L'Alfiere Nero
di Arrigo Boito
(1842-1918)
Chi sa giocare a scacchi prenda una scacchiera,
la disponga in bell'ordine davanti a se' ed immagini cio' che sto per descrivere.
Immagini al posto degli scacchi bianchi un
uomo dal volto intelligente; due forti gibbosita' appaioni sulla sua fronte,
un po' al disopra delle ciglia, la' dove Gall mette la facolta' del calcolo;
porta un collare di barba biondissima ed ha i mustacchi rasi com'e' costume
di molti americani. E' tutto vestito di bianco e, benche' sia notte e giuochi
al lume di candela, porta un pince-nez affumicato e guarda attraverso quei vetri
la scacchiera con intensa concentrazione.
Al posto degli scacchi neri c'e' un negro, un vero etiopico, dalle labbra rigonfie,
senza un pelo di barba sul volto e lanuto il crine come una testa d'ariete;
questi ha pronunziatissime le bosses dell'astuzia, della tenacita'; non si scorgono
i suoi occhi perche' tien china la faccia sulla partita che sta giuocando coll'altro.
Tanto sono oscuri i suoi panni che pare vestito a lutto.
Quei due uomini di colore opposto, muti, immobili, che combattono col loro pensiero,
il bianco con gli scacchi bianchi, il nero coi neri, sono strani e quasi solenni
e quasi fatali.
Per sapere chi sono bisogna saltare indietro sei ore e stare attenti ai discorsi
che fanno alcuni forestieri nella sala di lettura del principale albergo d'uno
fra i piu' conosciuti luoghi d'acque minerali in Isvizzera. L'ora e' quella
che i francesi chiamano entre chien-et-loup. I camerieri dell'albergo non avevano
ancora accese le lampade, i mobili della sala e gli individui che conversavano,
erano come sommersi nella penombra sempre piu' folta del crepuscolo, sul tavolo
dei giornali bolliva un samovar su d'una gran fiamma di spirito di vino. Quella
semi-oscurita' facilitava il moto della conversazione, i volti non si vedevano,
si udivano soltanto le voci che facevano questi discorsi:
- Sulla lista degli arrivati ho letto quest'oggi
il nome barbaro di un nativo di Morant-Bay.
- Oh! un negro! chi potra' essere?
- Io l'ho veduto, milady; pare Satanasso in persona.
- Io l'ho preso per un ourang-outang.
- Io l'ho creduto, quando m'e' passato accanto, un assassino che si fosse annerito
la faccia.
Ed io lo conosco signori, e posso assicurarvi che quel negro e' il miglior gallantuomo
di questa terra.
Se la sua biografiia non vi e' nota, posso raccontarvela in poche parole.
Quel negro nativo del Morant-Bay venne portato
in Europa fanciullo ancora da uno speculatore, il quale, vedendo che la tratta
degli schiavi in America era incomoda e non gli fruttava abbastanza, penso'
di tentare una piccola tratta di di grooms in Europa; imbarco' segretamente
una trentina di piccoli negri, figliuoli dei suoi vecchi schiavi, e li vende'
a Londra, a Parigi, a Madrid per duemila dollari l'uno.
Il nostro negro e' uno di questi trenta grooms.
La fortuna volle ch'egli capitasse in mano d'un vecchio lord senza famiglia,
il quale dopo averlo tenuto cinque anni dietro la sua carrozza, accortosi che
il ragazzo era onesto e intelligente, lo fece suo domestico, poi suo segretario,
poi suo amico e, morendo, lo nomino' erede di tutte le sue sostanze.
Oggi questo negro (che alla morte del suo lord abbandono' l'Inghilterra e si
reco' in Isvizzera) e' uno dei piu' ricchi possidenti del cantone di Ginevra,
ha delle mirabili coltivazioni di tabacco e per un certo suo segreto nella concia
della foglia, fabbrica i migliori zigari del paese; anzi guardate: questi vevay
che fumiamo ora, vengono dai suoi magazzini, li riconosco pel segno triangolare
che v'e' impresso verso la meta' del loro cono. I ginevrini chiamano questo
bravo negro Tom o l'Oncle Tom perche' e'caritatevole, magnanimo; i suoi contadini
lo venerano, lo benedicono. Del resto egli vive solo, sfugge amici e conoscenti;
gli rimane al Morant Bay un unico fratello, nessun altro congiunto; e' ancora
giovine, ma una crudele erista lo uccide lentamente; viene qui tutti gli anni
per la la cura delle acque.
- Povero Oncle Tom! Quel suo fratello a quest'ora potrebbe gia' essere stato
decapitato dalla ghigliottina di Monklands le ultime notizie delle colonie narrano
d'una tremenda sollevazione di schiavi furiosamente combattuta dal governatore
britannico.
Ecco intorno a cio' cosa narra l'ultimo numero del Times: "I soldati della
regina inseguono un negro di nome Gall-Ruck che si era messo a capo della rivolta
con una banda di 600 uomini ecc. ecc."
- Buon Dio! - esclamo' una voce di donna, - quando finiranno queste lotte mortali
fra i bianchi e i negri?!
Tutti si rivolsero verso la parte di chi
aveva profferito quella sillaba. La' v'era sdraiato su d'una poltrona, con quella
elegante disinvoltura che distingueva il vero gentleman dal gentleman di contraffazione,
un signore che spiccava dall'ombra per le sue vesti candidissime.
- Mai, - riprese quando si senti' osservato, - mai, perche' Dio separo' il colore
del giorno dal colore della notte. Volete udire un esempio di questo antagonismo
accanito fra i due colori?
- Tre anni fa ero in America e combattevo anch'io la liberta' degli schiavi,
l'abolizione della catena e della frusta, benche' possedessi nel Sud buon numero
di begri.
Armai di carabine i miei uomini, dicendo loro.
"Siete liberi. Ecco una canna di bronzo, delle palle di piombo; mirate
bene, sparate giusto, liberate i vostri fratelli".
Per istruirli nel tiro avevo innalzato un bersaglio in mezzo ai miei possedimenti.
Il bersaglio era formato da un punto nero, grosso come una testa, in un circolo
bianco.
Lo schiavo ha l'occhio acutissimo, il braccio forte e fermo, l'istinto dell'agguato
come il jaguaro, in una parola tutte le qualita' del buon tiratore, ma nessuno
di quei negri colpiva nel segno, tutte le palle escivano dal bersaglio.
Un giorno, il capo degli schiavi, avvicinatosi a me, mi diede nel suo linguaggio
figurato e santastico questo consiglio:
"Padrone, mutate colore; quel bersaglio ha una faccia nera, fategli una
faccia bianca e colpiremo giusto".
Mutai la disposizione del circolo e feci bianco il centro, allora su cinquanta
negri che tirarono, quaranta colsero cosi'..., - e dicendo queste ultime parole
il raccontatore prese una pistoletta da sala ch'era sul tavolo, miro' per quanto
l'oscurita' glielo permise, ad un piccolo bersaglio attaccato al muro opposto
e sparo'.
Le signore si spaventarono, gli uomini corsero alla fiamma del samovar, la presero
e andarono a constatare da vicino l'esito del colpo. Il centro era forato come
se si fosse tolta la misura col compasso. Tutti guardarono stupefatti quell'uomo,
il quale con una squisita cortesia domando' perdono alle dame della repentina
esplosione, soggiungendo:
Volli finire con una immagine un po' fragorosa, altrimenti non mi avreste creduto.
Nessuno ardi' dubitare della verita' del racconto.
Poi continuo':
- Ma combattendo per la liberta' dei negri, mi sono convinto che i negri non
sono degni di liberta'. Hanno l'intelletto chiuso e gli istinti feroci. Il berretto
frigio non dev'essere posto sull'angolo facciale della scimmia.
- Educateli - rispose una signora - e il loro angolo facciale si allarghera'.
Ma perche' cio' avvenga non opprimeteli, schiavi, con la vostra tirannia, liberi,
col vostro disprezzo. Aprite loro le vostre case, ammetteteli alle vostre tavole,
ai vostri convegni, alle vostre scuole, stendete loro la mano.
- Consumai la mia vita a cio', signora. Io sono una specie di Diogene del Nuovo
Mondo. cerco l'uomo negro, ma finora non trovai che la bestia.
In questo momento comparve sull'uscio un
cameriere con una gran lampada accessa; tutta la sala fu rischiarata in un attimo.
Allora si vide in un angolo, seduto, immobile, l'Oncle Tom. Nessuno sapeva ch'egli
fosse nella sala, l'oscurita' l'aveva nascosto; quando tutti lo scorsero fecesi
un lungo silenzio. Gli sguardi degli astanti passavano dal negro all'Americano.
L'Americano s'alzo', parlo' all'orecchio del cameriere e torno' a sedersi. Il
silenzio continuava. Il cameriere rientro' con una bottiglia di Xeres e due
bicchieri. L'Americano riempi' fino all'orlo i due bicchieri, ne prese uno in
mano; il cameriere passo' coll'altro dal negro.
- Signore, alla vostra salute! - disse l'Americano al negro, alzando il bicchiere
verso di lui come insegna il rito della tavola inglese.
- Grazie, signore; alla vostra! - rispose il negro e bevettero tutti e due.
Nell'accento del negro v'era una gentilezza tenera e timida e una grande mestizia.
Dopo quelle quattro parole di rituffo' nel suo silenzio, s'alzo', prese dal
tavolo de' giornali l'ultimo numero del Times e lesse con viva attenzione per
dieci minuti.
L'americano, che cercava un pretesto per ritentare il dialogo, si diresse verso l'angolo dove leggeva Tom, e gli disse con delicata cortesia: - Quel giornale non ha nulla di gaio per voi, signore, potrei proporvi una distrazione qualunque?
Il negro cesso' di leggere e s'alzo' con
dignitoso rispetto davanti al suo interlocutore.
- Intanto permettete ch'io vi stringa la mano, - riprese l'altro; - mi chiamo
sir Giorgio Anderssen. Posso offrirvi un'avana.
- Grazie, no; il fumo fa male.
Allora l'americano, gettando lo zigaro che
teneva fra le labbra, torno' a dimandare:
- Posso proporvi una partita al bigliardo?
- Non conosco quel gioco; vi ringrazio, signore.
- Posso proporvi una partita a scacchi?
Il negro titubo', poi riprese. - Si, questa
l'accetto volentieri, - e s'avviarono ad un tavolo da giuoco che stava all'angolo
opposto della sala; presero due sedie, si sedettero l'uno di fronte all'altro.
L'Americano getto' i pezzi e le pedine sul panno verde del tavolino per distribuirli
ordinatamente sulla scacchiera. La scacchiera era un'arnese qualunque a quadrati
di legno grossamente intarsiati, ma gli scacchi erano dei veri oggetti d'arte.
I pezzi bianchi erano d'avorio finissimo, i neri d'ebano, il re e la regina
bianchi portavano in testa una corona d'oro, il re nero e la regina nera una
corona d'argento, le quattro torri erano sostenute da quattro elefanti come
nelle primitive scacchiere persiane. Il lavoro sottile di questi scacchi li
riduceva fragilissimi. All'urto che presero quando l'americano li riverso' sul
tavolo, l'alfiere dei neri di ruppe.
- Peccato! - disse Tom.
- E' nulla, - rispose l'altro, - s'aggiusta subito. -
E s'alzo', ando' allo scrittoio, accese una candela, piglio' un pezzo di ceralacca
rossa, la riscaldo', intonaco' alla meglio i due frammenti dell'alfiere, li
ricongiunse e riporto' al compagno lo scacco aggiustato.
Poi disse ridendo: - Eccolo! se si potesse riattaccare cosi' la testa agli uomini!
- Oggi a Monklands molti avrebbero bisogno di cio', - rispose il negro sorridendo
tetramente.
L'accento di questa frase desto' nell'Americano un'impressione di stupore, di
compassione, di offesa, di ribrezzo.
Tom continuo': - Con che colore giocate, signore?
Coll'uno o coll'altro senza predilezione.
- Se cio' v'e' indifferente, pigliamo ciascuno il nostro. A me i neri, se permettete.
- Ed a me i bianchi. Benissimo, - e si misero a disporre i pezzi sulle loro
case.
S'aiutavano scambievolmente con eguale cavalleria nell'ordinamento de' loro
scacchi; il negro, quando gli capitava, metteva a posto una pedina bianca, il
bianco ricambiava la cortesia mettendo al loro posto,alcuni pezzi neri. Quando
furono tutti e due schierati, Anderssen disse: - Vi avverto che sono piuttosto
forte; potrei chiedervi di darvi il vantaggio di qualche pezzo, d'una torre,
per esempio?
- No.
- Un cavallo?
- Nemmeno. Mi piacciono le armi eguali s'anco e' disuguale la forza. Apprezzo
la vostra delicatezza, ma preferisco giuocare senza vantaggi di sorta.
- E sia. A voi il primo tratto.
- Alla sorte, - e il negro chiuse in un pugno una pedina nera e nell'altro pugno
una pedina bianca; poi diede a indovinare all'Americano.
- Questo.
- Ai bianchi il primo tratto. Incominciamo.
Intanto le persone che stavano nella sala si erano avvicinate una ad una verso
il tavolo da gioco.
Fra quelle persone v'era chi conosceva il nome di Giorgio Anderssen come quello d'uno fra i piu' celebri giuocatori d'America e costoro prendevano un particolare interessamento alla scena che stava per incominciare. Giorgio Anderssen, originario d'una nobile faniglia inglese emigrata a Washington, si era fatto quasi milionario sulla scacchiera. Giovane ancora, aveva gia' vinto Harwitz, Hampe, Szen e tutti i piu' sapienti giuocatori dell'epoca. Questo era l'uomo che si misurava col povero Tom.
Prima che Anderssen avesse avuto tempo di
muovere la prima pedina, il negro prese dalla sua destra la candela che era
rimasta accesa sul tavolo da gioco e la colloco' a sinista.
Anderssen noto'quel movimento e penso' meravigliato: -Quest'uomo ha certamente
letto la Repeticio de Arte de Axedre di Lucena e segue il precetto che dice:
"Se giocate la sera al lume d'una candela, mettetela a sinistra; i vostri
occhi saranno meno offesi dalla luce ed avrete gia' un grande vantaggio a fronte
dell'avversario" -; e pensando cio' prese i suoi occhiali affunicati e
se li pianto' sul naso; poi stacco' la prima mossa.
Indi si volse a coloro che s'erano fatti attorno e disse con gaia disinvoltura.
- I primi movimenti del giuoco degli scacchi sono come le prime parole d'una
conversazione, s'assomigliano sempre; eccoli: pedina bianca, due passi, pedina
nera, due passi; poi gambitto di re, ecc. ecc. ecc. -
E cosi', ciarlando sbadatamente, fece la seconda mossa e mise avanti due passi
la pedina dell'alfiere di re, aspettando che l'avversario gliela prendesse colla
sua. Il negro non prese la pedina, ma invece con una mossa meno regolare difese
la pedina propria sollevando il suo alfiere di re sulla terza casa della regina.
Anderssen rimase un po' sorpreso anche di cio' e penso': - Quest'uomo risparmia
le pedine; segue il sistema di Philidor, che le chiamava l'anima del gioco.
Seguirono ancora cinque o sei mosse d'apertura;
i due giuocatori di esploravano l'un l'altro come due eserciti che stanno per
attaccarsi, come due boxeurs che si squadrano prima della lotta: L'Americano,
abituato alle vittorie, non temeva menomamemte il suo antagonista; sapeva inoltre
quanto l'intelletto d'un negro, per educato che fosse, poteva fievolmente competere
con quello d'un bianco e tanto meno con Giorgio Anderssen, col vincitore dei
vincitori.
Pure non perdeva di vista il minimo segno del nemico; una certa inquietudine
lo costringeva a studiarlo e, senza parere, lo andava spiando piu' sulla faccia
che sulla scacchiera. Egli aveva capito fin dal principio che le mosse del negro
erano illogiche, fiacche, confuse; ma aveva potuto vedere che il suo sguardo
e gli atteggiamenti della sua fronte erano profondi. L'occhio del bianco guardava
il volto del negro, l'occhio del negro era immerso nella scacchiera. Non avevano
giuocato in tutto sette o otto mosse e gia' apparivano evidenti i due sistemi
diametralmente opposti di strategia.
La marcia dell'Americano era trionfante e
simmetrica, rassomigliava alle prime evoluzioni d'una grande armata che entra
in uuna grande battaglia, l'ordine, quel primo elemento della forza, reggeva
tutto il giuoco dei bianchi.
I cavalli che dagli antichi erano chiamati i "piedi degli scacchi",
occupavano uno l'estrema destra, l'altro l'estrema sinistra; due pedoni erano
andati ad ingrossare da una e dall'altra parte l'avamposto segnato dalla pedina
del re; la regina minacciava da un lato, l'alfiere di re dall'altro lato, ed
il secondo alfiere teneva il centro davanti due passi del re e dietro le pedine.
La posizione dei bianchi era piu' che simmetrica: era geometrica; l'individuo
che disponeva cosi' pezzi d'avorio, non giuocava ad un gioco, meditava una scienza;
la sua mano piombava sicura, infallibile sullo scacco, percorreva il dragramma,
poi s'arrestava al punto voluto colla calma del matematico che stende un problema
sulla lavagna.
La posizione dei bianchi offendeva tutto e difendeva tutto; era formidabile
in cio' che circoscriveva l'inimico ad un ristrettissimo campo d'azione e, per
cosi' dire, lo soffocava.
Immaginatevi una parete animata che s'avanzi s pensate che i neri erano schiacciati
fra la sponda della scacchiera e quella parete, poderosa, incrollabile.
A volte pare che anche le cose inanimate prendano gli atteggiamenti dell'uomo, il piu' frivolo oggetto puo' diventare espressivo a seconda di cio' che lo attornia. Ecco perche' i pezzi d'ebano de' quali componevasi l'armata dei neri, parevano, davanti allo spaventoso assalto dei bianchi, colti anch'essi da un tragico sgomento. I cavalli, come adombrati, voltavano la schiena all'attacco, le pedine sgominate avevano perduto l'allineamento, il re che s'era affrettato a roccarsi, pareva piangere nel suo cantuccio il disonore della sua fuga. La mano di Tom, fosca come la notte, errava tremando sulla scacchiera.
Questo era l'aspetto della partita veduta
dal lato dell'Americano.
Mutiamo campo.
Veduto dal lato del negro l'aspetto della partita si rivesciava.
Al sistema dell'ordine sviluppato dall'apertura dei bianchi, il negro contrapponeva
il sistema del piu' completo disordine; mentre quegli si schierava simmetrico,
questi si agglomerava confuso, quegli poneva ogni sua forza nell'equilibrio
dell'offesa e della difesa, questi aumentava ad ogni passo il proprio squilibrio,
il quale, pel crescente ingrossar della sua massa, diventava esso pure, in faccia
allo schieramento dei bianchi, una vera forza, una vera minaccia.
Era la minaccia della catapulta contro il muro del forte, della carica contro
il carre': mano mano che la parete mobile del bianco s'avanzava, il proiettile
del negro si faceva piu' possente.
I due eserciti erano completi uno a fronte dell'altro; non mancava ne' un solo
pezzo ne' una sola pedina, e codesta riserva d'ambe le parti era feroce.
L'americavo non iscorgeva in sul principio nella posizione del negro che una
inetta confusione prodotta dal timor panico del povero Tom; ma appunto per la
sua inettitudine gli pareva che quella posizione impedisse un regolare e decisivo
assalto.
Ma il negro vedeva in quella confusione qualcosa di piu': tutta la sua naturale
tattica di schiavo, tutta l'astuzia dell'etiopico era condensata in quelle mosse.
Quel disordine era fatto ad arte per nascondere l'agguato, le pedine fingevano
la rotta per ingannare il nemico, i cavalli fingevano lo sgomento, il re fingeva
la fuga.
Quello squilibrio aveva un perno, quella ribellione aveva un capo, quel vaneggiamento
un concetto.
L'alfiere che Tom aveva collocato fin dal principio alla terza casa della regina,
era quel perno, quel capo, quel concetto. Le torri, le pedine, i cavalli, la
regina stessa attorniavano, obbedivano, difendevano quell'alfiere. Era appunto
l'alfiere ch'era stato rotto ed aggiustato dall'Americano; un filo sanguigno
di ceralacca gli rigava la fronte e calando piu' per le guancia, gli circondava
il collo. Quel pezzo di legno che s'ostinasse a combattere fino alla morte;
la testa insanguinata gli crollava un po' verso il petto con tragico abbattimento;
pareva che guatasse si sott'occhi l'avversario e aspettasse stoicamente l'offesa
o la meditasse misteriosamente.
Nel cervello di Tom quello era il pezzo segnato della partita; egli vedeva colla
sua immaginosa ed acuta fantasia diramarsi sotto i piedi dll'alfiere nero due
fili, i quali, sprofondandosi nel legno del diagramma e passando sotto a tutti
gli ostacoli nemici, andavano a finire come due raggi di mina ai due angoli
opposti del campo bianco.
Egli attendeva con trepidazione una mossa sola, l'arroccamento del re avversario,
per dare sviluppo al suo recondito pensiero. Senza quella mossa tutto il suo
piano andava fallito; ma era quasi impossibile che Anderssen omettesse quella
mossa.
Tom solo vedeva e sapeva la sua occulta cospirazione e nessun giuocare al mondo
avrebbe potuto indovinare.
Al vasto ed armonioso concepimento del bianco, il negro opponeva questa idea
fissa: l'alfiere segnato; alla ubiquita' ordinata delle forze dei bianchi i
neri opponevano la loro farraginosa unita', al giuoco aperto e sano il giuoco
nascosto e maniaco.
Anderssen combatteva colla scienza e col calcolo, Tom colla ispirazione e col
caso; uno faceva la battaglia di Waterloo, l'altro la rivoluzione di San Domingo.
L'alfiere nero era l'Og' di quella rivoluzione.
La partita durava gia' da un paio d'ore; erano circa le nove della sera; alcune signore si allontanarono dalla scacchiera, stanche d'osservare, per darsi quale ad un lavoro, quale ad un ricamo, e quale, caricando e ricaricando la pistoletta da sala, si dilettava al piccolo bersaglio.
I due antagonisti erano sempre fissi al loro
posto.
L'Americano, che non vedeva ancora lo scaccomatto e che non capiva la selvaggia
tattica del negro, cominciava ad annoiarsi ed a pentirsi dell'eccessiva cortesia
che l'aveva spinto a quella partita.
Avrebbe voluto finirla presto ad ogni costo, anche a costo di perdere; ma dall'altra
parte il suo orgoglio di razza glielo impediva; um bianco ed un galantuomo non
poteva essere vinto da uno schiavo; inoltre la sua coscienza di gran giuocatore
e il lungo studio de' scacchi non gli permetteva di fare un passo che non fosse
pensato.
Giunto alla quindicesima mossa, s'accorse
che il suo re non era ancora arroccato, alzo' le mani, colla sinistra sollevo'
il re, con la destra la torre, e stava gia' per compiere il movimento, quando
scorse nell'occhio del negro un ilare lampo di speranza; non indovino' la ragione;
stette ancora coi due scacchi per aria studiando la partita, titubo'; l'occhio
di Tom seguiva affannosamente, fra la gioia e il timore, i piu' piccoli segni
delle due mani, bianche come l'avorio che serravano.
Anderssen, turbato, stava per rimettere al loro prima i due pezzi, quando il
negro esclamo' vivamente:
- Pezzo toccato, pezzo giuocato.
- Lo sapevo, - rispose in modo urbano ma secco, mentre cercava ancora un sotterfugio
per evitare la mossa, senza darsene precisamente ragione, ma i pezzi toccati
erano due, bisognava giuocarli tutti e due: il codice del giuco parlava chiaro,
non era possibile altro passo che l'arroccamento.
Anderssen si arrocca alla calabrista, come dice il gergo della scienza, cioe'
pose il re nella casa del cavallo e la torre nella casa dell'alfiere.
Poi pianto' gli occhi nel volto del nemico.
Il negro, fatta che vide la mossa tanto sperata
e tanto attesa torno' a fissare piu' intensamente che mai l'afiere segnato,
ed acceso dall'emozione e dalla sua natura tropicale, non si curava ne' anche
di temprare gli slanci della sua fisionomia.
Correva su e giu' coll'occhio dall'afiere nero al re bianco, facendo e rifacendo
venti volte la stessa via quasi volesse tirare un solco sulla scacchiera.
Anderssen vide quelle occhiate, le segui', noto' l'alfiere, indovino' tutto,
ma sulla sua faccia non apparve un indizio solo di quella scoperta.
Del resto Tom non guardava mai l'Americano; era sempre piu' invaso dall'idea
fissa che lo dominava, Tom in quella stanza non vedeva che una scacchiera, in
quella scacchiera non vedeva che uno scacco: fuori di quel piccolo quadrato
nero e di quella figura d'ebano, nessuno e nulla esisteva per esso.
Coi pugni serrati s'aggrappava agli ispidi capelli, sostenendosi cosi' la testa,
appoggiato coi gomiti alla sponda del tavolo; la pelle delle sue tempie, stiracchiata
dalla pressione che facevangli i polsi delle due braccia, gli rialzava l'epidermide
della fronte; le palpebre, in quel modo stranamente allungate all'insu', mostravano
scoperto in gran parte il globo opaco e bianchissimo de' suoi occhi.
In questo atteggiamento stette maturando
il suo colpo per ben quaranta minuti, immoto, avido, trionfante; poscia attacco':
prese una pedina all'avversario e gli offese un cavallo.
L'Americano aveva previsto il colpo.
Il fuoco era incominciato.
A quella prima scarica rispose un'altra dell'Americano, il quale prese la pedina
nera ed offese la torre; cinque, sei mosse si seguirono rapidissime, accanite.
La vera lotta principiava allora. A destra, a sinistra della scacchiera vedevansi
gia' alcuni pezzi ed alcune perdine messe fuori di combattimento, primi trofei
dei combattenti; l'assalto lungamente minacciato irruppe in tutta la sua violenza;
da una parte e dall'altra si diradavano i ranghi, un pezzo caduto ne trascinava
un altro, i bianchi facevano la vendetta dei bianchi, i neri facevano la vendetta
de' neri, un bianco prendeva ed era preso da un nero, un nero offendeva ed era
offeso da un bianco; mai la legge del taglione fu meglio glorificata.
Anderssen cominciava anch'esso ad eccitarsi. Egli aveva tutto preveduto, tutto
combinato prima; appena scoperta la trama di Tom, durante quei quaranta minuti
nei quali Tom immaginava il suo colpo fatale, Anderssen aveva letto nelle sue
intenzioni ed aveva risposto al primo urto in modo da condurre il negro di pezzo
in pezzo ad una posizione senza dubbio attraentissima e favorevolissima per
negro stesso; ma voleva trarlo a quella posizione a patto di sacrificargli l'alfiere.
Anderssen sapeva gia' che tolto l'alfiere, Tom non avrebbe piu' saputo continuare.
V'anno degli entomati che non sanno due volte tessersi la larva, dei pensatori che non sanno rifar da capo un concetto, dei guerrieri che non sanno ricominciar la pugna: Anderssen pensava cio' intorno al suo antagonista.
Giunto al varco dove l'Americano l'attendeva, Tom non vacillo' un momento, rinuncio' alla posizione, sacrifico' invece dell'alfiere un cavallo, costrinse l'avversario a distruggere le due regine e la partita muto' aspetto completissimamente.
Il pieno della mischia era cessato, i morti ingombravano le due sponde nemiche, la scacchiera s'era fatta quasi vuota, all'epica furia degli eserciti numerosi era succeduta l'ira suprema degli ultimi superstiti, la battaglia si mutava in disfida. Ai bianchi rimanevano due cavalli, una torre e l'alfiere del re; al negro rimanevano due pedine e l'alfiere segnato.
Erano le undici. Evidentemente i neri avrebbero dovuto abbandonare il giuoco. Gli astanti, vedendo la partita condotta a questi termini, salutarono i due giuocatori e congratulandosi con Anderssen, escirono dalla stanza ed andarono a letto.
Rimasero soli, faccia a faccia, i due personaggi nostri.
Anderssen chiese al negro. - Basta?
Il negro rispose quasi urlando: - No! - e fece un movimento; poi, nella sua agitazione, volle mutarlo...
Anferssen lo interruppe, dicendogli con ironica intenzione:
- Casa toccata, pezzo lasciato.
Tom obbedi'. Ripiombarono nel piu' sepolcrale silenzio. La sicurezza della vittoria faceva Anderssen nuovamente annoiato, e gia' la testa cominciava ad infiacchirglisi ed il sonno ad offuscarlo.
Tom era sempre piu' desto, sempre piu' acceso e sempre piu' cupo.
L'alfiere nero stava in mezzo alla nuda scacchiera,
ritto, deserto, abbandonato dai suoi; una pedina soltanto gli era rimasta per
difenderlo dagli attacchi della torre; le altre due pedine erano avanzatissime
nel campo dei bianchi: una di queste toccava gia' la penultima casa.
Tom pensava. Le lucerne della sala si oscuravano. Non s'udiva altro rumore fuor
che quello d'un grande orologio che pareva misurare il silenzio. Scoccava la
mezzanotte quando l'ultima lampada si spense; quel vasto locale rimase illuminato
dalla sola candela che ardeva sul tavolo dei giuocatori. Anderssen cominciava
a sentire il freddo della notte. Tom sudava.
Il selvaggio odore della razza negra offendeva le nari dell'Americano.
Vi fu un momento che in fondo al giardino s'udi' cantarellare il bananiero di Gotschalk da un forestiere attardato che ritornava all'albergo: Tom si rammento' quella canzone, una nuvola di lontanissime memorie si affaccio' al suo pensiero; vide un banana gigante rischiarato dall'aurora dei tropici e fra quei rami un hamac che dondolava al vento, in questo hamac due bamboli negri addormentati e la madre inginocchiata al suolo che pregava e cantava quella blandissima nenia. Stette cosi' dieci minuti, rapito in queste rimembranze, in questa visione; poi quando torno' il silenzio profondo, riprese la contemplazione dell'alfiere.
Vi e' una specie di allucinazione magnetica
che la nuova ipnologia classifico' col nome di ipnotismo ed e' un'enfasi catalettica,
la quale viene dalla lunga e intensa fissazione d'un oggetto qualunque.
Se si potesse affermare evidentemente questo fenomeno, le scienze della psicologia
avrebbero un trionfo di piu': ci sarebbe il magnetismo che prova la trasmissione
del pensiero, il cosi' detto spiritismo che prova la trasmissione della semplice
volonta' sugli oggetti inanimati, l'ipnotismo che proverebbe l'influenza magnetica
delle cose inanimate sull'uomo.
Tom pareva colto da questo fenomeno. L'alfiere nero lo aveva ipnotizzato. Tom
era terribile a vedersi: egli si mordeva convulsivamente le labbra, aveva gli
occhi fuori dell'orbita, le gocce di sudore gli cadevano dalla fronte sulla
scacchiera.
Anderssen non lo guardava piu', perche' l'oscurita' era troppo fitta e perche'
anch'esso, come attirato dalla stessa elettricita', fissava l'alfiere nero.
Per Tom la partita poteva dirsi perduta;
non erano le combinazioni del giuoco che lo facevano cosi' commosso, era l'allucinazione.
Lo scacco nero, per Tom che lo guardava, non era piu' uno scacco, era un uomo;
non era piu' nero era negro.
La ceralacca rossa era sangue vivo e la testa ferita una vera testa ferita.
Quello scacco egli lo conosceva, egli aveva visto molti anni addietro il suo
volto, quello scacco era un vivente... o forse un morto. No; quello scacco era
un moribondo, un essere caro librato fra la vita e la morte. Bisognava salvarlo!
salvarlo con tutta la forza possibile del coraggio e della ispirazione.
All'orecchio del negro ronzava assiduamente come un orribile bordone, quella
frase che l'Americano aveva detto ridendo, prima d'incominciare la partita:
- Se si potesse riattaccare cos' la testa ad un uomo - e quell'incubo aumentava
l'allucinazione sua.
La fronte di quella figura di legno diventava sempre piu' umana, sempre piu' eroica, toccava quasi all'ideale e, passando da trasfigurazione in trasfigurazione, da uomo diventava idea, come da scacco era diventata uomo. L'idea fissa era ancora la', nel centro dell'anima del negro, sempre piu' innalzata, sempre piu' sublimata. Da mania si era mutata in superstizione, da superstizione in fanatismo. Tom era in quella notte, in quel momento la sintesi di tutta la sua razza.
Passarono cosi' altre quattro ore, mute come
la tomba, due morti o due assopiti avrebbero fatto piu' rumore che non quei
due uomini che lottavano cosi' furiosamente.
Il pugilato del pensiero non poteva essere piu' violento: le idee cozzavano
l'una contro l'altra; i concetti cadevano strozzati da una parte e dall'altra.
I volti non si guardavano piu', le due bocche tacevano.
Ad una certa mossa l'alfiere nero perdette terreno, la torre bianca colla sua
marcia potente e diritta lo offendeva e ad ogni passo minacciava di coglierlo.
L'alfiere schivava obliquamente con degli slanci di pantera la sua formidabile
persecutrice; Anderssen seguiva perplesso la corsa furibonda dell'alfiere spingendo
sempre piu' avanti il suo pezzo e rinserrando il pezzo nemico verso un angolo
della scacchiera.
Questa fuga febbrile, ansante, duro' una intiera mezz'ora; e due re anch'essi
l'uno contro l'altro, parevano due di quegli antichi re leggendari d'Oriente
che si vedevano errare dopo la battaglia sul campo abbandonato, cercandosi ed
avventandosi fra loro tragicamente.
Dopo mezz'ora la scacchiera aveva di nuovo
mutato faccia; la fuga dell'alfiere e lo sconvolgimento dei due re, della torre
e delle pedine avevano trascinato cosi fattamente i pezzi fuori dai loro centri,
che il re bianco era andato a finire nel campo nero, sull'estremo quadrato a
sinistra; il re nero gli stava a due passi sulla casa stessa del proprio alfiere.
Anderssen, abbagliato dalle evoluzioni fantastiche dell'alfiere nero, continuava
ancora ad inseguirlo, a rinserrarlo, a soffocarlo.
A un tratto lo colse! lo afferro', lo sbalzo' dalla scacchiera assieme agli altri pezzi guadagnati e guardo' in faccia con piglio trionfante la sconfitta nemica.
Erano le cinque del mattino. Spuntava l'alba.
La faccia del negro brillava d'uno splendore di giubilo. Anderssen, nella foga
della caccia al pezzo fatale, aveva dimenticato la pedina nera che stava sulla
penultima casa dei bianchi alla sua destra.
Quella pedina era la' gia' da quattro ore ed egli ne aveva sempre differita
la condanna. Quando Anderssen vide quella gran gioia sul volto del negro tremo';
abbasso' con rapida violenza gli occhi sulla scacchiera.
Tom aveva gia' fatto la mossa.
La pedina era passata regina? No.
La pedina era passata alfiere, e gia' l'alfiere nero, l'alfiere insanguinato,
era risorto ed aveva dato scacco al re bianco.
Il negro guardo' alla sua volta con orgoglio la scacchiera.
Anderssen stette ancora un minuto secondo attonito: il suo re era offeso obliquamente
per tutta la diagonale nera del diagramma; ad un lato l'altro re gli chiudeva
il riparo, dall'altro lato era inceppato da una sua stessa pedina.
Il colpo era mirabile! Scaccomatto!
Tom contempla estatico la sua vittoria.
Giorgio Anderssen spicco' un salto, corse al bersaglio, afferro' la pistola, sparo'.
Nello stesso momento Tom cadde per terra. La palla l'aveva colpito alla testa, un filo di sangue gli scorreva sul volto nero, e colando giu' per la guancia, gli tingeva di rosso la gola ed il collo. Anderssen rivide in questo uomo disteso a terra l'alfiere nero che lo aveva vinto.
Tom agonizzando pronuncio' queste parole: - Gall-Ruck e' salvo... Dio protegge i negri... - e mori'.
Dure ore dopo il cameriere che entro' nella sala per dar ordine ai mobili, trovo' il cadavere del negro per terra e lo scaccomatto sul tavolo.
Giorgio Anderssen era fuggito.
Venti giorni dopo arrivava a New-York, e la' incalzato dai rimorsi, si era costituito prigioniero e denunciato come assassino di Tom.
Il Tribunale lo assolse, prima perche' l'assassinato non era che un negro e perche' non poteva sussistere l'accusa di omicidio premeditato; poi perche' il celebre Giorgio Anderssen si era denunciato da se', infine perche' si era scoperto nelle indagini giudiziarie che il negro ucciso era fratello di un certo Gall-Ruck che aveva fomentata l'ultima sollevazione di schiavi nelle colonie inglesi, quel Gall-Ruck che fu sempre inseguito e non si pote' mai trovare.
Anderssen rientro' nelle sue terre col rimorso nel cuore non alleggerito dalla piu' tenue condanna.
Dopo la catastrofe che raccontammo gioco' ancora a scacchi, ma non vinse piu'. Quando si accingeva a giocare, l'alfiere nero si mutava in fantasma. Tom era sulla scacchiera! Anderssen perde' al giuoco degli scacchi tutte le ricchezze che con quel giuoco aveva guadagnate.
In questi ultimi anni povero, abbandonato da tutti, deriso, pazzo, camminava per le vie di New-York facendo sui marmi del lastricato tutti i movimenti degli scacchi, ora saltando come un cavallo, ora correndo dritto cone una torre, ora girando girando di qua, di la', avanti e indietro come un re e fuggendo ad ogni negro che incontrava.
Non so s'egli viva ancora.