|
Cittadinanza critica e filosofia pubblica (CRITONE)
CRITONE
Occupandoci del Critone svilupperemo comunque dei temi presenti nell’Apologia. Negli anni ’60 negli Stati Uniti l’Apologia e il Critone sono tornati di moda perché hanno a che fare con gli obblighi e i limiti di obbedire alle leggi. Il Socrate dell’Apologia veniva interpretato come un precursore della disobbedienza civile. Il disobbediente civile è qualcuno che disobbedisce apertamente sapendo che questo gli costerà qualcosa in termini di sanzione, questa accettazione delle conseguenze in sanzioni rende peculiare la disobbedienza civile. In particolare il rifiuto di Socrate di cessare l’attività filosofica in Atene pur di aver salva la vita sembrava un gesto esemplare di disobbedienza civile. Socrate rinuncia alla salvezza se questo dipende dalla rinuncia di filosofare. La pratica filosofica socratica consiste, per Socrate, nell’andare in giro tra i suoi concittadini a verificare se sanno quello che pensano di sapere, Socrate indaga e verifica il sapere o il presunto tale.
PROPOSTA DI CRITONE
La vicenda del Critone consta di due personaggi: Critone e Socrate. Critone non era un giovane ma aveva l’età di Socrate. Critone va a visitare Socrate la notte precedente alla sua esecuzione, notte precedente perché la nave inviata a Delo farà ritorno l’indomani (era consuetudine che la città si conservasse pura, e non avessero luogo esecuzioni capitali, durante il viaggio annuale della nave iniviata a Delo con una delegazione sacra, in ricordo e ringraziamento ad Apollo della vittoria di Teseo sul Minotauro). Di fronte all’imminenza della morte Critone va da Socrate e gli propone una evasione, Socrate rifiuta di evadere pur sapendo che questa evasione è facile. I S.: Oh, Critone, come mai a quest'ora? Non è ancora presto? C.: Sì, certo. S.: Ma che ora è, esattamente? C.: È appena l'alba. S.: Mi meraviglio come, il custode del carcere t'abbia fatto entrare. C.: Con tutte le volte che son venuto, Socrate, me lo son fatto amico e, poi, gli ho fatto anche parecchi favori. S.: E sei venuto adesso o eri qui da tempo? C.: Già da un pezzo. S.: E perché non mi hai svegliato, e sei rimasto lì seduto in silenzio? C.: Santo cielo, Socrate, al posto tuo neanche io vorrei rimanermene sveglio, in una simile disgrazia. Anzi, sono rimasto, per un bel pezzo, a guardarti mentre dormivi cosi tranquillo. E non t'ho voluto svegliare proprio perché tu potessi riposare il più possibile a tuo agio. D'altro canto, io t'ho sempre ammirato, in passato, per il tuo carattere e soprattutto ora, nel vedere con quanta calma e serenità tu sopporti quello che t'è capitato. S.: Ma sarebbe assurdo, Critone, alla mia età, rammaricarsi di dover morire. C.: Eppure, Socrate, gli anni non c'entrano. Quanti, infatti, della tua stessa età, di fronte a una sventura simile, se la pigliano con la loro sorte. S.: Questo è vero. Ma, insomma, vuoi dirmi perché sei venuto così presto? C.: Socrate, son venuto a darti una brutta notizia, che per te, forse, non è poi tanto dolorosa ma, per me sì e per tutti i tuoi amici. Io, poi, in modo particolare, ne sono rimasto così scosso. S.: E cioè? Forse è già arrivata la nave da Delo e quindi è venuta la mia ora? C.: Non esattamente, non è ancora arrivata, ma giungerà oggi, almeno da quello che han detto certi che son venuti dal Sunio e che l'hanno vista lì. Se questo è vero, la nave sarà qui oggi e, allora, Socrate, per te, domani, sarà finita. II S.: E va bene, Critone. Se il cielo vuole così, così sia. Ad ogni modo, non credo che arriverà oggi. C.: Cosa te lo fa pensare? S.: Ti dirò che io devo morire il giorno dopo l'arrivo della nave. C.: Sì, così, almeno, hanno dichiarato i responsabili. S.: Però, io non credo che la nave giunga oggi, ma domani. Dico questo per il sogno che ho fatto poco fa, questa notte; e tu, forse, hai fatto bene a non svegliarmi prima. C.: Che sogno hai fatto? S.: Ho sognato una donna, bella e avvenente, tutta vestita di bianco, che mi si è avvicinata e mi ha detto: «Socrate, fra tre giorni, tu sarai nei felici campi di Ftia.» C.: Che strano sogno, Socrate. S.: A me, Critone, sembra chiaro. Nel dialogo dell’apertura è molto chiaro che Socrate vuole fare un teatro filosofico, c’è una drammaturgia: Socrate e Critone giocano e rappresentano due ruoli ben precisi. Cosa rappresenta Socrate e cosa rappresenta Critone? Critone cerca di convincere Socrate che deve evadere, il suo discorso non sembra però avere un piano coerente ma solleva una certa serie di obblighi che Socrate violerebbe se non scappasse. Due tipi di obblighi:
a) Obblighi verso terzi. Per Critone la morte di Socrate avrebbe una doppia sfortuna:
Critone cita due argomenti nei quali entrano in gioco "i molti", la moltitudine, gli "oi polloi": 1°) cosa penserà la gente di Critone, grande amico di Socrate, che non lo ha nemmeno aiutato a fuggire? Penserà che non vale tanto come amico oppure non vuole spendere dei soldi per corrompere e farlo uscire; 2°) Socrate accettando la condanna a morte e non scappando farà il gioco dei suoi nemici che otterranno quello che vogliono, cioè l’uscita di scena di Socrate da Atene, dalla città. L’accusa principale di Critone verso Socrate è quella di abbandonare gli amici e aiutare i nemici controvertendo un principio morale greco fondamentale: aiutare gli amici, non aiutare i nemici. Critone, inoltre, nella confusione del suo ragionamento, sostiene che Socrate verrebbe a mancare ai suoi obblighi verso i suoi figli biologici come genitore. b) Obblighi verso se stesso. Critone dice a Socrate che anche in caso di fuga, egli continuerà ad essere sempre quello che è stato, continuerà sempre ad essere all’altezza; per Critone Socrate è diventato pigro perché non vuole più sfidare le convenzioni. III C.: Purtroppo. Ma, mio caro Socrate, dammi retta, almeno ora, e salvati; perché se tu muori, per me, non sarà soltanto il dolore di aver perduto un amico come te, quale io non riuscirò mai più a trovare, ma tutti quelli che non ci conoscono bene penseranno che io, con i mezzi che avevo, avrei potuto salvarti e che non l'ho fatto per non spendere denaro. Passare per uno che tiene più al denaro che agli amici: cosa mi potrebbe capitare di peggio? Perché la gente non crederà mica che sei stato tu a non voler fuggire da qui, anche se noi abbiamo fatto tutto il possibile. S.: Ma, mio caro Critone, che c'importa di quello che dice la gente? Le persone per bene - ed è di loro che ci deve importare - penseranno, invece, che le cose siano andate, effettivamente, come sono andate. […] IV C.: Ammettiamo pure che i fatti stiano così, ma dimmi però un'altra cosa, Socrate: temi, forse, per me e per gli altri amici che, nel caso tu fuggissi, i delatori potrebbero danneggiarci per averti aiutato e che, quindi, noi possiamo perdere i nostri beni, il nostro denaro o, magari, subire qualcosa di peggio? Se hai paura di questo, sta' tranquillo, perché sarebbe anche giusto, per salvarti, correre questo rischio e, se fosse necessario, anche uno maggiore. Suvvia, dammi retta, e fa' come ti dico. S.: Mi preoccupo di questo ma anche di tante altre cose, Critone. C.: Ma di questo non devi preoccuparti perché non è poi nemmeno una gran somma quella che certe persone pretendono per salvarti, per tirarti fuori di qui. E poi, non vedi come sono a buon mercato questi vigliacchi? Gente che si vende per poco. Quello che ho è a tua disposizione e io penso che sia sufficiente. Ma se, poi, tu ti fai scrupolo di dover approfittare del mio, questi forestieri che son qui, son pronti a contribuire. Uno, poi, Simmia di Tebe, ha addirittura portato con sé tutto il denaro necessario; anche Cebete e molti altri, sono pronti a farlo. Quindi, ti ripeto, mettiti in salvo, non aver paura di questo e, tanto meno, di quello che hai detto in tribunale, che se tu fossi andato in esilio non avresti saputo di che vivere, perché in qualunque posto, dovunque volessi andare, saresti bene accolto. Se tu volessi recarti in Tessaglia, per esempio, io, proprio lì, ho degli amici che si farebbero in quattro per te e tu saresti al sicuro e nessuno potrebbe torcerti un capello. V E poi, mi pare proprio che tu, oltretutto, non compia una cosa giusta lasciandoti andare, mentre potresti salvarti, perché, in fondo, ti adoperi a far quello che vorrebbero i tuoi nemici, anzi, che hanno già ottenuto, volendoti morto. E, in più, mi sembra che tu tradisca anche i tuoi figli che potresti allevare e educare e che, invece, abbandoni e che, per quanto dipende da te, vivranno in balia del destino, come degli orfani. Il fatto è che, o non bisogna aver figli o, se si hanno, sacrificarsi per loro, fino all'ultimo, allevandoli ed educandoli; e tu, al contrario, mi pare che hai scelto il partito più comodo. E, invece, devi fare quello che un uomo onesto e coraggioso farebbe, specialmente, tu, che dici di aver perseguito la virtù per tutta la vita. Quanto a me, mi vergogno per te e per tutti noi, amici tuoi, perché si dirà che siamo stati dei vigliacchi, in tutta questa tua faccenda, dalla tua comparizione in tribunale, quando potevamo evitarla, alla discussione stessa del processo, come si è svolta, fino all'ultimo atto, vero e proprio ridicolo epilogo di un dramma, per cui, di certo, si crederà che è stata dappocaggine e codardia, la nostra, se non siamo stati capaci di salvarti, noi da parte nostra e tu dalla tua, quando la cosa era facile e possibile, solo che ti avessimo minimamente aiutato. Guarda un po', Socrate, se tutto questo non rechi a te e a noi, oltre al danno anche l'infamia e deciditi, per quanto ora non ci sia più tempo per decidere perché bisognerebbe averlo già fatto. Comunque, la decisione è una sola: questa notte ogni cosa deve esser compiuta; se indugeremo, nulla più sarà possibile. Quindi, Socrate, dammi retta e fa' ciò che ti dico. Questi sono gli obblighi che Socrate violerebbe se non accettasse la fuga dal carcere. Come Critone mette in ordine i suoi argomenti? Egli mette in ordine i suoi argomenti dal punto di vista che gli interessa di più, cioè dell’amico e della sua reputazione; c’è ansia in Critone di non passare per qualcuno che… A Critone interessa soprattutto se stesso e quella che la gente può dire di lui infatti i doveri che Socrate avrebbe verso i figli sono citati da lui verso la fine del suo discorso iniziale. Degli altri argomenti (Socrate aiuterebbe i nemici, Socrate non è più all’altezza) non aggiunge altro. Come parla Critone? A nome di chi parla? Di che cosa è rappresentativo? Cosa rappresenta? Non daremo subito la risposta perché essa è un esito, è l’esito del dialogo tra Critone e Socrate. Intanto diciamo che Critone non nega che la fuga sia illegale, quello che Critone dice è che vi sono delle situazioni in cui possono verificarsi conflitti di doveri, in questo caso il conflitto di doveri esiste tra doveri verso la famiglia e doveri verso la polis. Secondo Critone e secondo la cultura degli ateniesi, i doveri verso la città passano in secondo piano quando contrastano con i doveri familiari. I greci avevano una gerarchia, un ordinamento da rispettare: obblighi verso i genitori, familiari, amici, benefattori, concittadini. Ci sono delle situazioni in cui mantenere gli obblighi verso i familiari sono apprezzate dagli Dei; quella che propone Critone è un’azione illegale giustificata dal momento e dal conflitto dei doveri. Il discorso di Critone rappresenta un modo di pensare se stesso e la propria esistenza, condotta, scelte. Aspetto importante: Critone evita l’utilizzo del linguaggio argomentativo (dell’argomento) a favore del linguaggio delle emozioni, del linguaggio emotivo. Critone sta assumendo senza indagare lo sfondo morale condiviso, per lui, da Socrate e dagli "oi polloi", per Critone non c’è bisogno di indagare questioni morali: Critone assume come dato delle credenze morali lo sfondo che ha prospettato negando di metterle in discussione. Lo scopo di Critone è quello di convincere Socrate che, dato uno sfondo morale condiviso, fuggire è lecito. Critone prende uno sfondo morale come dato e non lo discute, lo prende come assunto, ma discute, invece, l’alternativa tra restare e fuggire, si dà per scontato lo sfondo morale, questo è inutile indagarlo per Critone. Critone è o non è uno dei molti? Parla dal punto di vista degli "oi polloi" o no? La risposta di Socrate consta di due parti:
RISPOSTA DI SOCRATE
Punti metodologici della replica di Socrate a Critone Primo punto metodologico: si tratta del profilo di ciò che Socrate intende per filosofia; Critone ha detto che Socrate non si deve preoccupare di quello che ha detto in tribunale, Socrate comincia con una avvertenza che ci dice dove possiamo posizionarci. VI S.: Mio caro Critone, questo tuo zelo sarebbe assai lodevole se fosse conforme a giustizia, altrimenti, più esso è insistente, più è biasimevole. Noi dobbiamo, perciò, esaminare se sia lecito o meno fare come tu dici, perché io - e non solo da oggi, ma da sempre - non mi lascio persuadere se non da quel ragionamento che, secondo il mio modo di pensare, mi sembra il migliore. E poi, quelle massime di vita che io ho sempre sostenuto finora, non posso certo ripudiarle per il fatto che adesso m'è toccato quest'accidente, anzi, restano sempre le stesse ed io ne sostengo e ne condivido i principi nella stessa misura di prima. Qui ci sono degli aspetti importanti: «non da oggi ma da sempre». Cosa faccio da sempre? Mi faccio persuadere dall’argomento che mi sembra migliore, è l’eros dell’argomento, salgo sul tram dell’argomento e mi faccio portare ovunque mi porti anche dove non mi piace andare. Questo significa che tale idea dell’eros dell’argomento è sottratta alle contingenze. Il primo punto metodologico di Socrate è un impegno alla coerenza nel rispetto del logos. Allontanarsi dagli argomenti passati sarà giustificato solo da argomenti presenti migliori, questo anche se la moltitudine ci fa paura. Se ora noi non possiamo contrapporne di migliori, sappi che, in nessun caso, io ti seguirò, nemmeno se la potenza di tutta questa gente ci spaventasse come ragazzini, con minacce maggiori di quelle che ci fa ora, infliggendoci carcere, condanne a morte, confische di beni. E, allora, quale sarà il modo migliore per prendere in esame la situazione? E se riprendessimo l'argomento cui tu accennavi prima, riguardo alle opinioni della gente, per vedere se è giusto che di alcune bisogna tenerne conto e di altre no oppure se questo andava bene prima della mia condanna a morte e, ora, invece, s'è visto che noi parlavamo tanto per parlare e che, in realtà, era un giochetto di bambini, una burletta? Vedi, Critone, io desidero proprio discutere con te della questione, se essa, cioè, assuma un diverso significato, ora che mi trovo in questa situazione, oppure se è sempre la stessa e se noi, perciò, dobbiamo lasciarla perdere o farcene persuasi. L’avere paura come dei ragazzini è rivolto a Critone, egli sembra essere paternalista, è impaurito dalla moltitudine. Questo riferimento a non dover temere la moltitudine è anche un altro modo di come Socrate cerca di tenere il discorso su un piano argomentativi e non emotivo. Le emozioni non giocano nel logos, questo non vuol dire che il logos è tecnico, bensì che esso ha la sua emotività e che non deve, quindi, chiedere prestito al linguaggio emotivo. Questa tendenza di Socrate al raffreddamento è presente anche nell’Apologia quando egli dice che non piangerà innanzi ai giudici per ottenere clemenza come invece hanno fatto altri presentando i propri figli:
Socrate si rifiuta di impietrosire i giudici perché ciò non farebbe onore a sé e alla città
mia discolpa e altri non dissimili. Socrate vuole che i giudici giudichino secondo legge
e non secondo pietà «D'altronde, lasciando da parte la questione
dell'onore, non mi sembra giusto, o Ateniesi, pregare il giudice,
nè tentare di sfuggire alla condanna con le preghiere, bensì informarlo
dei fatti e persuaderlo. Giacché il giudice non siede per amministrare
secondo favore la giustizia, ma per giudicare secondo giustizia. Egli ha
giurato infatti di non favorire a suo capriccio il tale o il tal altro, ma
di giudicare secondo le leggi. Non dobbiamo dunque nè abituarvi noi a non
tenere fede al giuramento, nè voi abituarvi da voi stessi; giacché non
saremmo nè noi nè voi rispettosi degli Dei. Socrate intende il discorso pubblico come discorso freddo che prescinde dalle emozioni. Socrate divide il governo delle leggi e dei giudici da richiami emotivi che non hanno a che fare con la causa. Se Socrate rifiuta di utilizzare artifici per chiedere perdono ai giudici, qui nel Critone, di fronte alla fuga, egli rifiuta ancora di più di lasciarsi andare alle emozioni. Socrate ci dice nelle prime sei righe della replica che è del tutto immune alla retorica che Critone sta usando, perché? Perché Socrate ha già stabilito la priorità della filosofia sulla retorica? Cosa vuol dire priorità? Cosa è filosofia e cosa retorica? La retorica deve convincere, deve spostare un altro dalla sua opinione, facendo leva sull’emotività quando non ci sostiene la logica, l’argomento. Il discorso di Critone non convince Socrate perché egli sta facendo della retorica. La filosofia non si ferma mai alla verità raggiunta ma deve sempre indagare, ricercarne una più vera. Noi sappiamo già che Critone non potrà mai convincere Socrate anche perché ha fatto un sogno (quello iniziale di entrata). Se però Critone avanzasse degli argomenti filosofici Socrate potrebbe cambiare idea, Critone sbaglia le premesse del suo discorso, per questo non potrà convincere Socrate. Ftia è la patria di Achille, ecco che anche nel sogno c’è una rievocazione indiretta del grande guerriero. Socrate si dispone ad investigare, si tratta di capire se l’argomento migliore è quello del restare o è quello del fuggire, questa è la posizione in cui Socrate si mette, nonostante ciò Socrate discute lo stesso con Critone. Secondo punto metodologico: riguarda il presunto potere degli "oi polloi", qui Socrate cerca di sollecitare Critone di adottare un punto di vista critico. Dunque, mi pare che chi parla con una certa cognizione di causa, dice, presso a poco, quelle che sostengo anch'io, che cioè delle opinioni degli uomini, alcune meritano grande considerazione, altre no. E questo, in nome di dio, Critone, non ti sembra giusto? Tu, infatti, puoi benissimo giudicare con mente serena la questione dato che nulla, almeno per quanto è umanamente prevedibile, fa pensare che tu muoia domani. In questo passaggio vediamo metodologicamente… Dal punto di vista degli "oi polloi" abbiamo sempre detto che non tutte le opinioni di tutti hanno la stessa importanza o dobbiamo ritenere che i nostri principi cambiano a seconda delle contingenze? Se abbiamo sempre detto questo non possiamo cambiare idea perché ci troviamo in una situazione pericolosa. E, allora, dimmi: non è giusto affermare che non a tutte le opinioni degli uomini bisogna dar credito ma ad alcune sì e ad altre no? Che ne dici, non è così? C.: Sì, è vero. S.: Dunque dovremo dar credito alle opinioni buone e non a quelle cattive? C.: Sicuro. S.: E le buone opinioni non sono quelle delle persone assennate e le cattive quelle degli sciocchi? C.: Certamente. Critone conviene con Socrate (pratica dialogica) che non contano tutte le opinioni ma solo alcune, Critone è d’accordo con Socrate, ha spostato la sua posizione rispetto a quella iniziale, cosa c’è in questo spostamento? L’opinione comune è diventata oggetto del dialogo, l’opinione comune è diventata oggetto d’indagine. L’idea di Socrate è che le opinioni sono legate al carattere di chi le manifesta, certe opinioni non meritano attenzione in base a chi le ha dette. Socrate fa un esempio: quello dello sportivo. Chi ascolterà l’atleta? Il suo allenatore o tutti gli altri? Lo sportivo sarà preoccupato di obbedire a chi sa di cosa parla. VII S.: E allora, che significa tutto questo discorso? Un uomo che fa della, ginnastica deve, forse, badare alla lode o al biasimo, insomma all'opinione degli altri oppure solo a quella del suo medico o del suo allenatore? C.: Solo a quella di quest'ultimo. S.: Quindi egli dovrà temere o compiacersi non del biasimo o della lode di tutti ma di uno solo. C.: È, chiaro. S.: Allora, in questo caso, nel suo regime di vita, nei suoi allenamenti, nella sua dieta, egli dovrà seguire soltanto il consiglio di chi se ne intende, dell'esperto e non quello di tutti quanti gli altri. C.: Naturalmente. S.: Bene. Ma se gli disobbedisse, se non tenesse in alcun conto i suoi consigli e le sue lodi e badasse, invece, ai discorsi della gente che non se ne intende, non credi che sarebbe danneggiato? C.: E come no? S.: E che genere di danno? Quali le conseguenze per chi disobbedisse? C.: È chiaro un danno fisico; è il corpo, infatti, che ne andrebbe di mezzo. Avendo Critone ammesso la sua paura per la moltitudine, Socrate cerca di fargli capire quale giudizio bisogna tener conto e di quale giudizio bisogna aver timore (nel senso di considerazione), questo giudizio è il giudizio di chi s’intende di giustizia e di ingiustizia. S.: […] E, dunque, Critone, lo stesso è per le altre cose, senza bisogno di passarle in rassegna e quindi anche sul giusto e l'ingiusto, sul brutto e sul bello, sul buono e sul cattivo, che sono l'oggetto del nostro ragionamento, ci potremmo chiedere se dobbiamo seguire o temere l'opinione della gente, oppure solo quella di uno che se ne intende, - ammesso che vi sia -, che dobbiamo, quindi, rispettare e temere più di tutti gli altri. E se noi non gli ubbidissimo, rovineremmo e distruggeremmo ciò che diventa migliore con la giustizia e si corrompe con l'ingiustizia, o non è così? C.: A me sembra di sì, Socrate. VIII S.: Ebbene, se noi, prestando orecchio a quelli che non se ne intendono, roviniamo ciò che diventa migliore attraverso un sano esercizio e va, invece, in malora con pratiche dannose, che ne sarà della nostra vita? Intendo parlare del corpo, ti pare? C.: Sì. S.: È, dunque, possibile vivere con il corpo infermo e disfatto? C.: Oh, certo no. S.: E possiamo vivere quando fosse rovinato ciò che l'ingiustizia corrompe e la giustizia migliora? O dobbiamo credere che quella parte di noi, qualunque essa sia, sulla quale influiscono l'ingiustizia e la giustizia, valga meno del corpo? C.: No di certo, S.: Che valga di più? C.: Sì, Molto. S.: E allora, mio caro, noi non dobbiamo curarci tanto di quel che dirà la gente ma dell'opinione di chi se ne intende di giustizia e di ingiustizia, di colui che è la verità stessa. Quindi tu non fai un ragionamento esatto quando affermi che dobbiamo preoccuparci dell'opinione della gente su ciò che è bello o buono e viceversa. È, vero che qualcuno potrebbe obbiettare che la gente può anche farci morire. Il tipo di male che la moltitudine può creare è un male di cui non bisogna temere, al di là, del dolore che può farci. Torna la distinzione tra opinione dei molti e opinione dei competenti. Sia Critone che Socrate sono consapevoli della minaccia che la moltitudine può causare, così come sono consapevoli che è stata una maggioranza politica a introdurre la pena capitale per il reato di empietà, questo è uno sfondo che condividono. Entrambi concordano che i molti sanno costruire false accuse e falsi processi. Per Socrate la moltitudine non è una autorità affidabile, non bisogna guardare alla opinione dei molti ma alla opinione dei competenti. Il motivo di questo è che i molti non hanno un criterio di valutazione competente e coerente, ma agiscono a casaccio, sono imprevedibili, sono opportunisti. III […] S.: Ma, mio caro Critone, che c'importa di quello che dice la gente? Le persone per bene - ed è di loro che ci deve importare - penseranno, invece, che le cose siano andate, effettivamente, come sono andate. C.: Sì, Socrate, però anche tu vedi che è necessario tener conto pure dell'opinione degli altri. E quello che è accaduto ti dimostra che la gente è capace non solo di darti dei fastidi ma anche di procurarti qualche grosso guaio, se uno diventa vittima della calunnia. S.: Magari, Critone, fosse capace di fare il male, perché, allora, sarebbe capace, anche di fare il bene. E questa sarebbe una gran bella cosa. Invece non è capace di fare né l'uno né l'altro, non ti fa diventare né saggio né stolto, ma agisce, così, a casaccio. Qual è la differenza tra Socrate e la moltitudine? Socrate agisce con coerenza mentre la moltitudine no: Socrate sale sul tram dell’argomento migliore e ci rimane fino a quando non trovo un argomento più migliore, ovunque esso porta; mentre la moltitudine agisce secondo criteri contingenti, in maniera opportuna, a casaccio, ciononostante la moltitudine può far male ma non se ne deve tenerne conto (siamo allo studio del secondo passo metodologico). Socrate e Critone sono d’accordo sul fatto che vivere bene è più importante che vivere e basta, e vivere bene significa vivere giustamente; riconoscono anche che nessuno dovrebbe agire in modo ingiusto facendo volontariamente del male. Queste tesi devono rimanere ferme indipendentemente dalle contingenze, contingenze che sono di due tipi:
X S.: Cosa diciamo, che fare volontariamente qualcosa di male, non è assolutamente lecito o che, in alcuni casi, può esserlo e in altri no? Oppure che agire ingiustamente non è mai una cosa bella né onesta come, in passato, tante volte, tra noi, abbiamo ammesso? O tutti quei principi, sui quali eravamo d'accordo, han perso ogni valore in questi ultimi giorni? Che forse, Critone, nonostante la nostra età, in tutti i nostri lunghi e profondi discorsi, non eravamo diversi dai fanciulli? O che la cosa stia veramente così, come dicevamo prima, indipendentemente o meno da ciò che ne pensa la gente e dalle conseguenze più o meno gravi che possono capitarci, che cioè, il far del male è assolutamente una cosa brutta e malvagia per chi lo fa? Lo ammettiamo o no? C.: Sì che lo affermiamo. S.: Quindi non bisogna mai agire ingiustamente. C.: No, di certo. S.: E quindi, se non si deve mai essere ingiusti, non bisogna nemmeno rispondere a un'ingiustizia con un'altra ingiustizia, come pensano molti. C.: È evidente. S.: E far del male, Critone, si può o no? Che ne pensi? C.: No che non si può, Socrate. S.: E il rispondere al male che uno ci fa, con altro male, come i più pretenderebbero, è una cosa giusta o no? C.: Per niente. S.: Infatti, far del male non è per nulla diverso dall'essere ingiusti. C.: Appunto, proprio così. Qui c’è una posizione assolutistica da parte di Socrate, egli non rinuncia a mantenere ferma la sua posizione, non relativizza al contesto in cui si trova. La posizione assolutistica in generale sostiene che alcuni principi vanno rispettati al di là della conseguenze che comporta rispettarli. La posizione relativista fa dipendere i comportamenti dalla situazione concreta, dalla opportunità. Cosa significa agire ingiustamente? Si deve rispondere con una ingiustizia ad una ingiustizia? No, perché? Da dove deriva ciò? Perché abbiamo detto che non è mai lecito, che non bisogna mai compiere ingiustizie. Cosa vuol dire questa tesi? S.: Non bisogna, quindi, rispondere ad una ingiustizia con un'altra ingiustizia, né far del male a nessuno, qualunque torto si sia ricevuto. Ti prego, però, Critone, di non accettare queste conclusioni senza che te ne sia ben persuaso perché io son convinto che esse sono e saranno ritenute giuste solo da pochi. Ora è impossibile che quelli che la pensano così vadano d'accordo con chi ragiona in maniera diversa; è chiaro che si disprezzino a vicenda per il loro diverso modo di agire. Considera, dunque, anche tu, e con molta attenzione, se ti sembra di poter condividere la mia opinione e concludere con me che non è mai bene commettere ingiustizia né rispondere a un'ingiustizia con un'altra ingiustizia o vendicarsi e ricambiare il male quando lo si riceve. Forse sei di diverso parere? Io, invece, la penso così già da molto tempo. Se tu, però, non sei d'accordo, parla pure ed esponimi il tuo pensiero, se invece resti nell'idea di prima, stammi ancora a sentire. C.: Non ho cambiato idea e sono d'accordo con te, parla pure. Socrate capisce che la tesi detta è controversa perché è condivisa da pochi, egli dice a Critone di pensarci bene sul fatto di essere d’accordo con lui. Socrate sostiene che non ci può essere alcun tipo di relazione significativa tra chi la pensa come lui e chi la pensa diversamente su questo punto. Non c’è relazione significativa in che senso? Nel senso che perché ci sia comunicazione è necessario una comunità di discorso, Socrate invece dice che non c’è comunità politica, di discorso tra chi la pensa diversamente sul punto precedente. Egli traccia quindi due categorie di persone sull’argomento: chi pensa che alle ingiustizie non bisogna reagire con altre ingiustizie e chi a queste ingiustizie reagisce con altre ingiustizie. Qualsiasi cosa le persone condividano, se sono in disaccordo su questo principio fondamentale sono estranei, non avranno nulla da dirsi anche se appartengono allo stesso partito, paese, razza, cultura, ecc. Questa tesi è una tesi forte perché non è mai lecito agire ingiustamente anche nei casi in cui sembrerebbe comprensibile farlo. Non è possibile una comunità discorsiva, una comunità politica perché le persone sarebbero nemiche sulla base del giudizio che danno all’agire di fronte ad una ingiustizia. Questa tesi allontana Socrate dal modo comune di pensare dei più, della moltitudine. Abbiamo detto ieri che in questo scambio Critone arriva da Socrate con uno sfondo morale già pronto, preconfezionato ed, inoltre, non è disposto a mettere sotto esame, a mettere in discussione la scelta tra fuggire e restare; Socrate però non è disposto a prendere in considerazione l’alternativa posta da Critone ma vuole invece discutere lo sfondo entro cui è posta questa alternativa tra evadere e restare. Terzo punto metodologico: riguarda la questione se una persona dovrebbe mantenere i suoi impegni ridendoli giusti. Se si ammette che una cosa, una scelta, un impegno è giusto, bisogna farla, compierla o ci si può sottrarre? C.: Non ho cambiato idea e sono d'accordo con te, parla pure. S.: E, allora, sta' attento a quello che ti dico o, piuttosto, alle mie domande: se si ammette che una cosa è giusta, bisogna farla oppure ci si può sottrarre? C.: Bisogna farla. La questione lascia posto a disobbedienza perché io posso rifiutarmi di adempiere ad un impegno che non ritengo più giusto. Questo ci dice che l’ideale di giustizia è superiore all’ideale dell’impegno. Possiamo concludere che quello che Socrate ha risposto a Critone è stato di definire un quadro adeguato per discutere l’alternativa tra "evadere e restare", bisogna capire e porre lo sfondo per rispondere alla domanda: evadere è giusto? Per i molti la trattazione della problematica verterebbe sull’alternativa perché lo sfondo morale è accettato e dato per scontato, Socrate invece mette in discussione proprio lo sfondo. Posizioni di Critone e Socrate: Critone si posiziona sul "Cosa fare? Scappare o rimanere?" Socrate si posiziona su "Cosa significa vivere giustamente?".
Le leggi La seconda parte del dialogo consiste nell’entrata in scena delle leggi, leggi personificate. Socrate crea un dialogo dentro il dialogo e pone Critone in una posizione di spettatore. XI S.: Concesso questo, di' un po': fuggendocene di qui, senza il permesso dello polis faremmo del torto a qualcuno e, forse, anche a chi meno se lo merita o no? Resteremmo fedeli a questi principi che abbiamo riconosciuto giusti? C.: Socrate, veramente non so rispondere a quello che dici, non capisco. S.: E allora guarda un po' la cosa da questo altro punto di vista: supponi che mentre noi stiamo per scappare - oppure usa il termine che vuoi - ci venissero davanti le Leggi e lo stesso Stato e ci chiedessero: - «Di' un po', Socrate, che cosa hai in mente di fare? Non è, forse, per distruggerci, per quanto sta in te, noi, le Leggi e tutto lo Stato insieme, che ti accingi a compiere quest'impresa? Pensi proprio che possa reggersi ancora, senza che ne sia sovvertito, quello Stato in cui le leggi non hanno efficacia, calpestate e rese vane da cittadini privati?» Questo è il modo in cui le leggi si presentano, diventando personaggi. Il discorso delle leggi arriva dopo che Socrate ha detto che bisogna tener conto non dei molti ma di coloro che conoscono e sanno ciò che dicono. Socrate non si vuole presentare come esperto su quello di cui si sta discutendo, lui sa di non sapere per quello fa parlare le leggi, perché esse, che sono competenti, sanno ciò che bisogna fare, le leggi sono quindi coloro che sanno, con loro si può parlare. Le leggi propongono due argomenti: 1°) le leggi non possono esistere se i cittadini della polis agiscono come privati decidendo se sottomettersi o no al loro verdetto, le leggi non hanno senso se i cittadini non si subordinano a loro; 2°) Socrate scappando distrugge le leggi. Prendendo insieme questi due punti possiamo trarre la sostanza: una polis può esistere dove le leggi sono leggi, cioè quando i cittadini riconoscono che le leggi sono vincolanti senza eccezioni. La risposta di Socrate alla posizione delle leggi è il passo seguente: Cosa risponderemmo, Critone, a queste parole, a domande simili? Quante cose, specialmente un oratore, potrebbe dire, in difesa di queste leggi, che impongono l'esecuzione delle sentenze, una volta emesse e che noi abbiamo calpestato. O risponderemmo che è stata la nostra polis ad essere ingiusta con noi, a non giudicarci rettamente? Questo diremo, o che cosa? C.: Sicuro, per dio, questo possiamo dire, Socrate. La risposta di Socrate è indiretta perché Socrate si rivolge a Critone e non alle leggi direttamente. Nella seconda parte del dialogo Socrate non potrà dire di più rispetto a quello che la legge dice, così come Critone ha fatto con Socrate nella prima fase del dialogo. Usando il "noi" è chiaro che Socrate porta Critone a condividere con lui il fatto che la polis ha agito ingiustamente con Socrate. Per polis deve intendersi la maggioranza della giuria che lo ha condannato e la maggioranza politica che ha introdotto la pena capitale per il reato di empietà. Le leggi parleranno in favore della polis perché gli umani possono sbagliare, le leggi hanno invece del soprannaturale; qui abbiamo una divisione tra la legge e la polis nel senso che quest’ultima può sbagliare ma non attacca le leggi dandone la colpa. Vi sarebbe nei confronti della legge una teoria autoritaria tendente a ritenere che il giusto sia il legale. XII S.: E se le Leggi dicessero: «Ma erano questi i nostri patti, Socrate, o non piuttosto che tu avresti rispettato le sentenze che la tua patria avrebbe emesse?» E se noi, a queste parole, mostrassimo di meravigliarci, forse, esse potrebbero dirci: «Non stupirti di questo che abbiamo detto, Socrate, ma rispondici, perché, proprio tu, conosci bene il sistema di far domande e di replicare. E allora, che cosa rimproveri a noi e allo Stato, tu che tenti di distruggerci? Che forse non devi a noi, prima di tutto, la tua nascita? Non fummo noi a regolare l'unione di tuo padre e tua madre che poi ti generarono? Rispondi, hai qualcosa da ridire contro quelle leggi che regolano i matrimoni? Non ti vanno forse bene?» Io dovrei rispondere che non ho proprio nulla da rimproverare. «E contro quelle che presiedono alla cura dell'infanzia e alla sua educazione, quella che tu stesso hai ricevuto? Erano, forse, cattive quelle leggi istituite per questo e che obbligavano tuo padre a educarti nella musica e nella ginnastica?» «Ottime,» io dovrei dire. «Bene. E dal momento che sei venuto al mondo, che sei stato allevato ed educato, come puoi dire di non essere, prima di tutto, creatura nostra, in tutto obbligato a noi, tu e i tuoi antenati? E, se questo è vero, pensi proprio di avere i nostri stessi diritti, tu, di poter legittimamente fare a noi ciò che noi decidiamo nei tuoi riguardi? Verso tuo padre o verso il tuo padrone - se per caso ne hai avuto uno - non avevi i loro stessi diritti; tu non potevi comportarti con loro come loro si comportavano con te, ai rimproveri non potevi rispondere, alle percosse non potevi, a tua volta, percuotere, nulla di tutto questo. Però, verso la polis e verso le sue leggi, secondo te, tutto questo, sì, ti sarebbe concesso; così che se noi crediamo giusto che tu muoia, anche tu, dal canto tuo, puoi mandarci in rovina, noi, le tue leggi e la tua città e, così facendo, dire che è giusto, tu proprio, che sei al servizio della virtù? «Ma sei così sapiente da non sapere che la polis è tanto più nobile, più veneranda e più santa della madre e del padre e di tutti i nostri avi e che da dio e dagli uomini di sano intelletto è tenuta nella più alta considerazione, che bisogna rispettarla, venerarla, blandirla quando è in collera, più che il padre, convincerla dei suoi torti o fare ciò che essa comanda, sopportare in silenzio ciò che essa ci ordina di sopportare, percosse, carcere e se ci manda in guerra per essere feriti o uccisi, accettare anche questo, perché così è giusto, senza sottrarci, né cedere, né abbandonare il nostro posto ma, sia in battaglia che in tribunale, come in ogni altro luogo, fare quello che la polis comanda o, tutt'al più, persuaderla da che parte è la giustizia, ma non farle violenza: non è lecito farla alla madre o al padre e tanto meno alla patria.» A tutto questo, Critone, cosa risponderemmo? Che le Leggi hanno ragione o no? C.: Anche a me sembra di sì. Le leggi sostengono un punto autoritario sull’obbligo politico. È un punto di vista estremista perché esse equiparano la relazione legge-cittadino alla relazione padrone-schiavo o padre-figlio. Il greco pensava all’idea di uomo libero come di colui che per essere tale doveva essere diverso dallo schiavo, la dicotomia forte era padrone-schiavo. Questa relazione impari tra legge-cittadino non cambia quando gli individui diventano adulti, semmai quello che un maggiorenne può fare è di cambiare paese, di scegliere un’altra relazione padrone-schiavo, legge-cittadino, si riconosce quindi libertà di movimento, questa è infatti l’unica libertà di cui un individuo può godere sotto la legge: cambiare polis. Le leggi nutrono, alimentano, sono genitori, esse sono disponibili ad ascoltare le proteste degli individui se sono capaci di convincerle dei loro torti. Non esiste reciprocità tra legge e cittadino, anche se entrambi devono qualcosa all’altro questo avviene su un piano non paritetico: se le leggi percuotono, i cittadini non possono percuoterle. La discussione della legge contrappone due punti di vista, due partiti differenti:
XIII S.: E le Leggi, probabilmente, continuerebbero: «Vedi, Socrate, che non è giusto, da parte tua, se è vero ciò che diciamo, quel che tu stai facendo nei nostri riguardi. Perché noi che ti abbiamo messo al mondo, che ti abbiamo allevato ed educato, che ti abbiamo fatto partecipe, con tutti gli altri cittadini, di tutti i beni che potevamo procacciarti, noi dichiariamo che chiunque degli ateniesi lo voglia, può trasferirsi dove più gli aggrada, con tutti i suoi beni se, una volta raggiunti i diritti civili e conosciuti gli ordinamenti dello Stato e noi stesse, le Leggi, non ci trovi di suo gradimento. Nessuna di noi vi impedisce di trasferirvi, magari, in una colonia, se non vi andiamo a genio, o in qualche altro luogo che vi piaccia, portandovi appresso le vostre sostanze; ma chi di voi rimane, riconoscendo il nostro modo di amministrare la giustizia e gli affari dello Stato, si impegna all'obbedienza di ciò che noi comandiamo, altrimenti dichiariamo che commette tre volte ingiustizia, prima perché non obbedisce a noi che gli abbiamo dato la vita, poi perché lo abbiamo allevato e infine perché, dopo essersi impegnato all'obbedienza, né ci persuade dei nostri torti eventuali, né ci obbedisce e mentre noi comandiamo con mitezza e lasciamo a lui la scelta tra le due soluzioni, o di persuaderci, cioè, o di obbedirci, egli non fa né l'una né l'altra cosa.» Questo pezzo fa menzione a tre argomenti che dovrebbero motivare i cittadini al rispetto della legge:
Primo argomento. Le leggi dicono a Socrate «ti abbiamo messo al mondo», ti abbiamo dato la vita. Il primo resoconto che le leggi danno è quello della genitorialità. Noi non scegliamo dove nascere, eppure il luogo dove nasciamo determina in modo deciso e marcato i tratti della nostra identità, del nostro carattere: costumi, la cultura, il linguaggio, ecc. Assumendo la protezione di questa immagine genitoriale, le leggi si presentano come naturali (partito FUSIS) e non convenzionali (partito NONOS). Le leggi tendono ad accreditarsi come fatti naturali degli individui e quindi sostengono che la relazione legge-cittadini non è convenzionale come è naturale la relazione padre-figli (anche se questa è pure una relazione convenzionale da questa relazione non possiamo uscire quando vogliamo. Le leggi utilizzano questo argomento in modo che si proteggono ma vogliono far sorgere nel lettore delle obiezioni, come minimo se siamo o non siamo d’accordo con questi tesi. Obiezione della prof.: anche una relazione tra genitori e figli, per quanto sia una relazione convenzionale è fortemente condizionata dal modo con cui i figli trattano i genitori che a sua volta è condizionato del modo con cui i genitori trattano i figli. Altra obiezione della prof.: il dovere del figlio di obbedire ai genitori è condizionato dal contenuto della richiesta: se i miei genitori mi dicono di uccidere io sono obbligato moralmente a rispondere di no. Secondo argomento. Le leggi dicono che hanno allevato Socrate e di avergli fornito una serie di garanzie e di capacità in quanto cittadino di Atene. Le leggi fanno riferimento alla loro fisionomia di leggi naturali perché noi spesso non riceviamo i benefici associati al luogo di nascita. Gli individui trovano i benefici associati al luogo di nascita in maniera casuale. Terzo argomento. Questo ultimo argomento fa leva sull’aspetto convenzionale, secondo cui vivere in un certo contesto politico significa impegnarsi a rispettare le regole e quindi significa entrare in un patto. Questo è l’aspetto convenzionale perché se noi non scegliamo dove nascere, possiamo invece scegliere se entrare o uscire da una serie di impegni che la cittadinanza ci chiede. Le leggi, quindi, danno un resoconto completo: dall’aspetto più naturalistico a quello più convenzionale. Le leggi dicono che se Socrate si è impegnato ad ubbidire alla legge si è obbligato a farlo perché è entrato in questo patto liberamente. La questione è che le leggi presentano il resoconto di questo impegno nei termini di rimanere nel posto, nella città, cioè se Socrate è rimasto ad Atene tutto questo tempo e non è mai andato via, allora vuol dire che, implicitamente o esplicitamente, Socrate ha aderito al patto con le leggi. Le leggi ragionano così perché vogliono mettere l’alternativa tra patteggiare e non patteggiare come rimanere e non rimanere. Da questo consenso tacito deriva l’obbligo morale di obbedire. Cosa prova il consenso tacito di Socrate alle leggi? XIV S.: «In questi reati noi dichiariamo che tu incorrerai se farai quanto hai in animo, Socrate, tu, più di tutti gli altri ateniesi.» E se io chiedessi perché mai questo, probabilmente le Leggi potrebbero, giustamente, incalzare che, più degli altri ateniesi, io ho preso impegno con loro. «Vi sono molte prove, Socrate - direbbero - che la tua patria e noi ti eravamo gradite, perché se non ti fossi trovato bene, tu non te ne saresti rimasto nella tua città, più degli altri, mentre non ne uscisti mai, né per recarti a qualche festa, tranne una volta a quella di Corinto, né altrove, salvo che per il servizio militare, né facesti mai un viaggio, come fan gli altri, né avesti mai desiderio di conoscere altri paesi e altre leggi, soddisfatto com'eri di noi, di questa nostra patria; e che tu ci vivessi bene e ti riconoscessi suo cittadino lo prova il fatto che vi generasti i tuoi figli, segno che la città ti piaceva. «E poi, durante lo stesso processo, se lo avessi voluto, avresti potuto benissimo farti condannare all'esilio e ottenere, col consenso dello polis, quello che ora, illegalmente, tenti di fare. E, invece, ti sei vantato che non te ne importava niente della morte e, anzi, che la preferivi all'esilio. Ora, invece, non badi a quelle parole, non ti preoccupi di noi, cerchi di scavalcarci e ti comporti come un vilissimo schiavo, tentando di fuggire contrariamente ai patti e agli accordi che ti impegnavano a vivere come nostro cittadino. Avanti, rispondi, è vero o non è vero che ti sei impegnato, a fatti e non a parole, a vivere come cittadino sotto di noi?» Cosa potremmo rispondere a tutto questo, Critone? Potremmo non convenirne? C.: Eh, si, per forza, Socrate. S.: «E, intanto,» potrebbero continuare, «tu non fai altro che violare i patti e gli accordi stretti con noi, che tu, peraltro, accettasti senza esservi costretto o tratto in inganno, né spinto a deciderti in breve tempo, ma in ben settant'anni, durante i quali potevi benissimo andartene, se noi non ti andavamo a genio o se gli accordi non ti sembravano giusti. Invece tu non hai preferito né Sparta, né Creta, di cui pure vanti, continuamente, le buone leggi, né alcuna altra città greca o straniera e da Atene ti sei allontanato meno di quanto fanno gli zoppi, i ciechi e gli altri invalidi; questo dimostra che a te, più che agli altri ateniesi, noi leggi e la tua patria, ti piacevamo. E, in effetti, una città senza leggi a chi potrebbe piacere? E, ora, non resti ai patti? Oh, Socrate, questo non puoi farlo, se ci dai retta, non puoi renderti ridicolo andandotene, ora, dalla tua patria. La prova sarebbe il suo attaccamento alla polis, è l’unico posto dove può filosofare e quindi la morte è preferibile all’esilio. Domande del consenso tacito
L’argomento delle leggi ci convince se rispondiamo a tutte e tre le domande in maniera affermativa, positiva. Socrate ha scelto di rimanere ad Atene per quel discorso che lega la pratica filosofica con la cittadinanza. Socrate è rimasto e quindi questo lo obbliga a rimanere ancora? Una persona può rimanere in una città anche se non condivide le sue leggi, ma questo è prova implicita che lui accetta le leggi? Anche nel caso del consenso tacito le leggi ci invitano a ragionare. Socrate ha sempre dimostrato forte attaccamento alla sua città, sarebbe difficile concludere che Socrate acconsente tacitamente a qualcosa per come lo abbiamo conosciuto. A quale scopo questo discorso è inserito? Potremmo ritenere che Socrate sottoscriva un argomento come quello del consenso tacito? L’idea che uno acconsente tacitamente cioè in modo non indagativi, senza ricerca è lontano da Socrate. Come sarebbe possibile pensare che Socrate potrebbe ritenere il consenso tacito come un test di cittadinanza quando sappiamo che per lui una vita che non si pone domande non è degna di viverla? Socrate non ha mai accettato niente per tacito consenso, per così sarebbe accettare passivamente la vita come fanno i molti, come fa la moltitudine. Questo argomento, quindi, non è convincente per Socrate. Torniamo all’esempio dell’atleta, cosa ci dice? Due cose:
Socrate ha passato la sua vita a cercare un uomo più saggio di lui, cioè chi sapeva di non sapere più di lui; ma chi cercava? Qual è l’esperto e di che cosa? Andava cercando l’esperto del vivere bene, cioè giustamente. È difficile da trovare questi esperti, per trovarli bisogna mettere in atto l’arte investigativa della ricerca. Il consenso tacito è invece di quanto più lontano possa esistere dalla ricerca, dal domandare perché esso implica di rispondere a una domanda che non si è mai posta, mai fatta: «Sei d’accordo con le leggi del tuo luogo, della tua città?». Il consenso tacito non è quindi accettato come argomento da Socrate. Per accettare un frame morale bisogna investigare sulla sua persuasività, indagare, domandare.
Significato delle leggi Siccome il modo di comportarsi di Socrate è provocatorio nei confronti degli uomini comuni e del modo comune di pensare, di sentire, il senso delle leggi sta nel fatto di mettere in questione una attitudine irriflessa e automatica nei confronti della legge: l’uomo comune è disinteressato degli argomenti della legge, non fa indagini sulla legge perché la prende come un dato. La comparsa delle leggi cosa provoca? Esse danno ragione di se stesse: Socrate deve obbedire perché ha sottoscritto un patto tacito con le leggi. È d’accordo Socrate? Che dice? Le leggi, qui, agiscono in modo socratico perché attivano in noi l’indagine, la ricerca, un atteggiamento indagativo; Socrate mostra quindi a Critone come si potrebbe procedere per fare una indagine sulle leggi. In questo caso i tre argomenti contano meno che non il fatto che le leggi portano argomenti per se stesse. Le leggi sono accettate se sono state sottoposte a verifica. Possiamo pensare che Socrate acconsenta ad essere schiavo della legge? E quindi le leggi possono rappresentare la superiore competenza sul vivere bene? La risposta è ovviamente no. Allora cosa serva il discorso delle leggi? Alcuni pensano che tale discorso sia un trucco retorico escogitato da Socrate per convincere Critone che lui deve rimanere. Prendere questa strada interpretativa significa vedere tra Socrate e Critone un ponte molto sottile e quindi vedere una filosofia politica destinata al fallimento. Se non è un trucco retorico allora cosa è? Il discorso delle leggi è utilizzato da Socrate per mostrare agli altri come i cittadini si devono avvicinare alle leggi, con quale animo bisogna avvicinarsi alle leggi, noi dobbiamo avvicinarci alle leggi in modo da renderle utili esperti per noi. Le leggi ci chiedono di impegnarci in una indagine critica con le leggi, insieme alle leggi, su cosa sia giusto e cosa sia ingiusto, è esattamente il contrario del consenso tacito. Le leggi costringono noi a prendere una posizione, noi entriamo in dialogo con le leggi. Noi abbiamo due alternative da scegliere:
Le leggi, quindi, possono beneficiarsi in due modi:
Tanto l’accordo quanto il disaccordo possono portarci a vivere bene perché con l’accordo le leggi ci fanno vivere bene, col disaccordo ci portano ad investigare, tutto questo all’interno di un dialogo con le leggi. Se questo è il ragionamento la conclusione provvisoria è importante: in nessun caso noi dobbiamo obbedire alla legge soltanto perché è legge, noi ogni volta dobbiamo attivare un dialogo critico con la regola. Il discorso delle leggi è un discorso filosofico o retorico? Il significato delle leggi è un discorso retorico, nel tono e negli effetti. Fa appello ad un ascolto particolare e dà per scontato tutte quelle premesse che anche Critone dà per scontate, le leggi assumono lo stesso sfondo di Critone. Ovviamente è Socrate che fa parlare le leggi, ma come mai egli le fa parlare in modo retorico con l’uso di riferimenti emotivi come quello dei genitori (cioè le leggi sarebbero come i genitori)? Socrate non cade in contraddizione? No, non cade perché una volta fissato il contesto filosofico la retorica può essere utilizzata, questo perché la filosofia deve parlare anche alla gente comune, alla moltitudine e per farsi capire la retorica è più diretta, Socrate non pensa che chi usa la retorica sia irrecuperabile, l’importante è che si fissi con la filosofia il metodo e poi si può utilizzare la retorica. Critone rappresenta il pensiero dei più, della moltitudine. Riassumendo: il discorso delle leggi è un discorso retorico che serve a Socrate per persuadere, per convincere Critone a non violarle. Un filosofo politico non può ignorare comunque gli oi polloi perché deve indirizzare soprattutto a loro la filosofia e per fare questo si può usare anche la retorica per farsi capire. È bene precisare che Socrate non ha bisogno di farsi persuadere dalle leggi. Quello delle leggi è un discorso che può aiutare Critone nella ricerca.
Perché Socrate decide di non scappare? Quali sono gli argomenti per cui Socrate non scappa? Consultare le leggi per decidere se disobbedire ad essi è paradossale. Il punto di vista di Socrate, cioè della filosofia è il seguente: la filosofia dice che abbiamo un obbligo superiore di vivere giustamente. Ciò consiste in due cose:
L’obbligo di vivere giustamente è un obbligo extralegale, non è scritto nelle leggi, infatti esse implicano una scelta: o mi convinci che io legge ho torto o obbedisci. Socrate non mostra mai esplicitamente che la fuga sarebbe ingiusta, anche se dice chiaramente che la morte è preferibile all’esilio. Socrate sostiene che lui sa che essere esiliato da Atene è un male, mentre della morte non sa niente, dunque, preferisce andare incontro all’ignoto che al male certo. Entrambe le alternative poste dalle leggi (persuadermi o obbedisci) servono ad attivare l’indagine, la ricerca perché dobbiamo ragionare sugli argomenti delle leggi e solo dopo una verifica decidere se rispettarle oppure no, se hanno ragione oppure no. Bisogna riflettere sull’autoritarismo delle leggi, fatto ciò l’importante è riflettere sulle leggi e non la conclusione a cui si arriva. Socrate a chi, a che cosa obbedisce quando decide di restare in prigione? Da che cosa Socrate dice di essere mosso? Obbedisce ed è mosso dall’argomento migliore, è mosso dal logos (= discorso) che va seguito al di là delle sue estreme conseguenze. Né fusis né nomos soltanto logos per Socrate. L’unica regola è quella dell’argomento migliore. Il logos può cambiare purché sia chiaro che non deve cambiare al variare delle contingenze. Naturalmente noi possiamo cambiare idea, argomento ma faremo questo perché l’ultimo argomento è migliore del precedente.
Cosa vuol dire obbedire al logos? Questa obbedienza implica una necessità di mettere in questione ogni aspetto della vita, ciò vuol dire mettere in discussione anche l’obbedienza ad altre autorità. Lo stare fisso sulla propria posizione è una imposizione auto-imposta. A Socrate è stata data la libertà di fare filosofia come voleva da Apollo, egli non ha dato le istruzioni su come fare filosofia, ha lasciato fare a Socrate. Per Socrate fare filosofia significa perseguire il logos, l’argomento migliore esaminando se stesso e gli altri. Questa passione investigativa che deve giocare il ruolo dell’autorità superiore può entrare in conflitto con altre autorità. Il logos può portarci in una direzione diversa da quella che prenderemmo se rispettassimo un’altra autorità, in Socrate è perfettamente presente questa problematica. L’obbedienza al logos è potenzialmente sovversiva rispetto ad altre autorità. L’obbedienza del logos è incompatibile con l’autorità della moltitudine. Seguendo coerentemente il logos io mi farò trasportare per capire il contenuto del logos stesso, occorre per fare questo investigare, andare in giro. Questa è una differenza sostanziale: i comandi delle altre autorità si conoscono in anticipo, i comandi del logos vanno invece ricercati. Logos è un viaggio non una meta, questo richiede un’attività investigativa. Il logos può essere scoperto solo da chi lo cerca, esso non può essere colto passivamente, richiede una collaborazione attiva. Come mai Socrate parla a Critone con un discorso in cui non crede? Nella prima parte del dialogo Socrate tratta Critone come un pari filosofico; nella seconda entra in funzione il discorso della retorica che completa il discorso filosofico per permette, a Socrate, di farsi capire di più da Critone, dall moltitudine che Critone rappresenta. Socrate non è motivato a restare dagli argomenti delle leggi, mentre l’autoritarismo di esse mette in moto un’indagine investigativa. Un filosofo politico non può parlare solo un linguaggio filosofico, Socrate considera Critone un suo interlocutore e vuole fargli capire, ragionare, indagare, per questo entra in scena il dialogo delle leggi che è un discorso retorico.
Come il logos agisce nell’Apologia Nell’Apologia il logos è quasi silenzioso, svolge un ruolo nella difesa di Socrate. Quando Socrate parla di obbedienza nell’Apologia si riferisce di obbedienza ad un’autorità esterna e ci sono casi in cui il logos conferma le disposizioni di un’autorità esterna; unica eccezione è quella del modo in cui Socrate arriva a concepire la sua missione filosofica. Aspetto distintivo della filosofia di Socrate è l’esame incrociato (o dialogo). Questo modo di fare filosofia inventato da Socrate richiede un forte uso del logos; è una questione metodologica quella di Socrate, perché si può filosofare su qualsiasi argomento. Perché il logos è essenziale? Perché se c’è un argomento migliore questo sarà condiviso da tutti. Il metodo filosofico dell’esame incrociato per vivere ha bisogno del logos come entità superiore. E se ci sono più logos migliori? Il logos non è uno standard soggettivo e privato ma oggettivo, il logos non può essere individuale. È oggettivo nel senso che nell’esame incrociato è necessario concordare su alcune premesse (questo è chiaro nella prima parte del Critone), abbiamo bisogno della condivisione delle premesse e di un vocabolario. L’esame incrociato è possibile solo tra coloro che condividono certe premesse o che arrivano a condividere insieme certe premesse nel dialogo. Il dialogo serve a costruire uno sfondo discorsivo comune all’interno del quale si porta a condividere le premesse. Il logos non è mai uno standard definitivo.
Come il logos agisce nel Critone Appare in maniera più forte, il logos è l’arbitro che decide se Socrate deve restare oppure no. Il logos è l’argomentazione sovrana. Perché, quindi, Socrate decide di non scappare? L’evasione non è esclusa da Socrate perché è vietata o perché le leggi la dichiarano illecita ma Socrate esclude l’evasione perché essa è ingiusta secondo il discorso filosofico del vivere giustamente. Socrate non obbedisce alla sentenza del tribunale ma al logos, in questo Socrate è diverso dal cittadino perché egli dice che la legge è legge e va rispettata e anche dal sofista perché egli obbedisce alla legge se gli conviene (se non vuole rispettarla il sofista cambia città altrimenti rimane, ma questo se gli fa comodo). L’atteggiamento di Socrate è diverso da questi atteggiamenti perché ci deve essere cittadinanza attiva e Socrate non crede in una filosofia nomade (come quella sofista), essa deve essere invece radicata in Atene. In uno slogan la posizione di Socrate si può riassumere così: «Rimango e non evado perché sarebbe ingiusto farlo". Da questo punto di vista è irrilevante e in conclusivo il discorso di ciò che le leggi dicono. Il problema è se seguire la legge o il logos e qui deve vincere il logos al di là di quali siano i costi. Alcune volte legge e logos concordano altre volte sono in conflitto, nel caso dell’evasione di Socrate sono concordi: egli non deve scappare. C’è un punto nell’Apologia in cui il discorso del logos è chiarito in maniera forte, questo punto riguarda la reazione che Socrate ha quando il tribunale gli offre una alternativa alla pena; il logos entra nel ragionamento che pone quale comportamento tenere di fronte all’alternativa di rimanere ad Atene senza filosofare ed esiliare. Il logos subentra di fronte all’offerta di continuare a vivere senza filosofare ad Atene. Questo comportamento di Socrate di decidere che preferisce morire che smettere di filosofare ad Atene mostra due cose: 1°) il radicamento della filosofia nella polis, per Socrate la filosofia si qualifica come politica cioè fatta nella polis (per polis deve intendersi non i luoghi convenzionali deputati ai dibattiti pubblici ma attivazione di spazi pubblici non convenzionali, si deve creare nuovi spazi pubblici non convenzionali. 2°) tensione tra pratica politica e pratica filosofica.
Relazione tra Socrate e Critone → relazione tra filosofia e polis Socrate rappresenta il filosofo, la filosofia; Critone invece rappresenta uno dei molti, un uomo comune di cui Socrate è amico da molto tempo. Il rapporto tra Socrate e Critone non va letto come un rapporto tra un intellettuale e un imbecille, se Socrate pensasse di parlare solo con filosofi che senso avrebbe fare filosofia, i filosofi parlerebbero tra di loro, si chiuderebbero in loro stessi come faranno i futuri filosofi per molto tempo. Critone e Socrate sono separati da una barriera insormontabile? Qual è il rapporto di Socrate con gli "oi polloi"? Socrate non accetta che la moltitudine sia arbitro del giusto e dell’ingiusto, tuttavia egli è profondamente interessato ai suoi cittadini, a come ragionano, Socrate dà importanza al modo con cui i suoi cittadini lo considerano (nonostante non bisogna tenere conto del giudizio dei più ma solo di coloro che sanno di qualcosa), per questo Socrate va in giro a discutere con tutti di qualsiasi questione, per questo Socrate va in giro a fare filosofia che non dipende da quale argomento si sta parlando ma dal metodo che si adopera per parlare, tanto che Socrate andando in giro parla di tutto. Insomma, la pratica filosofica è uno stile applicabile a qualsiasi contenuto. La dimostrazione dell’attenzione di Socrate per i cittadini è la decisione di restare e discutere di filosofia, di indagare nel tribunale per tentare di tenere uniti, forse per l’ultima volta, la filosofia e la città. Il filosofare politico non può trascurare la filosofia e la città. Questo non smentisce la tesi secondo cui la moltitudine non è arbitra tra ciò che è giusto e ciò che è ingiusto, Socrate è consapevole di un fatto: tutti noi siamo raccontati da altri (per Socrate gli altri sono i cittadini ateniesi). La relazione di Socrate con la moltitudine è una relazione ambigua, ambivalente (c’è una tensione tra filosofia e polis, la separazione tra filosofia e polis che la morte di Socrate sancisce è una tragedia per lui) perché nella relazione con la città c’è attrazione e repulsione da entrambe le parti, per questo la separazione è vissuta tragicamente. È una relazione complessa, tesa con elementi di attrazione-repulsione. Non bisogna considerare quello che Critone dice come una stupidaggine né bisogna pensare che si tratti di una denigrazione le richieste che la polis chiede alla filosofia. Nel Critone ci sono due dialoghi:
In entrambi i dialoghi c’è un elemento comune che è il rapporto tra filosofia e politica. Ciascuno dei due dialoghi pone la domanda se filosofia e non filosofia possono convivere tra loro e se possono parlarsi, se esse possono avere una relazione di mutuo rispetto. Ne pone un’altra: se la disuguaglianza intellettuale può essere in parte attenuata dalla pari cittadinanza. È evidente che c’è disuguaglianza intellettuale tra Socrate e Critone ma la condivisione di uno status politico di pari può attenuare la diversità che il sapere implica? La prima parte del dialogo vede un Critone molto impaziente con Socrate e con la filosofia, perché questo? Critone pensa che Socrate e la filosofia siano di fatto impotenti, che essi non sanno trovare una via d’uscita da questa situazione drammatica. È come dire che Critone stesse pensando che la filosofia non conta niente nella vita reale. È come se quando occorre essere energici la filosofia non serva a niente. È tempo di agire non di pensare, questo è l’impazienza di Critone verso la filosofia; quello che è in gioco non è l’argomento migliore ma la vita di una persona cara, gli affetti, le emozioni, l’amicizia. Socrate di fronte a tutto questo sa che non deve rispondere solo agli argomenti posti a favore dell’evasione ma anche all’impazienza di Critone verso la filosofia: deve tenere conto della mancanza di intellettualità di Critone e della sua confusione. Socrate fa tutto questo senza prendere in giro Critone, senza trucchi, deve calmare la rabia di Critone contro la città, deve impedire a Critone di violare le legge anche se essi sono consapevoli che la legge ha sbagliato e il verdetto del tribunale è ingiusto. Socrate deve impedire che Critone compia un atto illecito anche se giustificato da una ingiusta sentenza. Socrate calma e raffredda Critone prima col ragionamento filosofico poi con l’uso della retorica: col ragionamento filosofico Socrate mette in dubbio lo sfondo che Critone dà per scontato e che non ha indagato; nel discorso delle leggi si usa la retorica dopo la filosofia perché il complesso dei problemi che Critone pone è più ampio del discorso filosofico anche se deve essere affrontato con gli strumenti della filosofia. Socrate contrappone l’opinione di chi sa all’opinione dei molti, dobbiamo seguire chi sa e non la moltitudine. Alla preoccupazione di Critone del potere che la moltitudine possiede, Socrate risponde con la distinzione tra vivere e vivere giustamente: la moltitudine non può fare né il grande male né il grande bene perché agisce a casaccio, in maniera contingente, non ci rende né migliori né peggiori perché i suoi criteri sono aleatori, anche se nella realtà può isolarci, imprigionarci. Vivere giustamente significa mai commettere ingiustizie e del male qualsiasi cosa si abbia subito. Su questo punto Socrate vuole che Critone sia d’accordo con lui, vuole che Critone capisca cosa dice, Socrate non vuole fare niente contro la volontà di Critone. Socrate cerca di verificare l’impatto dei suoi argomenti su Critone:
S.: Mio caro Critone, questo tuo zelo sarebbe assai lodevole se fosse conforme a giustizia, altrimenti, più esso è insistente, più è biasimevole. Socrate invita Critone alla cautela, alla riflessione. S.: Vedi, Critone, io desidero proprio discutere con te della questione, se essa, cioè, assuma un diverso significato, ora che mi trovo in questa situazione, oppure se è sempre la stessa e se noi, perciò, dobbiamo lasciarla perdere o farcene persuasi. S.: Quindi non bisogna mai agire ingiustamente. C.: No, di certo. S.: E quindi, se non si deve mai essere ingiusti, non bisogna nemmeno rispondere a un'ingiustizia con un'altra ingiustizia, come pensano molti. C.: È evidente. S.: E far del male, Critone, si può o no? Che ne pensi? C.: No che non si può, Socrate. S.: E il rispondere al male che uno ci fa, con altro male, come i più pretenderebbero, è una cosa giusta o no? C.: Per niente. S.: Infatti, far del male non è per nulla diverso dall'essere ingiusti. C.: Appunto, proprio così. S.: Non bisogna, quindi, rispondere ad una ingiustizia con un'altra ingiustizia, né far del male a nessuno, qualunque torto si sia ricevuto. Ti prego, però, Critone, di non accettare queste conclusioni senza che te ne sia ben persuaso perché io son convinto che esse sono e saranno ritenute giuste solo da pochi. Qui è in gioco il passaggio di Critone dai molti ai pochi. S.: E, allora, sta' attento a quello che ti dico o, piuttosto, alle mie domande: se si ammette che una cosa è giusta, bisogna farla oppure ci si può sottrarre? C.: Bisogna farla. S.: Concesso questo, di' un po': fuggendocene di qui, senza il permesso dello Stato faremmo del torto a qualcuno e, forse, anche a chi meno se lo merita o no? Resteremmo fedeli a questi principi che abbiamo riconosciuto giusti? C.: Socrate, veramente non so rispondere a quello che dici, non capisco. Qui il dialogo segnala una difficoltà di Socrate di convincere Critone con i suoi argomenti. Il tono di Critone mano a mano che si va avanti nel dialogo è incerto e le sue risposte sono brevi e vaghe. Qui vediamo quanto sia difficile il rapporto tra filosofia e polis, tra intellettuale e cittadino, il disorientamento di Critone rappresenta il disorientamento della città di fronte agli argomenti filosofici. S.: Quanto poi a tutte le considerazioni che fai sulla spesa, sulla reputazione e sull'educazione dei figli, bada bene, Critone, che non siano le stesse che fanno proprio tutti quelli che con tanta disinvoltura mettono a morte le persone e poi, così a casaccio, se ne fossero capaci, le farebbero risuscitare. Noi, invece, dato che così vuole la ragione, dobbiamo esaminare quello che dicevamo prima, cioè se sia giusto distribuire denaro e gratitudine a quei tipi che mi devon tirar fuori di qui o se, invece, tanto per loro, nel farci fuggire, quanto per noi, nel consentirlo, non sia piuttosto una azione ingiusta. Se la cosa ci sembrerà tale, non è nemmeno il caso di chiederci se, restando fermi e tranquilli al nostro posto, ci convenga morire e sopportare qualsiasi cosa, piuttosto che comportarci ingiustamente. C.: Quello che dici mi sembra esatto, Socrate. Vedi tu, allora, che dobbiamo fare. Questo è un altro passaggio con cui Socrate vuole sottrarre Critone dagli "oi polloi", Critone poi risponde: «Quello che dici mi sembra esatto, Socrate. Vedi tu, allora, che dobbiamo fare». Le parole sottolineate sono importanti perché siamo di fronte alla tensione del discorso filosofico e pratiche concrete, infatti Critone risponde che quello che dice Socrate gli sembra giusto ma invita anche a muoversi. Per Critone il ragionamento è una perdita di tempo che non salverà la vita di Socrate. Per Critone la pratica filosofica è un problema se comporta la morte di Socrate. L’atteggiamento filosofico è un atteggiamento aperto al rischio. Un punto importante riguarda il fatto che Socrate non potrebbe tollerare che in un momento così importante della sua vita, la filosofia ne possa uscire screditata agli occhi dei suoi cittadini. Questo comporterebbe il fatto che i cittadini si allontanerebbero definitivamente dalla filosofia e non ascolterebbero più nessun filosofo. Ecco l’insistenza di Socrate di mantenere fermi i principi enunciati. La presenza di Critone è tutt’altro che secondaria nel dialogo. Si propone un altro argomento per spiegare come Socrate sia attaccato alla reputazione della filosofia: se egli scappasse screditerebbe la filosofia agli occhi dei cittadini, egli vuole negare, confutare il luogo comune che vede la filosofia soccombere nei momenti tragici, drammatici, difficili perché reputata inutile. Bisogna porre attenzione al modo di come la filosofia è considerata pubblicamente. Nel disorientamento di Critone è presente una contraddizione: Critone ricorda con Socrate di quello che hanno parlato durante gli anni trascorsi insieme e teoricamente ritiene di condividerli ma c’è anche un legame affettivo con l’amico Socrate che lo induce ad allontanarsi da queste tematiche filosofiche. C’è l’impressione che Critone non capisca fino in fondo Socrate perché c’è una reazione impaziente della vita pratica nei confronti della filosofia e anche noi abbiamo la stessa reazione naturale che ha Critone, noi non riusciamo a capire perché Socrate non scappi nonostante la sentenza sia ingiusta. La perplessità di Critone nei confronti di questo prendere tempo di Socrate con la filosofia è forte, Socrate deve ricordargli più volte i principi su cui hanno convenuto in passato, deve ricordargli che i principi non possono mutare in base alle circostanze. C’è qualcosa di teatrale, Socrate e Critone potrebbero rappresentare due maschere. In questa difficoltà comunicativa tra Socrate e Critone possiamo leggere la difficoltà comunicativa del filosofo con l’uomo comune, la difficoltà del filosofo di toccare, di arrivare a coloro i quali deve parlare la filosofia politica in quanto filosofia socratica deve essere fatta in strada, in qualsiasi luogo. È un esame incrociato: è una verifica dell’incomprensione filosofica di Critone, è una verifica della filosofia di arrivare a toccare i suoi destinatari. C’è relazione biunivoca tra filosofia e città che segna la fisionomia della filosofia politica, fare filosofia politica significa stare dentro questa relazione, la filosofia nasce come politica è dopo che i due termini si separano; la nascita della filosofia è dentro la polis, la filosofia politica è il tentativo di trovare voce e ascolto dentro la città. Allo stesso modo se consideriamo il discorso delle leggi vediamo che Socrate si sente motivato a passare a un piano retorico per la confusione di Critone perché la filosofia non è bastata. Questo intervento retorico che Socrate fa fare alle leggi risponde ad uno scopo terapeutico: placare l’ansia di Critone con un livello argomentativi che tenga conto della sua emotività che non è stata placata dall’argomento filosofico, senza per questo sminuire la filosofia rispetto alla retorica. Le leggi enunciano un argomento autoritario sull’obbligo politico, qual è la funzione di questo obbligo politico? Che tipo di reazione sollecita in noi quel discorso? Una reazione di investigare, di verificare quello che le leggi dicono. Socrate spostandosi sul piano retorico sta cercando di coinvolgere Critone a porsi delle domande, ad attivare la capacità filosofica di Critone (che rappresenta la moltitudine). Attraverso la personificazione delle leggi Socrate sta mostrando a Critone come si deve procedere se si vuole compiere una indagine critica sulla obbedienza o disobbedienza. Il discorso delle leggi serve a Socrate per verificare il suo legame con la città che è comunque forte perché egli ha un profondo attaccamento per la città, nutre passione per la sua polis nonostante tutti gli attacchi e tutte le critiche verso le maggioranze politiche; Socrate è un ateniese non un apolide. Il filosofo politico è una figura anfibia perché è straniero e cittadino, è un estraneo parziale, è una figura di confine che sta in mezzo, a metà: Socrate è un ateniese critico ma non è antiateniese. Socrate deve molto ad Atene, questo non significa che deve tutto. Che cosa non deve alla città? La chiamata del Dio a filosofare, Socrate non deve ad Atene il suo daimonion, la voce interna che lo guida, voce interna che non ha niente a che fare con l’appartenenza alla città di Atene (l’avrebbe avuto anche in un’altra città), anche se il modo con cui Socrate risponde ad Apollo è un modo inventato da Socrate condizionato dalla cultura ateniese. L’atteggiamento di Socrate verso i cittadini è contemporaneamente di riconoscimento e di opposizione. Dall’Apologia: «Ed ora a voi che mi avete condannato voglio fare una
predizione poiché, essendo prossimo alla morte, mi trovo in quel momento
della vita in cui è dato agli uomini vaticinare meglio. Questa relazione tra Socrate e la città è complicata: c’è persuasione e critica, c’è fino all’ultimo la volontà di persuadere i cittadini che non possono fare a meno della filosofia, altrimenti sarà una tragedia. La relazione tra Critone e Socrate va letta sullo sfondo della relazione tra filosofia e città. Domanda dal posto: Se vince la filosofia ella governa e diventa tirannide, se vince la città la filosofia viene cancellata. R.: questa relazione è per definizione una relazione instabile perché la posizione del filosofo è nel mezzo, è nello stare a metà, è quella del mediatore: filosofia → filosofo ← città
Discorso sulla disobbedienza e obbedienza
Poniamoci due domande:
L’Apologia è considerato un testo chiave della disobbedienza mentre nel Critone vediamo un Socrate che ha un atteggiamento di rispetto nei confronti delle regole che si impone di rispettare. Nell’Apologia Socrate sostiene che se i cittadini di Atene lo lasciassero libero in Atene a condizione che lui smetta di filosofare egli non ubbidirà; invece nel Critone obbedisce ad una sentenza ingiusta, di conseguenza il Socrate dell’Apologia e quello del Critone sono la stessa persona? Per rispondere alle due domande precedenti è necessario rispondere alla domanda sul significato che la polis assume nel primo e nel secondo dialogo. «Se voi dunque mi assolveste dicendo così: - Socrate, noi non vogliamo dare retta ad Anito; ti assolviamo, ma ad una condizione: che tu non abbia a continuare nella tua ricerca, nè a dedicarti più oltre alla filosofia; se ti coglieremo ancora, morrai,- ebbene, o Ateniesi, se per mandarmi assolto mi poneste questa condizione, io allora così vi risponderei: - O Ateniesi, io ho per voi venerazione e affetto, ma debbo obbedire a Dio piuttosto che a voi, e finché avrò un soffio di vita e le forze me lo concederanno, non cesserò di filosofare, di esortarvi e di ammonire chiunque mi capiterà. Ascoltatemi dunque bene, o Ateniesi: diate retta ad
Anito o no, mi assolviate o no, state pur certi che io non muterò la mia
condotta, dovessi morire cento volte». Socrate dice che obbedire a Dio significa obbedire al logos quindi alla logica investigativa. Socrate sta parlando a tutti gli ateniesi (voi). Perché Socrate deve obbedire prima a Dio e poi ai cittadini ateniesi? C’è una logica precisa: bisogna obbedire sempre all’autorità migliore superiore. Nella scelta tra dio (logos) e voi (città), Socrate sceglie Dio perché sarà sempre l’autorità migliore, Socrate filosoferà sempre sia che la città glielo permetta sia che non glielo permetta, questo per rispondere a Dio. «Se mi ucciderete, infatti, -lasciate pur che ve lo dica anche a rischio di darvi pretesto al riso - voi non troverete tanto facilmente un uomo posto da Dio a tutela della nostra città come in groppa a un cavallo grande e generoso, ma incline, per la sua stessa grandezza, alla pigrizia, per cui ha bisogno d'essere stimolato dagli sproni. Questo è infatti l'ufficio a cui Dio mi ha destinato nella città, perché standovi addosso tutto il giorno, abbia a stimolarvi, ad esortarvi, a correggervi. Un uomo siffatto non lo riavrete più tanto facilmente».
Che gerarchia c’è in gioco tra le autorità? Atene (cavallo pigro) ← Socrate (moscone) ← Apollo (logos) Sono stato attaccato da Dio su di voi come un moscone è attaccato al cavallo. La posizione del filosofo politico è ancora a metà, nel mezzo. Socrate vuole sottolineare il carattere sacrale della filosofia, egli media tra l’umano e il divino, tra la filosofia e la città. Socrate come ci racconta la sua relazione con la politica? Socrate non ha la necessità di ricoprire cariche elettive ma di lavorare in modo interstiziale tra pubblico e privato. «Non andate in collera se dico la verità: non vi è
infatti nessuno che possa evitare la morte per poco che egli per generoso
impulso contrasti a voi o a qualsivoglia altra assemblea, e tenti
di impedire alla città ingiustizie e illegalità. Chi combatte per la
giustizia, anche se non riuscirà a preservarsi a lungo dalla morte, è
necessario che conduca una vita di privato cittadino, lontano dai pubblici
uffici». Voi moltitudine e quelle maggioranze che commettono corruzione. Nell’Apologia è evidente la posizione critica di Socrate verso le maggioranze politiche sulla base di una gerarchia di autorità. Vediamo cosa è successo quando Socrate si è occupato di cose pubbliche. «Io non ho mai tenuto nella città, o Ateniesi, nessuna
Magistratura: fui solamente membro del Consiglio. Avvenne che la mia
tribù Antiochide si trovasse a tenere la Pritania quando voi volevate
sottoporre a giudizio tutti insieme i dieci strateghi che non avevano
recuperato i naufraghi e i morti della battaglia navale. Ciò era
illegale, e voi stessi in seguito l'avete riconosciuto. Tuttavia, allora,
io solo dei Pritani mi opposi perchè non fosse violata la legge; e votai
contro. E già gli oratori erano pronti ad accusarmi, a farmi arrestare, e
voi stessi li incoraggiavate con i vostri schiamazzi. Ciononostante, io
stimai che era mio dovere affrontare il pericolo standomene dalla parte
della legge e della giustizia piuttosto che associarmi a voi
nell'ingiustizia per timore del carcere e della morte. Abbiamo di nuovo in campo una gerarchia di autorità, Socrate anche qui ha obbedito al logos superiore e disobbedito al logos inferiore. Tuttavia c’è un altro punto nell’Apologia in cui Socrate ci dice che ha combattuto per difendere Atene. Qui Socrate rimane al suo posto militare per difendere Atene da un attacco nemico obbedendo ai superiori generali che Atene aveva scelto. Qual è la differenza tra gli organi costituiti? Che nel caso dei giudici del tribunale essi agiscono ingiustamente con una sentenza ingiusta, nel caso dei generali militari essi agiscono secondo giustizia. Morale: non si può obbedire ad un comando ingiusto dell’autorità costituita. Ma allora perché Socrate si sottomette alla sentenza del tribunale sapendo che la sentenza è ingiusta? Non evadere fa parte dell’obbedienza a Dio, al logos, fa parte degli impegni della filosofia che non può scappare di fronte alla moltitudine, deve mostrare, come Achille, la sua capacità di tenere la posizione. Su quale sfondo Socrate mette l’alternativa tra scappare e restare? Quale sarà l’effetto migliore che la filosofia può ottenere sui cittadini ateniesi? Questa capacità della filosofia di toccare i cittadini sarà conseguita di più se Socrate evade o resta? Il logos sarà più convincente se Socrate evade o resta? Se Apollo non ha fatto niente per salvarlo vuol dire che la morte è per lui un bene. «Dunque, o giudici, - e bene a ragione vi chiamo
giudici - m'è avvenuta una cosa meravigliosa: la solita voce profetica,
quella del demone, che fin'oggi io ho udito molto frequentemente
contrariarmi anche in piccole cose se non stavo per far bene ora invece
che, come voi vedete, mi succedono cose ben più importanti, che si
crederebbero e si credono mali estremi, non mi ha contrariato nè stamane,
quando sono uscito di casa, nè quando sono venuto da voi in tribunale,
nè mentre pronunziavo la mia difesa, qualunque cosa fossi io per dire,
nonostante altre volte mi avesse fermato la parola a mezzo. Qualunque
cosa, insomma, io stessi per dire o per fare durante l'intero processo,
tale voce mai mi contrariò. Questo ci dice che:
Fonte: Appunti personali delle lezioni di filosofia politica della Prof.ssa Antonella Besussi (Facoltà di Scienze Politiche - Università degli Studi di Milano) |