressione che qualsiasi cosa sospesa potesse galleggiare.
Ester impiegava venti minuti ad attraversare il ponte e subito dopo il suo cammino si faceva più agevole. La strada proseguiva attraverso una piana di fango e sterpi, fra due file di ruderi scomposti. Alcune di quelle case erano alte, fino a tre piani, con brandelli di tetti di pietra e tegole rossiccie, file di finestre nere, alcune ancora provviste di sgangherate persiane, ma per lo più erano ridotte a cumuli di basse macerie, muri sbocconcellati e ricoperti di vegetazione incolta. Ester intravide degli stracci sospesi a una cordicella che correva tra due finestre, a un’improbabile secondo piano; gli stracci si muovevano debolmente, come agitati da una brezza lenta, che non era percepibile al suolo. Si udì sbattere una persiana, o forse una porta; l’eco di un tonfo seguito da un’insistente cigolio. Nel silenzio i rumori sopraggiungevano come amplificati. Quella zona suburbana era abbandonata da decenni e una popolazione scarna e silenziosa ne aveva preso possesso. Si diceva che fossero individui solitari, che apparentemente vivevano in indicibili ristrettezze. Nessuno in realtà capiva come facessero a campare e si diceva che fossero regrediti a un regime di sopravvivenza basato sulla caccia e la raccolta. Ester non ci credeva. Le pareva impossibile che quella piana spoglia potesse fornire selvaggina più appetitosa degli scarafaggi o erbe selvatiche commestibili.
Ester incontrava di rado qualcuna di quelle creature e mai le era accaduto di venire importunata. Aveva visto uomini curvi, seduti su gradini di pietra, sulle soglie di quelle costruzioni distrutte, a pochi passi dalla strada. Li aveva fissati per lunghi istanti in silenzio, senza poter dire se i loro sguardi si fossero veramente incrociati. Talvolta aveva udito grida e suoni acuti, che potevano assomigliare a ghigni o risate, ma non avrebbe saputo dire se quelle gente parlava la sua lingua. E se aveva intuito, o forse solo supposto, un gesto di richiesta, o di pretesa, aveva scosso il capo con freddezza, aveva abbassato gli occhi e accelerato il passo. Non aveva niente con sé, che potesse cedere a qualcuno, tantomeno denaro, che non le era permesso di possedere. Ma neppure avrebbe trovato scampo, se fosse stata aggredita. Per questo, forse, tutti quelli che sapevano della strada, lunga, fangosa e desolata, che percorreva ogni giorno per tornare a casa, pensavano che fosse matta. In realtà, quegli improbabili incontri avevano l’aspetto di sbiadite visioni, e la lasciavano incuriosita e sgomenta, perché non squarciavano mai il velo di mistero che circondava quella gente.
A un certo punto, i ruderi si interrompevano quasi di colpo e rimaneva soltanto la piana. Cominciavano a comparire vaghi arbusti, e alberi più alti e folti e il fango si abbassava in piccoli stagni, dove a tratti gracidavano le rane. I pioppi argentati, dal pallido tronco contorto, si piegavano sull’acqua immota. Certi uccelli gialli compivano brevi voli e si fermavano a razzolare alla base dei tronchi. Ester procedeva spedita, con passi sicuri e elastici, ma la solitudine e il silenzio le appesantivano il respiro. Gli avvenimenti di quel pomeriggio avevano alterato il ritmo monotono della sua giornata. Parlava fra sé, ma non si rivolgeva veramente se stessa. Piuttosto immaginava di parlare con il suo amico Ben, che non vedeva da diversi giorni. Gli parlava dentro uno dei suoi sogni, come se la loro relazione non fosse un legame clandestino e incerto, ma un tranquillo rapporto di coppia, stabile e gratificante.
“Roberta non è più tornata, capisci. Accidenti, sono preoccupata per quella ragazza. E’ giovane, è bella, sicuramente non è malata. Non è più tornata in magazzino, oggi. Se non la vedo domani, l’andrò a cercare a casa. So dove abita, non sarà un problema rintracciarla. Ma no, non farò nessuna sciocchezza. Ma tu hai una vaga idea di perché l’abbiano chiamata? Solo questo vorrei sapere, che cosa vogliono da lei. Figurati se non la trovo a casa. Certo che torno presto, dove vuoi che vada. Sì, sarei molto contenta se tu mi accompagnassi.”
Si fermò di colpo, perché gli era parso di sentire un rumore e di scorgere un’ombra alle sue spalle. Non aveva paura, ma era turbata che qualcuno avesse potuto ascoltare quello sconnesso discorso. Si voltò verso una macchia di arbusti bassi a un lato della strada e vide, appollaiato su un ramo, un grosso uccello giallo che le sembrava la fissasse. Ester rimase immobile, quasi trattenendo il fiato. L’uccello aveva piccoli occhi tondi e neri e il becco curvo gli conferiva un’aria vagamente imbronciata. Quell’apparizione improvvisa, quella creatura così vicina e viva, era un segno che la realtà esisteva e che non era giusto che lei cercasse di estraniarsene.
‘Ecco il mio compagno di strada,’ pensò, ‘lui c’è, non c’è nessun altro.’
Fece un movimento, quasi inconsapevole, con la mano, e l’uccello spiccò un rapidissimo volo e scomparve nell’aria bianca. Ester rabbrividì e riprese il cammino in silenzio, ma Ben era scomparso dal suo fianco. La luce si faceva sempre più flebile e quando raggiunse il recinto delle residenze di periferia, era ormai notte. Nei pressi del cancello, un lampione proiettava un alone giallastro sul selciato.
Quando arrivò a casa, disse che forse la sera seguente sarebbe rimasta in città a dormire da un’amica.
“Spero che sia un amico,” la prendeva in giro la madre.
“Può darsi,” disse Ester e le venne di nuovo in mente Ben. Ma era impossibile, perché Ben era sposato.
La madre di Ester aveva quasi novant’anni, era in buona salute, ma non usciva quasi mai di casa. Per più di quarant’anni, aveva lavorato come responsabile ed era ancora enormemente orgogliosa di un elegante R argentata, ricamata sul bavero di una giacca di tweed che custodiva religiosamente.
“Avrei dovuto restituirla, raccontava, ma in queste cose non sono molto fiscali. L’importante è che non me la metta addosso in pubblico, anche se sarebbe divertente vedere la faccia di tutti questi poveri mentecatti che circolano in periferia mentre sfilo davanti a loro con una R sulla giacca.”
Poi si perdeva, dietro a qualche tenue visione.
“Accidenti, mamma, potresti farlo davvero,” le disse Ester.
La madre scosse le spalle e la guardò sorpresa, squadrandola da capo a piedi.
“E tu che ci fai con quel cartellino da sottoqualificata appeso sulla maglia? Ti sei messa in maschera?”
“E’ la mia codifica, mamma, lo sai.”
“Pfui, figuriamoci. F.I. Formalmente inutile, che spazzatura.”
“Infatti sto nell’immondizia dalla mattina alla sera,” disse Ester pacata, scodellando nei piatti una fine brodaglia fumante.
La madre fece una brutta smorfia.
“Questa sì che è proprio immondizia. Neppure oggi c’era verdura fresca, neppure oggi formaggio. Ho raccolto le ortiche, ecco quello che ho fatto, ma non so mica se poi mi sono ricordata di metterle a bollire.”
“Non le hai messe le ortiche nella minestra, mamma, sarebbe più verde.”
“Ma non è per me, sai, Ester, alla mia età mangiare per sopravvivere è diventata solo una brutta abitudine. Ma tu, ragazza mia, con il tuo lavoro, le tue responsabilità, dovresti mangiare meglio, mangiare di più.”
Ester soffiò esageratamente a lungo sul cucchiaio di brodo che teneva in mano.
“Questa minestra è ottima, mamma.”
La vecchia allungò il collo verso il piatto di Ester.
“La tua minestra è buona? Meno male,” soggiunse, quasi divertita, “che almeno la tua è buona, la mia invece fa schifo.”
“E’ la stessa minestra, mamma, non c’è altra minestra, stasera. La prossima volta che vengo faccio la spesa, te lo prometto, ho tanti buoni alimentari, ma non trovo mai il tempo. Ti compro qualcosa di fresco, se lo trovo, in città.”
“In città? Quant’è che dista la città?”
“Ci vogliono due ore, a piedi, poco più.”
“E la corriera, perché non prendi la corriera?”
“Non ci sono corriere che vanno in città, mamma.”
“Se hai bisogno di un biglietto, devo averne qualcuno nella mia borsetta, vammela a prendere, per piacere, la mia borsetta, così ti do un biglietto per la corriera.”
“Non ci sono corriere che vanno in città.”
D’un tratto, come in un improvviso, la vecchia recuperava la lucidità e si spalancava attraverso le sue iridi offuscate uno squarcio come d’azzurro, un bagliore scintillante.
“Le qualifiche, Ester, accidenti alle qualifiche. Quanti bei discorsi che ci hanno fatto, quante parole. Me li ricordo, sai, i dibattiti, gli interventi, le risse. No, no, dicevano, queste discriminazioni sociali sono inaccettabili, assomigliano troppo allo schiavismo. Ma sono solo provvisorie, dicevano, finita l’emergenza, saranno abolite. E adesso che cosa dicono? Ne parlano ancora? Macché, basta, discorso chiuso, non se ne parla più, vero? Più. Che si dice adesso? Che si dice?”
Ester aveva sonno e si coprì gli occhi con la mano.
“Che si tratta di valutazioni …attitudinali,” bisbigliò lentamente
“Valutazioni che? Ma fammi il piacere, non sono poi così rimbambita. E’ che a un certo punto non c’era più lavoro, non c’era lavoro per tutti, e allora qualcuno ha cominciato a dire che non tutti meritano di lavorare. Che non tutti sono all’altezza, che non hanno le capacità. Una volta sì che qualcuno aveva ancora il coraggio, o l’impudenza, di dare alle cose il loro vero nome. Lo chiamavano Mercato, con una bella M maiuscola, tutta tonda. Legge numero uno del signor mercato: una minoranza, un esiguo manipolo di superuomini può aspirare a una vera funzione sociale, e quindi ad una qualifica. Gli altri, beh, per tutti gli altri, non c'è funzione, quindi non c'è lavoro, quindi non c'è qualifica, stato, esistenza, non c'è niente. A parte, ovviamente, tutte quelle cose là, quelle gratis, la libertà, la democrazia, il diritto di voto e...”
“Dai, mamma, finiscila.”
La vecchia storceva di nuovo le labbra in una boccaccia.
“No, non ci riesco a finire quest’acqua calda,” disse, allontanando il piatto che aveva appena toccato. “Ma immaginateli un po’, tutti questi gaglioffi, quest’esercito di disperati, questa gentaglia di insufficienti, ben schierati e compatti, gambe in spalla e via. Te lo vedi, il signor Bren, che ha rotto le lenti degli occhiali qualche centinaio di mesi fa, e continua a metterseli sul naso, per una questione di estetica, ovviamente, e la signor Miscc, o come diavolo si chiama, che ha riparato il suo bastone con il nastro adesivo, e voleva riparacisi anche le ossa, con il nastro adesivo, e Deborah che ha un solo paio di calzoni, e non ne vuole neppure degli altri, e se li stringe con lo spago sui fianchi, ma quelli sono scuciti sul culo, e meno male che le si vedono solo le mutande, perché il culo, beh, quello non sarebbe proprio bello da vedere. Te li vedi, che marciano, impettiti e orgogliosi, pancia in dentro e petto in fuori, per ore in quel pantano di strada, tutti quanti in fila, ordinati e composti, con le loro scarpe sgangherate che affondano nella mota. Dove mai se ne andrà quell’animoso plotone di mendicanti? In città, naturalmente. In città, come si deve, per partecipare entusiasti e soddisfatti alla grande kermesse del suffragio universale! Ah, Ester, un bella scena davvero.”
“Mamma, vuoi della frutta? Ho portato delle mele. La prossima volta che vengo te lo porto, del formaggio.”
Il viso della vecchia si era congelato in un’espressione di scherno. Reclinò il capo e lo appoggiò sulla mano e si era fatta era muta e sorda come una radio spenta, mentre la città si allontanava, sempre più remota, oltre una muraglia di infinita bruma. Si appisolò subito, dondolando piano sulla sedia, mentre Ester rigovernava la cucina, mordicchiando una mela.
Dormì male quella notte e quando la sveglia trillò, alle cinque meno un quarto, si rigirò nervosa nel sonno senza alzarsi. Il rivelatore dello stabilimento registrò 8:05 e, dentro al magazzino, Roberta non c’era.
Era il quarto ritardo dell’anno ed era obbligatorio giustificarlo. Prima di uscire, si presentò al supervisore, un uomo con i baffi grigi e molti capelli in testa. Ester sospettava che fossero posticci. Cercò di spiegargli con calma di aver avuto mal di testa e di aver dormito male. Il supervisore sapeva che lei ogni mattina veniva a piedi dalla periferia e non fu molto gentile. Ma Ester capì che per il momento non avrebbe ancora preso provvedimenti contro di lei. Gli disse che quella sera sarebbe rimasta in città da un’amica e lui sembrò molto soddisfatto, come se finalmente si fosse decisa a mettere giudizio.
Ester non sapeva dove avrebbe dormito quella notte. Prese il treno e scese vicino a casa di Roberta. Non conosceva l’indirizzo preciso e, al crocevia, entrò in un piccolo chiosco dove vendevano bibite e dolci e domandò se qualcuno conosceva Roberta.
“Una ragazza giovane, disse il gestore, certo, una ragazza giovane giovane, un po’ scura di pelle, ma non troppo. Strani occhi, un po’ a mandorla. Non viene spesso, ma è così giovane che non passa inosservata.”
“Sa mica dove abita?”
“No, temo di no. Ma vede quel signore là...” disse indicando un tipo asciutto, con la pelle scura e la barba malfatta, vestito di una lucida tuta blu, che se ne stava seduto all’unico tavolino, davanti a un bicchierino mezzo vuoto.
“Ehi Franz, senti un po’, te la ricordi quella ragazzina, quella scuretta, con i capelli lisci con gli occhi a mandorla? Quella che abita dalle tue parti…”
Franz si voltò verso Ester e la fissò con uno sguardo distratto, canzonatorio.
“Roberta?”
“Sì, proprio Roberta,” disse Ester.
Franz la conosceva bene, era anche stato spesso a casa sua, per aiutarla ad asciugare l’appartamento quando, frequentemente, si allagava. Indicò ad Ester la strada - non si poteva sbagliare, era quella casa laggiù.
Roberta abitava, insieme ad un gatto, in un monolocale a pianterreno. Ascoltava musica e disegnava animali, soprattutto gatti, neri e tigrati, oppure uccelli, con il becco giallo e uno sguardo imbronciato, e un’aquila, un’aquila reale, appollaiata su un picco roccioso. Dove poteva aver mai visto un’aquila reale, lei che aveva sempre abitato le opache strade della città e accendeva di rado il televisore, e soprattutto per sentire le voci, piuttosto che guardare le immagini? Roberta non lo sapeva, nei sogni probabilmente, sul sommo di una montagna coperta di abeti. Aveva provato a disegnare case, strade e persone, ma il disegno era uscito tutto grigio, e Roberta non lo trovava molto divertente.
Quando era tornata a casa la sera prima, dopo quella specie di interrogatorio, la sua cuffia era rimasta appoggiata sul tavolino, le matite sparse per terra e il gatto nero aveva dovuto strisciarsi e miagolare oltre misura per farsi riempire la ciotola.
“Domani mattina devi essere qui alle sette, alle sette, un’ora prima del solito, capito? Non mangiare niente, digiuna dalla sera prima, neanche un goccio d’acqua, capito? Ora vai a casa e fatti una bella dormita, capito?”
“Se arrivo dopo le sette, registrano il ritardo?”
“Uff, ritardo o non ritardo, devi essere qui alle sette, in questa stanza, capito?”
C’era proprio bisogno di dire tante volte ‘capito?’
Era passata dal supermercato.—Se domattina non posso mangiare niente, dovrò nutrirmi bene stasera.—Aveva comprato una bistecca e delle patatine surgelate.—Se mi licenziano non potrò certo più permettermi di mangiare bistecche. Non so neppure che cosa danno da mangiare, in periferia.—Roberta si era distesa sul divano e guardava il soffitto. La bistecca era rimasta nel frigorifero. Aveva bevuto un’aranciata e si era addormentata, senza neppure accendere la televisione. La sera dopo era ancora più stanca, anche se aveva passato la giornata quasi tutta nella sala d’attesa. Le avevano fatto due prelievi di sangue e l’aveva visitata un ginecologo.
“Un brutto aborto, ti hanno fatto, proprio un brutto aborto.”
Stava per riaddormentarsi sul divano, quando era suonato il campanello.
“Chi è?”
“Sono Ester. Sai, la tua compagna di lavoro.”
Roberta aprì la porta. Ester stava nel vano della porta, infagottata nella sua tuta (ma il cappuccio era calato sulle spalle e i capelli sciolti e arricciati dall’umidità), si appoggiava con la mano allo stipite e aveva un’aria, Roberta si stropicciò gli occhi, quasi spaventata.
“Dormivi? Mi dispiace tanto di averti svegliata. Ero così preoccupata per te.”
“Eri preoccupata per me? Ma vedi, sto bene. Ah certo tu, pensavi che mi avessero licenziata. No, non mi hanno mica ancora licenziata.”
Roberta si ricordò della bistecca nel frigorifero: è sempre una consolazione che il frigorifero non sia perfettamente vuoto, quando si hanno ospiti.
“Ti fermi a dormire da me?”
Ester si stava chiedendo che cosa facesse lì, perché era andata a trovarla, che cosa si aspettava di poter fare per lei. Tenerle compagnia, forse, sconfiggere, per una sera il bieco fantasma della solitudine antica che trasforma le parole in mute ripetizioni dei pensieri e i gesti in ridicole finzioni. Ma Roberta preparò il tè, cucinò la bistecca e scaldò le patatine e Ester cominciò a sentirsi molto rilassata. Quando era arrivata, era tutta posseduta da un tetro affanno di dover sapere, capire, aiutare, spiegare. Pronunciare parole importanti. Lei, che leggeva sempre e conosceva tante parole. Lei, che aveva vissuto più di Roberta. Ora le andava maledettamente bene quel silenzio, che era comodo e piacevole, come un divano morbido.
“Dimmi un po’ della periferia,” diceva Roberta. “Tu sai com’è, non è vero? Non può essere così terribile. Potrò sempre sentire musica. Disegnare.”
Ester non riusciva a immaginarselo. Qualcuno che abitava in periferia e sentiva musica, o disegnava. La gente, in periferia, se ne stava seduta vicino alla finestra a guardare la vernice scrostata del muro di fronte.
“Chissà perché sono venuti a cercare proprio me,” disse Roberta, “avranno estratto a sorte.”
“Allora sei stata fortunata,” scherzò Ester, senza convinzione; ma  provò un leggero disagio, perché quella frase banale vibrò come una nota stonata in una delicata armonia.
“Mi sembra che si siano molto preoccupati del fatto che l’anno scorso ho fatto quella cosa, l’aborto,” ed ecco, l’aveva detto.
“Hai fatto un aborto?” disse Ester sbalordita. “Vuoi dire che te lo sei procurato, non è stato spontaneo?”
“Vedi, mi guardi male anche tu. Che vuol dire, non è mica vietato dalla legge.”
“No, che c’entra, l’aborto è solo una cosa strana.”
Un altro luogo comune.
“Strana? Strana anche per te, che leggi tutti quei libri? Io l’ho fatto perché pensavo che, una volta gravida, sarei stata come malata, inabile, che mi avrebbero mandata in periferia.”
Aveva la bocca piena di patatine e si sentiva avvampare. Il boccone le andò per traverso e cominciò a tossire, ma, per cercare di darsi un contegno, continuava a parlare.
“Chissà perché tutti quanti abbiano così paura della periferia. Ma laggiù non c’è proprio niente di terribile, vero?”
Ester le versò dell’acqua. Roberta beveva, e cercava di sorridere.
“Sono proprio contenta che tu sia venuta. Se non ti va di tornare in periferia tutte le sere, puoi fermarti da me, quando vuoi.”
“Qualche volta vado da un uomo, ma è sposato e ...”
“Ha dei figli?”
“Ma no, non essere sciocca, te l’hanno messo in testa quelli, questa cosa dei figli?”
“Come sarebbe? Che cosa c’entrano quelli, con i figli?”
Già, che c’entravano quelli con i figli di Roberta?
“Non so. Non so mica perché l’ho detto. Che importa. L’importante è che non ti abbiano licenziata, che non ti licenzieranno.”
“Sai, a me non mi dicono niente, a parte allarga le gambe e stai rilassata, e mi dicono sempre se ho capito. Capito?” disse Roberta, imitando il tono stridulo e quasi intimidatorio dei suoi intervistatori. “Dicono tante cose quando parlano fra di loro,” continuò, “sembrano sempre molto stanchi, scocciati. Qualcuno ha perfino l’S.E. Credo che sia la prima volta in vita mia che incontro degli S.E. Ma Ester, se tu hai mente qualcosa devi dirmelo, no? Secondo te, che cosa vogliono da me?”
Ma Ester non rispondeva, perché tutto quello che aveva da dire le parve una cosa piccina e senza importanza, e il silenzio era bello, e docile, e fresco, come un piumino di seta. E Roberta fu grata che Ester non avesse risposto, perché aveva molto sonno e un sottile timore dei discorsi seri, e complicati, di Ester. Sparecchiarono la tavola, sciacquarono i piatti e andarono a letto.
Roberta aveva chiuso gli occhi e aveva visto quella vecchia strana, con la pelle scura e i capelli azzurri, che le aveva afferrato con la mano rugosa uno dei seni. Le lunghe unghie laccate si stringevano sulla sua pelle. Non le aveva fatto veramente male, ma le aveva lasciato un piccolo segno bianco, come una sottile falce di luna. “Hai delle belle mammelle,” le aveva detto. Roberta non dormiva. D’un tratto si rizzò a sedere e spalancò gli occhi.
“Forse hai ragione,” gridò, “forse vogliono i miei figli.”

 


... i primi due capitoli di un romanzo inedito ... se vi piace, scrivetemi e vi invierò il seguito ...

  © Carla Marchetti