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MOTOBONDOËËËËËËËËË
il racconto

 

 

L’unicorno

 

“C’E’ UN UNICORNO CHE SEMBRA PASSEGGIARE SOPRA I MIEI PENSIERI E POI SE NE VA’ VIA...
LA MIA GIORNATA E’ SEMPRE A GROSSO RISCHIO SENTO IL SUO POTERE, HO IL SUO FIATO ADDOSSO!
E’ UN ABITANTE CHE SEMPRE PIU’ TROVA LA PACE DENTRO ME…

MI DA QUELL’ATTIMO DI MAGIA …MA IL SUO PIACERE E’ ANDARE VIA”

 

 

CIAO ESSERI UMANI,
L’UNICORNO E’ IN REALTA’ LA MIA FANTASIA CHE GIORNO DOPO GIORNO SI RITAGLIA SEMPRE UN ATTIMO PER SE’…
E IO VOLO:SONO UN MOMENTO SU UN’ISOLA DESERTA, UN MOMENTO DOPO SU UNA BARCA DI PESCATORI RIATTATA(IO IMMAGINO DI AVERE UNA BARCA DI QUELLE CHE SOLITAMENTE SI USANO PER LE USCITA DI PESCA SERALI, TUTTA IN MOGANO CON LA PRUA BIANCA E UNA BANDIERA SICILIANA SVENTOLANTE, UNA CABINA DI COMANDO GIALLA E VERDE…).
E MI DIVERTO A CIRCUMNAVIGARE L’EUROPA: DA PALERMO “COAST TO COAST” FINO A MONTECARLO ,POI BARCELLONA ,IL PORTOGALLO,L’INGHILTERRA, LA SCANDINAVIA LE FAR OER…

E IL MIO UNICORNO POI VIENE DIABOLICAMENTE CATTURATO DALLA FRENETICITA’ DELLA VORACISSIMA QUOTIDIANITA’.
E ALLORA MI CI TUFFO’ DENTRO ,MIO MALGRADO, MA BASTA POCO PER RITORNARE CON IL MIO AMICO…

FORSE NON TROVERO’ MAI LA CHIAVE DELLA SERENITA’ MA CON IL PASSARE DEGLI ANNI STO’ CAPENDO UNA COSA: CHE LA VITA VA’ VISSUTA ISTANTE DOPO ISTANTE AL 100%, ANCHE SBAGLIANDO, ANCHE E SOPRATTUTTO INCONTRANDO BURRONI, MA BISOGNA SEMPRE FARE!
L’UOMO DEVE SEMPRE FARE …
SEMPRE!!!
E ALLORA VI INVITO A QUESTO: IMPOSTATE LA VOSTRA VITA(FINO A QUANDO IL DESTINO NON CI METTE LO ZAMPINO) A SCOPRIRE GLI UOMINI E IL MONDO, PERCHE’ UN’ALTRA COSA CHE HO IMPARATO E’ LA SEGUENTE: CI SONO LE COSE BELLE E LE COSE BRUTTE E VOI LO SAPETE TRANQUILLAMENTE QUELLE CHE SONO .
UNA BELLA PASSEGGIATA IN MOTO O IN MACCHINA, UN BOSCO, UN VIAGGIO …E’ UNA COSA BELLA.
UNA GIORNATA DI TRAFFICO, UN CAPOUFFICIO, UNA MATERIA UNIVERSITARIA PESANTE…E’ UNA COSA BRUTTA.
INDIRIZATE I VOSTRI SFORZI NELLA PARTE CORRETTA!

 

 

 

Capitolo 1

 

Capitolo 2

 

Capitolo 3

 

Capitolo 4

 

Capitolo 5

 

Capitolo 6

 

Capitolo 7

 

Capitolo 8

 

Capitolo 9

 

Capitolo 10

 

Capitolo 11

 

Capitolo 12

 

Capitolo 13

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

CAPITOLO PRIMO

 

 

 

STORIA DELLA SICILIA – LA LEGGENDA DI COLAPESCE - MESSINA – FORZA D’AGRO’ – TAORMINA – L’ARTE GRECA - GOLE DELL’ALCANTARA - NOVARA DI SICILIA – MONTALBANO ELICONA –  LA SOCIETA’ DEL MUTUO SOCCORSO – LO SPECCHIO

 

1

 

Una mattinata di 120 mila anni fa un gruppo di barbutissimi uomini mise piede in Sicilia.
Erano dei Paleolitici che senza colpo ferire si impadronirono di quell’isolotto sperduto in mezzo al mare.
Dovette andare su per giù così: dopo giorni di “primitivissime” navigazioni avvistarono finalmente terra. E si incamminarono speranzosi…
Speranzosi di non prendere qualche clavata una volta approdati.
Depositata la loro imbarcazione a riva, uno di loro, sicuramente il più coraggioso, scese prima di tutti. Era il primo siciliano ed era un Homo Sapiens, ma non Sapiens Sapiens.
Fatto sta che una volta arrivati, questi cavernicoli che gia sapevano accendere il fuoco, catturare gli animali, seppellire i morti e disegnare le pareti delle caverne dove abitavano, si dovettero togliere i pellicciotti di dosso. C’era caldo !
”Incredibile” dovettero pensare. Era difatti il tempo della notissima glaciazione di Wurm, e buona parte del mondo aveva un clima decisamente poco turistico.
La Sicilia si presentava pressappoco così: una splendida foresta ricchissima di alberi d’alto fusto e piante da frutto. Gli animali dovevano essere numerosissimi e inquietanti durante le ore notturne. Alcuni roditori avevano preso delle dimensioni preoccupanti: ghiri giganti e toponi dovevano fare un certo ribrezzo. Poi c’erano felini con canini a uncino, Elefanti Nani e cavalli zebrati (o zebre cavalline!).
I rumori della terra accompagnavano spesso le giornate dei neo abitanti, tra terremoti e boati vulcanici. Ma l’abbondanza e la procacità della terra e del mare di quell’isola dovevano fare da scudo ai pensieri di fuga dei cavernicoli.
Per di più tutto faceva supporre che l’isola fosse disabitata. E meglio di così…
Tutto quanto vi ho appena detto sembra essere avvenuto 100 mila anni fa. Almeno così dicono gli scienziati, perché in verità neanche loro lo sanno tanto. Un esame al radiocarbonio di alcuni reperti trovati così fanno supporre. Ma io obbietto!
Volendo iniziare questo mio libro con una scoperta scientifica e basandomi come i precedenti scienziati su “niente o quasi”, decido da oggi che il primo uomo in Sicilia vi mise piede 120 mila anni fa!
Detto , fatto…
Fino a quando un altro non mi smentisce con una sua nuova teoria del “niente o quasi”, questo libro oltre a essere un diario di viaggio entra di diritto tra le divulgazioni scientifiche.

 

Ma ritorniamo ai nostri Sapiens. Appena sbarcati e dopo essersi guardati ben benino attorno, avanzarono lentamente verso l’interno della foresta fin quando qualche grotta non gli desse ospitalità. E da queste parti certamente non ne mancavano di ripari sicuri.
E così passavano le giornate tra caccia, rapporti sessuali e dormite. Peccato che questi antenati che abitavano tutti assieme, o almeno tutti quegli che ci entravano in una grotta, defecassero nella stessa stanza da letto!
Poi dopo qualche giorno, questi straordinari viaggiatori si mettevano in marcia per cercare qualche altra grotta. Il nomadismo era alla base della loro vita, un po’ per cercare nuove zone e soprattuto per evitare di dare punti di riferimento a eventuali attacchi dall’esterno (e la paura era legata soprattutto alle femmine del gruppo che erano oggetti preziosissimi per le tribù erranti del passato).

 

Passano i millenni e aumentano gli abitanti dell’isola. Questi uomini incominciano a fare discussioni, e scoprono l’agricoltura che sarà il pilastro della nuova vita stantia. Nasce quindi l’esigenza di creare dei villaggi che oltre ad avere una collocazione geografica che li ponesse su alture o in ogni caso postazioni strategiche per eventuali attacchi nemici, permettesse alla nuova comunità di praticare per l’appunto l’agricoltura.
E che ne sapevano questi Sapiens Sapiens che quella terra fertilissima avrebbe basato su questa forma di industria il suo futuro economico.

La presenza dell’uomo era ormai un po’ dovunque e con questa straordinaria invenzione che è il “riassunto”, balziamo al 10.000 Avanti Cristo.
L’uomo aveva perfezionato la lavorazione della pietra e da li a poco avrebbe scoperto i metalli che si rivelarono più efficaci dell’industria litica soprattutto in tema guerriero.
E dato che il clima a quei tempi non era certo disteso, gli antichi abitanti dell’isola usarono la pietra solo a scopo ornamentale e ferro, rame e bronzo a scopo militare.
Altre tribù nel frattempo erano approdate e la vita scorreva tra un battibecco e l’altro…

 

Successe che arrivati ad un certo punto della storia una flotta di Greci si imbattè in Sicilia.
Era l’anno 734 A.C.
Questi tizi dopo un accurata perlustrazione via mare e a debita distanza, dovettero pensare: “O qua non ci sta nessuno o appena sbarchiamo le buschiamo di santa ragione !”

Ma dato che la stanchezza di giornate a navigare oramai aveva abbattuto qualunque tipo di timor panico, decisero di approdare.
Uniti uniti e con gli occhi ben sgranati, questi ellenici di stirpe dorica si intrufolarono tra le selve della fertilissima terra appena conosciuta.
Niente! Non c’era proprio anima viva.
Decisero allora di fondare una città proprio in riva al mare e la chiamarono Naxos, niente sapendo che nel corso dei secoli quella loro colonia si sarebbe trasformata in una vivacissima stazione turistica delle più rinomate.
Cammina oggi e cammina domani si imbatterono in primitivi abitanti della regione che armati di tanta buona volontà (e quella non serve in questo genere di cose) dissero pressappoco la seguente “ Bubu’ oba du ssuu! (“andatevene subito brutti fetenti!).
I Greci, ben più organizzati e astuti, gli riempirono di sberle e i poveri indigeni se la batterono frettolosamente.

Fu così che i discendenti di Omero si impadronirono della Sicilia iniziando a formare le loro città-stato. Strana gente questa: illustrissimi pensatori tanto quanto capricciosissimi viziosi. Con le parole facevano miracoli, ingabbiando astutamente i loro interlocutori e dominandoli letteralmente col verbo. Ma se c’era da organizzare un’orgia “schizzavano” da tutte le parti i promotori. E non c’era distinzione di sesso !
Anche quando organizzavano voracissimi banchetti erano tutto un programma!
I loro simposi (mangiate con chiacchierata e spettacolini vari, brevemente) avevano tutto un cerimoniale che a tutt’oggi apparirebbe anacronistico, ma che a tutt’oggi, ne sono convinto, è invece il piacere di pochi eletti.
Immaginate questa tavolata che tra una pietanza e l’altra si allieta con una chiacchierata di natura filosofico-umoristica o che si gusta una danza del ventre o una suonata di violino…
Avevano eletto tale Zeus a somma divinità e in breve sintesi questo super eroe era un indiscutibile donnaiolo anche un po’ amante del bere, che dall’alto del suo stato privilegiato, dispensava consigli e inviti alle buone maniere ai suoi tremendi fratelli e sorelle.
Ad uno di questi, Poseidone, Zeus regalò la Sicilia.
Quando i Greci costruivano le loro città stato, nei punti più alti sorgeva la cosiddetta Acropoli, dove sontuosi templi ad onore degli Dei venivano eretti.
La città vera e propria si svolgeva in basso e a dire il vero questi furbi intelletualoidi costruivano le case un po a casaccio.
Diciamo che mancava qualsiasi progetto urbanistico, l’igiene lasciava un po’ a desiderare e i muri delle case erano così facili a perforare che a quanto pare i ladri (che erano chiamati “foramura”) facevano prima a bucare le mura esterne piuttosto che entrare dalla porta!
Ancora su questi tizi: indossavano una tunica di cotone che oltre che da abito quotidiano serviva anche da camicia da notte.
Le donne non contavano niente se non quando si sposavano: allora diventavano le padrone della casa. Ma il marito le poteva legalmente cornificare.
I Greci non conoscevano il sapone e per lavarsi si sfregavano il corpo con sabbia e olio, mentre le donne si depilavano e usavano anche allora, creme di bellezza!
Facevano colazione con pane bagnato in un bicchiere di vino e andavano pazzi per un brodetto nero fatto di carne di maiale, sangue, aceto e sale.
Mangiavano rigorosamente con le mani…
Ma realizzarono grandiose opere a tutt’oggi visibili e donarono l’isola di ricchezza,pace e prosperità per circa sette secoli.

 

Fu così che la storia fece incontrare Greci e Romani…
I Romani all’ennesimo tentativo scacciarono i Greci dall’isola e la definitiva vittoria fu quando conquistarono Siracusa, la più gloriosa delle colonie Greche.
Tutto questo nonostante un curioso siracusano, tale Archimede inventore-scienziato dell’antichità, che non sapeva più che progettare per allontanare l’insidia dei discendenti di Giulio Cesare.
Così quando i Romani assediarono Siracusa dal mare, questo talentuoso inventore prima gli scacciò tirandoli enormi massi grazie alla catapulta e poi mentre i poveri invasori si vedevano piovere pietre dal cielo, incendiò le loro navi grazie ad un sistema di enormi lenti di ingrandimento che riflettendo i riflessi dei raggi solari incendiava le navi dei malcapitati.
Ma tutto questo servì solo a ritardare l’inevitabile successo del nemico. Non oso pensare la fine che fece il buon Archimede caduto in mano ai Romani.

 

Ed ecco i Romani.
Essi ridussero la Sicilia a Provincia romana il che significava a “granaio” di Roma, il che significava che tutta la produzione agricola della regione innanzitutto doveva soddisfare le esigenze dei conquistatori.
E fu così che in Sicilia arrivò il cristianesimo, religione che avrebbe segnato in maniera potentissima la storia di questa parte di mondo (e per parte di mondo intendo metà di mondo!)
Fu però questo un gran popolo che a confronto con i Greci aveva una gestione politica più strategica e consapevole dei pericoli esterni.
I Greci sono crollati vittime dei loro stessi ozi e della sicurezza di anni al potere.
I Romani costruirono imponenti strade e inventarono la giurisprudenza, pilastro della società civile (o labirinto della verità).
Questi Romani nella loro folle corsa alla conquista dell’universo arrivati ad un certo punto della storia dovettero fare i conti con la realtà: e si sgretolarono.

 

A dare loro la mazzata definitiva fù il prorompente avanzamento degli Arabi che facilmente si impadronirono dell’isola.
Questi tizi gia seguaci di Allah, portarono alla Sicilia lusso e benessere nonostante oggi sembrano il simbolo del pericolo.
Ma probabilmente la loro società attuale e vittima del loro passato, un po’ come i siciliani: i primi schiavi dei loro ozi remoti i secondi della loro identità continuamente in discussione.
Ma torniamo ai califfoni.
Essi oltre ad una tollerante politica sociale (permettavano il connubio delle due religioni, musulmana e cristiana), donarono la Sicilia di un imponente e funzionante sistema di irrigazione, abbellirono soprattutto Palermo con opere architettoniche di indiscusso valore, importarono la coltura dell’arancio, nobilitarono in generale la vita degli abitanti isolani.
Questi ci sapevano proprio fare. Erano degli strateghi invincibili del lusso e del savoir-faire. I loro splendidi mosaici abbellirono diverse strutture dell’isola.
Erano talmente deliziosi che il popolo che gli scacciò continuò la loro politica e il loro modo di fare.

 

I Normanni (gente venuta dal nord europa) ricristianizzarono i rimbecilliti abitanti che quindi, e siamo nel 1060, avevano ora dei nuovi padroni.
Il più grande e importante dei Re Normanni, tale Ruggero II, fece erigere monumentali strutture qua e la per l’isola.
E spesso si avvaleva dell’estro di artisti arabi.
Ma molti siciliani erano ormai di credenza musulmana. E il Re Ruggero II una volte disse: “ Donne, andate in pace: ognuno preghi il Dio in cui crede”
Storia vuole che uno dei discendenti della stirpe normanna non aveva figli e una sua sorela si sposò con uno svevo (tedeschi).

 

Inizia così la dominazione Sveva in Sicilia. Ci furono due Re, padre e figlio.
Il padre era un gran figlio di buona donna e si chiamava Enrico VI: era cattivo e crudele.
Forse fu cornificato, perché non si spiega come da tanta malignità nacque il suo eccezionale figlio, Federico II di Svevia, che i suoi stessi contemporanei chiamarono lo “stupor mundi” (la meraviglia del mondo) per la sua straordinaria cultura linguistica, filosofica, scientifica e astrologica.
Questo specie di super uomo aveva fatto della sua corte palermitana un centro di cultura internazionale, tanto che il sommo poeta italico, Dante Alighieri, fregiò Palermo come culla della poesia e letteratura italiana.

 

Quando il grande Federico morì, e siamo nell’anno1266, la chiesa cristiana governava i destini di questa parte di mondo e decise che la Sicilia sarebbe stata governata dai Francesi (gli  Angioini).

 

Questi tizi governarono appena vent’anni perchè in neanche una generazione riuscirono a far imbufalire gli isolani che gli scacciarono brutalmente.
Il motivo di tanto odio è il solito: le donne!
I Francesi sottomisero l’isola con un regime abbastanza duro e per effettuare controlli sulla popolazione usavano “palpare” le donzelle per appurarsi che non portavano armi.
Questo ai siciliani non piaceva (capisco che qualcuno potrebbe approvare quest’usanza transapina…).
Fu così che quando una giovane e prosperosa palermitana appena sposata uscì dalla chiesa, una truppa di soldati francesi volle controllare se aveva armi con se. Si vede che l’ufficiale in questione volle approfondire (e non si sa se per scrupolo o altro) che quello che toccava non erano due bombe!
L’ufficiale in questione era il militare Drouet, e correva il 30 Marzo 1282: la storia ricorda questa data come la “toccata della rivolta”.
Al grido di “Mora, mora” i siciliani iniziarono una spietatissima caccia ai francesi.
Per riconoscerli quando incontravano un tipo sospetto, i siciliani gli facevano dire “ciciru”(cece): e poiché i francesi pronunciavano sisiru o kikiru, in quanto mancano della pronuncia palatale, li colpivano a morte.
Questo evento è ricordato nella tradizione popolare con il nome di “Vespri siciliani” ed è l’unico esempio di ribellione di questo popolo continuamente sottomesso.

 

Scorre il tempo ed ora i nuovi dominatori sono gli Aragonesi di stirpe spagnola.
Essi introducono quella che forse è la più grande piaga della storia siciliana: il feudalesimo.
Esso consiste brevemente, nella spartizione terriera del territorio, il feudo per l’appunto, che altro non è che un grande appezzamento di terreno in cui il proprietario gestisce attraverso la manovalanza di un gruppo di persone sottopagate, un grosso potere economico e in questo caso, agricolo.
Il feudo ha una grossa casa principale, quella del padrone, attorno a cui gravita un quartiere di povere case della gente che ci lavora.
Nel corso degli anni queste potenti famiglie che avevano oramai radicato il concetto di prevaricazione sul popolo contadino non vollero più perdere questa condizione di privilegio nonostante alcune leggi mitigavano il loro potere.
Ma il più era gia fatto: essi erano troppo forti per essere disturbati da qualsivoglia legge. Ed erano anche troppo ricchi per farsi sottomettere. Così chiunque anche a ragione volesse opporsi a queste soverchierie, era subito azzittito da malviventi ingaggiati dagli stessi padroni. E’ forse qua da ricercare l’origine del concetto mafioso che altro non è che una sorta di tirannia comune a tutte le civiltà odierne!

Siamo gia nel 1700 e passa …

 

Dopo alcune insignificanti dominazioni, l’11 Maggio 1860,l’eroe italico Giuseppe Garibaldi sbarca a Marsala con i suoi mille.
A questi mille (che in realtà erano poco più di settecento), si unirono 10.000 siciliani e tutti insieme conquistarono l’isola annettendola all’Italia.

 

E finalmente arriviamo noi!

 

2

 

La motocicletta e’ un mezzo di locomozione.
Anche l’aereo e’ un mezzo di locomozione.
Ma la moto e’ un mezzo di locomozione romantico.
In verita’, qualunque cosa dia spazio libero alla mente e’ una cosa romantica.
Anche l’aereo da spazio libero alla mente, perché la sopra o pensi a qualcosa o sei fritto.
Io e Zigomì viaggiamo in moto e vorremmo farlo fino a quando i riflessi sono più veloci del pensiero.
Zigomì è la mia stella cometa…

 

3

 

Arrivammo in Sicilia attraverso un’imbarcazione presa a Reggio Calabria, ultimo lembo d’italia prima di approdare all’isola.
La cittadina di Messina è il punto d’approdo.
Attraversammo questo tratto di mare che in appena 3 chilometri unisce la penisola italiana alla maggiore delle sue isole.
Questo breve tratto di mare è stato nel passato frutto di bellissime leggende, come quella di Colapesce.
Era Cola, un vivace ragazzo messinese che era diventato famoso presso i suoi concittadini perché si immergeva a mare e riusciva a stare diverse ore sott’acqua a parlare con i pesci o a danzare con le sirene. Sua madre si preoccupava di tutto questo e lo esortava a non stare tutto questo tempo sott’acqua.
Successe che un giorno si invaghì della figlia del Re Federico II, il più illustre dei regnanti isolani di tutti i tempi. Ma lei neanche lo degnava di uno sguardo. Un giorno il Re si trovava nel mare di Messina a bordo della sua imbarcazione e c’era pure la bellissima figlia.
Suo padre il Re stava cercando un marito degno per lei, ma nonostante le proposte di principi e nobili da molte parti del regno non aveva trovato nessuno degno della propria figliuola. Nessuno che unisse oltre alla bellezza il coraggio e le maniere gentili classiche dei prodi.
Quando Cola seppe che l’imbarcazione del Re era nello stretto di Messina si buttò a mare e la raggiunse.
Quel bellissimo volto e quelle maniere gentili conquistarono subito la curiosità del Re e della sua corte che già sapevano dei prodigi di cui era capace. E allora disse il Re. “Ho sentito dire che tu parli con le sirene del mare e che nuoti come un pesce. E’ vero?”
”Certamente – rispose Cola – Io passeggio nel fondo del mare come tu e la tua corte passegiate per i vostri giardini. Io parlo con gli abitanti degli oceani come la tua bellissima figlia fa con le sue dame!”
Un mormorio di stupore si levò dal battello.
”Orbene – disse il Re - , voglio metterti alla prova. Lancerò in mare questa coppa d’oro massiccio e se me la riporterai ti farò ricco”. “Anch’io – aggiunse la principessa che già si era intenerita alla vista di quel bellissimo viso – voglio metterti alla prova. Lancerò in mare questa mia preziosissima cintura e se me la riporterai …ti darò la mia mano da baciare!”
E detto ciò il Re e la principessa buttarono in mare le loro cose.
Cola con lo sguardo seguì il volo dei due oggetti e subito dopo si buttò a mare.
Una gran folla di messinesi si era intanto riunita sulla spiaggia non molto lontana e seguiva con trepidazione la vicenda.
Dopo poco tempo Cola emerse con i due oggetti e un urlo di approvazione si levò tra la folla.
Il Re rimase allibito ma non pago e volle rimettere Cola alla prova.
E rigettò in mare las coppa tempestata d’oro e dal peso notevole e la principessa una collana fatta d’oro e diamanti con la promessa che se gli avrebbe riportati si sarebbe fatta abbracciare.
Cola si ributtò a mare.
La folla dopo un urlo di incoraggiamento stette in silenzio in trepida attesa. Le acque incominciarono ad agitarsi ma di Cola nessuna traccia fino a quando…emerse dal mare con i due oggetti ed un urlo di sollievo accompagnò il suo ritorno.
Ma il Re Federico non si appagò e per la terza volta fece buttare la sua coppa in mare, la dove gli abissi erano più profondi e il mare si incanalava in una gola stretta e buia. La principessa a quel punto si tolse l’anello e disse: “O Cola! Io getterò il mio anello di zaffiri e diamanti e se tu me lo riporterai – disse arrossendo .- sarò tua sposa! “
Un grido di terrore si levò dalla folla:”O temerario! Non cercare la morte! Tu non puoi superare questa prova le correnti sono troppo forti”.
Ma intanto l’anello e la coppa erano gia volati in mare.
Cola guardò intensamente il luogo dove erano affondati e si lanciò in mare.
Il silenzio avvolse gli istanti che seguirono.
Il tempo passò e si fece sera, ma di Cola non si vedeva nessuna traccia. Egli non tornò più a galla.
Ma non perché non avesse trovato i due oggetti. Ma perché mentre negli abissi gli cercava vide che le colonne su cui poggiava Messina erano sul punto d’infrangersi. E allora vedendo che la sua terra poteva da un momento all’altro crollare volle sorregerla col suo stesso peso. E quando qualche scossa sismica fa la sua presenza, si dice che Colapesce ha avuto un attimo di stanchezza.
Evviva Cola!

 

 

4

 

Messina si presenta vivace e confusionaria.
Arriviamo alle 10 di mattina di una giornata assolata. Siamo a Ottobre è il caldo da queste parti è una presenza costante e, in questo periodo, piacevole.
In verità lo è anche nei restanti periodi dell’anno.
La Sicilia è una terra che può essere visitata in moto sempre.
Dopo aver attraversato velocemente il centro cittadino ci dirigiamo verso l’autostrada che unisce Messina a Catania direzione Taormina.
La quotidianità e quella tipica delle metropoli occidentali. Traffico, clacson, commercianti e ambulanti sparsi per i sentieri della frenesia.
Io sogno una vita “disordinatamente ordinata” e il viaggio mi avvicina sempre a questa sorta di paradiso utopistico.
Per disordine intendo una ribellione alle regole della società mentre per ordine intendo una riappacificazione con i valori.
Vi farò sapere…
Siamo in Sicilia a cavallo della nostra moto, siamo in viaggio alla scoperta di una terra che ha quanto pare ha nel suo passato e nei suoi colori un’innegabile forza attrattiva. Ma tutti i posti nuovi ce l’hanno. E noi cerchiamo queste emozioni ma con la ponderatezza di chi apprezza anche le sue cose, la sua casa, il piacere di tornare.
Partire per il gusto di tornare, come dice un cantante isolano a proposito della sua terra.
L’autostrada che da Messina porta a Taormina è un tratto incantevole di questa terra.
I colori del cielo addolciti dai raggi del sole, fanno da splendida cornice alla scena: il mare e la vegetazione, che è variegata come non ti aspetti.
E’ incredibile come l’aspetto cromatico di questa terra ti vince e ti conquista.
La particolarità stà nell’immediatezza che la devi cogliere subito. Ti senti affascinato e non capisci da cosa. Il nostro sguardo toglie il trono al verbo e solo dopo capiamo che entrambi eravamo vinti dal paesaggio.
In verità questo capita in qualunque posto nuovo si visiti, ma questa sensazione di rapimento continuo l’avremmo provata anche nei giorni seguenti.
Lunga vita ai viaggiatori…

 

5

 

Forza d’Agrò è un paesino arroccato sul litorale messinese
Un tratto di strada di 5 chilometri lo unisce al litorale sottostante.
Non perdetelo…

 

6

 

Ancora stento a credere alla bellezza del posto in cui siamo capitati.
Ridiscendiamo da Forza d’Agrò e ci dirigiamo verso Taormina Nord.
Passiamo attraverso un litorale lussuoso e spettacolare: nei suoi strapiombi, nelle sue case adornate di splendide ceramiche, di esterni in pietra lavica o pietra bianca, nei suoi fiori e nel suo mare che sono un trionfo della natura ma soprattutto dell’arte, quella più bella e inimitabile: l’arte del creato!
Da queste parti il popolo greco fondò la prima delle sue colonie in Sicilia. E questo rafforza la mia idea sul fatto che gli ellenici oltre ad essere dei validi navigatori erano anche dei lungimiranti e ludici conquistatori.
La salita a Taormina si svolge a passo da trotto, talmente è bella e da non dimenticare. Anche la moto sembra rallegranersene(e qua sto forse esagerando!).
Taormina è una borgata lussuosissima. Un viavai di turisti mi fa capire che non siamo i primi ad averla scoperta.
Questo leva qualcosa alla nostra vanità ma niente all’obiettività.
Abitata sin dai tempi preistorici fu poi, nel 392 A.C. conquistata da Dionigi I, tiranno greco di  Siracusa, e poi i Romani, gli Arabi e i Normanni.
Taormina è ricca di zone archeologiche dove è possibile ammirare il Teatro Greco (secondo in Sicilia per vastità dopo quello di Siracusa) costruito in epoca ellenistica e poi ampliato dai Romani, i resti dell'Odeon, costruzione romana di età imperiale e le Naumachie, un grandioso avanzo di ingegneria idraulica dell'epoca romana.
Sono le 13,00 e decidiamo di fermarci ad un Bar per gustare una granita che della Sicilia è un caposaldo.
La granita è un gelato freddo ma di consistenza quasi liquida tanto che in alcune zone dell’isola si usa come dissetante mentre in altra la sua consistenza più compatta sempre granulosa ma mai cremosa, ne fa la reginetta delle colazioni siciliane, o dei pranzi delle ragazze in estate. Sempre accompagnata da una Brioches o da un cornetto. Una sorte di latte e biscotti ma fresca e dai mille gusti: cioccolatta, limone, fragola, caffè, gelsi, pesca, mandorla…
In alcuni paesi della Sicilia Occidentale la fanno solo da bere ed esclusivamente quella di limone. Durante il nostro viaggio avremmo fatto incetta di questa dissetante e dolcissima bevanda.
A Taormina posteggiamo la moto al di fuori della zona pedonale e attraverso una porta muraria che ricorda civiltà antiche ci immettiamo nel Corso Umberto I, arteria pedonale del paesino. E’ una splendida passeggiata che trascorre tra negozi lussuosi, piccole viuzze che si intersicano tra loro e ricordano uno stile arabeggiante nel dedalo di cortiletti che si rincorrono tra loro, bar e professionisti del marciapiede: uno di loro espone nella sua vetrina ambulante una serie di paesaggi bellissimi siciliani, un altro fa ritratti-ricordo, un altro ancora offre al passante splendidi monili in arte povera.
Io sono sempre attratto da queste persone e spesso mi fermo a parlare con loro, soprattutto quando il loro esporsi è dignitoso e frutto di una filosofia di vita. Oramai glielo leggo negli occhi il loro desiderio di pace nel trascorrere le giornate in questo modo. Questa forma di apparente pigrizia nasconde secondo me una grandissima capacità di osservazione che parte proprio dalla lenta organizzazione della quotidianità. Anch’io un giorno mi prometto di provare questa splendida esperienza che è il vagabondaggio che, sia ben chiaro, non è elemosina che invece è il lato oscuro di questa filosofia.
Io e Zigomì siamo particolarmente attratti dalla struttra arabeggiante di molte delle case del Corso. Alcuni ingressi sono deliziosi: intarsiate porte in ferro battuto ricoperte da coloratissimi vetri che nella vivacità dei loro colori riescono a trovare una curiosa armonia.
Gli Arabi sono artisti in questo: nel rendere sobria l’eccentricità, nel dare valore spirituale a qualunque aspetto della casa, in una sola parola, nell’intraprendenza architettonica.
Nella clamorosa e confusa sovrapposizione dei loro stili e colori trovo sempre una certa serenità visiva che mi riconcilia con il “bello”.
Il colore bianco delle pareti di alcuni cortili arricchiti da eleganti composizioni floreali interrompe di tanto in tanto la vivacità del Corso.
Taormina è meta di tanti turisti e residenza di alcuni famosi artisti che qua ha trovato la sua oasi di benessere.
Uno di questi è Jim  Kerr, leader storico di una delle più riuscite pop band degli anni ’80: i Simple Minds (menti semplici).
Parlando con il barista della nostra famosa granita, lui ci aveva detto che settimanalmente si vedevano per l’immancabile partita di calcetto, gioco per il quale la rockstar andava matto.
Ma il fatto curioso fu quando scopriì che il cantante si era talmente immedesimato nei panni del siciliano che la parola ricorrente con la quale questo popolo intercala ogni sua discussione, e cioè “minchia”, lui non solo la usava regolarmente ma aveva deciso che il prossimo disco del suo gruppo si sarebbe chiamato in questa maniera!

Minchia (che da ora in avanti scriveremo senza virgolette), in questa terra assume mille significati, dal pene maschile a…tutto il resto.
Così per esempio, i siciliani dicono: “Che minchia vuoi?” (che cosa vuoi), “Minchia è una bella giornata” (Oh che bella giornata!), “ssu minchiate” (sono fesserie)…
Minchiaaaaaaaa…

 

 

 

 

7

 

Se c’è una cosa che in Sicilia non potete perdere è l’immancabile, per l’appunto, visita ai suoi tesori archeologici.
Taormina è depositaria, come dicevo prima, di uno dei più bei teatri greci dell’umanità, sede durante il periodo estivo di suggestive rappresentazioni classiche.
Taormina sorge su una splendida altura quasi a strapiombo sul mare, il che significava nel lontano passato una postazione strategica per l’avvistamento del nemico. La Sicilia che è stata abitata assiduamente sin da 100 mila anni fa, presenta in tutta la sua estensione diversi cocuzzoli che erano mete privilegiate per la bellicosa società dell’antichità.
I Greci che grazie alla loro potenza militare avevano anche il tempo per unire l’utile al dilettevole, non si fecero sfuggire questa magnificenza della natura, ed eressero un proscenio per le loro rappresentazioni, il cui palco rendeva più indimenticabile la rappresentazione grazie alla sua posizione naturalistica, con il mare sullo sfondo!
Che meraviglia doveva essere assistere la sera alle tragedie di Eschilo!
”Giove signor di chi pregando viene, or con benigno ciglio riguardi noi, dalle minute arene qua del Nilo approdanti. La divina terra a’ Siiri vicina, non dannate ad esiglio per cruento delitto lasciammo, no; ma per fuggir le sozze dei congiunti con noi figli d’Egitto abbominande nozze” (da: Le supplici).
Poi i Romani una volta al potere, ingrandirono il teatro per renderlo idoneo al loro sport preferito: le lotte nelle arene tra gladiatori. I Romani prendevano degli schiavi di buona corporatura e gli buttavano dentro questo sanguinoso proscenio. La vita era la vittoria, la morte la sconfitta!
E queste brutalità erano all’ordine del giorno in quell’epoca in cui la vita sembrava avere un valore minimo.
Oggi è sede di indimenticabili rappresentazioni classiche, nel periodo estivo.

Lasciammo il teatro e ritornammo verso la moto che come sempre silenziosamente ci aspettava.
Essa è come un cagnolino fedele anche se a volte la troppa sicurezza dei padroni viene punita dispettosamente.
Ma noi questo lo sappiamo e non scordiamo mai di curarcene.

 



8

 

L’arte greca ha avuto in Sicilia un’importante centro della sua espressione.
E’ importante capire che questa terra fu molto probabilmente colonizzata da greci scacciati dalla madre patria e che dopo appena una generazione si ritenevano più siciliani che orientali.
Quindi molte di queste opere furono il frutto della genialità non solo di un vecchio stile greco, ma anche dell’abilità di questi nuovi siciliani.

Le città erano costruite secondo il principio urbano di Ippodamo da Mileto, che è il promotore della pianta a scacchiera secondo un modello costituito da due assi: il cardo e il decumano maggiore, attorno a cui poi si sviluppavano i minori.
All’interno di questa struttura sorgevano poi le varie e rinomate aree ed edifici di stile greco:
- l’agorà, che rappresenta la piazza principale ed il centro della vita pubblica, dove i filosofi immancabili chiacchieravano a ruota libera e gli anziani sedevano come sempre all’ombra.
-il pritaneo, che alle spalle dell’agorà ospitava negozi di tutti i tipi e mercanti per tutti i gusti.
-l’iekklesasterion, che è un edificio pubblico profano in cui si svolgono riunioni popolari.
Sorgeva poi, in posizione dominante in modo che da tutte le parti della città potesse essere visibile, l’Acropoli, dove sorgevano i templi ed il teatro. Motivo questo, per cui tali strutture spesso si trovano in posizioni panoramiche di magnificente splendore.

 

I templi, che erano la dimora degli dei e che spesso venivano edificati anche da ricchi cittadini privati, in Sicilia sono stati un perfetto esempio di ordine dorico, quello più sobrio, che aveva le colonne che poggiavano direttamente sullo stilobate (basamento) e il capitello privo di decorazioni scolpite.
Il tempio è costituito da una camera centrale dove solitamente era posta la statua del dio in questione e che si chiama Naos (cella). Davanti alla cella si trova il Pronaos mentre, nella parte posteriore, l’opistodomos che serve da camera del tesoro.
Tutto intorno si sviluppa il colonnato che spesso è esastilo (con 6 colonne).
Per la semplicità della sua struttura e la perfetta armonia delle sue proporzioni l’architettura del tempio è considerata il prototipo della bellezza ideale.

 

I teatri servivano per rappresentazioni che si svolgevano in occasione di feste pubbliche, non come oggi che sono programmate secondo un calendario non religioso.
Spesso le opere si svolgevano in occasione delle feste dionisiache (in onore del dio del vino Dionisio. E quando c’era da bere i Greci non si tiravano indietro!).
L’edificio comprende la cavea o tribuna, l’orchestra circolare dove prendono il posto il coro e gli attori e un proscenio sullo sfondo che serviva da scenario.
Gli attori erano esclusivamente uomini e avevano il volto coperto da maschere. Erano di alta statura che per i greci era sinonimo di bellezza.
Dato che la mimica facciale era preclusa dalle maschere, spesso un coro sottostante il palco, narrava gli accadimenti.
C’erano anche effetti speciali: la macchina per produrre fulmini, che altro non era che un pannello nero su cui era riprodotta, in oro zecchino, una saetta che, mostrata all’improvviso, riluceva al sole (ricordo che questi spettacoli si tenevano all’aperto e di giorno).
Esilarante era l’invenzione della macchina del tuono, in cui il rombo era ottenuto facendo rotolare grosse pietre in un recipiente in ottone o il Mechanè.
Zeus docet…

 

 

 

9

 

Sono le 14,00 quando decidiamo di lasciare la splendida Taormina.
Ridiscendiamo verso il mare e una sequenza di splendide case siciliane in pietra bianca con il solito Ficodindia a fare da contorno, e con il panorama del Mediterraneo  in basso a fare da gocciolina, ci fa sorridere i cuori…
Le persone fanno il bagno allegramente, e il clima è dei più romantici.
Un leggero languorino si impossessa del nostro stomaco, ma noi non ci facciamo sfuggire la regola che contraddistingue le nostre passeggiate terrestri: mai mangiare a pranzo!
Preferiamo tenerci leggeri e vedere per poi divorare cibo e alcool nelle spensierate ore notturne.
Attraversiamo Giardini Naxos (dove i Greci fondarono la prima colonia siciliana ed oggi sede di frenetiche e giovanili notti estive, Calatabiano (dominata dal magnifico castello Arabo) e la piccola frazione di Gaggi. Poi la strada si immerge nelle campagne dell’Alcantara, mitico fiume di questa parte di Sicilia.

 

 

 

Di colpo siamo all’interno della regione e la curiosità dei nostri sguardi e rivolta ai paesaggi di questo tratto di Sicilia.
In 10 chilometri è cambiato tutto…
Qua è un’alternanza di case basse e terreni agricoli, montagnole desolate, rumori d’acqua, immancabili ficodindia e cibo per la solita riflessione: “Qua ci vivrei tutta la mia vita!”.
L’Alcantara scorre alla nostra sinistra e da questa parte la vegetazione è rigogliosa per la presenza dell’acqua del fiume. Una signora anziana coltiva il suo giardino a strapiombo sul fiume. Agrumi, olivi e ortaggi sono le coltivazioni privilegiate in questa valle dai caratteristici colori siciliani.
Un paesino abbarbicato su una montagna è il pretesto per una veloce visita.
Motta Camastra sembra essere stata costruita prima della montagna su cui è abbracciata, talmente è millimetrica la distanza tra la sua piazza ed il burrone sottostante. Una strettissima via principale accompagna la moto, unico rumore di una mite quotidianità.
Riscendiamo dalla stessa strada e arriviamo all’ingresso delle Gole dell’Alcantara.
Un pittoresco esercizio sulla strada provinciale attrae la nostra mente, che in viaggio ha una soglia bassissima per la curiosità.
Questo posto è gestito da una tedesca che ha sposato un siciliano. Da buona germanica la signora è una specie di tuttofare all’interno dell’azienda che oltre a produrre invitanti salse e marmellate al gusto di pistacchio, noci, olive…funge anche da ristoro per i passanti, grazie ad una serie di disordinati tavolini in legno che altro non fanno che stuzzicare l’appetito dei viandanti.
Reggiamo l’urto della fame e acquistiamo un barattolo di crema al pistacchio, ben decisi ad andare a vedere il fiume.
Il simpatico suocero siculo della tedesca ci fa posteggiare la moto dentro la sua proprietà e, grati di tanta cortesia, ci dirigiamo verso l’ingresso comunale delle gole (poco prima c’è un ingresso a pagamento, non fatevi fregare!).
La scalinata che scende alle gole del fiume Alcantara e ripida e suggestiva.
Affrontiamo i 226 gradini a strapiombo divertiti nonostante il gran caldo.
Man mano che scendiamo vediamo le genti che affollano il sito, ma non ce ne preoccupiamo.
La storia dice che gli Arabi, nel periodo che regnarono nell’isola, provarono a “coltivare” i coccodrilli da queste parti. Ma di questi rettili fortunatamente non v’è più presenza.
Arrivati in fondo alla scala, Zigomì aveva il problema di mettersi il costume e una casetta comunale sulla nostra destra nascondeva le grazie della mia adorata.
A me bastò un attimo per mettermi in abbigliamento estivo.
Questo fiume nel corso dei millenni ha scavato dei solchi profondissimi tra le rocce dell’ostinata pietra lavica.
Il bagno nelle sue gelide acque a 10 gradi non potevamo perderlo.
E mentre Zigomì congelava i suoi piedi in uno straziante pediluvio, io addolorai il mio corpo con un tuffo che per poco non mi costò una fatale congestione!
Ma se togli il brivido dell’esperienza ad un viaggio, togli quasi tutto!
Dopo esserci asciugati notammo un tizio che vendeva oggetti misti ad un angolo delle sponde.
Due bambine lo aiutavano, tra un bagno e l’altro.
Era il solito venditore-vagabondo che in me scatena sempre una irrefrenabile voglia di sapere.
”Ciao, molto belli i tuoi oggetti. Sei di qua?- chiesi.
”Sono del mondo- rispose-, ma comunque vivo a Castiglione di Sicilia, quando non vado in India da Sai Baba. Molti di questi oggetti provengono da la…”

Io comprai un portachiavi che proveniva “da la” e che da quel momento gratificai ad apripista della mia moto e Zigomì un cappellino che immediatamente usò per coprirsi dalla calura.
Ripartimmo fretolosamente con il cielo che sembrava minacciare cattivo tempo.
Passammo da Francavilla di Sicilia e da la seguimmo le indicazioni per Novara di Sicilia, percorrendo una strada lunga 27 chilometri e che si sarebbe rivelata una delle più suggestive del viaggio: la Statale 185.

 

 

 

 

10

 

Il tempo in lontananza non lasciava prevedere nulla di buono. La strada inizialmente scendeva a valle dove il fiume, che è un insignificante affluente dell’Alcantara, in questo tratto ha un regime torrentizio. Siamo a circa 300 metri sul livello del mare e la strada prima di arrivare a Novara di Sicilia toccherà il suo punto più alto a Portella Mandrazzi a 1125 metri.
Il paesaggio incomincia a nobilitarsi man mano che si sale di quota e la valle sottostante è un panorama struggente. Siamo nei Monti Peloritani uno dei quattro grandi rilievi dell’isola, ma forse il meno turistico.
Una serie di curve sono la più classica delle indicazioni che ci stiamo arrampicando in montagna. Un bosco di Eucalipts sulla nostra sinistra e un ennesimo ponticello fanno da splendide comparse all’itinerario.
Il silenzio della zona e le minacciose nuvole preoccupano Zigomì mentre io “mi parlo” con il registratorino utile arnese per le perdute memorie…
La vallata ai nostri fianchi è protetta in diversi tratti da filo spinato, e qua e la qualche scaletta in legno permette il passaggio nella riserva.
Spesso la strada incontra, man mano che si sale, strapiombi particolarmente suggestivi.
Qualche capretta, mucche e cavalli si godono la loro libertà.
Abbiamo percorso 12 chilometri dal bivio e le prime gocce d’acqua decidono che è venuta l’ora: l’ora di bagnarci.
Un curioso gruppo di case abbandonate affacciate sulla valle potrebbero essere il rifugio per un bivacco notturno. Chissà cosa ha fermato la loro costruzione…
Dopo appena un chilometro la salita finisce ed inizia il bosco.
Siamo abbastanza alti di quota e i paletti indicatori dell’altezza della neve ce lo confermano. Da qua in poi la pioggia è resa meno fastidiosa dalle fronde dei lussureggianti alberi: querce, pini, castagni che metro dopo metro si infoltiscono sempre più.
Un’inquietante nebbia, che poi avremmo saputo che è una presenza costante in queste zone, in verità mi fa ricordare al bosco di Peter Pan, ma di gnomi e folletti neanche l’ombra.
La montagna ha un fascino immediato rispetto al mare e ancora oggi non so rispondere a me stesso sulla preferenza di queste due zone di vita. Mi piace il piacere del sole e la quiete della natura, mi piace pescare e ingozzarmi di cibo e di vino in trattorie d’alta quota, mi piace indossare meno abiti possibili e fumare un buon sigaro sulle “sponde” di un camino.
La donna mi piace in entrambe le situazioni…

 

Un’indicazione ci segnala che siamo sul punto più alto del tragitto: “Portella Mandrazzi, quota 1125 mt sul livello del mare”.
Da qua in poi inizia la discesa verso Novara di Sicilia con il bosco che continua a scortarci. C’e’ anche un’area attrezzata con tavolini e sedie in legno pronte ad accogliere truppe di “picnisti”, ma visto che siamo sforniti di panini e ciambelle proseguiamo allegramente sotto la pioggia che sfida il nostro buon umore facendosi più forte: povera illusa che ne sa lei quanto “tanto” ci vuole per rovinare la vacanza a chi non la programma!

 

11

 

Ed ecco che all’orizzonte, arrampicata come molti dei paesini siculi ai fianchi della montagna, appare Novara di Sicilia. Sembra che da queste parti abbiano una certa predisposizione per costruire le case in equilibrio con le vertigini.
Ripeto che sembra più probabile che la montagna si sia formata dopo!
Ma questa è un’idiozia, sensazione che spesso accompagna i miei pensieri.
Le case hanno un’altra particolarità: alcuni enormi massi sono appoggiati sui loro tetti. Il vento da queste parti non deve essere adatto a far volare gli arcobaleni!
La Sicilia ci regalerà nel corso del viaggio una diversa cromaticità architettonica da zona a zona.
Qua le abitazioni sono rivestite esternamente da una pietra bianca ma non bianchissima (come sarà da altre parti).
Novara è un sogno, perché oltre ad essere obiettivamente gradevole così romantica al confine tra i Nebrodi ed i Peloritani, e così sobria nelle sua urbanistica, ha diverse “cose” che ricordano il passato.
E’ sempre delizioso il gusto antico, sempre quiescente nell’animo umano il piacere del ricordo.
Entriamo in un bar che di moderno ha solo l’età del barista; molti di questi Bar di paese sono datati e lo sguardo no sa dove andare prima. Il legno e gli specchi sono sempre presenti in questi monili della nonna, insieme a qualche immancabile insegna di liquori di 50 anni fa che non si sa come mai in questi paesini non manca mai, quasi a pensare che gliele fanno apposta (idiozia…).
Il salottino non manca mai, sia semplice nella stessa sala principale o in una stanza a vista vicina o, nei ristori più chic, in un soppalco. Qua è nella stessa sala da caffè e le sedie sono in ferro con la seduta in fili di plastica colorata. I tavolini sono anch’essi in ferro e sempre occupati da almeno un vecchietto che fa di questa struttura o comunque di qualunque altra che sia gratis, la sua seconda casa, ma in cui regna con la stessa astuzia.
Dietro il banconista, in un angolo delle mensole che espongono liquori o bicchieri, un mazzo di carte siciliane non manca mai. Qualche audace espone anche un mazzo di carte da poker, per i figli dei primi.
Il sapore di “un tempo che fu” si concretizza nell’immancabile saletta da gioco a cui solitamente si accede da un’anonima ma frequentatissima porta.
Entriamo e non sfuggiamo lo sguardo simultaneo di tutti gli occupanti, signori dalla mezza età in su che si sfidano in interminabili partite di carte il cui premio finale è spesso l’onore. C’e’ spesso anche un calcetto (tavolo delle dimensioni di 2 metri per 1 che simula il gioco del calcio.I giocatori sono 11 figuri di ferro per lato, mossi da due bacchette. Si inserisce una monetina che fa uscire 10 palline da sotto. Se ne prende una per volta e chi fa più gol, non perde…).
Prendiamo una granita ed usciamo allegramente con la pioggia che sembra rallentare la sua forza, passeggiando per le vie di Novara di Sicilia.
Arriviamo in Piazza Duomo che nonostante l’altisonante nome è piccola e senza presenza umana. Anzi, mi correggo, una anziana signora con la borsa in testa si dirige verso un vicolo. Sorridiamo e una casa con una bellissima terrazza ricca di fiori e di nobile aspetto accanto all’insegna di un’osteria sono l’unica nota di un tranquillissimo pomeriggio siciliano.
Nei primi anni del 1900 Novara era il passaggio obbligato dei viandanti che valicavano la dorsale Peloritana per dirigersi verso la costa._
Qua i Normanni eressero un castello che non c’è più e noi verso le 17 di un pomeriggio di viaggio decidiamo che è il momento di ripartire.

 

 



 

12

 

La strada che esce da Novara e va verso il mare ci permette di capire meglio l’ubicazione del sito appena lasciato. Una profonda valle incisa dai Fiumi Mazzarà e Novara separa due monti. Così per raggiungere l’altra parte della montagna bisogna fare il giro scendendo a valle. Il panorama dei paesini dall’altro lato della dorsale accompagna questa nostra discesa tutta curve ma di piacevole viabilità. Passiamo da Mazzarrà Sant’Andrea famosa per i suoi vivai, intelligente specializzazione di un paesino altrimenti anonimo, e dopo aver oltrepassato il ponte sul fiume asciugato, prendiamo il versante opposto a quello dove eravamo prima.
La salita è come la discesa precedente solo che è al contrario e dall’altra parte.
Passiamo da Basicò, altro paesino di poche anime e con pochi giovani e dopo una serie di curve arriviamo a Montalbano Elicona in bellissima posizione a 920 metri sul livello del mare, dove il comune ci aveva messo a disposizione la consulenza di un cultore del posto, tale vigile urbano Ruggeri.
A Montalbano arriviamo in ritardo rispetto all’orario preventivato e il nostro cicerone dopo averci aspettato in Piazza dove avevamo appuntamento deve essersi giustamente stufato e quindi non lo troviamo. Ma una signora uscita dal comune situato su un lato della Piazza ci conforta dicendoci che da li a poco sarebbe ritornato nella speranza di trovarci.
La Piazza è molto bella e molto grande: Piazza Umberto I oltre alla chiesa ed al municipio presenta, tra queste due strutture, qualcosa che mi vince e verso la quale ci dirigiamo.
Guardo attraverso le vetrate…

 

13

 

La “Società Operaia di Mutuo Soccorso” di Montalbano Elicona è un circolo nato nel 1869 e che conserva una struttura nobiliare anni ’60, adatta per una di quelle scene cinematografiche vecchio stampo.
Entriamo sfacciatamente. Un soppalco nasconde un “giocattolo” e non resisto, chiedo di andarlo a vedere e mi viene acconsentito.
Attraverso una scalinata interna arrivo alla sala da biliardo con tanto di minibar e romantico balconcino sulla sala sottostante.
Quando scendiamo un elegantissimo e profumatissimo signorotto di terza età si avvicina a noi e si presenta: “ Buongiorno, Rapità Nicolò con l’accento sulla a e sulla o. Sono il vicepresidente del circolo”
” Piacere, Giovanni Vallone e senza accento. Sto scrivendo un libro sulla Sicilia e sono capitato da queste parti. Splendido questo posto”
” Prego, accomodatevi in segreteria. Vi illustro la nostra associazione”
La segreteria era una piccola stanza alle quale si accedeva passando dietro il salotto dell’associazione che aveva un gigantesco e poco intonato televisore a colori di fronte le poltrone. Ma il progresso non deve fermarsi…
Ci fornisce lo statuto della società del 1966 e quello più recente del ’99.
Recita l’art. 3: “la Società Operaia è apolitica e non ha altra cura che il bene dei soci, per i quali si propone i seguenti fini:
1) il buon impiego delle ore libere di lavoro
2) il perfezionamento intellettuale e professionale
3) la solidarietà morale e la concordia sociale

La società mira a raggiungere i suoi fini con iniziative atte a suscitare nei soci la tendenza al bene, l’amore per il lavoro, il culto della famiglia; in base poi al principio che l’informa essa viene incontro con sussidi in danaro ai soci bisognosi temporaneamente inabili al lavoro, come previsto in apposita parte del presente statuto”.

 

“ Quando un socio muore noi abbassiamo le saracinesche a lutto e qualunque attività ludica è temporaneamente sospesa” – ci dice il simpatico vice presidente.
Poi ci mostra il libro soci con tutti gli iscritti dal primo giorno e mentre sfoglia bisbiglia: “Questo è moroso, dobbiamo dissociarlo…”
Nel frattempo un signore sui quarant’anni fa il suo ingresso nella sala: “Posso esservi utile in qualcosa?”, ci chiede.
“Il Signor Rapità ci sta illustrando…”
 “Questa era una società di massoni - ci interrompe subito il nuovo arrivato -  (Riporto la descrizione di un sito di questa organizzazione, la massoneria per l’appunto:
Siamo persone comuni, senza velleità particolari, al di la di ciò che la convinzione collettiva vuole. Studiamo l'uomo, i suoi difetti e i suoi pregi, cerchiamo di conoscere la Verità su ogni argomento, difendiamo la verità e le pari opportunità, difendiamo sempre la giustizia (quella vera) e "lavoriamo" sotto tre insegne: Libertà, Uguaglianza e Fratellanza. Dalle nostre logge è bandito il classismo (sub-cultura presente in molte altre istituzioni), che non fa certo parte delle nostre logiche di miglioramento dell'Uomo, convinti anzi che lo offenda, sempre e comunque. Ecco chi è il Massone)
”Questa associazione ha il precipuo compito di dopolavoro e di assistenza alle famiglie dei lavoratori associati in caso di bisogno, anche se oggi questo carattere solidale si è andato smarrendo”
”Capisco. In verità mi sembrava più un circolo nobiliare…”
”Lo è anche – continuo il nostro interlocutore - . Una volta gli uomini per frequentarlo dovevano indossare i guanti bianchi e le donne l’abito lungo”
Nicola Palazzolo era fiero nel racconto delle vicende e devo dire anche gradevole.
”Vorrei farmi socio se è possibile…”
E qua il simpatico vice-presidente riprese il sopravvento estraendo lentamente dalla vetrina un modulo d’iscrizione e dopo averlo poggiato sul tavolo mi pregò di compilarlo.
Il più giovane Palazzolo mi strizzò l’occhio dicendomi: “E’ una prassi a cui tengono. Pigliano informazioni e…”
”Si capisco…d’altronde è giusto sia così”
Nicolo’ Rapità, il “biaccentato” dopo aver ripreso il modulo compilato e firmato, levò lo sguardo verso di me e con un tono distensivo ed una pacca di stima, mi disse: “Non si preoccupi. Andrà tutto bene!”

 

14

 

Vi devo raccontare una cosa, e cioè la mia esperienza con lo specchio.
Ogni tanto mi capita di farla e ogni volta sfuggo la sua fine!
Mi guardo allo specchio profondamente e intimamente e poi succede una cosa straordinaria: non mi riconosco più, e come se l’immagine di fronte a me si materializzasse in un’altra persona che più guardo e più mi sembra minacciosa, più scruto e più ne perdo il controllo fino a quando mi vince e mi costringe ad abbassare lo sguardo!
Lentamente perdo il potere sull’obiettività, prevarica una sensazione suggestiva che una volta che perde i contorni della logicità si trasforma in una personalità ben forte e distinta.
Sono sicuro che in un determinato momento io agisco in maniera diversa rispetto al mio riflesso!
Ma, fortunatamente, non ne sono sicurissimo.

 

 

15

 

All’uscita del circolo in piazza trovammo il vigile Ruggeri.
Riconoscere un turista è come distinguere un bue da una formica.
”Salve. Un po’ in ritardo…”
”Beh…il cattivo tempo, un po’ di sonnolenza…e non so più che stupidaggine dire!”
Finì in una gran risata e salimmo a bordo della sua macchina per fare il giro del cenntro storico di Montalbano Elicona.
Un po’ sopra la piazza la strada immette ad una porta d’ingresso dell’antica cinta muraria che culmina nel prestigioso castello di età Aragonese (anno 1300).

È circondato da vicoli medievali, che aggrovigliandosi in continui saliscendi danno un'atmosfera molto suggestiva.
A bordo della sua Panda Fiat ci destreggiavamo tra quei vicoli come cavalieri medievali di rinomata fama.
Posteggiammo vicino ad una chiesa di quel labirinto trecentesco e ci incamminammo a piedi seguendo il nostro amico che anche a corto di fiato tra quelle degradanti viuzze, non rinunciava alla sua sigaretta.
Il posto è da 10 e lode.
Ancora una volta io e Zigomì abbiamo pensato di trasferirci in un nuovo posto.
Qua le case costavano veramente poco (circa 15.000 €) e il posto era dei più rilassanti.
Giravamo da un angolo all’altro salutando questo e quello; mentre alcune signore riconoscendo il vigile urbano, rimbrottarono quasi all’unisono: “Ci deve dire al Sindaco che qua le fogne non funzionano…”

 

La passeggiata tra i vicoletti della vecchia città si rivelò incantevole e culminò nel castello, dove di li a poco si sarebbe tenuta una rappresentazione di non ricordo chi…
Artisti di una compagnia provavano le loro scene e i loro abiti mentre noi passegiavamo tra la fortezza.
Ruggeri ci fece fare un giro della cinta muraria della fortezza a cui si accedeva attraverso un passaggio “rischia-vita” !
Lo strapiombo non ci fermò ma il nostro amico ci assicurò che da li a poco il comune avrebbe sistemato il passaggio.
Quindi ritornammo nella piazza del paese, salutandoci affettuosamente e con il nostro cicerone che accese l’ennesima sigaretta.
Quella notte alloggiammo all’Hotel Roma, che oltre ad aver un bassissimo costo era pure pulito e confortevole, anche se no aveva garage.
Scaricammo i bagagli dalla moto ed un signore che gia sapeva tutto di noi ci assicurò che il nostro mezzo poteva tranquillamente restare posteggiato in piazza e che nessuno lo avrebbe disturbato.
Questo è un posto tranquillo, amici…”
Dopo una salutare doccia, scendemmo dalla stanza ed andammo a cenare nel ristorante confinante l’albergo e che fungeva anche da bar.
Era molto bello, ancor di più per il prezzo modico.
Fù una gran cena, come tutte quelle di cui ci deliziamo ogni volta che partiamo.
Una giornata a scorribandare ci mette sempre un grande appetito.
Divoriamo tutto ed andiamo a letto mentre i teatranti ci rimpiazzano in una simbolica staffetta di nuovi arrivati.
I vecchietti che chiacchieravano nella “zona delfino” dove batteva l’ombra alle spalle della chiesa, erano gia a dormire.
Il balcone della camera da sulla piazza e mentre Zigomì si delizia tra il morbido materasso, io siedo sul piccolo terrazzino, stanco ma ancora non sazio.
Scendo nuovamente al ristoro e compro due granite al limone ed una bottiglia d’acqua mentre i teatranti divorano bicchieri d’alcool ai tavolini del bar.
Ancora lunga vita ai viaggiatori…

 

Capitolo 1

 

Capitolo 2

 

Capitolo 3

 

Capitolo 4

 

Capitolo 5

 

Capitolo 6

 

Capitolo 7

 

Capitolo 8

 

Capitolo 9

 

Capitolo 10

 

Capitolo 11

 

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CAPITOLO SECONDO

 

 

 

Randazzo – I Siciliani - Ucria - Floresta

 

1

 

Di buon’ora riprendemmo la nostra marcia.
Sono le 10 di un mattino ancora nebuloso.
Dopo aver fatto un’abbondante colazione partimmo alla volta di Randazzo.
Questo centro costruito quasi interamente in pietra lavica, ha conservato in gran parte il suo aspetto medievale, essendo stato sempre risparmiato dal vulcano pur essendo il centro più vicino al cratere (15 km).
Avevamo un appuntamento con la Signora Vagliasindi, discendente di una nobile famiglia del luogo.
La trovammo all’ingresso del Museo Etnografico “Vagliasindi” in onore di un suo antenato che mentre probabilmente stava piantando agrumi o viti nel suo terreno scoprì un tesoro archeologico di notevoli proporzioni.
Alba Vagliasindi era una donna che in età giovanile deve avere frantumato diversi cuori. Mario, il suo compagno, è un illustre vulcanologo del luogo.
I due sembrano sempre sul punto di beccarsi ma fortunatamente questo non avviene in nostra presenza.
La signora è deliziosa nella descrizione della storia della sua famiglia e del  museo. Il suo compagno ci rammenta che i Vagliasindi erano una stirpe di matti e che nel loro castello furono ritrovate prigioni in cui i poveri condannati entravano inarcati, talmente erano basse.
La signora smentisce e fortunatamente la diatriba finisce li.
Ritorniamo al punto di partenza: siamo al museo “Vagliasindi” dove l’antenato della simpatica Alba mentre faceva non si sa che nel suo immenso giardino, si ritrovò a portare alla luce splendidi oggetti dell’età neolitica ed oltre..
Tra questi spicca un oinochoe , vaso attico a figure rosse del V° sec. A.c. raffigurante il mito di Fineo liberao dalle Arpie (femmine malvagie) per opera dei Boreadi.
Le altre stanze del museo conservano splendidi ritrovamenti dei tempi antichi.
La curiosità sta nel fatto che a quanto pare questi ritrovamenti furono saccheggiati e ritrovati per ben due volte!
Vi è pure una raccolta di monete in bronzo e oro dal periodo greco a quello medievale.

Andammo via da Randazzo e ci dirigemmo verso Floresta passando da Santa Domenica di Vittoria paesino in cui la pace, tanto ricercata nelle metropoli, da queste parti rischiava di diventare una maledizione.
La statale 116 in questo tratto è una linea immaginaria che divide i Peloritani a destra dai Nebrodi a sinistra. Una volta queste due catene montuose andavano sotto lo stesso nome di Nebrodici.
Ventuno sono i comuni ricadenti nel parco di cui alcuni a ridosso del mare, e sempre tra i 25 e i 1175 metri di altitudine.
I viaggiatori che hanno scritto della Sicilia sono quasi sempre passati in treno da queste parti, noi in moto, nel futuro sulle “razzomacchine”?
Fauna e flora nobilitano questo splendido polmone verde siciliano.
Con l’altitudine si succedono diversi tipi di vegetazione: mentre nelle zone costiere abbondano le classiche specie mediterranee (agrumi), nelle zone collinari compaiono olivi, viti e noccioli.
Nelle zone d’alta quota è un rincorrersi di boschi tra cui primeggia quasi sempre il bellissimo faggio e poi querce, lecci, tassi a cui fanno da contorno le sottoboschive roverelle, agrifogli e rose canine. Il tutto da un senso di quiete che sicuramente dovevano avere anche riscontrato i vari popoli che qua si sono succeduti a partire dai Neolitici che tra queste selve trovarono riparo e selvaggina.
Siamo immersi sino all’ultimo sospiro nella quiete del bosco. Ampie vallate ospitano splendidi cavalli dala criniera nera e grossi ovini che sembrano oziare dalla mattina alla sera. Siamo costantemente sopra i mille metri di altezza e le maniche corte sono un lontano ricordo.
La montagna soprattutto quando è silenziosa come in questo caso, è per me sempre il preludio di qualche tuffo al cuore: penso ai rumori delle nostre città, alle corse affannose per un centesimo in più, agli uomini che si credono superiori ad altri uomini, al dolore dell’emigrazione che ha ferito la dignità di quest’isola nel recente passato. E qua trovo la risposta a queste mie inquietudine.
Ma so anche che in questa sorta di irrequietezza trionfa il mio “io”.

 

2

 

Una delle caratteristiche del popolo siciliano e il suo bivaccare nelle piazze o in generale fuori casa.
Verso le prime ore del pomeriggio chi non ha niente di meglio da fare, esce per la strada e così la regione si trasforma in un immenso palcoscenico teatrale.
Le donne stanno per lo più appena fuori dall’uscio con le loro sedie a parlare con le “comari” (amiche di quartiere).
Gli uomini si riversano in piazza in compagnia degli altri uomini.
E chiacchierano al crepuscolo di uno splendido tramonto che da queste parti è un momento da vivere.
Sembra come se avessero bisogno l’un l’altro per farsi forza.
E’ proprio nei paesi dell’entroterra che si ha un quadro completo di questa popolo: soporifero ma sempre in allerta.

 


Tale Cicerone, illustre parlatore del I secolo A.C., aveva perfettamente individuato i caratteri distintivi di questo popolo che come allora oggi sono: l’intelligenza, la difidenza e l’umorismo.
Il siciliano è fervido, pronto alla dialettica e incisivo e profondo tanto quanto basta per assurgerlo alla dignità di intelligenza.
Ha imparato cromosomicamente a non fidarsi, vittima di promesse non mantenute iniziate con i Normanni (anno 1.000) e proseguite con l’annessione al regno italico.
Ha unito questi due lati caratteriali e ne ha forgiato l’umorismo, stile comportamentale attraverso il quale conduce le sue giornate.
E’ un popolo latente ma mai disteso…
E’ il siciliano un personaggio capace di tutto nel bene e nel male. L’eccesso è il filo conduttore della sua essenza.
Ma anch’egli ha il suo punto debole: la persuasione lo vince facilmente.
E’ credulone ma non stupido e si contenta di subire piuttosto che ferire.
Ma non costringetelo ad uscire gli artigli…
Odia essere spalle al muro!

 

3

 

Attraverso i lussureggianti Nebrodi e poco dopo un simpatico ristorante  montanaro, arrivammo a Floresta dove avremmo dovuto passar la notte e dove era in corso una festa di paese.
Floresta, con i suoi 1260 metri sul livello del mare, è il comune più alto della Sicilia.
I nasi rossi e la pelle rattrappita degli abitanti conferma il tutto.
Tra le bancarelle di venditori vari arrivammo al tabacchino dei fratelli Gorgone, nostri affittuari di casa, e dopo un saluto di breve commiato, ci dirigemmo ad Ucria per visitare il Museo Etnografico.

 

 

Ucria era in tormento per una curiosa moria di Vacche a causa di una mosca proveniente dall’Africa.
E da queste parti l’allevamento è una cosa molto seria.
Al museo etnografico ci aspetta una gentile ragazza che sembrava avere un registratore incorporato in gola, talmente era perfetta e senza sensazioni la sua descrizione delle antiche usanze siciliane.
Ci dice “ i proverbi erano la saggezzza di “allora” che se oggi uno li mettesse in un libro…”
Poi: “ ai tempi le persone avevano una manualità particolare grazie alla quale facevano tutto…”
Ancora: “queste lavandaie prima dovevano fare il sapone con il grasso del maiale e poi…”
Inoltre: “non potete fare foto…”
E senza fine: “le donne prima di andare alla sorgente per lavare i panni li cospargevano di cenere e così, dopo averli lavati, gli indumenti diventavano bianchi…”
Quindi scappammo!

 

Ritornammo a Floresta verso le 6 di pomeriggio.
Alloggiavamo presso una stanza dei fratelli Gorgone, proprietari di un tabaccaio del paese come detto poc’anzi.
Entrambi i nostri amici erano bene in carne e di modi veloci, ma io so bene che per entrare nei cuori dei siciliani basta semplicemente un po di considerazione.
La diffidenza è l’arma più comune che la gente di questa isola usa con lo straniero.
Ma è fittizia e si squaglia come neve al sole.
Quindi mi basta buttare un po di calore…
Il quadretto che si viene a creare è di quegli che a me piacciono sempre, ed in cui la mia personalità conferma il suo aspetto contrastante, così schiva nella consuetudine tanto quanto invadente nella “novità”!
E questo il percorso da seguire in Sicilia: l’invadenza è sempre premiata in questa terra, perché è il viatico della considerazione. La discrezione, questo popolo, ancora la deve capire…
Vi spiego meglio dove ci troviamo: in una via del corso principale di un paese di pochissime anime c’è’ un tabaccaio dei fratelli Gorgone. Questo esercizio è dentro la loro casa nel piano più basso ed attaccato al salotto-cucina della casa.
Al secondo piano ci sono tre stanze che fungono da abitazione dei 2 fratelli mentre al terzo piano le stesse camere servono per ospitalità turistica.
La cifra del pernotto è irrisoria: appena 10 euro a persona!
Dopo aver preso possesso della camera e mentre Zigomì dava “ascolto” ai giusti preparativi femminili, scesi al pian terreno, altrimenti da me ribattezzato: “tabacchino-salotto-cucina”.
Mi accomodai in quella stanza che faceva della semplicità il suo elemento trainante. Un tavolino con 6 sedie, un televisore su uno scarno mobiletto di fronte a noi, giornali in un angolo a casaccio, una credenza con qualche bicchiere e su cui erano appoggiate bottiglie di alcolici.
Appoggiato ad un lato della stanza,c’era un divano che più che per l’ospite sembrava per l’indesiderato, tanto era avulso e sproporzionato rispetto non solo agli altri mobili, ma in generale in un criterio di geometria architettonica.
L’essenziale queste persone lo usano però non solo nell’arredamento che per i cittadini è invece spesso un criterio vanitoso più che oggettivamente di comodità personale.
Parlare con loro mi ha immediatamente abbattuto quella sorta di muro di “sfida” che spesso contraddistingue gli incontri di uomini che hanno “letto il giornale una volta nella vita” !
Iniziò così una chiacchierata con i miei nuovi amici…
Parlammo di come passavano le giornate nel loro paese e chiaramente non era una gran festa soprattutto per due giovani come loro.
Mi dissero però che in appena quaranta minuti erano a Taormina e in neanche 1 ora a Catania. E questo mi disarma e mi fa ricordare la famosa teoria di Einstein che più che scientifica (che non l’ha capita nessuno!) e filosofica e condiziona le giornate del mondo intero.
E’ veramente tutto relativo!
D’altronde un catanese per raggiungere Taormina impiega 10 minuti in meno. Ed hai vogliadi fargli notare che non sono i pochi minuti in meno la differenza ma un certa vivacità paesaggistica che ti accompagna più velocemente verso la meta.
” Ma vuoi mettere il traffico! Qua arriviamo e torniamo senza incontrare una macchina!”
A quel punto rischio di passare giustamente per deficiente, e saggiamente decido di annuire.


”Abbiamo una gran fame…Dove potremmo andare a mangiare?”
”Ci sono delle trattorie un po più avanti a base di cose genuine…Ma beviamoci un po di vino …che per la verità è la fine della bottiglia e forse ci sono un po di reisidui…Ma è buono in ugual maniera. Se vuoi, comunque apriamo una bottiglia nuova.”, disse il nostro padrone di casa mentre in quel momento il fratello appena giunto si unì alla tavola.
Bevemmo quel residuo e metà della nuova bottiglia.
Sentivo chiaramente che la diffidenza con la quale eravamo stati accolti si stava trasformando in genuina compagnia.
E come se si materializzasse una conquista e quindi questa nuova situazione da piacere.
Questa terra regala continuamente questi momenti struggenti.
Scende anche Zigomì che inosservata non passa mai!
Ma i miei amici guardano la “femmina” con finto distacco.
Abbiamo una chiarissima fame.
I fratelli Gorgone si propongono per accompagnarci e riprenderci all’uscita del ristorante.
Oramai la loro diffidenza si era trasformata in accoglienza.
Pago del successo gli salutai e andai con la mia dolce compagna alla volta del “cibo”, che si materializzò in un invitante ristorante a 3 chilometri dall’alloggio.
Salvatore Gorgone prima di andarcene disse: “là mangiate sola roba genuina…diciamo… maccheroni al ragù, castrato, maiale…”
Mangiammo alla “Baracca Rocca San Marco” 3-4 chilometri dopo il nostro alloggio e sempre sulla stessa strada direzione Ucria.
Per arrivarci dovemmo uscire dal paese e camminare al buio tra i monti di un posto sconosciuto ma rassicurante.
In piena curva si presentava il nostro ristoro che anche al cospetto delle tenebre notturne, lasciava immaginare la bellezza del parco in cui era inserito.
Il proprietario di cui maledettamente non ricordo il nome si dimostrò gentile e chiacchierano tanto quanto il garzone che si propose per farci vedere il suo paesino, Ucria, il giorno seguente se l’avessimo voluto.
Fu una cena da gran evento.
E lo fu anche la notte…

 

 

Capitolo 1

 

Capitolo 2

 

Capitolo 3

 

Capitolo 4

 

Capitolo 5

 

Capitolo 6

 

Capitolo 7

 

Capitolo 8

 

Capitolo 9

 

Capitolo 10

 

Capitolo 11

 

Capitolo 12

 

Capitolo 13

 

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CAPITOLO TERZO

 

 

 

Un’escursione sui Nebrodi – Tindari  – San Marco d’Alunzio – La chiesa cristiana

 

1

 

Dormimmo benissimo grazie anche alla nostra “droga” serale: l’incenso, che accendiamo quasi sempre prima di prender sonno. Questo era al muschio verde.
Un leggero mal di testa mi ricorda le baldorie della notte precedente: roba da ragazzini indemoniati!
Dopo avere riposato il computer portatile nella sua custodia, avanzo di un misero tentativo di lavoro, e dopo essermi sciacquato la faccia e lavato i denti nell’arco dei miei soliti 3 minuti, ero gia pronto e sorridente ad affrontare la mia amica mattina.
Zigomì dice che dovrei dedicare maggior tempo alla cura del mio corpo. Il mio corpo non risponde…anzi rispondo io per lui: “Scendo sotto. Faccio un giretto e ti aspetto per la colazione”. Il suo sorriso di risposta mi allietò ulteriormente.

 

Appena sceso dalle scale uscii di casa passando dal tabacchino dei nostri affittuari che mi dissero: “Tutto bene, ieri?”
”Ho si…tutto bene. Forse anche troppo. Abbiamo fatto un po di baldoria rientrando…spero non avervi svegliato”
”Ohh! Fa niente. Doveva esserci qualcosa che vi ha fatto molto ridere…”, disse scherzosamente Franco Gorgone. E siccome avevamo decisamente alzato il volume della voce durante la notte, diceva pure il vero. Ma il modo ed il garbo con il quale mi rimproverò, me lo fece stare ancora più simpatico.
Uscii quindi per fare una passeggiata in paese.
Floresta fu fondato dagli Spagnoli nel 1600 circa ed è un piccolo centro di neanche 800 anime!
Mi bastarono 20 minuti per girarlo praticamente tutto.
Vidi delle persone che lavoravano le pietre che lastricavano una via laterale, una signora che seminava l’orto, una donna anziana che saliva lentamente con la busta della spesa attraverso la ripida via di casa. Vidi una bettola con esposto un “Cavadduzzu”, formaggio del tipo caciocavallo con il tipico aspetto di cavallino.
Questo paesino che d’inverno “ospita” la neve, è comunque un laborioso centro di pecorai, tagliatori di legna e agricoltori.
Le case non hanno un bell’aspetto: eternit e cemento grezzo sono il materiale piu usato.
Solo alcune case presentano portali e stemmi in pietra arricchiti da rappresentazioni floreali e animali. Poco ferro battuto…
Ragazzi avvistati: 2!

 

Quando Zigomì scese, andammo a fare colazione in un bar che aveva già finito tutta la pasticceria del mattino. Ed erano appena le 9,30!

Andammo quindi alla delegazione dei Nebrodi dove acquistai un libro, dei fascicoli illustrativi, una cartina della montagna ed una maglietta souvenir.
Ora eravamo pronti…

 

2

 

Salutati i nostri amici lasciammo il paese in direzione di Ucria e dopo neanche 2 chilometri trovammo un’indicazione sulla sinistra in legno, indicante: “Portella Femmina Morta”. Era la nostra meta.
Questa è una strada che taglia in 2 i Nebrodi e che passa da diversi punti escursionistici: la prima parte della cosiddetta “Grande Dorsale dei Nebrodi”.
A quell’ora è frequentata, se così si può dire, dai pecorai Tortoriciani, che qua sono considerati quasi una setta
La tappa dell’escursione era il Lago Biviere di Cesarò a 20 chilometri circa, di cui i primi 7 erano a fondo stradale e i rimanenti su strada carrareccia. Ma l’esperienza era da fare.
Quando la strada asfaltata finisce, la solita indicazione “Portella Femmina Morta”, ci segnala che è giunta l’ora di stringere i denti.
Il percorso fu uno dei più bei ricordi che ci portiamo ancor oggi nelle memorie della nostra testolina.
Siamo a Porta Dagara a 1.430 m s.l.m. e incomincia una ripida salita che ci porta a Serra Pignataro a 1.610 m s.l.m..
Le braccia mi stanno cadendo a terra e decidiamo di fermarci a fumare una sigaretta. Ed io la mattina non fumo!
Questo amici miei è un posto dove nascondersi tutta la vita. Zigomì avvista un roditore che è troppo veloce per i miei riflessi.
”Sarebbe stato meglio a cavallo…”, gia se quel buon figlio…non si fosse ammalato!
Chiaramente ridiamo e sappiamo che ci stiamo divertendo da morire.
Penso alla cena di stasera e all’appetito che avremo dopo una giornata come questa.
Riprendiamo la marcia e ci addentriamo in un bosco che oscura il nostro passo come se fosse gia sera, mentre lontano da quelle fronde che si divorano il sole crescendo rigogliosissime, c’è una giornata da spiaggia.
Il Bosco di Mangalaviti (1.518 m s.l.m.) è una splendida faggeta che arrivati ad un certo punto regala emozionanti panorami sul mar Tirreno, dove in questo momento sta succedendo qualcosa che noi riusciamo a immaginare, ma chi è la sotto non può il contrario (delirante pensiero del momento).
Proseguiamo con la radura che ha preso il posto del bosco, ricca di Agrifoglie, rovi e rose canine.
Poi ancora il Bosco, la Faggeta di Scavioli e quindi la discesa fino al Biviere di Cesarò (1.278 m s.l.m.).
Ci sdraiamo in un prato a ridosso del Lago: all’orizzonte degli occhi i Faggi, ai tropici della mente i sogni!
Ci addormentiamo un attimo, almeno crediamo.
Si sentono i rumori della natura, che sono un assordante silenzio per l’animo.
In lontananza dei cavalli si abbeverano al lago, mentre noi nudi ci tuffiamo nelle confortanti acque lacustri.


Prendo il portatile e scrivo quanto avete letto in questo paragrafo…

 

 

 

3

 

Ritornammo dalla stessa strada e verso la fine deviammo per Tortorici, prendendo una carrozzabile che era si asfaltata ma che per circa 8 chilometri andava a strapiombo, era senza recinzione laterale ed era strettissima!
Tortorici fù una liberazione.
Adesso ci aspettava il mare che incontrammo scendendo a Brolo.
Da Brolo dovevamo andare a Tindari e questo lo realizzammo preferendo all’autostrada, la provinciale che costeggiava il mare.
Uh! Che meraviglia quella strada che lambiva il mare, così siciliana, così diversa da dove eravamo poco prima.
Stretta tra i declivi dei Peloritani a Sud ed il Mare limpido a Nord, i colori dei fiori delle case e l’azzurro cielo. E quale indelebile ricordo questa provinciale che ogni tanto si alza creando inaspettati precipizi mentre il panorama indica che c’è una prossima montagna da aggirare.
Ecco che ora siamo stretti tra le pareti di una cima e la piacevole melodia delle docili onde che giungono a riva.
Camminiamo come se fossimo in un carillon!

Giungiamo a un piccolo agglomerato di case, ed un’indicazione ci segnala: Tindari.

 

4

 

Tindari era una colonia greca fondata nel 396 a.c. da Dionisio I.
Oggi è una frazione a 280 m s.l.m. con circa 300 abitanti.
E’ un posto stupendo e meta  turistica privilegiata, perché all’interno di questa piccola borgata ci sono: un bellissimo santuario, un panorama mozzafiato, un teatro greco-romano a strapiombo sul mare, una vista sulle Eolie da cartolina, bar e ristoranti, viuzze e ambulanti!

In verità siamo qua per il Santuario che sorge sul punto più alto del sito, quella che forse anticamente doveva essere l’acropoli della città greca.
In questo santuario, ondate di pellegrini da mezza Europa, fanno il loro tour cristiano.
La particolarità sta nel fatto che la Madonna è nera!
Un po’ come trovare Manitù con gli occhi a mandorla…
Recita un opuscolo informativo: “…è un imponente edificio a croce latina con transetto e abside, e cupola impostata su alto tamburo all’incrocio dei bracci.”. L’opuscolo sarà informativo ma…
Più semplicemente, ma un’altra cosa rispetto alla precedente, io direi: “ Magnifica dimora di Dio cristiano, a tre navate divisa da colonne ottagonali in marmo. Sull’altare una statua della Madonna nera e dietro (la zona presbiterale) i mosaici raffiguranti la storia del santuario.
E questi mosaici sono da non perdere perché passo passo spiegano tutto, e cioè: nell’800 circa un gruppo di pescatori vede una cassa che arriva verso riva. Non appena il misterioso involucro giunge, lo aprono. E che ti trovano? La Madonna Nera! Senza batter ciglio addottarono la famosa teoria “Io intanto ci credo!”, e la venerarono. Qualcuno dovette obiettare sul colore della pelle, ma fu preso per cretino. Sette secoli dopo, nel 1544, Adriano Barbarossa saccheggiò Tindari ma risparmio l’immagine della madonnina (anche lui rimase di stucco!). E così la bruna Madonnina protegge i buoni cristiani a tutt’oggi”

Uscendo dal santuario ci affacciammo all’enorme balcone della Piazza. I cosiddetti laghetti di Tindari (insenature della spiaggia che ha formato dei recinti di acqua salata) rendono ancora più affascinante il tutto. A volte sembra proprio che la natura sa dove presentarsi!
Entriamo ad un bar, turisti tra turisti, e prendiamo una granita al limone.
Sono le 4 di pomeriggio e siamo stanchissimi. Visitiamo velocemente il teatro, che è una fotocopia di quello di Taormina e cioè, bellissimo.
In verità credo che sia molto diverso ma la stanchezza mi fa vedere le cose nella maniera più immediata:con lo sguardo, che è sicuramente sincero, ma quasi mai obiettivo.
Riprendemmo la bellissima statale 113, una delle più belle strade che abbia mai percorso.
Costeggiammo il mare per tutta la durata del tragitto, entrando a Capo d’Orlando, sempre via mare e seguendo il suo litorale con la montagna che ogni tanto ci stringeva all’acqua.
Dopo circa 50 chilometri rispetto al santuario prendemmo una deviazione per San Marco d’Alunzio dove avevo preso uno strano appuntamento…

 

 

5

 

San Marco d’Alunzio sorge su un acrocoro roccioso a 548 m s.l.m. e nel corso dei secoli è stato un vivace centro d’arte.
Di probabile età pre-ellenica fu comunque abitata dai discendenti di Omero tanto che all’ingresso del paese e subito visibile il “Tempio di Ercole”, piccolo santuario in onore del mito greco.
Ma noi avevamo fretta di arrivare all’alloggio, quantomeno per pulirci.
Quella notte l’avremmo passata in convento da Padre Emilio, il quale, avevo letto da qualche parte,  offriva ospitalità conventuale (a pagamento, s’intende).
Arrivammo ma lui non c’era. Ne approfittammo per girare il paesino.
La sorpresa fu piacevolissima perché inaspettata.
Con il suo aspetto tipicamente medievale aggraziato da una particolare pietra bianca, il centro di questo borgo di 2.000 anime, si sviluppa in un’intricata sequela di viuzze e saliscendi deliziosamente conservate.
Siamo in un picco di montagna esposto alla vallata, e le pietre anti-vento sui tetti delle case ce lo confermano.
Ne approfitto per tagliarmi i capelli in un salone del posto, mentre Zigomì sfoglia una rivista di queste da taglia capelli…
Il buon umore ritorna e prende il posto della stanchezza.
Entriamo in un negozietto dove una ragazza fa dal vivo lavorazioni in tela con la tessitrice. Io mi diverto a guardare questa operazione per noi curiosa ma per lei monotona.
Ci racconta che la moglie dell’ex sindaco aveva creato questa attività per la quale il paese stava diventando famoso.
La salutammo e proseguimmo.
Entrammo in una delle tantissime chiese di questo paese dove il solito prete pederasta recitava l’omelia.
Penso che se a questi servitori di Dio dessero l’opportunità di dare libero sfogo ai loro umani istinti, la finirebbero di molestare i ragazzini e potrebbero svolgere con meno remore il loro compito.
Ora è possibile che alle soglie della macchina che ci farà passeggiare nello spazio si ci sia rimbecilliti a tal punto da mantenere in piedi un’istituzione che segna la storia dell’umanità in maniera così palesemente violenta?
Si dice: per colpa di qualcuno ci vanno di mezzo tutti. Ma qua è esattamente il contrario: per merito di qualcuno ci stanno fregando tutti!
E’ invece questa dottrina, che splendide pagine della cultura e della poesia ha scritto (insieme a tante atrocità e brutture), macchiata da una spregevole omertà, che se in Sicilia è il braccio armato della mafia e, per i dipendenti del papa, il braccio armato della finta pace!
Poca vita a questo schifo…

 

 

 

6

 

Padre Emilio è un simpaticone.
Ha una risatina perforante, direi acuta, che crea subito un clima di armonia, da buon servitore di Dio cristiano.
” Le ho portato questo-, gli dico porgendogli il barattolo di crema di pistacchio preso alle gole dell’alcantara.
” Grazie. Cosè marmellata?”
”Non proprio, padre. E’ un condimento per pasta…pistacchio di Bronte…”
” Oh! Grazie…-con annessa risatina. “ Questa sera lo proverò di certo,”
E dopo averci recitato una specie di omelia riguardante i giovani e l’attività della chiesa bla bla bla…ci accompagnò alla nostra camera.

Era pulita e alla porta oltre al numero aveva una scritta profetica che adesso non ricordo.
La fame ci aveva ridotti all’abbrutimento e dopo una veloce pulizia eravamo di nuovo in moto, lupi tra gli esseri umani…

 

Mangiammo al ristorante “Il Cavallino”, animale di cui la macchina Ferrari ne ha fatto lo stemma e di cui la padrona andava matta.
Il marito, un omone la cui apparenza incuteva rispetto, fu ridotto a agnellino non appena confessò che il locale era tutto opera di sua moglie.
La trattoria aveva foto do corridori e modellini di macchinette un po ovunque e il colore rosso appariva qua e la!
La signora era cordiale e ci disse che la mattina lavorava a casa la tela, come tante altre donne del paese, per il negozio che avevamo visto oggi.
Ordinammo, dietro prezioso suggerimento della proprietaria: “caserecci salsiccia e funghi”, “pasta al tegamino”, “arrosti misti di carne”, vino.
Mangiammo divinamente, anche se vista la nostra soglia di appetito non potremmo giudicare.
Ma vi prego di credermi. Andate a mangiare da questi simpatici amici, siciliani pigroni!

 

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CAPITOLO QUARTO

 

 

 

Santo Stefano di Camastra – La Ceramica - Cefalù – Giblmanna – Polizzi Generosa – Madonie - Petralia Soprana

 

1

 

Svegliarsi in un monastero è una sensazione piacevole.
Sai che la fuori tutto scorre sereno.
Il convento ospita una simpatica truppa di boy-scout che sin dalle prime ore del mattino intonava i suoi canti corali accompagnati da un’impercettibile chitarra.
Esco come al solito prima di Zigomì e passeggio tra i bei giardini del convento.
Poi mi intrufolo tra i suoi corridoi e sento odori di mensa, che non so spiegare…direi cibo sempre uguale…
Salgo da un lato scendo dall’altro, sento persone parlare ma non vedo nessuno.
Mi piace aggirarmi misterioso tra queste grandi e serene strutture.
So gia cosa dirò se mi dovesse incrociare qualcuno: “Descriverò questo posto nel mio libro. E’ incantevole!”.
Entro nella biblioteca della struttura, così semplice nella sua sala di lettura composta da metallici banchi scolastici.
Rubo due libri!
In uno c’è scritto: “Quando il silenzio parla la vita si trasforma…”
Giustifico il malfatto promettendo una conversione.
Ma forse ho solo sognato!

 

Ce ne andiamo dopo aver lasciato un’offerta irrisoria al gentile Padre Emilio.
Cerchiamo una banca per prelevare denaro, ma San Marco d’Alunzio non ha di questi servizi (nota per il viaggiatore)
Facciamo colazione in un Bar del paesino e ripartiamo riprendendo la bellissima statale 113 direzione Cefalù.
La moto va che è una meraviglia.
Passiamo da Santo Stefano di Camastra, meta obbligata per i compratori di pezzi in ceramica.
Oltre a delle gradevoli composizioni in ceramica nelle strade del paesino, incontriamo dei negozi di questa pietra lungo la statale e ci fermiamo ad uno di essi.
I Siciliani sono dei maestri in questo tipo di lavorazione un po’ come lo erano i loro antichissimi abitanti.
Colorate e stilizzate opere di questo tipo sono facile preda di avventori isolani e non.
Ce ne sono di tutte le forme e di tutti i tipi.
Dalle piccole mattonelle ideali per una parete o un tappeto, a quelle più grandi da pavimento.
Raffinati porta vivande e sontuose fioriere.
Tutte così vivacemente colorate e lavorate a mano opera di nobili artisti.
Il giallo, il verdino e l’azzurro mi sembrano i colori più usati.
Dei turisti tedeschi comprano delle tazzine di caffè interamente decorate. Una trinacria, mostro mitologico simbolo dell’isola, è il piacere di una coppia di francesi.
Noi siamo attratti da un bellissimo tavolo rotondo che porta come disegno una scena dell’opera dei pupi e che poggia su un’intarsiata bse in ferro battuto.
Ma in moto…
Un po’ dovunque si lavora e si vende quest’arte.
Alcune case presentano balconi le cui pareti sono interamente rivestite di ceramiche tutte diverse tra loro. E’ un gioco di colori e riflessi, perché queste lavorazioni sembrano emanare un luccichio perenne.
Una splendida “spaghettiera” (come chiamano da queste parti un contenitore per pasta), e finemente disegnata: un bordo arancione fa da sfondo ad un giardino fiorato color azzurro con al centro due uccellini in amore.
Posto che vai, maestri che trovi...

 

2

 

Tra ammalianti paesaggi che fendono questo tratto di Sicilia e con le Madonie a fare da contraltare al mare, giungiamo a Cefalù, una delle più rinomate località turistiche siciliane.
E ne ha motivo la bella cittadina.
E’ dominata da un’imponente roccia abitata anch’essa sin dai tempi preistorici.
Cefalù è adagiata sulle pendici occidentali di uno splendido promontorio.
Quanta gente in costume da bagno affolla le sue strade in questa splendida giornata di ottobre!
Posteggiamo la moto e passeggiamo tra le strette vie del paese che in qualche maniera ricordano la “kasbaah” degli arabi.
Un infinità di negozi per tutti i gusti rendono ancora più arabeggiante la struttura.
Un viaggiatore francese che si trovò da queste parti durante il suo viaggio fu turbato dalla visione di un giovane che nascondeva nello sguardo un aspetto maldestro. Era un brigante che di colpo si dileguò tra i monti…
Oggi vediamo solo tanta gente che giocosamente affolla le vie di questa città.
Siamo nel palermitano e l’accento tipico è inconfondibile.
Attraversando il Corso Ruggero arriviamo improvvisamente in Piazza Duomo, dove si staglia la cattedrale in posizione eccentrica con il magnifico fondale della scalinata e la facciata che si staglia sulla rocca!
Qual visione per il nostro viaggio!
Abbiamo fame e mangiamo un panino diviso in due per non rovinare il decantato momento serale.
Stiamo seduti sui marciapiedi a guardare passeggiare la gente, quindi ripartiamo alla volta della montagna.
Appena usciti da Cefalù seguiamo l’indicazione per il Santuario di Gibilmanna, apripista delle Madonie.
Arriviamo in un baleno a 800 m s.l.m..
C’è una vista fantastica in quest’altra casa di Dio ma il preposto è vittima dell’isteria (che Freud diceva era mancanza di sesso, come mi disse un amico prete), e dice che non ci può ospitare.
Sono le 17,00 e vogliamo arrivare prima che imbrunisca all’alloggio.
Passiamo da Scillato e ci dirigiamo verso Polizzi Generosa dove arriviamo alle 18,00.
Tutto questo mentre fendiamo il Parco delle Madonie, immaginaria prosecuzione Occidentale dei Monti Nebrodi.
Zigomì si abbraccia al mio corpo, e questo a me mi basta per proseguire allegro.
Di colpo ci ritroviamo immersi nella seraficità di un paesino di montagna.
Anche Polizzi Generosa è arroccata su un’altura arcigna e determinata.
Una circonvallazione ci fa aggirare il monto per poi immetterci nel centro abitato, sobrio ed elegante, tanto quanto piccolo e vivibile.
In un attimo è tutto cambiato.
Il mare e la mondanità lasciano il testimone alla natura e alla riflessione.
E’ un pò come il passaggio tra il vecchio e il nuovo.
E a noi cosa piace...?

 

3

 

Le Madonie sono l’altra grande riserva naturale della Sicilia.
Da queste parti rispetto ai Nebrodi, cambia l’ubicazione geografica che è un po’ più palermitana.
La sensazione che abbiamo diversa rispetto all’altra catena montuosa.
Le Madonie sembrano meno isolate, più, come dire…omogenee.
Ma forse è solo una stupidissima impressione.
Camminiamo in moto però, nella stessa lussureggiante vegetazione dei Nebrodi.
Il Parco delle Madonie ospita 15 comuni . E’ un immensa finestra sul Tirreno dove l’attività dei suoi abitanti è esclusivamente agricola.
Mentre passeggio mi viene in mente un bellissimo pensiero di Marcel Proust dedicato ai viaggiatori:”Il vero viaggio di scoperta non consiste nel cercare nuove terre, ma nell’avere nuovi occhi”.
Avverto questa piacevole curiosità nei miei spostamenti, anche quando due posti appaiono simili.
Due guardie forestali a cavallo ci sorridono e noi le salutiamo.
Salutiamo anche un gruppo di persone, uomini e donne, che riempiono bottiglie d’acqua presso una simpatica vasca in pietra ai lati della strada.
Un vecchietto si fa lentamente trasportare dal suo mulo ai bordi della carreggiata e continuiamo a passare tra i boschi intervallati da aree aperte che scoprono visioni lontane di montagna.
Passiamo da Piano Battaglia a 1.600 m s.l.m. che prende il nome da una furiosa scazzottata che ci fu tra Arabi e Normanni da queste parti.
E’ questa una piccola stazione sciistica immersa nel verde del parco.
L’aria incomincia a diventare sempre più fresca, ma noi continuiamo a sfidare la seriche tra poco incombe e che da queste parti può fare “paurina”!
Quanto è bella la natura…

 

 



 

4

 

Petralia Soprana è il comune più alto delle Madonie con i suoi 1.147 m s.l.m..
Da queste parti abitarono i Sicani (1.000 a.c.), quindi i Cartaginesi, i Romani, gli Arabi e i Normanni.
La struttura medievale del borgo è inconfondibile.
Arriviamo velocemente nella piazzetta principale del paese, Piazza del Popolo, che a quell’ora ospita i ragazzi che appena pettinati escono in cerca di nuove conquiste, uomini di mezza età dall’aspetto elegante, vigili urbani e vecchietti seduti !
Le strette viuzze medievali sono arricchite da fioriere nei balconi.
Non ci aspettavamo tanta bellezza. Fu per noi una piacevole sorpresa.
Un bar della piazza affittava camere e ci dirigiamo fiduciosi.
Il proprietario fumava dietro il bancone.
”Salve avete stanze libere ?”
”Chiamo mia moglie. Aspettate un attimo”, rispose con aria burbera.
Aspettammo giocando a calcetto dietro la stanza principale del bar. Zigomì vince 5 a 4, segnando su astuto contropiede il gol del tripudio!
La signora arrivò trafelatissima mentre il marito si rimise dietro il bancone accendendo l’ennesima sigaretta.
Ci diriggemmo al pernotto.
In quel bellissimo contesto di vicoli ed eleganti case siamo riusciti a beccare la più triste di loro.
”E’ l’unica che mi è rimasta…”
Una strettissima scala portava al piano superiore di una struttura con due stanze di cui una era affittata non so a chi.
Delusi, rinunciammo.
Andammo a rivolgerci al convento delle suore che affittavano stanze.
Un’arcigna “sorella” di Dio, dopo averci esaminato con quell’espressione di merda tipica delle zitelle o degli uomini che hanno raggiunto la promozione in ufficio l’ultimo anno prima della pensione, ci portò ai nostri appartamenti!
La stanza era pulita e grande.
Il prezzo era disonesto ma “grande”!
Iniziai un volontario e provocatorio siparietto con la “sposa” del Signore, contrattando sul prezzo.
”Sorella lei che è buona sicuramente ci farà uno sconto. Altrimenti non ci bastano più i soldi per le vacanze…”
”Non posso…assolutamente. D’altronde le spese ci sono…”
”Ma la signora del bar ci aveva fatto un prezzo più basso…”
”E perché non se ne va la…”, aggiunse giustamente la finta-fessa.
”Perché non ci piaceva. E comunque l’altra sera abbiamo dormito in convento e il pagamento era un’offerta libera…Mi sembra onesta quella proposta”
”Senta…Non può essere. Io mi sono informata con gli altri conventi e tutti fanno questo prezzo. 15 euro a persona!”
Sti’ fetenti si sono organizzati!

 

5

 

Come al solito vinse la chiesa.
Accettammo la proposta ma quantomeno la brutta cattivona ci concesse di tornare mezzora oltre la mezzanotte.
Dopo una fresca doccia ci incamminammo per le vie della bella Petralia, la cui illuminazione notturna con i suoi romantici lampioncini in ferro battuto sembrava riportarla ai tempi dei Normanni.
Le strade in pietra e la serenità del suo popolo che in questo periodo triplica per la presenza di tantissimi turisti isolani in prevalenza, ci accompagnarono al ristorante.
Mangiammo alla romana e tornammo volutamente all’una.
”Vi avevo detto a mezzanotte…”, disse colei per la quale ho, unica volta nella mia vita, avuto l’istinto di uccidere!
”A noi piace vivere, sorella. E la smetta di bere veleno. Fa male!”
A volte mi faccio una simpatia pazzesca!

 

Capitolo 1

 

Capitolo 2

 

Capitolo 3

 

Capitolo 4

 

Capitolo 5

 

Capitolo 6

 

Capitolo 7

 

Capitolo 8

 

Capitolo 9

 

Capitolo 10

 

Capitolo 11

 

Capitolo 12

 

Capitolo 13

 

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CAPITOLO QUINTO

 

 

 

CORLEONE –L’OPRA DEI PUPI - PIANA DEGLI ALBANESI – LA CONCA D’ORO - PALERMO

 

1

 

Sveglia alle 9, giornata di sole, cielo azzurro, umore alto, pagamento a denti stretti alla signora in bianco, colazione al bar della Piazza e partenza.
Tagliammo la Sicilia occidentale ed arrivammo attraversando agricoli paesaggi e passando Alia, Lercara Friddi e Prizzi, a Corleone.
E’ questo un paese a 542 m s.l.m. circondato da curiose rocce calcaree color giallo-verdastro.
Disorientati da una caotica e brutale edilizia di stampo moderno che spesso deturpa il valore del centro stesso, raggiungiamo la stupenda Villa Comunale proseguendo per la via Bentivegna. Arriviamo così al cospetto dell’imponente mole della Chiesa Madre. Ma di preti ne abbiamo a sufficienza!
Prendiamo la solita granita al limone e la gente da queste parti sembra avere molto da fare. Prendo la guida e leggo che gli abitanti sono 11.000.
I Siciliani conservano sempre all’interno della loro giornata momenti d’ozio.
Credo che sia il troppo caldo che quasi geneticamente è entrato nei cromosomi di questa popolazione, rendendola spesso poco operosa da un punto di vista meramente lavorativo, ma sicuramente prolifica da un punto di vista intellettuale.
I Corleonesi sono come molti loro conterranei, concentrati nel loro piccolo mondo e così poco attenti al resto delle cose.
Dal piazzale antistante la chiesa si ha una splendida veduta della città, con sullo sfondo un curioso monolito di proporzioni gigantesche.

A Corleone, non ne so il perché, ma mi viene in mente un accadimento che fino agli inizi di questo secolo ha appassionato l’immaginario collettivo: la cosiddetta “Opra dei Pupi”.

 

2

 

Quando la giornata era al volgere, i cittadini di siciliani si raggruppavano attorno al teatrino, che per la maggior parte delle volte era una modestissima costruzione popolare, ad assistere alla rappresentazione delle lotte dei paladini.
E all’interno si tifava per uno di quei pupazzi di ferro mossi attraverso dei fili dalle abili mano dei pupari, artigiani e voci teatrali dei pupazzi di ferro.
Principi e Re, antichi paladini, donzelle, maghi e diavoli erano i protagonisti delle storie.
Orlando e Rinaldo, il danese Uggieri, Guerino il meschino e le donne Berta e Beatrice, Alda la bella e Angelica bella fra tutte le belle.
Ma la vera star, per la quale grandi e piccini fanno follie è Carlo, il gran servo della croce pazzo d’amore per la bella Angelica ed il cui senno è stato rubato da Astolfo. La sua bella barba bianca ondeggia al vento. Egli piange e sospira, sempre attraversato dalla sorte, e a Dio si raccomanda. E quando i suoi prodi vincono bandisce giostre e tornei.
L'opra dei Pupi è un aspetto della tradizione e della cultura siciliane ed è degnamente ricordata come un mezzo di esaltazione della rivolta del povero e della trasmissione di comportamenti spavaldi in difesa dell'onore.
Anche se attualmente tale espressione artistica ha perso parte del suo fasto a causa della concorrenza di altre forme culturali d'intrattenimento come il cinema e la televisione, evento che ha portato i Pupari a chiudere alcuni teatri (in verità tutti, solo alcune rappresentazioni turistiche fanno rivivere lo spettacolo)

Una sorta di salvaguardia di questo patrimonio artistico isolano è dato, ad esempio, dal Museo Internazionale della Marionetta presente a Palermo - esso raccoglie circa tremila pezzi tra pupi, marionette e ombre sceniche, alcune delle quali rappresentano degnamente l'Opra dei Pupi palermitana e catanese.

Storicamente l'Opra dei Pupi come rappresentazione degli scontri medievali tra i Cavalieri e i Mori nasce, nella forma in cui la conosciamo oggi, attorno alla seconda metà del 1800, quando le marionette cavalleresche dalle quali i Pupi derivano incontrarono il favore del pubblico ed iniziarono a rappresentare la sete di giustizia di una classe sociale.

La diffusione di tale forma espressiva, inoltre, fu agevolata dai "Cantàri", dai "Cantastorie" e dai "Contastorie", da ricordare per il merito di divulgare le avventure cavalleresche con il suo "Cuntu" (=racconto). In effetti, tali artisti eseguivano a puntate le varie avventure degli eroi cavallereschi, schema che poi sarà riprodotto dall'Opra, ed è provato che già a partire dall'inizio del 1800 il loro repertorio comprendeva anche "I Reali" e una "Storia di Orlando e Rinaldo".

Nell'Opra dei Pupi si ha la trasmissione di alti codici di comportamento dalle antiche origini che hanno interessato il popolo siciliano, codici come la cavalleria, il senso dell'onore, la lotta per la giustizia e la fede, gli intrecci amorosi e la brama di primeggiare.
Tale forma teatrale, pur nella sua semplicità, ha permesso in un certo senso la divulgazione dell'epopea.

Tra le principali tematiche trattate dall'Opra occorre ricordare che quella prevalente è la trattazione di soggetti cavallereschi. 

Il Ciclo di Carlo Magno prevede una sua particolare suddivisione: "La storia di Ettore e dei suoi discendenti", "I Reali di Francia da Costantino a Carlo Magno", "Storia dei Paladini di Francia", "Guido Santo e i discendenti di Carlo Magno".
Questo ciclo, insieme a "La storia dell'Imperatore Trabazio" e "Il Guerin Meschino", sono stati rappresentati in tutta la Sicilia.

Ci sono, inoltre, anche altre tematiche che hanno avuto uno sviluppo semplicemente locale, come le vicende di Uzeda. Catania è la patria di questo particolare Pupo nato dal genio dei due eccellenti artisti Don Raffaele Trombetta e Sebastiano Zappalà. I due si ispirarono a Don Giovanni Francesco Paceco duca di Uzeda, viceré di Sicilia verso la fine del 1600. L'eroe in questione si innamora della bella figlia del re, Galatea. Malauguratamente la fortuna non è dalla sua parte: per disgrazia egli uccide il proprio figlio Osvaldo e muore tra le braccia dell'amata.
Molto spesso, inoltre, alcuni episodi dei cicli appena citati erano rappresentati come spettacoli unici da eseguire in una sola sera.

Un ulteriore tema presente nell'Opra siciliana è quello banditesco.
Molto spesso, nelle storie narrate dai Pupi, compare il ladrone, il cattivo di turno destinato in origine ad attirarsi le antipatie del pubblico e di esser rappresentato come un personaggio sporco, dalla faccia poco aggraziata ed atto solamente alle azioni più spregevoli come rapinare i malcapitati viandanti che malauguratamente incappano nella sua strada. Dopo il 1860 la rappresentazione di tale personaggio cambia: Rinaldo, ad esempio, rappresenta il prototipo dell'uomo forte che ha il coraggio di opporsi allo schema sociale e politico costituito. In tal caso ed in un simile contesto il "bandito" assume il ruolo sociale di rivendicare giustizia.

Un esempio di quanto detto è il lavoro teatrale "Rinaldo Furioso" di Vincenzo Di Maria. In tale lavoro Rinaldo rappresenta le attese egalitarie ed il desiderio di liberare le masse. Così egli intraprende una lotta contro Carlo, ma i sogni di gloria sono destinati ad infrangersi.

Assistere ad uno spettacolo dei Pupi vuol dire assistere a degli eventi specifici come i Consigli e le Battaglie. I primi sono delle riunioni di più personaggi e possono avere un carattere privato o solenne.
I Consigli hanno anche il merito di chiarire il carattere dei personaggi, cioè se essi sono "amici" o "nemici", traditori o meno, i rapporti che intercorrono tra fra loro, i comportamenti che essi assumono ed i valori che essi rappresentano.
Le "Battaglie" hanno il merito di saper coinvolgere il pubblico e rappresentano certamente il momento centrale dell'Opra dei Pupi. Esse includono, come momento culminante, la morte di alcuni personaggi.

Riprendendo le fila della "Storia dei Paladini" e sempre parlando delle varie tematiche trattate nell'Opra dei Pupi, la rappresentazione consta anche di altri elementi importanti, a partire dalla messa in scena di alcuni eventi importanti come il tradimento, i rapporti tra Re e Vassalli e le varie contrapposizioni tra Bene e Male come l'opposizione lealtà-slealtà, il rispetto o meno delle regole sociali, l'opposizione classica tra Cristiani e Saraceni ed anche di alcune tematiche importanti come quelle riguardanti la sfera politica, quella amorosa, quella familiare e quella sovrannaturale.

Il Pupo trovò nell'isola terreno fertile grazie a delle celebri dinastie di Pupari.
Il Puparo è l'artista-artigiano vero fulcro dell'Opra dei Pupi. Alle sue dipendenze lavorano almeno due aiutanti-apprendisti e richiede la collaborazione del fabbro-ferraio (per la realizzazione delle armature dei pupi), del pittore (per la realizzazione dell'indispensabile cartellone suddiviso in riquadri ed avente lo scopo di rappresentare gli avvenimenti principali dello spettacolo; il lavoro del pittore, inoltre, è indispensabile per decorare il teatro) e dello scrittore di dispense (dal suo lavoro il puparo trarrà i suoi copioni).

Molto spesso i componenti della famiglia aiutano il Puparo nello svolgimento del suo "mestiere", come avveniva spessissimo a Palermo negli anni passati.

Ogni Puparo ha i suoi trucchi e tecniche sceniche ed il proprio repertorio .

Durante gli spettacoli il Puparo usa spesso un linguaggio letterario particolare arricchito da alcune frasi dialettali ed i suoi spettacoli sono arricchiti dalla musica originariamente data dai musicanti e successivamente da un organetto.

Esser un bravo Puparo non significa solo esser un bravo artigiano, ma anche esser un bravo attore visto che egli ha il compito di animare i Pupi e di dar loro la voce.

La particolarità di uno spettacolo dei Pupi è che spesso la recitazione dei maestri pupari è a soggetto, sempre nel rispetto della "sceneggiatura" collegata alla tradizione, e che la rappresentazione può anche durare alcune ore.

Il pubblico spesso interviene non solo a parole, ma testimonia le proprie antipatie nei confronti di alcuni personaggi poco graditi lanciando contro di essi oggetti vari e, più in generale, attraverso i commenti dialettali che essi davano durante l'intervallo. Specialmente agli inizi, questa forma di intrattenimento era seguita in special modo da ragazzi ed uomini del ceto popolare.

 

I personaggi spesso cambiavano aspetto.
Tra le varie innovazioni si può ricordare, ad esempio, l'introduzione di un fil di ferro nel braccio per poter controllarne meglio il movimento quando si deve estrarre la spada.
Un'altra evoluzione nella struttura del Pupo fu dettata dalla necessità di aumentarne la resistenza durante il combattimento, necessità che impose di sostituire il materiale originario costituente l'armatura, cioè il cartone, con la latta.
La struttura interna del Pupo è sempre realizzata con il legno.
Tale struttura prevede, inoltre, che la mano destra sia parzialmente chiusa in modo da poter tenere la spada mentre l'altra è aperta in modo da potervi legare lo scudo. Tutte le parti che costituiscono il corpo sono legate fra loro con del fil di ferro.
Per realizzare la corazza occorre una lastra di rame sulla quale si puntellano i disegni precedentemente realizzati sul cartone.

Anche la realizzazione del palcoscenico dell'Opra prevede una elaborata preparazione. Innanzitutto esso è coperto da vari teloni (una prima tela dai colori vivaci che contiene anche il simbolo della Sicilia, la Trinacria, il sipario raffigurante scene di battaglia dietro il quale si ha, poi, il pannone maestro).
Alle quinte può esser applicato il "fondino", cioè il siparietto, una particolarità del teatro dei pupi palermitano. La struttura prevede, inoltre, otto quinte ed una pedana.

I teatri, in genere, si preparano all'interno di magazzini o scuderie ed hanno alcune piccole differenze in base al fatto se essi sono presenti a Catania o a Palermo.
In effetti, data la differenza sostanziale tra i due pupi delle due città, nei teatri dell'area palermitana le sale avevano un'ampiezza inferiore rispetto a quelle dei teatri catanesi.
 

Anche nel modo di preparare i cartelli si notano alcune differenze tra le due diverse scuole. Il comune scopo di annunciare al pubblico lo spettacolo che sarà attuato la sera e l'esatto punto in cui esso è arrivato è effettuato in modo differente: il cartellone palermitano prevede una suddivisione almeno in otto riquadri - detti "scacchi" - raffiguranti differenti scene delle varie serate del ciclo, quello catanese hanno una sola scena.

Dei Pupi in particolare hanno un ruolo prestabilito: un primo Pupo ha il compito di annunziare il titolo dello spettacolo che sarà rappresentato; altri due hanno il compito di scambiarsi delle battute prima che lo spettacolo inizi con il compito di creare l'atmosfera e l'interesse attorno allo stesso spettacolo; infine si ha il Pupo che svolge il compito di preannunziare un piccolo riassunto per lo spettacolo successivo (è denominato "Perdomani").

Tra i vari personaggi di tale forma espressiva occorre ricordare i Pupi armati cristiani come "Morando di Riviera", i Pupi armati pagani come Bramante, i Magonzesi, i Giganti, dei soldati e ragazzi vari, maghe e maghi, donne di paggio.

Fra essi spiccano Rinaldo di Montalbano (lo spirito ribelle che ebbe il coraggio di fuggire dal seminario, di dedicarsi alle avventure amorose con donne pagane, il simbolo dell'uomo scaltro), Orlando (capitano dei paladini, noto anche per il suo strabismo, il prototipo dell'uomo fedele e leale e che ha poca fortuna con le donne), Gano di Maganza (appartenente al gruppo dei Magonzesi, il cattivo, il traditore per eccellenza del quale non ci si può certamente fidare, rappresentato sempre con un volto barbuto, claudicante nel camminare e dall'aspetto sgraziato, tanto da esaltare ancora di più la differenza tra bene e male).

Maledetto progresso…

 

 

3

 

Piana degli Albanesi non si chiama così a caso, ma deve il suo nome al fatto che nel 1490 alcuni gruppi di profughi provenienti dall’Albania in seguito all’invasione dei turchi in quel paese, chiesero ospitalità al Re di Spagna che gli permise di stabilirsi in quella parte di Sicilia che ai tempi era totalmente disabitate.
Concesse loro anche di continuare a praticare il loro culto religioso.
La curiosità sta nel fatto che a tutt’oggi la popolazione parla un dialetto albanese e professa il culto ortodosso.
Anche durante le feste gli abiti della gente sono di chiaro stampo albanese.
Alcune usanze si scostano drasticamente rispetto al resto della Sicilia.
Il matrimonio di una ragazza è sfarzoso, con un abito nuziale riccamente colorato.
L’Epifania e la Pasqua sono festeggiate con rito bizantino e molto sentite dalla popolazione che partecipa in massa. Spesso onde di turisti attratte curiosamente da questi riti, distraggono il popolo dalle loro funzioni liturgiche.
Attraversiamo la via Giorgio Kastriota (eroe nazionale albanese) e ci fermiamo alla chiesa madre di San Demetrio.
Entriamo…
La pianta è a croce greca e l’interno ha tre navate. Un affresco di Pietro Novelli ritrae il Padreterno, Cristo risorto e i 4 Padri della Chiesa Greca.
Mi piace. Passe un prete con una lunga barba nera e alcune donne pregano inchinate vicino all’altare.
Certo che le chiese sono sempre molto affascinanti e conturbanti.
Usciamo e decidiamo di mangiare un’istituzione dello spuntino palermitano: il panino con le panelle, cibo del quale faremo incetta nei gorni successivi tanto quanto la ormai mitica granita.
Le panelle sono una farina di ceci fritta e delle dimensioni di un cerchio fatto con i pollici e gli indici delle due mani.
Il venditore ha il suo esercizio nel vano posteriore di un piccolo furgoncino adibito a cucina ambulante. Su un pentolone alimentato da una fiammella immerge le panelle e dopo pochi minuti sono gia pronte. Apre un panino che prende da una grande cesta e lo imbottisce buttandovi un pizzico di sale. Ci chiede se vogliamo del limone e…ce lo pappiamo.

 

 

 

4

 

Un alto e lugubre ponte a “U” ci immette nella statale 624 direzione Palermo.
Inizia così una lunga discesa che da circa 1000 m s.l.m. in cui ci troviamo, ci porterà a Palermo.
La ricorderò come una delle più belle passeggiate fatte in questa terra.
Siamo nella “Conca d’Oro”, un avvallamento coltivato ad Aranceto (il frutto importato dagli Arabi) e alla cui fine sboccia Palermo.
La strada corre tra due monti, scendendo continuamente tra un ponte e l’altro. La cartina confermerà in seguito la conformazione del posto che stiamo attraversando. L’arteria è su un fondo chiaro (la conca) tra due fondi scuri (i monti). A mare i rilievi degradano e il capoluogo palermitano si estende per tutta la pianura possibile.
In moto oltre alla normale ottica paesaggistica si avverte una certa simbiosi con la strada che non si percepisce con la macchina ad esempio.
E così un dislivello, un ponte, un precipizio diventano emotivamente più forti.
La Sicilia continua ad offrire questi panorami. Questa terra è clamorosamente come non te la immagini: un andirivieni di cocuzzoli, mare, monti, valli, pianure e il tutto, senza una logica consequenziale!
I contadini isolani lavorano e combattono per i loro agrumi e buona parte dell’attività della regione è basata sulla vendita di questi frutti, anche se la concorrenza spagnola è sempre più devastante.
Ma questa terra è ancora troppo ricca (fortunatamente) di verde, di aperta campagna, di oasi di pace.
Il passaggio tra un centro abitato e l’altro, soprattutto all’interno, deve fare i conti con le distanze chilometriche.
E così si passeggia tra le sementi della terra…
Ricorderò a lungo quell’affascinante discesa verso l’antica Panormus.

 


5

 

Palermo è il capoluogo della Sicilia.
E’ una delle città più belle del mondo, elegante e particolare in ogni suo angolo.
Diventò capitale della Sicilia al tempo degli Arabi, quando i califfoni destituirono Siracusa dell’onorato titolo (anno 1.000).
A quei tempi la città era una magia di giardini e fontane (elementi decorativi per i quali ancor oggi il popolo di Maometto accentra le sue invenzioni architettoniche).
Palermo oggi è una metropoli di quasi un milione di abitanti che deve fare i conti con un traffico asfissiante. Noi con la moto ci divincoliamo facilmente ma neanche tanto.
Alloggiamo in un’anonima pensione del centro e dopo i rituali di consegna della camera andiamo a fare il nostro giro turistico.
Passammo dallo sfarzoso Viale Libertà che tra i viali alberati arrivava in Piazza Politeama dove il barocco dei palazzi significava un glorioso passato.
Si respira un’aria da film in questa città: pellicola d’altri tempi.
I venditori di panelle si confondono con il passaggio di lussuose macchine, alcune figure di baffuti anziani con la coppola stridono con gli assordanti motorini dei giovani palermitani.
Arrivammo verso le tre del pomeriggio al Convento dei Cappuccini meta che non volevo perdere.
Questo “albergo dei seguaci di Cristo” era noto soprattutto per le “Catacombe”, un cimitero sotterraneo dove sono stati conservati in lunghi corridoi i cadaveri di ricchi palermitani, dal 1600 al 1881!

 

Che sorpresa lugubre!
8000 corpi, i più mummificati quasi tutti allo stato di scheletro, “vivevano” lungo i funerei corridoi sotterranei del convento.
Alcuni in piedi, altri seduti, chi ancora in casse o dietro una vetrata,  in una interminabile passeggiata nel regno delle tenebre!
Sono sicuro che qualcuno mi stava osservando…la suggestione oramai si era impadronita di me!
Ecco quello parla!
Acceleriamo il passo, sembra non esserci più l’uscita!
Un altro sembra ridere, sento la sua voce!
Tutti la, tutti “vivi”!

 

Per una buona mezz’ora successiva non parlammo ognuno immerso nei suoi pensieri resi più fertili da quell’inedita escursione.
Ma Palermo era troppo vivace per dare spazio al pensiero.
Andammo così verso la Cappella Palatina il capolavoro indiscusso dell’arte normanno-araba in Sicilia.

 

6

 

La Cappella Palatina conserva nelle sontuose decorazioni del soffitto l’arte islamica, nei pavimenti con intarsi di pietra l’arte bizantina e la sua costruzione a queste due fusioni artistiche, arte nella quale i Normanni erano maestri.
Non vi racconterò delle altre passeggiate alla ricerca dell’arte, ma di Palermo oggi.
Città deliziosa e pomposa. I suoi abitanti lo sanno e sembrano mostrare il loro lato peggiore, che è la boria. Ma chiaramente questo è un atteggiamento di pochi stupidi.
I palermitani sono continuamente combattuti tra la nobiltà dei tempi antichi e che ancor oggi è presente in numerose famiglie e modi di essere. Cos’ il “portierato” ormai in disuso, qua diventa un appiglio alle antiche virtù. Addirittura alcune eleganti costruzioni impongono la livrea al custode del palazzo.
I tipici carretti siciliani trasportano turisti in giro per la città: così anacronistici in questi tempi moderni ma volutamente naif in questa metropoli.
Palermo, che dalla dominazione Araba ebbe il suo periodo di massimo splendore tanto da assurgere secondo taluni viaggiatori del II secolo, a meraviglia del mondo. I suoi giardini, le sue moschee e i suoi palazzi, erano rinomati nel globo.
Palermo diventa capitale della Sicilia proprio in quel periodo, togliendo lo scettro ad un oramai decadente Siracusa.
Il monte Pellegrino domina la città, così sobrio e così superbo.
Lussuosi negozi si alternano a folkloristici venditori di panelle e di “stigghiola” (interiora di animali).
Una fiorente università giustifica questa sproporzionata presenza di ragazzi.
Ogni angolo della città sembra vivere una dimensione assolutamente diversa del quartiere vicino, classico dei grandi centri.
Quella sera andammo a cenare a Mondello, litorale estivo e lussuoso del capoluogo siculo.
Mancava ancora un’ora all’imbrunire.
Passammo da Piazza Leone dove appresso ad essa, una porta in pietra (la porta Leoni) introduceva al grandioso parco della “Favorita, così chiamato perché era il giardino che Re Ferdinando III di Borbone omaggiò alla sua donna (la favorita, per l’appunto), e che è un’impareggiabile polmone verde che unisce la città al paesino di Mondello.
Alle falde del Monte Pellegrino si estende quello che forse è il giardino pubblico più grande del mondo. Perché originariamente faceva parte del complesso Reale e non era un’arteria cittadina.
Che bel ricordo di quella passeggiata ai piedi del Monte Pellegrino.
Alto 606 metri fù definito da Goethe “il più bel promontorio del mondo”. Nella parte alta del monte, i palermitani hanno eretto il Santuario della patrona cittadina “Santa Rosalia”. La grotta ed il convento seicentesco sono in uno scenario di particolare suggestione.
Entriamo nella grotta dove la Santa pregava. E’ profonda una trentina di metri e dalle sue pareti gocciola acqua ritenuta miracolosa dai fedeli.
Queste storie di fede nascondono sempre un grande carisma.
L’oscurità sta prendendo il testimone dalla luce e velocemente saliamo alla cima del monte dove un panorama grandioso lascia intravedere l’Etna!
Vedete amici, la Sicilia è un continente!
E credo che Palermo sia una delle più belle metropoli del mondo perché in un raggio non eccessivamente grandissimo, presenta meraviglie uniche.

 

Riscendemmo ai piedi del parco e ci dirigemmo verso Mondello dove tra lussuose ville e moderni alberghi una costruzione attrasse la nostra attenzione: un ristorante, che poi avremmo saputo essere dei più rinomati, su una palafitta in mezzo al mare.
Mondello è sfarzosa. Alcune baracche in prossimità della piazza vendono pesce da asporto. Vediamo alcuni ragazzi ordinare del polipo; il venditore affetta il mollusco ancora fumante e lo serve su un imbuto di carta, dopo aver messo sale, pepe e limone. E la gente passeggia “sgranocchiando” per il corso, come se avessero un pacco di noccioline!
Una di queste caratteristiche baracche presenta alcuni tavolini nell’umile retro. Decidiamo di cenare là…
Prendiamo dei ricci di mare che accompagnati dal pane sono favolosi, del polipo ed una pepata di cozze. Accompagniamo la cena con del locale vino bianco, quanto basta per inebriarci.
La piazza nel frattempo si anima di gente della diversa età.
Ci intrufoliamo tra loro e consumiamo, seduti al dolce tepore dei nostri pensieri, un gustoso cono gelato, io al gusto di fragola e Zigomì al gusto di nocciola.
Buonanotte…

 

7

 

La giornata seguente la passammo andando a vedere le Grotte dell’Addaura, itinerario che non volevamo perdere.
In queste Grotte, che si trovano sempre sul Monte Pellegrino, furono scoperte incisioni parietali risalenti al periodo paleolitico.
Addaura in dialetto significa alloro, pianta aromatica che da queste parti cresce rigogliosamente.
Uno di questi disegni è veramente curioso: raffigura figure umane con maschere a becco d’uccello, che eseguono una danza a circolo attorno a due personaggi, che a prima vista felici non sembrano! Probabilmente si trattava di un sacrificio umano a favore degli Dei.
A tal proposito mi viene in mente che Palermo, l’antica Panormus, è stata colonia fenicia e che questi tizi usavano sacrificare giovani fanciulli in feste religiose.
 Quando i Greci gli sconfissero in battaglia, fecero promettere loro di smetterla con queste atrocità!
Comunque il nostro amico “genere umano”, continua a inventare e a progredire. Si sforza a cercare la pace. Ma per far questo deve passare attraverso le guerre!

 

Il pomeriggio andammo ai Giardini Inglesi dove Zigomì progettava colori per le pareti della nostra nuova casa e io mi divertivo a sentire le registrazioni vocali di questi giorni di viaggio…
 

Capitolo 1

 

Capitolo 2

 

Capitolo 3

 

Capitolo 4

 

Capitolo 5

 

Capitolo 6

 

Capitolo 7

 

Capitolo 8

 

Capitolo 9

 

Capitolo 10

 

Capitolo 11

 

Capitolo 12

 

Capitolo 13

 

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CAPITOLO SESTO

 

 

 

MONREALE– LA MAFIA –CASTELLAMMARE DEL GOLFO – SCOPELLO – LO ZINGARO – IL CASTELLO DI BAIDA – SCURATI – ERICE – AFRODITE - SALEMI

 

1

 

Dopo un’abbondante colazione a base di cornetti e caffè ci dirigemmo verso Monreale.
Salendo da Corso Calatafimi raggiungemmo il paesino che oramai era diventata una frazione periferica di Palermo.
Libri di viaggiatori dell’isola parlano di questo sito e della bellezza della strada che vi arrivava.
Lo è ancora oggi, almeno nell’immaginazione, perché il caos della sottostante metropoli ha fatto vittima la piccola Monreale.
Uno scrittore francese, tale Gastone Vuiller autore di quello che a mio avviso è il più bello scritto di viaggio su questa terra, ricorda che per salire a Monreale impiegò un’ora abbondante seduto in carrozza. E che da quelle parti si aggiravano briganti, per cui un senso di paura lo accompagnò per il tragitto!
Ma il fine ‘900 erano decisamente altri tempi.
Peccato non potere aver visto la Sicilia in quegli anni. Questo terra così ricca di tradizioni sembra averle tutte smarrite ai giorni d’oggi. Qua più che altrove si avverte questa maledizione del progresso: perché ancora si respira la bella sensazione del passato…
Rispetto al nostro amico francese è tutto diverso.
Solo i fichidindia sembrano sfidare i tempi. E naturalmente anche la suggestione del panorama in questa salita verso Monreale.
In questo paesello caotico c’è una magnificente cattedrale: il Duomo normanno (1.100 dopo cristo), una delle più alte creazioni del medioevo italiano.
La sontuosità di quest’opera architettonica la rimando al vostro viaggio in Sicilia.
Ma dei suoi mosaici all’interno vi parlerò di seguito…

 

Per una incredibile superficie di 6340 metri, le pareti delle navate sono tutte rivestite di mosaici a fondo d’oro creati dalle sapienti maestranze arabe e veneziane. Raffigurano il ciclo dell’antico e nuovo Testamento (libro religioso cristiano).
Stiamo una buona mezz’ora a testa in su a guardare il capolavoro artigiano di questa sapiente arte.
Usciamo passando dal chiostro dei benedettini, un miracolo di architettura e di policromia. Anche qua alcuni mosaici attirano la nostra mente.
C’è poco da fare: ci credi o non ci credi i seguaci di un Dio hanno sempre fatto grandi opere: come aiutati da una mano divina…

 

2

 

Lasciammo Palermo in direzione di Segesta o Alcamo, più semplicemente.
Passammo un piccolo centro, Pioppo, quindi Alcamo e arrampicati alla montagna raggiungemmo Alcamo.
Il mare perso per un istante rifece la sua improvvisa comparsa in un golfo di incomparabile bellezza.
Per l’ennesima volta ci trovammo a “sentire” l’interno dell’isola, così solitario e mistico per quindi ritornare vicino al Mediterraneo dove la vita scorre diversamente.

Alcuni personaggi e la brutalità dei suoi monti, richiamano in mente la dolente nota della regione: la mafia.

 

3

 

Non so proprio da dove iniziare…
E probabilmente lo faccio nella maniera meno grata per farmi capire.

 

La mafia è per i Siciliani, come gli hooligans per gli inglesi, la follia violenta degli americani, gli israeliani per gli arabi!
Ma a differenza di quelle altre piaghe, questa la puoi evitare.
E’ difatti uno stato nello stato interessato solo alle grandi e illegali questioni: è quello che quindi c’è laddove ci sono interessi economici. La cancrena che domina lo scenario politico di tutto il mondo. Probabilmente questo “stato nello stato” nasce in Sicilia o probabilmente questa forma di ribellione, certamente violenta e ingiusta, trova nella miseria passata di questo popolo la sua forza.
Ma certamente non giustifica uno dei preconcetti più idioti che io abbia mai sentito in vita mia: che il siciliano è mafioso!
Oh! Quanto stupido può essere il genere umano!
In questa terra non ci sono ne briganti ne violenti: abbiatene fiducia!

 

La storia del processo mafioso potremmo sintetizzarla così: la Sicilia è stat uno dei centri fondamentali per lo sviluppo della cultura e del progresso umano. Lo fu al tempo dei Greci, lo fu al tempo degli Arabi e al tempo dei Normanni.
Lo fu quindi fino al 1200 dopo cristo. Poi tutto svanì, quando questa terra fu usata più come colonia che come regina del mediterraneo. Per 700 anni quest’isola è stata letteralmente prigioniera dell’avidità! Ricche famiglie erano proprietarie di enormi appezzamenti di terreni (i feudi), in mano a potenti padroni (i feudatari) che miseramente retribuivano il lavoro di onesti braccianti.
E a nulla valevano le loro lamentele: erano subito azzittiti da malavitosi compaesani assoldati dai feudatari che con la persuasione della violenza gli assoggettavano e gli “consigliavano” di non dire niente ai poteri statali, che comunque sapevano tutto ma erano anch’essi schiavi dell’enorme potere economico e politico dei feudatari. E il povero popolo “preferiva” tacere i soprusi.
Ecco cos’è l’omertà, braccio armato della mafia.
E d’altronde naturale, che una terra così rigogliosa e fertile finisse per fare questa fine. Serva d’insegnamento all’umanità, e da onore agli antichi Greci (e Arabi e Normanni in questo caso), le cui società privilegiavano il “bello” innanzi a tutto.
I primi mafiosi siciliani si chiamano:

 

Ma la Sicilia non ha niente a che fare con questo vile passato!
Diceva Einstein: “ La bomba atomica ha cambiato tutto, tranne il nostro modo di pensare”.
Smentiamolo!

4

 

Da Alcamo scendemmo verso Castellammare del Golfo, costeggiando il Monte Inici che raggiunge la non irrilevante quota di 1.064 m s.l.m.

Un ufficio informazioni turistiche era chiuso quando sarebbe dovuto essere aperto. Male minore…
Siamo sulla statale 187 che scorre altissima rispetto al mare appena sotto. E’ chiaramente di grande impatto scenico, con il Monte alla nostra sinistra e il mare a precipizio sulla nostra destra.
Una roulette è posteggiata su un punto panoramico e vende cibo.
Mangiamo l’ennesimo pane e panelle, equamente diviso.
Una deviazione della statale ci conduce a Scodello, passando tra vivacissime spiagge di incommensurabile bellezza.
Spesso la montagna si bacia col mare in questa terra…

 

5

 

Scopello è una fiaba.
Arroccata un po’ sopra il mare ha la sua entrata attraverso una porta in pietra che sembra richiamare un quadro settecentesco.
Il cortile di un baglio è la Piazza del paese.
Due rigogliosi cani riposano all’ombra dell’infuocato sole odierno.
Fermiamo la moto e restiamo esterrefatti alla visione di tale borgata.
Uno dei cani esegue un rito che ci fa comprendere della familiarità che per lui ha questo posto: si alza e lentamente si dirige verso la splendida vasca in pietra della piazza. Quindi con un balzo si immerge a cercar refrigerio tra le sue acque. Rimane qualche istante a mollo, quindi dopo una bella scrollata, riprende sonno vicino al suo compagno!
Andate a Scopello amici. L’indifferenza con la quale viene trattato turisticamente questo paesino rafforza il mio incitamento.
E’ questa una delle più belle zone del paesaggio siciliano.
C’è tutto: il monte, arido e fertile alla stessa maniera; il panorama, mozzafiato e profondo; l’architettura, siciliana e di antichi ricordi; il mare, meraviglioso e limpido, mare di Sicilia!

 

 

 

 

6

 

Da queste parti c’e’ la Riserva dello Zingaro, uno dei capisaldi dell’itinerario naturalistico siciliano.
Un biglietto di pochi euro è l’apripista per la visita.
Ci porta attraverso un sentiero scosceso, sulle rive di una magnifica spiaggia.
Ci facciamo un bagno e ritorniamo.
Abbiamo dedicato poco tempo a questo parco, ma quanto basta per consigliarlo a chi ci verrà…
E io non vi tradisco, amici…

 

6

 

Sono le 2 di pomeriggio e dobbiamo fare un bel po’ di strada.
Un’arteria  interna poco dopo un agglomerato di case (Case de Franchis) in cui si vendono alimentari e cibo vario, sale per i monti del posto.
Ci inerpichiamo soavemente e il panorama del Golfo fa da colonna sonora alla nostra passeggiata, fin quando lo perdiamo di vista addentrandoci all’interno. No siamo neanche a 300 metri d’altezza che comunque abbiamo raggiunto in una ripida salita.
Tra un tornante e l’altro vediamo in lontananza un piccolo agglomerato di case.
Posteggiamo la moto.
Vi dico quello che vediamo: a sinistra alcune villette vivacizzano l’arido monte e in fronte ad esse una cinta muraria di un vecchio castello distrutto immetteva attraverso quello che doveva essere il vecchio ingresso principale, ad un cortile dove una serie di piccole case era ricavato dai vecchi vani della stessa fortezza.
Magico luogo!
Una campana che si poteva suonare attraverso una corda, scendeva a mano d’uomo dal portale d’ingresso del maniero.
Entrammo attraverso la porta in pietra e gustammo le 4 abitazioni di quel solitario posto.
Una di esse era in vendita!
Non capisco a tutt’oggi come il vecchio Castello di Baida possa essere finito diviso tra alcune famiglie di agricoltori del posto!
Che fortuna!
Una signora esce dalla casetta del cortile e ci invita a vedere i suoi pomodori al sole.
E da queste parti questa è una specialità molto apprezzata.
I pomodori vengono fatti essiccare al sole ed una volta secchi, vengono messi in un barattolo conditi con olio e sale.
Ne acquistiamo un barattolo che ci viene consegnato dal figlio sedicenne che da queste parti non poteva certo ricordarsi la sua giovinezza.
Prendiamo anche dei biscotti ai fichi.
Questo piccolo feudo abitato da poche famiglie è veramente pittoresco.

 


7

 

Siamo nella parte occidentale dell’isola.
Da queste parti l’Africa è piu vicina e un leggero vento di scirocco pizzica l’aria.
Le mie braccia abbronzate sono distese sullo sterzo mentre una curva e l’altra ci accompagnano nuovamente a mare.
Una valle coltivata ad Olivi attrae il mio sguardo: questa pianta da frutto spesso e simbolo della paceper la religione cristiana spesso è di particolare bellezza. Certamente è splendida in un contesto abitativo come questo, tra il sle ed il mare…
Siamo a Scurati dove avevo letto di un posto strano…

Poco distante dal paese di Custonaci c’è questa piccola frazione chiamata per l’appunto Scurati.
E’ un piccolo quartiere rsidenziale molto elegante amio avviso. Il monte Cofano alto 656 metri impedisce da queste parti di vedere il Capo San Vito ,estremo del golfo di Castellammare. La monteagna è spaccata a metà per l’estrazione del marmo. Non avevo mai visto niente di simile. Enormi macchinari incidono il monte che praticamente tra pochi anni non esisterà più da queste parti ma sparso tra i muri e gli abbellimenti di qualche casa!
Sotto la montagna una enorme riparo naturale scavato nella dura pietra (la grotta di scurati), ospita una serie di casette di piccole dimensioni!
Una strada lastricata conduce al riparo che, udite udite, fino a qualche anno fa era abitato.
Da queste parti non pioveva mai sicuramente, ma voi ve la sentireste di vivere con una montagna sulla testa?!
Oggi un suggestivo presepe è il richiamo di molti turisti durante le feste natalizie. E meglio di questa grotta non poteva trovare la famigliola di Gesù Cristo.

 

 

 

8

 

Decidiamo di farci un bagno a mare. Ci convince la tranquilità di questa zona e il gran caldo di questa giornata ottobrina.
Scendiamo nella vicinissima frazione di Cornino che anche durante l’estate, ci dice il proprietario del chiosco a riva, è poco frequentata. Beata abbondanza!
Il lungomare di questo piccolo centro non riportato in alcune cartine, è semplicemente: pulito, con la splendida montagna a delimitarlo in un golfo, pulito ed elegante con le sue basse case a schiera.
La riva è strana. Appena a pelo d’acqua una sinuosa roccia accompagna il mare per un bel po di metri.
E’ strana questa parte di mare. La sabbia e fine ma non appena giunge a contatto con l’acqua sembra trasformarsi in pietra!
Un chiosco accanto a noi ci permette di prendere un caffè e cambiarci in toilette.
Salutiamo e riprendiamo la marcia.
Cerchietto rosso…

 

 

9

Costeggiamo il Golfo di Bonagia fino ad arrivare a Valderice dove una splendida casa in stile siciliano barocco dominava la via principale di questo paesino.
Ma la nostra meta era Erice a cui si arrivava serpentineggiando tra la strada a strapiombo del Monte San Giuliano, con un panorama mozzafiato che compare una curva si (quella esposta) e una no (quella rientrata ), tra ginestre ed olivi a colorare il quadro di quest’ennesimo cocuzzolo siculo.
E la sopra, lei, bella tra le belle!

 

 

10

 

Erice fu una delle città degli Elimi (africani che nel 1000 a.c. abitavano l’isola occidentale), insieme a Segesta ed Entella(?).
Quando i Greci la videro, innamorati come erano del bello, dei panorami, di queste cime che avvicinavano a Dio,  se la papparono…
"Sulla vetta più alta in cielo una medievale borgata irta di torri. È il piccolo borgo di Erice, dominato una volta dal più famoso tempio della dea più famosa...Venere,... con la sua cinta fortificata, con le sue strade accuratamente selciate". Con queste parole Roger Peyrefitte descriveva Erice nel 1952.


Questo delizioso paradiso terrestre diventò famoso per il suo tempio ove i Fenici adoravano Astarte, i Greci Afrodite ed i Romani Venere, che per tutti e tre era la dea della fecondità.
In poche parole il Monte Erice si trasformava spesso in una gigantesca casa d’appuntamento, dimore per la cui costruzione e conduzione gli antiche erano maestri.
Un faro posto sulla cima del monte serviva da bussola per gli smarriti navigatori che così oltre a trovare la via del ritorno passavano delle orette lontano dalla moglie!
A quei tempi il sesso era una gran festa, accompagnata da vino e danze, e giochi erotici da Serie A!
Uomini e donne promiscuamente copulavano in mitiche orgie ed in onore di qualche dio o dea.
Popolo saggio e furbo quello ellenico.
D’altronde l’esempio glielo dava proprio il super eroe Zeus capo degli Dei, che ebbe 12 mogli tra cui le sue due sorelle (Era e Demetra. A quanto pare la sua terza sorella,Estia, doveva essere proprio orribile!) e circa 10 amanti per ogni moglie.
Insomma fin quando l’impero greco resisteva al potere, Zeus se l’è spassata alla grande. Ma il tipo era anche buono, mitigando sempre qualunque discussione.
Tutti gli volevano bene e il migliore moderatore di tutti i tempi, svolazzava qua e la.
L’omosessualità era comunente praticata. La chiesa cristiana è stata la vera rovina per gli omosessuali che a tutt’oggi sono vittime del paradosso: la chiesa, che è l’istituzione con la più alta percentuale di omosessualità di tutti i tempi, se dovesse essere “razzista” lo sarebbe proprio nei confronti dei pederasti!
Mah!

 

11

 

Sulla cima del Monte San Giuliano a 700 metri d’altezza si staglia Erice con la sua particolare forma triangolare.
La cosa più bella da fare in questo posto, è passeggiare e godere dei suoi vicoli medievali, particolarmente silenziosi e ben conservati.
Al fascino della posizione va aggiunto quello delle stradine lastricate e tortuose, e con i tipici cortili fioriti, ingresso di splendide abitazioni.
Ecco che arrivati ad un certo punto l’insegna di un antico cinema appare improvvisa seminascosta dai gerani pendenti di un balconcino.
Godiamo di questi silenziosi momenti e dell’arietta frizzante ericina.
Scattiamo delle foto e continuando a camminare arriviamo nella piazza principale.
Prendiamo un vicolo sulla sinistra e in salita.
E’ una sfilata di caratteristici negozietti. Acquisto la solita maglietta souvenir, genere per il  quale vado “goloso”.
Oramai quando mi vesto assomigliò sempre più ad un atlante!
Poi compriamo una conserva di marmellata d’arancia e ritorniamo dal corso principale verso la moto.
Due turisti tedeschi sono appena sopraggiunti.
”Nice?(bello?),- ci chiedono.
”Very nice.- rispondiamo.

 

12

 

Ad Erice si ci può arrivare da due parti. E così anche ad andarsene.
Scendiamo dalla parte opposta rispetto all’andata, quella che unisce il monte a Trapani.
E’ un’altra bella panoramica discesa dai ripidi pendii verso il mare.
Sorvoliamo Trapani (nel senso che lambiamo velocemente la periferia) e ci dirigiamo a Salemi che raggiungiamo in un’oretta.
Sono già le 8 di sera.
L’araba Salem (pace, salute) compare su uno sperone roccioso di 446 metri nella Valle del Belice.
Chiediamo della frazione di San Vito e le indicazioni dei passanti ci portano in periferia in una lussuosa contrada dove mia zia Bianca che da queste parti ha una casa, ci avrebbe ospitato.
Lei non c’era ma aveva dato disposizione ai massari.
Arrivammo attraverso una ripida discesa che costeggiava la chiesa della borgata di San Vito ed un cancello automatico aperto immetteva in questa splendida villa dominante la vallata.
Giuseppe e Anna ci accolsero gentilmente.
Sapevano del nostro arrivo e non dimenticheremo mai la loro ospitalità.
Insieme ai cognati stavano arrostendo carne e bruschette di pane alla brace approntata nel cortile della grande casa.
Ci diedero le chiavi della struttura padronale che era tutta a nostra disposizione!
Dopo una gran doccia di quelle che ti rimettono in corsa scendemmo in cortile a chiacchierare con la coppia di sposini che aveva due maschietti di neanche 8 anni che non nascondevano l’energia che avvolge le creature a quell’età.
Carne arrosto e vino fu la nostra cena.
Giuseppe mi raccontò un sacco di cose con quel suo atteggiamento rustico e sorridente. Sua moglie Anna si premurò che non ci mancasse niente avvolta nella sua maglietta firmata.
”Cca’ nautro t’annicchia è u tempu da vendemmia” (tra un po si vendemmia), “Ppi cam’ora semo in vacanza” (ora siamo ancora in vacanza).
”Qua è tuto tranquillo…”, dissi quasi inebetito.
”Diciamo ca nun c’iavemo tutto ma non ni manca nenti!” (non abbiamo tutto, ma non ci manca niente).
”Certo un giorno anch’io mi ritirerò in campagna…”
” Viri docu (vedi là), -disse Giuseppe indicandomi un lungo corridoio che si apriva tra una fila d’alberi. “To Ziu Pippu quanno vene, arriva finu a d’assutta cca machina e si fa na taliata. Appoi gira e torna arrere” (tuo zio Pippo quando arriva si fa il viale e controlla la campagna.Poi gira e torna indietro).
”Buono questo vino…Anche fortino, vero?”
”Sirici gradi ! (sedici gradi!).
”Minchia!. – risposi.

 

La nostra camera era al piano di sopra.
Mia zia mi fece trovare un biglietto sul tavolo dela cucina:” Ciao Giovannello Spero  che tu ti diverta tanto. Ti prego di chiudere sempre la porta della cucina per evitare che entrino topi e gatti. Le chiavi tienile con te, perché non ce ne sono altre e rischi di restare fuori casa. Quando ti allontani portale con te! La pasta la trovi nell’armadio della lavanderia. Mi spiace di non averti potuto ricevere…ma ci sarà tempo e occasione.
Baci anche da parte dello Zio Pippo.
Zia bianca”

Quella notte l’inquietudine che solitamente mi accompagna quando arrivo in un nuovo posto non fece la sua apparizione.

 

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CAPITOLO SETTIMO

 

 

 

MARSALA – LE SALINE E MOZIA – PERSONAGGI SICILIANI – SELINUNTE – SALEMI

 

 

1

 

Buongiorno cari lettori.
Viva la mattina apripista della gioia e compagna del sorriso.
Uscimmo alle 9 ed andammo a fare colazione poco fuori San Vito, dove un agglomerato di esercizi ravvivava la campagna attorno a noi.
Questa periferia di Salemi è allietata da belle ville e quiete.
Comprammo un giornale e la venditrice era una suora anziana che poi ci spiegarono era “svestita” (cioè non era più una suora), ma che si vestiva così ugualmente!
Quindi dopo la solita colazione partimmo alla volta di Marsala.
Avevamo deciso di far quartiere generale per qualche giorno a casa di mia zia.
Arrivammo a Marsala passando le campagne di quel tratto di Sicilia e che in questo periodo erano coltivate oltre a vite da vino, anche a meloni (tipici di questa zona).
Fondata nel 397 a.c. dai fenici diventò gloriosa al tempo degli Arabi che la chiamarono “Marsah el Ali” (il porto di Dio).
Adagiata attorno al capo occidentale dell’isola (Capo Lilibeo), questo paesino è famoso per un suo tipico vino dolciastro, tipicamente da dessert: il Marsala per l’appunto.
Ci dirigiamo subito verso il mare e seguiamo la riva in moto. Arriviamo a Piazza della Vittoria dove c’è un busto marmoreo di Garibaldi l’eroe italico che qui fece il suo sbarco con i mille (che poi non erano nenache 900) a cui si unirono 10.000 siciliani al grido di “Viva l’Italia”.
Conquistata che fù l’Isola dai prodi eroi i siciliani si pentirono di quest’unione col regno italico ben presto. Ma oramai era troppo tardi… Questo avvenne l’11 Maggio 1860.
In Piazza Vittoria una porta della citta antica(Porta Nuova), è il pretesto per una veloce passeggiata a piedi.
La brezza marina domina l’aria del grande paese così vivace e prolifico come molti centri marini.
Un curioso fatto storico accadde in questo paese: nel lontano 444 il vescovo marsalese Pescasino stabilì la data della Pasqua su precisa richiesta del Papa Leone (che vedeva in questo ecclesiasta capacità matematiche).
Il calcolo è a tutt’oggi incomprensibile a molti!

 

 

 

2

 

Un’abbondante pietra bianca riveste le case del litorale. Arrivati ad un certo punto l’acqua diventa bassissima. Ce ne accorgiamo perché vediamo persone camminare con il bacino abbondantemente scoperto a centinaia di metri dalla riva!
Cumuli di montagnole bianche appaiono qua e la in bracci di terra penetranti nel mare. E’ il sale che da queste parti si produce e che un tempo non molto lontano costituiva un elemento di lusso nelle tavole siciliane.
Oggi è facilmente e economicamente reperibile, motivo, forse, per il quale i siciliani danno libero sfogo ai loro cibi che sono decisamente saporitissimi.
Le saline in questa zona hanno potuto svilupparsi facilmente dato che in questo stagnone, come viene chiamato, l’acqua ristagna ed è notevolmente salata.
Si possono notare i vari bacini quadrati costruiti l’uno di seguito all’altro dove man mano l’acqua evapora ed il salgemma emerge compatto e cristallino.
Ogni recipiente di questi ha una salinità diversa e botole sommerse permettono il passaggio da un posto all’altro.
Di fronte a noi vediamo un isolotto: Mozia la prima colonia fenicia.
Immersa nello stagnone si raggiunge grazie ad un piccolo battello che in meno di 5 minuti approda all’isolotto, oggi proprietà privata e museo archeologico.
Il marinaio che lo guida è simpatico e chiacchierone; veste di tutto punto come il capitano di un transatlantico!
L’acqua putrida lascia intravedere il suo fondale dato che non raggiunge neanche il metro di profondità.
Una strada ormai sommersa era un tempo attraversata dai carretti che portavano all’isola.
Oggi è ancora percorribile a piedi ma bisogna conoscerla.

Scendiamo e ci avviamo  all’isolotto sfuggendo il pagamento dato che il bigliettaio era completamente assente.
Percorriamo l’intero perimetro dell’isolotto in un’oretta.
Cerchiamo un posto dove avere un bagno che sia pulito e non ricoperto di alghe come la maggior parte della riva.
Quando ne troviamo uno l’acqua calda e maleodorante ci scoraggia al primo piede bagnato!
Mozia significa “filanda” perché ai tempi c’erano impianti per la lavorazione della lana.
Le tracce del sito fenicio sono visibili in tutto il tratto del percorso.
Ci sono anche delle coltivazioni agricole, opera degli abitanti attuali: che sono solo una famiglia, quella dei custodi!
Dapprima mi pareva bellissimo abitare qua tutta la vita, ma dovetti ricredermi: non era questa l’isola misteriosa che stavo cercando!

 

 

 

3

 

Una terra così abitata e contesa non poteva non dare i natali a personaggi illustri!
Ecco alcuni di loro, buoni per tutti i gusti:

1.Ciclopi, Lestrigoni e Lotofagi: ai tempi dei tempi, quel li della fantasia, la Sicilia era abitata soprattutto nella sua parte orientale da queste tre comunità di genti. I Ciclopi erano appostati nei pressi delle caverne dell’Etna ed avevano un occhio solo centrale. Erano tremendi e gli piacevano le belle figliole umane. Uno di questi si innamorò di una ninfa, tale Galatea che invece era perdutamente invaghita del pastorello Aci. Quando il gigante Polifemo se ne accorse fece piombere un macigno sulla testa di Aci che, dura quanto volete, capitolò alla prima botta!
Gli dei, mossi dalla solita compassione, trasformarono Aci in fiume e Galatea in spuma di foce.
Così quando il pastorello sfocia a riva incontra in uno spumeggiante abbraccio la sua bella adorata.

 

Lo stesso Polifemo una volta mentre era nella sua caverna si imbattè in una truppa di marinai Greci. Questi tizi capitanati da Ulisse furono successivamente ricordati alla storia come la più sconquassata comitiva di viaggiatori. Per andare dalla Turchia in Grecia fecero una specie di giro del mondo, superando incredibili disavventure,che gli portò anche in Sicilia.
Storditi dalla stanchezza decisero di approdare e si addentrarono tra i boschi del vulcano. E siccome fortunati non si potevano certo ritenere, si imbatterono nella grotta di Polifemo che momentaneamente era uscito e che quindi sembrava disabitata. Certo, si chiesero “ Come mai il tavolo è alto 5 metri ed il letto 4?”
Quando il gigante ritornò se ne mangiò alcuni per poi essere strategicamente accecato grazie ad una furberia di Ulisse, che se continuamente metteva nei guai i suoi amici almeno , e dopo la perdita di qualche sfigato, gli liberava.
Il monocolo per giunta cieco fece come un pazzo, ma i nostri eroi scapparono per continuare a circumnavigare il globo alla ricerca della loro casa ad Itaca(Grecia).

 

I Lestrigoni abitavano dalle parti di Lentini ed erano anch’essi dei giganti, sempre brutti e cattivi.


I Lotofagi, le cui dimensioni corporali si sconoscono, erano un gruppo di rimbecilliti che mangiavano il loto. Era questo un frutto dell’oblio. E passavano le giornate completamente “persi”…

 

2.Falaride di Agrigento: era costui decisamente un gran fetente. Tiranno della potentissima colonia Greca nel 570 a.c.  Ne combinò tante e tali da meritarsi l’appellativo di “mostro”!
Forse perché perse in tenera età i genitori o più probabilmente perché era proprio un cornutaccio, una volta al potere combinò quanto segue: a) un giorno istitui un torneo ginnico con bevuta di vino finale presso la sua città. I concittadini che non si facevano perdere queste libagioni accorsero tutti in massa. E mentre erano in gara, Falaride fece requisire dai suoi soldati, tutte le armi nelle loro case momentaneamente disabitate. Chi protestò fu torturato e ucciso. B) ogni tanto si mangiava lattanti! C) si interessava di torture. Un certo ”torturologo” tale Perillo costruì un toro di bronzo dove poteva infilarsi un essere umano. Quindi disse che se si fosse acceso un fuoco sotto la pancia, il tizio la dentro ne avrebbe visto di tutti i colori. Falaride gli strinse la mano e lo infilò la dentro per provarlo. Era una buona invenzione ma non glielo potè mai dire!

Morì di morte violenta, lapidato dai suoi stessi concittadini.

 

3. Archimede: e’ diventato famoso grazie a “Topolino”!, dove fa l’inventore di Paperopoli. Nacque a Siracusa e fece impazzire i Romani che per conquistare un’ormai decrepita città dovettero fare i conti con le sue invenzioni. Una catapulta che lanciava enormi massi a distanze rilevanti ed una mega lente con cui rifletteva i raggi solari e incendiava le navi degli arrabbiatissimi romani.
Un giorno mentre si faceva il bagno notò che un corpo solido perde in peso specifico immerso nell’acqua in rapporto al suo volume(principio di Archimede). Fatta la scoperta corse tutto completamente nudo per strada gridando la sua famosa frase “L’ho trovatoooo!!!. Inizialmente gli increduli passanti pensarono un’altra cosa…
Fece validissimi studi geometrici, studiati a tutt’oggi.
Era un cervellone e se ne era convinto. Un giorno disse, forse in preda ad un eccessivo protagonismo, l’altra sua famosa frase: “Datemi un punto d’appoggio e solleverò il mondo!”
Il successo rimbecillisce…

 

4. Federico II di Svevia, ovvero: non è vero che se tuo padre è un idiota devi esserlo anche tu! Figlio del re Enrico VI che peggio di come aveva regnato non poteva, tra dissolutezze e scellerate e malsane idee, Federico II per la sua straordinaria brillantezza, cultura e saggezza è stato unitamente ricordato come “lo stupor mundi” (la meraviglia del mondo).
Fu il primo sovrano “moderno” nel XIII secolo per il concetto nuovo che egli ebbe dello stato, per l’alto senso della legge e per gli interessi culturali che avevano trasformato la sua corte palermitana in centro della poesia mondiale.
Era un secchione…

 

5. Giufà: e la maschera siciliana che rappresenta il “citrolo”, lo svampito, il combina guai. E le storie su di lui sono a bizzeffe…
Un giorno la mamma di Giufà uscendo per andare a messa chiamò Giufà e gli disse” Giufà, sto andando in chiesa, appena esco tirati la porta”.
Giufà, appena uscita, si avvicina alla porta di casa e tira, tira, con tutte le sue forze, fin quando non si scardina e viene giù. Allora se la carica addosso, e arrancando a fatica per la lunga strada giunge alla chiesa:”Ecco, qua c’è la porta; ma che fatica…”

 

6. La vecchia dell’aceto: nel 1800 c’era a Palermo una signora anziana che mentre era dal farmacista sentii che un bambino stava muorendo perché aveva bevuto dell’aceto per pidocchi che se non fosse intervenuto immediatamente il medico per farglielo rigurgitare, non avrebbe avuto scampo.
Iniziò così una particolare carriera di giustiziatrice a pagamento, avvelenando i pveri malcapitati
Quando il governatore l’arrestò, alla domanda: “ Perché avete fatto tutto questo”
”L’haiu fattu  a fin di bene”, rispose la vecchietta.
Risate nell’aula…
”Quando una donna tradisce il marito, se questo se ne accorge uccide lei poi l’amante e poi lu stesso viene condannato a morte dalla giustizia. Uccidendo solo lui, la moglie si può maritare con l’amante e così il morto è solo uno!”
Forse aveva ragione…

 

7. Luigi Pirandello: scrittore agrigentino premio nobel per la letteratura nel ventesimo secolo. E’ quello che a mio avviso sintetizza più di tutti gli altri il pensiero e la filosofia del popolo siciliano.

 

8. Vincenzo Bellini: compositore catanese morto a poco più di 30 anni. La sua “Norma” è un capolavoro di statura divina!

 

 

4

 

Un pomeriggio di sole, al solito.
Ci dirigiamo a Selinunte, magia di grecia in sicilia.
Visitiamo i magnifici templi dorici della colonia la cui acropoli sorge magnifica a picco sul mare.
Io penso che questi posti oggi estremamente brulli vanno visitati con uno spirito ben preciso: il piacere dell’immaginazione.
Io a volte sento ancora i passi delle civiltà antiche. Magnifici nella loro sobrietà questi templi di dio.
Zeus gradiva…

 

Visitati i templi scendiamo nel paesino a mare.
Marinella di Selinunte è una piccola borgata in riva al mediterraneo che d’estate si popola all’inverosimile.
Prendiamo un caffè al bar che in verità è un pretesto per metterci il costume in bagno.
Un lercissimo giovane proprietario ascolta musica araba.
Scendiamo dalla limitrofa scala a riva.
L’acqua è limpida e fresca. Da queste parti il mare è aperto…
Alcuni ragazzi giocano con le racchettine e la pallina.
La prossima volta le porto anch’io…
Torniamo a Salemi e sbagliamo strada.
Per evitare di prendere l’autostrada a Castelvetrano (amo sempre scorrere tra le provinciali), mi intrufolo in una campagna convinto di tagliare il percorso.
Noto che il laghetto che dovevamo passare da quelle parti è alla mia destra mentre dovrebbe essere alla mia sinistra. Non me ne curo credendo di fare la parallela. Sbaglio.
Una lunghissima e strettissima strada di pianura ci porta in una contrada vicino a Mazara e in una maniera e nell’altra (alcune incomprensibili indicazioni in dialetto stretto…) raggiungiamo casa in piena oscurità alle nove di sera.
Mi sono sentito un pò Ulisse!

 

Dopo una breve lavata andammo urgentemente a cenare.
Continuiamo ad abbuffarci la sera e mantenerci digiuni durante il giorno.
Il ristorante “Eclipsi” nella vicina contrada San Vito, ci ingozza divinamente.
Un leggero sorriso di pienezza ci accompagna a letto.
’Notte…

 

5

 

Il giorno seguente lo passammo oziando in campagna.
Una breve visita mattutina a Salemi per la colazione, ci fece scoprire questo simpatico paesino i cui quartieri arabeggianti si sviluppano al disotto del castello.
La gente assolve i suoi compiti quotidiani con frenetica spigliatezza.

 

Torniamo a casa e chiacchieramo con Anna e Giuseppe, così gentili e così cortesi.
Ci parlano di tante belle e semplici cose.
La proprietà invita alle piacevoli riflessioni e all’accidia!
Giuseppe ci dona una forma di formaggio del posto ed un litro di vino: “Mi raccomando non ci fare prendere aria che è genuino e si po ittare (buttare)”

Grazie amico mio…
Il pomeriggio passa tra una passeggiata con sosta (un albero di mandorle mi scatena una frenetica caccia al frutto!), una lettura, ed un paio d’ore di partita a carte,le cui continue sconfitte mi perseguitano!
Ceniamo a base di carne e affettati. Il formaggio che ci aveva dato Giuseppe era il più delizioso che avessimo mai mangiato.
E noi ne capiamo di caseati. Anna ci porta una frittata fatta da lei e dei peperoni sottìolio appena arrostiti.
I piccoli marmocchi della simpatica famiglia corrono con la bicicletta e salgono sulla moto dopo avermi chiesto il permesso.
Non capisco perché non gli ho fatto fare un giretto.
Buonanotte bella gente…e tanta fortuna.

 

Capitolo 1

 

Capitolo 2

 

Capitolo 3

 

Capitolo 4

 

Capitolo 5

 

Capitolo 6

 

Capitolo 7

 

Capitolo 8

 

Capitolo 9

 

Capitolo 10

 

Capitolo 11

 

Capitolo 12

 

Capitolo 13

 

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CAPITOLO OTTAVO

 

 

 

LA VALLE DEL BELICE – SAMBUCA DI SICILIA - ERACLEA MINOA – AGRIGENTO – LA TONNARA-

 

1

 

Buongiorno cari lettori.
La partenza vide i nostri amici con annessa prole, in posizione di commiato.
Lo specchietto gli vide salutare all’infinito anche oltre l’orizzonte visivo!

La Valle del Belice è diventata tristemente famosa per il terribile terremoto che sconvolse l’intera area tra il 14 ed il 15 Gennaio del 1968 e che raggiunse alle 3 e 01 di notte il IX grado della scala Mercalli gettando nel panico e nella miseria migliaia di persone.
Il clamore di quell’evento fu soprattutto il trentennale periodo che ci volle per ricostruire l’area tra ruberie e sconcertanti storie di politica italiana ( e siciliana).
La Valle del Belice è uno spettacolo da non perdere. Questi paesini sono stati ricostruiti alcuni sul sito originario altri poco distanti.
Il primo che incontriamo è Gibellina Nuova, qualche chilometro oltre l’antico centro.
Una scultura in ferro che rappresenta una stella (la cosiddetta “Stella del Belice”) domina la provinciale appena fuori il paese.
A Gibellina numerosi artisti astrattisti hanno realizzato opere varie per lo più di insignificante e stupido gusto. Gibellina è chiaramente tutta rifatta da case basse in un  tessuto viario a scacchiera.
Gli alberi sono ancora quasi tutti piccoli.
Il sole batte dovunque in questa tristezza di desolazione.
Le opere di cui prima, tra cui il giardino pubblico, sono incorniciate da ciuffi di erba incolta che nessuno a quanto pare accudisce.
In queste lunghe strade senza ombra, abita una famiglia ogni 5 case, evento che rende ancor più triste il paesaggio.
Sembra lo scenario ideale per un film di fantascienza…

 

Usciamo e proseguiamo.
La cartina segnala “Ruderi di Gibellina” e ci dirigiamo in quel senso.
La vallata è fittamente coltivata a vite e ortaggi.
Camminiamo tra i docili monti del Belice in un area di silenzio e tranquillità.
Incontriamo pochissime macchine.
Sorvoliamo Santa Ninfa che con la coda dell’occhio mi da l’impressione di spopolamento avuta a Gibellina.
Una serie di tornanti e curve ci portano alla vista di uno scenario incredibile.
Siamo a Gibellina Vecchia, quella distrutta dal terremoto, e una parte del paese che originariamente degradava dai pendii del monticello, è stata ricoperta di cemento lasciando intatto il sistema viario. Mi spiego meglio; noi vediamo la seguente: un’enorme gettata di cemento che riempie una parte di montagna e che copre le antiche abitazioni distrutte; e dei tunnel che rappresentano le strade del paese crollato.
In pratica un’enorme tomba!
Zigomì si suggestiona, sente gridare i poveri bambini sepolti!
Ce ne andiamo, passando tra le rovine delle case distrutte 30 anni fa e lasciate sul posto per “non dimenticare” (chissà poi perché!).

 

Proseguiamo per un paio di chilometri tra la campagna e di nuovo: un insieme di rovine, di tristezza, di terrore!
E’ la vecchia Salaparuta.
Un chilometro oltre è stato costruito il nuovo paese.
Qua non ci sono opere d’arte ma all’ingresso del paese, nel solito scenario di desolazione e mancanza d’ombra c’è un bar dove non c’è nessuno dentro.
Entriamo e consumiamo non ricordo neanche cosa.
Parlo col proprietario, testimone di quella lugubre esperienza.
”Certo che ricordo quei momenti! La mia era una famiglia agiata di Salaparuta. Avevamo una casa, di quelle antiche padronali, di 20 vani. Cortile, baronato… Ora ha distanza di anni ci hanno dato un misero contributo di pochi spiccioli. Ho fatto quest’attività e la mia casa sopra. Che brutta cosa!Avevo 36 anni!- dice ridendo amaramente-.
”Tutte queste case sono in gran parte disabitate…-dico al simpatico interlocutore.
”La gente ha avuto da qualche anno queste case, dopo 35 anni di sofferenze. Molti di loro vivono da diverso tempo fuori. Forse qualcuno neanche lo sa che ora ha una casa qua! I più stupidi siamo rimasti noi che siamo ancora qua! Pensi che su 5.000 abitazioni solo poco più di mille sono abitate! Il resto è tutto vuoto, disabitato da decenni! Il sindaco l’anno passato ha dato ospitalità gratuita a chiunque avesse bisogno di una casa. Ma qua la gente non viene neanche con l’alloggio gratis! “
Andiamo via, e passeggiamo come marziani tra le nuove costruzioni di Salaparuta. Come a Gibellina abbiamo anche qua un senso di vuoto. Non c’è una zona di maggiore densità. Non ci sono ragazzi riuniti a festa (oggi è Domenica)..
In compenso notiamo un palazzo a due piani completamente disabitato e con i vetri e qualche finestra di casa scardinata, testimone di totale abbandono.
E’ pazzesco passeggiare in una città fantasma!

Saliamo a Poggioreale: stessa cosa! Ancora un desolato impianto a scacchiera.

Andiamo ai ruderi di Poggioreale, un paio di chilometri oltre la nuova città.
Qua lo spettacolo assume contorni macabri ma intensi.
Attraverso una porta d’ingresso si entra nell’antico paese perfettamente conservato nella totalità dei suoi ruderi.
Entriamo e la sensazione è agghiacciante. Arriviamo sino alle rovine di quella che fu la piazza principale dove il campanile della chiesa ancora regge, quantomeno nella forma. Tutto conservato il paesino che spesso è giustamente usato per riprese cinematografiche illustranti tragedie varie.
Abbiamo paura e fuggiamo via, risalendo in moto e con il panorama della città abbandonata che ci scruta col suo violento silenzio!

 

Serpeggiando tra la Valle del Belice arriviamo a Santa Margherita, paese che è stato ricostruito sui suoi stessi ruderi, anche se all’entrata del paese ci sono i resti di quello che fu un quartiere dell’antica città.
E subito dopo un’opera di inestimabile bellezza tra le rovine del passato: la chiesa madre ancora ferita nella sua splendida affacciata, una delle realizzazioni architettoniche più imponenti viste in questo viaggio, per la sua mole e i suoi colori.
A più di cento chilometri da Agrigento, sulle colline adornate dalle colture di viti e grano e contornate dai fiumi Belice, Carboi e Senore, sorge Santa Margherita di Belice.
 La città ha il suo centro nella Piazza Matteotti dove si trovano, compromessi dal sisma, il Palazzo Filangeri, che fu la residenza di campagna dell'autore del Gattopardo, Giuseppe Tomasi di Lampedusa (1896-1957), l'originale Palazzata del '700 e la magnifica Chiesa Madre. La chiesa, dedicata a Santa Rosalia, fu costruita nel '600 e ristrutturata apportando delle modifiche sostanziali nel '700.
L'interno del tempio conserva ancora, nonostante il terremoto, tutto lo splendore dell'opera d'arte qual è la Chiesa Madre. L'architettura mostra i resti di una parete laterale, mentre domina la scena l'entusiasmante altare maggiore composto dalla tavola, o mensa, sostenuta da una base, o stipite.A destra dell'altare sorgeva ilcorno del Vangelo mentre alla sinistra vi era il corno dell'Epistola, così detti perchè di fronte a essi il sacerdote leggeva rispettivamente la lezione del Vangelo e dell'Epistola. L'edificio si compiace delle sue eleganti decorazioni: ornamenti eseguiti mediante intagli, intarsi, motivi floreali, sculture raffiguranti piccoli bambini, corone di fiori e frutta. Le pareti accolgono preziosi e originali affreschi, mentre le colonne, dal fusto scanalato, sono elegantemente arricchite da capitelli ornati da foglie d'acanto.
Ma la desolazione della quotidianità ci costringe ad andarcene, vittime del bello!

 

2

 

Eccoci a Sambuca di Sicilia dove gustiamo una granita al limone di ottima fattura ed in un bel bar.
Quindi visitiamo il paese la cui struttura araba dei suoi vicoli era la più rinomata della Sicilia.
Entriamo nel dedalo di viuzze che hanno nomi consoni al paesaggio: “Vicolo dei Saraceni”, Cortile dei mosaici”…
L’unione degli odori penetranti dalle vicine finestre delle case ha la caratteristica essenza acre che caratterizza gli harem orientali, così fitti e intricati.
Passeggiamo tra le vanedde (vicoli ciechi) e d’improvviso una simpatica bimba siciliana ci tranquillizza. Noi così grandi e così macchiati di fobie, sindrome dei nostri tempi!
Saliamo sulla parte più alta del sito, dove due colonne testimoniano i fasti che furono. A strapiombo sulla valle facciamo un autoscatto…

 

3

 

La visione del mare ci ripiomba nella normalità.
Macchine e rumori animano il tragitto della statale 115 direzione Agrigento.
Una deviazione sulla destra indica “Eraclea Minoa”. Andiamo.
Qua c’è un altro spettacolo della rinomata collaborazione natura-mare.
Bianche scogliere a strapiombo sul mare proteggono il bellissimo sito di Eraclea.
Questa candida scogliera , brulla nella sua parte di monte, conserva una lussureggiante vegetazione nella sottostante striscia di terra viavai di vacanzieri.
In tempi passati una possente frana distrusse questa zona. Ma parliamo di migliaia di anni fa.
Nella parte alta c’è un sito archeologico.
Ma noi siamo gia sotto e soprattutto in costume.
Quella notte dormimmo a mare di fronte al ristorante dove consumammo una cena a base di pesce.
La proprietaria ci guardava curiosamente…
Eterni barboni col computer…

 

4

 

La Valle dei Templi di Agrigento è la più grandiosa testimonianza greca in Sicilia.
Questa terra conserva, come è ben noto, i più importanti ritorvamenti archeologici di quel periodo.
Tra alberi di mandorlo, cespugli di selvaggi fichidindia e melanconiche case abusive si arriva alla Valle dei Templi, scenario struggente e completo che non ha bisogno dei rituali sforzi immaginativi.
La Valle dei Templi rappresenta, tutt'oggi, la testimonianza più sublime della civiltà greca in Sicilia. Tra le campagne colme di mandorli in fiore, lo sguardo si poggia sui meravigliosi ruderi dei templi che nel tempo hanno conservato intatta la loro imponenza architettonica.
La Valle dei Templi sorge nella parte più a sud sulle vestigia dell'antica città e comprende numerosi templi edificati nel V secolo a.C.. Essi furono costruiti con tufi calcarei locali in stile dorico e rivolti verso est, per rispettare così il principio secondo cui la statua raffigurante la divinità, posta all'interno della cella d'ingresso, venisse illuminata dal sole nascente. La Valle è stata istituita a zona archeologica che si estende su una vasta area su cui si trovano, quasi allineati, i templi classificati con i nomi greci delle divinità. Percorrendo l'itinerario consigliato troviamo:
Il tempio di Zeus Olimpio (Giove), che venne edificato per ringraziare il dio Zeus, in occasione della vittoria del 480 a.C. degli agrigentini sui Cartaginesi. In origine il tempio, che fu uno dei più maestosi dell'antichità, era lungo 113 metri e largo 56 metri. Esso presentava una trabeazione sostenuta da colonne alte ben 20 metri alle quali si alternavano i cosiddetti Telamoni, cioè delle gigantesche statue con sembianze umane. Molti dei blocchi tufacei presentano tutt'oggi particolari incisioni a forma di U che servivano a contenere la corda con cui veniva sollevato e sistemato il blocco di pietra.
Il tempio di Castore e Polluce (Dioscuri), che venne eretto nel V secolo a.C., fu attribuito ai due gemelli nati dalla dea Leda e dal dio Zeus. Il tempio, che rappresenta il simbolo della città di Agrigento, conserva solo quattro colonne e una parte della trabeazione. Poco distanti da esso sono stati rinvenuti due altari sacrificali, uno quadrato e uno circolare, appartenenti probabilmente ad un originario santuario dedicato alle divinità infernali.
Il tempio di Eracle (Ercole), che è il più antico e di cui oggi sono visibili ben otto colonne rastremate (assottigliate verso l'alto per apparire più alte).
Guardando verso sud si trova la Tomba di Terone, grandioso monumento di pietra tufacea e di forma piramidale, che venne edificato per ricordare i soldati morti nella seconda guerra punica.
Il tempio della Concordia, che è l'unico giunto a noi nella sua integrità. Edificato nel 430 a.C., nel VI secolo a.C. esso fu trasformato in un edificio sacro, di cui sono ancora visibili le arcate inserite nelle mura della cella centrale. In esso sono presente imponenti colonne rastremate e la parte del fregio risulta decorata da triglifi e metope. Il nome Concordia deriva da un'iscrizione latina ritrovata nelle vicinanze del tempio stesso.
Il tempio di Hera Lacinia (Giunone), che venne edificato intorno al V secolo a.C. e incendiato dai Cartaginesi nel 406 a.C.. Esso fu attribuito a Giunone, dea protettrice del matrimonio e del parto, e ha mantenuto inalterato nel tempo il colonnato (solo in parte restaurato nel 1900) della cella d'ingresso. Uscendo dal tempio verso est si trova ancora l'altare del tempio.

 

5

 

Anche se il mio spirito naturalista si ribella a questo paragrafo, il mio dovere di (de)scrittore mi impone di illustrare uno dei rituali classici della pesca siciliana. La caccia del tonno. Riporto quanto letto da un libro:


”La mattanza è la fase finale della pesca del tonno che si pratica con le tonnare, un complesso di reti che si cala in mare verso i primi di maggio e vi resta fino al mese di giugno. E' suddivisa in camere che sono disposte in fila e comunicano tra di loro per mezzo di porte, costituite anch'esse da pezzi di rete. Il tonno ripetendo di anno in anno sempre lo stesso percorso finisce per trovarsi dentro le camere. Quando il rais ( il capo della tonnara ) ritiene che il numero di tonni presente sia sufficiente, e se le condizioni meteorologiche sono favorevoli, i tonni vengono "indotti" ad entrare nella camera della morte dove restano intrappolati. I tonnarotti, che stanno sulle barche disposte lungo i quattro lati della camera, al comando del rais tirano su la rete. I tonni man mano che gli viene a mancare l'acqua si dibattono, urtano violentemente tra loro, si feriscono. Quando sono ormai sfiniti li aspettano i "crocchi", i micidiali uncini dei tonnarotti montati su delle aste, che servono per agganciare i pesci e issarli sulle barche.
La mattanza è uno spettacolo sanguinoso e crudele, il mare si tinge di rosso, sembra un campo di battaglia. E' al tempo stesso emozionante, ed è per questo che gli spettatori non mancano, anzi di anno in anno si fanno sempre più numerosi, arrivando da quei luoghi dove la lotta per la sopravvivenza sembra essere un ricordo di tempi lontani.

Del tonno non si butta via nulla ed ancor oggi negli stabilimenti delle tonnare i tonnarotti lavorano artigianalmente le uova che diventano, dopo essere state salate e pressate innumerevoli volte in modo da essiccarsi, un piatto prelibato che viene consumato nei ristoranti locali. Infatti per tradizione le interiora del tonno spettano ai tonnarotti.

Un altro prodotto prelibatissimo è il cuore di tonno, la cui lavorazione è simile a quella delle bottarghe. Entrambi i prodotti vengono molto usati negli antipasti, spesso conditi con un poco d'olio. Il sapore è deciso e non necessita quindi di altri condimenti. “
Fine!

Capitolo 1

 

Capitolo 2

 

Capitolo 3

 

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Capitolo 7

 

Capitolo 8

 

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CAPITOLO NONO

 

 

 

PIAZZA ARMERINA – AIDONE – PALIKE’ – LA STORIA DEI FRATELLI PALICI – VIZZINI – RAGUSA(HIBLA)

 

1

 

Piazza Armerina sorge in posizione amena a 697 m s.l.m. e al centro del triangolo isolano.
Spunta d’improvviso tra le colture di questa zona isolana dedita all’agricoltura ed alla pastorizia.
Poco fuori il centro abitato c’è la più bella casa romana a noi giunta di tutti i tempi!

La Villa Romana del casale apparteneva a tale Massimiliano Erculeo collega di Diocleziano nella gestione dell’impero romanoin Sicilia.
Era vicina alla “Phiolosophiana”, arteria che univa questa parte di sicilia a Catania (i Romani erano maestri nella costruzione di strade e ponti a differenza dei Greci che non dedicavano un minuto a queste cose, fautori di grandi citta’-stato ma mai di grandi unici imperi come i Romani).
E’ qualcosa di indescrivibile la magnificienza e il clamore della sua opulenza che si materializza in 3500 metri quadrati di mosaici che abbellivano i suoi pavimenti.
In queste opere si possono ammirare scene tratte da lavori di Omero, scene mitologiche e anche immagini di vita quotidiana, sempre realizzate in maniera molto vivida.
In camera da letto c’è chiaramente il mosaico di un sedere femminile avvinghiato alle bracce di un uomo!

 

In via del tutto eccezionale decidemmo di pranzare anche se fugacemente.
La trattoria “Pepito” stuzzicò il nostro appetito.
Era il proprietario un tizio che aveva girato il mondo e che dopo tanto emigrare aveva aperto questo ristorantino paesano.
Il turismo derivante dalla Villa Romana sosteneva l’azienda.
Finito il pranzo passeggiammo per le vie di Piazza Armerina, fin sopra la chiesa con la sua splendida verde cupola bizantina.

 

 

 

 

2

 

Qualche chilometro oltre Piazza Armerina sorge il centro archeologico di Morgantina che fu abitata sin dai tempi dei tempi e poi ellenizzata.
Ammetto che a me piace tanto vagare per queste rovine…

 

3

 

Camminammo per le fertili campagne siciliane passando da Caltagirone centro della ceramica di internazionale fama. Proseguimmo passando tra gli aranceti che dominano questo tratto di Sicilia fino  a giungere, immersi tra la solitudine delle campagna ad una rocchicella anonima segnalata da ricerche al computer ma non dalle cartine geografiche: la rocchicella di Palikè, antico sito dei Siculi.
Questo sperone di roccia ricoperto da brulli ficodindia mostra nelle sue pareti una schiera di buchi che altro non sono che antiche necropoli di questo popolo pre-greco.
Di fronte l’altura sorgevano due laghetti le cui esalazioni di anidride carbonica gli facevano gorgogliare: i primitivi abitanti diedero immediatamente poteri divini a questi specchi d’acqua, denominati i fratelli Palici.
Presso questi laghetti che oggi non sono visibili perché coperti da un capannone che sfrutta i suoi bollori per l’estrazione dell’anidride carbonica, un tempo erano la sede di un santuario.
In questo tempietto i poveri oppressi si rivolgevano in cerca di aiuto.
Erano una sorte di tribunale divino gestito da furbi stregoni.
Così quando c’era una disputa i contendenti dovevano scrivere la loro verità su una pietra data preventivamente dai sacerdoti del luogo.
Se dicevano il vero la pietra rimaneva a galla, altrimenti affondava.
Chiaramente i custodi del tempo stabilivano a loro piacimento la vittoria di questo o di quello, dando enormi macigni che non potevano far altro che affondare, a chi doveva essere sconfitto. Mentre il vincitore scriveva la sua verità su inaffondabili pietre porose.
Da cui l’antico detto siculo: “La verità viene sempre a galla”…

 

4

 

Lasciammo questo desolato e a torto sconosciuto posto per dirigerci oltre.
Passammo velocemente da Grammichele curiosamente nota per la sua struttura urbana che ricorda un perfetto esagono. Nella sua struttura viaria e nella sua piazza principale, composta di 6 lati perfettamente uguali ma sempre ricca di oziosi vecchietti al passo…
Tra silenzi e campagne arrivammo a Vizzini verso le 6 di pomeriggio.
Paesino arroccato della provincia catanese, presenta un pittoresco quartiere abbandonato: “La Cunziria” (la conceria), antico borgo dove si lavorava la pelle ormai in disuso.
Qua la Sicilia è racchiusa in un quadro…
Valli, uomini con la coppola, donne riservate e fichidindia…
Che adorabile giornata questa, a cavallodi questa terra, penetrandola ferocemente nella sua essenza.
Questa voracità di cammino in verità avrebbe lasciato un ricordo profondo nel nostro animo.
Sempre in moto ad ammirare e a cercare di capire.
Tra l’immensità delle sue campagne e l’improvvisa vivacità dei suoi paesini!
Non perdete una giornata di questa in Sicilia.
Veloce, frenetica, confusa, tanto quanto ammaliante, suggestiva e sentimentale.
Diversi spaccati di questa terra sono capiti meglio.
Non ti da mai il tempo di oziare questa stimolante terra.
Che delizia…

 

5

 

Salimmo sino a Monte Lauro a circa 1000 m s.l.m.
Il freddo feriva l’aria ma noi eravamo ben protetti. La cima di queto monte era ricopeta di imponenti antenne televisive. La discesa fu la seguente traccia del nostro cammino.
Passammo da Giarratana e tra strette strade di campagna, arrivammo a Ragusa, in splendida posizione arroccata su un cocuzzolo.

La moto si arrampicò tra i declivi iblei, i monti di questa zona, e finalmente spuntò la città, elegante e fervida.
Una parte più antica suggestivamente illuminata da luci giallastre “viveva” sotto la parte nuova di Ragusa.
Il nostro albergo si trovava all’ingresso della parte moderna in via Risorgimento, elegante corso cittadino.
L’hotel Ionio ci era una struttura anni 50 dal gusto antico. Sembrava di essere in un film in biancoenero.
Armando, il portiere, sembrava uno di quei burberacci pronti sempre a mordere. Scoprimmo lentamente la sua dolcezza e affabilità. Uno specchio divideva la reception dal piccolo bar. Il portiere faceva da guardiano della hall e da barista. Delle tende blu nascondevano ingressi retrostanti.
Il salottino sul lato sinistro della hall era di modeste pretese. Due porte altissime e a vetrata tipiche di 50 anni fa, immettevano al ristorantino chiuso dell’Hotel. Salimmo alla stanza che era piccola ma confortevole. Il freddo dell’acqua presa durante il viaggio fu stemperato da una doccia bollente.

 

Scendemmo nuovamente all’ingresso iniziando l’ennesima partita a carte che per me, eterno sconfitto, tanto rilassante non lo è mai.
Il nostro baffuto portiere chiacchierava animatamente con due personaggi uno dei quali dopo aver “studiato” Zigomì ci chiese come stavamo giocando.
Misi in moto tutta la mia scontrosità…

 

Altre persone entravano e parlavano sempre di problemi e sempre col portiere , in una sorte di “circolo della sparlata varia”.

L’ingresso del direttore rimise un po’ d’ordine tra quei tizi che qualche stupidaggine devono averla commessa tanto da far scattare il distinto rettore d’albergo: “Una cosa vi avevo detto di fare e …Io ho due mani, due piedi e 24 ore ha disposizione!”. Ma era un pacato rimbrotto.
 Poi con la coda dell’occhio notò la nostrra presenza e si avvicinò garbatamente.
”Salve, appena arrivati?”
”Piacere direttore si siamo appena arrivati. Abbiamo preso un po’ d’acqua…siamo in moto, sa…”
”Oh che bella avventura…Siete da queste parti per vedere Hibla? L’antica e barocca Ragusa…opera anche dell’illustre Gagliardi, architetto siciliano dei più estrosi. Io dico: ma i siciliani si rendono conto della grandiosità di questa terra!!! Gli scavi Morgantina non gli conosce nessuno ad esempio: tutti a Taormina a vedere il teatro greco! E la villa Romana di Piazza Armerina? Uno su cento c’è stato! Guardate amici che la Sicilia è infinita…”
E continuò a parlare, in maniera piacevole ed appassionata, con verbo forbito e movimenti eleganti questo signorotto di 50 anni dai modi gentili…

Lo salutammo con la promessa di rivederci più tardi o domattina.

 

Eran gia le  9 di sera e la fame ci stava mangiando lo stomaco!
Uscimmo per andare a mangiare alla trattoria di fronte che ci consigliò Armando il quale saputo che stavo realizzando un libro mi disse:” Non dimentichi: Armando dell’Hotel Ionio”( portiere chiacchierone) !

6

 

Mangiammo e bevemmo a più non posso, uscendo barcolanti dal ristoro.
Ci vollero 15 minuti di passeggiata per rimetterci in sesto e risalire sulla moto alla volta della parte vecchia di Ragusa (che è anche più grande della nuova): Ragusa Hibla.
Questa zona si trovava più in basso rispetto alla zona nuova e scendemmo da un pianoro che lasciava spesso intravedere delle enormi conche tra le due parti.
In una di queste fenditure potemmo osservare che le due zone di Ragusa (quella antica e quella moderna) sono unite in alcuni tratti da ponti lunghi qualche decina di metri  ma profondi un centinaio!
Essi sono tre e dal nostro punto di osservazione sono molto suggestivi: la montagna arida e ripida con sulla cima le abitazioni iblee e i ponti che uniscono queste due parti di città che comunque sono talmente vicine come detto poc’anzi, che nella parte sottostante formano una specie di canyon. Il tutto reso magico dalle luci della notte.

Arriviamo ad Hibla ed un viavai rigoglioso digiovani e meno giovani rende vivo il barocco gia di per se sontuoso, della spettacolare Hibla.
Senza scendere dalla moto ma ogni tanto sostando per ammirare qualche bel balcone siciliano o alcune splendide affacciate dai colori di questa terra: giallo, rosa…percorriamo i vicoli della antica cittadina.
Dai giardini iblei e prendendo per la via del Mercato ci introduciamo inPiazza della Repubblica, cerniera tra le due città, dove un decorato portale in stile barocco impreziosisce la facciata della chiesa del Purgatorio.
Le luci giallasre e la pomposità dell’arte barocca fanno rivivere splendidamente il Medioevo (era di genialità e crudeltà).
Scendiamo dalla moto e consumiamo una birra ad un pub: qua i ragazzi mi sembrano onesti e puliti. C’è il giusto clima di festa, senza improponibili figli dei fiori ma con svolazzanti gonne al passo…

 

Prendiamo la Via Mazzini che tra una serie di tornanti e l’altro unisce i due tronconi di Ragusa. Continua la passeggiata tra arzigogolate strutture barocche.
Poi il Corso Italia e la Via Roma che ha un aspetto elegante e moderno e, dopo un semaforo passiamo per uno dei tre altissimi ponti che unisce le due rocce iblee.
Qua almeno una volta l’anno qualcuno si butta di sotto consumando drammaticamente la sua triste esistenza!
Io non la farei mai finita con un balzo nel vuoto di 200 metri.

 

Saliamo in camera e scrivo quanto avete letto …

 

Capitolo 1

 

Capitolo 2

 

Capitolo 3

 

Capitolo 4

 

Capitolo 5

 

Capitolo 6

 

Capitolo 7

 

Capitolo 8

 

Capitolo 9

 

Capitolo 10

 

Capitolo 11

 

Capitolo 12

 

Capitolo 13

 

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CAPITOLO DECIMO

 

 

 

MODICA – PASTICCERIA SICILIANA – ISPICA – PORTOPALO –NATALE IN SICILIA

 

1

 

Antipatica mattinata piovosa.
Indossiamo le tute antipioggia e sfidiamo l’acqua.
La strada che unisce Ragusa a Modica presenta, in prossimità di quest’ultima, tre lunghi e rabbrividenti ponti.
Il primoè addirittura il più alto d’Europa con i suoi 168 metri!
La sottostante Valle del Fiume Irminio è così paurosamente superata e…ecco Modica, proprio la sotto, dentro la valle.
Aspettiamo un po’ prima di scendere causa una improvvisa burrasca a cui troviamo riparo sostando presso il bar di un’area di servizio. Ma in Sicilia le precipitazioni hanno spesso il carattere di violenti acquazzoni che si sciolgono come neve al sole dopo pochi istanti.
In questo caso la neve doveva essere un po’ più dura!
Comunque dopo una mezz’oretta abbondante siamo in grado di ripartire.

 

Modica…
Bellissimo il suo barocco sfavillante che rende naif il trafficatissimo Corso Umberto. Qua ci fermiamo in una pasticceria che attira la nostra gola!

 

2

 

Se l’obiettivo della vostra vacanza è mangiare, allora siete capitati nel posto giusto.
In questa terra le donne e molti uomini sono dei valenti cuochi.
Uno degli innumerevoli cavalli di battaglia della cucina siciliana sono i suoi magnifici dolci e la sua saporita “tavola calda”(arancine, pizzette, sfoglie…).

Una torta da non perdere è la “Cassata Siciliana” a basedi una glasse di zucchero e con ricotta e pan di spagna. I Siciliani ne vanno matti tanto quanto il più rinomato dei suoi dolci: il cannolo, sfoglia ricoperta da ricotta, cream o cioccolata.
Il Babà è un dolce a base di rum e panna: a me non è piaciuto…
Un altro dolce dalle mille calorie sono i  “Ricci al cioccolato”, bombe sferiche che annienterebbero un diabetico al primo morso.
Quando si entra in una pasticceria non si può non essere attratti dai mignon, micro riproduzioni dolciarie.
E poi tantissime composizioni alla frutta.

 

Il gelato da queste parti è un’istituzione. Un libro diceva che il prelibato “riempicono” fosse stato inventato a Catania. Ma ogni regione ne rivendica l’idea originaria.
Una pasticceria aveva anche i gusti al prezzemolo, alla rosa e a qualche altra cosa strana!

 

La tavola calda è consumata continuamente nell’arco di una giornata motivo per il quale la produzione giornaliera è continua. In parole povere arancine, pizzette e soci, sono sempre freschi (nel senso di caldi!)

 

3

 

Sotto un cielo cupo e nuvoloso proseguiamo il nostro tour.
Arriviamo ad Ispica dove le millenarie erosioni di corsi d’acqua ha facilmente eroso la pietra calcarea degli Iblei, formando profonde e spesso lussureggianti gole, dette “cave”.
Cava d’Ispica ne è l’esempio più illustre per la sua grandezza (queste vallate sotterranee uniscono Modica ad Ispica) ma soprattutto per essere stata abitata continuamente nel corso dei secoli.
Pensate un po’ che l’antica contrada di Ispica sorgeva in questa zona fino al terrificante terremoto del 1693 che sconquassò mezza Sicilia.
Viaggiatori, poeti, scrittori hanno descritto quest’area di strabiliante impatto emotivo e paesaggistico.
Dei preposti a quest’area ci vengono incontro al nostro arrivo: sono un ragazzo annoiato ed una pimpante ragazza robustella.
Il ragazzo si sforza di elargire consigli ed ogni tanto viene scavalcato nel parlare dalla ragazza. Ma fa finta di niente e continua.
Poi ci da consigli su l’itinerario da fare mentre la solita impicciona periodicamente lo contraddice. Arrivati ad un certo punto l’uomo non ce la fa più e le grida: “Stai un po’ zitta, per favore!”.
Colleghi di lavoro…

 

4

 

Dedichiamo due ore di passeggio alla cava.
Vediamo la Ladreria, catacombe del V secolo avanti cristo, poi risalendo tra le gole incontriamo un gruppo di case di antichi abitanti del posto che avevano la vicino la più importante risorsa di quei tempi: l’acqua.
Vediamo una chiesetta rupestre di età bizantina, la grotta di San Nicola, e poi come in uno spaccato, resti di abitacoli sovrapposti intercomunicanti grazie a scale e buche scavate nella parete calcarea.
In questo labirinto di emozioni giungiamo, coinvolti col corpo e con lo spirito, allo sperone opposto della cava detto “salinitru” tra caverne e panorami suggestivi.

 

Quando andiamo via penso l’emozione che provarono quei viaggiatori passati a vedere abitati questi “marziani” posti!

 

5

 

Un cielo meno minaccioso ma ancora non del tutto rilassato ci fece compagnia fino a Portopalo, caratteristica borgata di pescatori e altro vertice del triangolo isolano.
Un isolotto davanti alla casetta che avevamo affittato da un marinaio del posto nascondeva il sole che da queste parti tramonta a mare in uno spettacolare gioco di luci e ombre.
Sentiamo il rumore delle onde che sono agitate ma che non scoraggiano il duro lavoro dei pescatori.
Le loro lampare splendono tra le vetrate del ristorantino sulla battigia dove consumiamo la nostra giornata.
 Il mare mi mette addosso sempre una piacevole irrequietezza che mi sprona a “fare” ad esserci a elaborare…
Diversamente dalla montagna che sveglia il mio lato poltrone e filosofico…
Io sento che mi piace più la prima sensazione. Ma probabilmente, perché conosco l’altra.

 

 

 

 

 

6
Natale in Sicilia

 

La festività del Natale ha un ruolo importante nella religione cristiana e può esser vista sotto vari punti di vista, da quello religioso, storico, folcloristico a spunto per espressioni artistiche di alto valore.

La data del Natale è stata fissata dalla Chiesa il 25 dicembre, in coincidenza con altre feste pagane quali quella dedicata al dies natalis Solis Invicti - il dio Invincibile - ed i Saturnalia, perchè nei Vangeli canonici, contrariamente con quello che avviene per la Pasqua, cioè il fulcro della Cristianità visto che rappresenta la Passione, non si hanno indicazioni certe sulla data di nascita di Gesù Cristo.

A tali ricorrenze pagane che ancor oggi lasciano trasparire alcune reminescenze nella festa cristiana - ci si riferisce, ad esempio, allo scambio dei doni ed alla decorazione degli edifici, aspetti simili ad elementi costitutivi dei Saturnalia - si aggiunge il legame della data natalizia prescelta con altre ricorrenze, a partire dal solstizio d'inverno in prossimità del Natale e la similitudine con altre ricorrenze religiose come la nascita di San Giovanni Battista il 24 di giugno - data del solstizio estivo - e la data dell'Annunciazione che ricorre il 25 marzo.

Tra i primi documenti che attestano le celebrazioni natalizie effettuate il 25 dicembre occorre citare un calendario redatto a Roma nel 336 che fa ricadere la nascita di Gesù Cristo proprio in questa data.

IL PRESEPE

Il Natale è sempre stato un tema ricorrente nelle varie rappresentazi artistiche come la pittura. In effetti, la Natività è stata rappresentata, ad esempio, in alcuni esemplari di pittura sul vetro presenti in collezioni private.

I diffusori di questa tradizione in Sicilia furono i Gesuiti.
Tra i personaggi preponderanti del Presepe ci sono, ovviamente, i genitori terreni di Gesù Bambino. La loro rappresentazione ha subito variazioni nel corso dei secoli visto che originariamente la Vergine era rappresentata in modo disteso accanto alla mangiatoia che accoglieva Gesù Bambino; successivamente i genitori terreni di Gesù sono stati rappresentati in maniera eretta,
Nonostante tali cambiamenti rappresentativi, spesso legati a questioni strettamente teologiche spesso riferibili a Concili, la Sacra Famiglia resta sempre il fulcro di questa rappresentazione.
Anche il bue e l'asino hanno un ruolo rilevante nel Presepe: essi simboleggiano lo stretto legame d'amicizia tra il Redentore ed il mondo animale.

I PRESEPI DI SICILIA

Il Presepe ha sempre occupato un posto d'onore nelle rappresentazioni sacre in Sicilia. Nell'isola tale rappresentazione si discosta in parte da quella tradizionale; ha tra i suoi elementi costitutivi un forte senso del drammatico e presenta delle caratteristiche tipiche come le decorazioni che sfruttano rami d'arancio e di mandarino e fichi d'india.


Parlare della presenza del Presepe in Sicilia vuol dire anche ricordare l'antica usanza di realizzare vari "Bambinelli" sfruttando la duttilissima cera. L'usanza di utilizzare questo matreriale iniziò nel XIV secolo e successivamente i "Cirari" si specializzarono nelle produzioni tipicamente natalizie, a partire soprattutto dai già citati "Bambinelli" in cera .

Tra gli esempi più rappresentativi dei vari Presepi custoditi in Sicilia si possono citare quelli presenti, ad esempio, nella provincia ragusana, a partire dalla lunetta cuspidiata realizzata utilizzando il calcare duro e presente nella parete esterna sinistra della Chiesa intitolata a Santa Maria di Batlem a Modica. Essa risale al XV-XVI secolo, è denominata "La Lunetta del Berlon" e rappresenta in maniera molto semplice e popolare la Natività. Da citare, inoltre, altri due bassorilievi realizzati in stucco, risalenti al XVIII secolo e visibili nella Chiesa della Santissima Annunziata ad Ispica.

Anche Catania e la sua provincia offrono la possibilità di ammirare innumerevoli Presepi che meritano d'esser ammirati.
Primo esempio del Presepe catanese da ricordare è quello d'origine settecentesca di proprietà del barone Scamacca. I personaggi che lo compongono sono realizzati utilizzando un particolare impasto, "la pastiglia", e rifiniti con coloranti resinosi. I vari personaggi che lo compongono e che si dirigono verso la santa grotta sono suddivisibili in due gruppi distinti: il gruppo di personaggi di colore che provengono dall'Oriente e quelli d'origine locale, cioè i contadini ed i pastori.
Altro esempio suggestivo della Natività è rappresentato dal presepe settecentesco costituito da una trentina di personaggi presente ad Acireale, sempre in provincia.
Tale rappresentazione è accolta in un ingrottamento lavico al quale è legata una storia particolare. In un giorno di fine estate del 1741 il sacerdote Don Mariano Valerio, di ritorno da un pellegrinaggio, fu costretto a ripararsi in un anfratto lavico a causa di un violento temporale. Qui ebbe l'idea di realizzare nello stesso luogo una grotta simile a quella presente a Betlem. A distanza di circa dieci anni, esattamente per la notte della vigilia del 1752, si poteva ammirare il tempio "Sancta Maria ad Praesepe". Tra i successori del canonico fondatore che continuarono la sua opera si deve ricordare Don Pasquale Abete Pennisi perchè ebbe il merito di ampliare la Chiesa, di far edificare la facciata e di far realizzare la volta in pietra pomice. Inoltre, egli commissionò a cartoplasti locali la realizzazione di nuovi personaggi per arricchire il Presepe.

Anche la città di Caltagirone è coinvolta a pieno titolo nelle manifestazioni natalizie. Qui, nell'incanto aristocratico barocco della città della ceramica, si possono ammirare vari Presepi, a partire da quello monumentale posto nella cripta dei Cappuccini e quello che si realizza lungo la scala di Santa Maria del Monte.
La realizzazione dei vari personaggi del Presepe è diventata per i celebri ceramisti della città una vera e propria tradizione.

Trapani conta una lunga tradizione per la realizzazione dei Presepi. Tra i materiali più usati in questa provincia per queste rappresentazioni sacre rientra il corallo.

LE NOVENE, LE RAPPRESENTAZIONI DRAMMATICHE
E LE TRADIZIONI DEL NATALE IN SICILIA

Tra le altre tradizioni natalizie non si può fare a meno di parlare delle tradizioni canore e musicali e le rappresentazioni drammatico-musicali che hanno il compito di celebrare al meglio la Festività. Le tradizioni musicali e drammatiche passate legate al Natale riguardano temi sacri come l'Annunciazione, la Nascita e la Fuga in Egitto e vanno a ricollegarsi a tradizioni popolari spesso inglobate in strutture ufficiali dalla Chiesa. Tra le rappresentazioni più antiche e note si può ricordare, ad esempio, la vicenda dei cantori ambulanti siciliani che furono riuniti in congregazione dall'intervento ecclesiastico per diffondere il culto religioso tra il popolo.

Attualmente in Sicilia, per il periodo natalizio, si possono assistere a varie novene, spesso commissionate da committenti privati ed eseguite all'interno delle loro abitazioni in prossimità del Presepe oppure all'esterno nei pressi di edicole votive.

Tra le novene natalizie siciliane più caratteristiche occorre ricordare quella che si effettua a Longi, in provincia di Messina, che prevede l'esecuzione di caratteristici canti dialettali natalizi.

Anche altre città isolane prevedono particolari manifestazioni musicali natalizie come Monreale - Pa - dove svolgono la loro attività gli zampognari - cantori richiesti per un periodo natalizio allargato che va dall'Immacolata alla ricorrenza dell'Epifania.

Il Natale ha anche altre tradizioni popolari. In passato, il posto d'onore delle decorazioni natalizie non era affidato all'attuale abete il cui uso ci è stato tramandato da lontane tradizioni nordiche, ma ad altre piante, a partire dai ramoscelli di mirto a quelli dell'albero del nocciolo che, per tradizione, ha avuto l'onore di cullare Gesù Bambino.

Probabilmente la pianta che più di ogni altra è presente nelle case in occasione delle festività natalizie per le varie decorazioni è il vischio.

Da citare l'abitudine popolare di prevedere il clima che si succederà durante l'anno che sta per arrivare attraverso le "candelore di Natale": ai 12 giorni che precedono il Natale, esattamente dal 13 al 24, è affidato il ruolo di rappresentare un mese dell'anno, così il clima che si ha quel determinato giorno sarà quello del mese da esso rappresentato.

LA GASTRONOMIA DI NATALE

Rientra a pieno titolo nelle caratteristiche tradizioni popolari natalizie della Sicilia anche la secolare tradizione culinaria.


Tra i dolci tipici natalizi realizzati in Sicilia non si può fare a meno di citare la "cobaita" prodotta con l'utilizzo principale del miele al quale possono esser aggiunti semi di sesamo, noci oppure mandorle, i "Nucatoli" - dei biscotti contenenti un impasto costituito da mandorle e pistacchi tritati uniti alla cannella - altri tipici biscotti come i "Cosi Chini", contenenti un ripieno di fichi secchi e mandorle, il "buccellato", altro tipico dolce natalizio siciliano contenente un ripieno composto da fichi secchi, uva passa, mandorle, noci, pinoli, bucce d'arancia candite e zucchero ed il classico torrone.

Tra gli altri piatti tipici del periodo natalizio non si può non citare lo "sfincione", una sorta di pasta di pane condita con sarda, cipolla, fomaggio ed olio; questa ricetta è tipica della zona del palermitano.

I FESTEGGIAMENTI NELLE PROVINCE SICILIANE

Un aspetto interessante del Natale che merita un certo approfondimento riguarda i vari festeggiamenti che si attuano in tutta la Sicilia. La religiosità isolana è una delle caratteristiche preponderanti che difficilmente passano inosservate all'occhio del visitatore attento. La festa è sempre stata e sempre sarà l'occasione per allontanarsi dalle consuetudini, per abbandonare le fatiche quotidiane e dedicarsi allo straordinario, per avvicinarsi al Santo in cerca di conforto e di possibili guarigioni.

La religiosità popolare, inoltre, lega il sacro al profano, come si nota nell'unione tra il culto a manifestazioni profane come giochi pirotecnici e spettacoli vari come la presenza di bande musicali e decorazioni sfarzose.

Alcune delle manifestazioni più esagerate del passato oggi sono state ridimensionate ed altre eliminate, come alcune processioni notturne che molto spesso erano più un'occasione di divertimento e non di devozione, per non perdere il reale valore della festa.

Il Natale è la festa per eccellenza perchè è in grado di riunire le persone, perchè è la festa adatta a riconciliarsie per riscoprire i sentimenti della pace e dell'armonia.

Quasi tuti i paesi rientranti nella provincia di Agrigento sono in fermento durante il periodo natalizio per commemorare degnamente la nascita di Gesù Cristo. I festeggiamenti che si attuano in queste zone sono suddividibili in due momenti distinti. Le Novene si effettuano dal sedici al ventiquattro dicembre e prevedono il coinvolgimento diretto delle presone che si riuniscono presso la casa di colui che ha commissionato la novena, nonchè la partecipazione degli zampognari citati in precedenza che intonano i canti tipici natalizi.
Il secondo evento è la "Pastorale", una rappresentazione comica che prevede la partecipazione di tre personaggi, Nardu e Mirtiddru, due pastori pigroni, e "U Curaduru", il padrone del gregge, nonchè titolare dei due pastori appena citati. La rappresentazione si conclude con l'avvistamento di una luce misteriosa da parte dei due pastori, luce che li condurrà presso la grotta dove assisteranno alla nascita di Gesù Cristo.

In provincia di Messina, ed esattamente nel cuore dei Nebrodi, il Natale si celebra con la tipica processione dei pastori che, nel cuore della notte della Vigilia, attraversano i boschi e le vie di montagna muniti di torce accese e cantando inni per giungere presso la Casa della Natività. Il tutto si svolge subendo delle temperature proibitive, ma sempre con la stessa alta intensità della fede.

A Custonaci, in provincia di Trapani, il Natale e' festeggiato con un evento molto suggestivo e seguito: la realizzazione di un Presepe vivente presso la grotta Mangiapane di Scurati. L'evento prevede l'allestimento di vari ambienti come quello in cui si raccolgono i pastori e le loro pecore, quello in cui si puo' assistere alla preparazione dei formaggi locali, quello che raccoglie esempi dell'allevamento dei maiali e quelli che raccolgono varie botteghe artigiane come quella del falegname.
Tra gli eventi effettuati durante il periodo natalizio in questa citta' occor re ricordare innanzitutto che l'allestimento del presepe prevede una processione dei vari personaggi che cosi' raggiungono contemporaneamente il loro posto e la fiaccolata effettuata la notte della vigilia da parte dei giovani locali che indossano abiti d'epoca, processione che parte dal santuario cittadino e va in direzione della grotta del presepe; la Madonna e' impersonata da una giovane locale ed effettua tale processioni in groppa ad una mula.

Dal 23 al 26 dicembre, nell'antico rione "Panzera" presente a Motta S. Anastasia - Ct - si puo' ammirare il Presepe Vivente. Qui sono presenti vati personaggi umili, a partire dal pecoraio, dal pescivendolo e dal salumiere. Il momento piu' suggestivo di tutta la manifestazione e' l'arrivo dei tre Re Magi che portano il loro dono a Gesu' Bambino scortati da un corteo di pastori.

Altro esempio del Presepe vivente si ha a Giarratana - Rg -. La sua preparazione raccoglie circa trenta ambienti che riproducono il tipico clima lavorativo e casalingo della zona risalente ad un periodo storico che va dalla fine del 1800 all'inizio del secolo successivo. Il percorso prestabilito permette di ammirare alcune caratteristiche botteghe come, ad esempio, quella della pastaia, dello scalpellino, alcuni ambienti come il mercato e la masseria e di assaporare, cosi', il gusto delle antiche tradizioni.

La citta' di Erice(Tp) vive il Natale con estrema partecipazione e coinvolgimento. Come ogni anno, e nel rispetto della tradizione, si ha la manifestazione "La Zampogna d'Oro", un evento che coinvolge numerosi zampognari provenienti da tutta Italia. La manifestazione, dal chiaro sapore antico che tramanda l'attento lavoro degli artigiani del legno e della pelle, ha un evidente richiamo turistico.

L'EPIFANIA

E' quasi inutile ricordare che le feste natalizie abbracciano un arco di tempo di circa venti giorni, iniziano nove giorni prima il 25 dicembre per concludersi il sei gennaio, il giorno dedicato all'Epifania. Dal punto di vista strettamente religioso, tale ricorrenza commemora l'adorazione dei tre Re Magi a Gesù Bambino, ma il senso della festa si è allargato ed ha assunto anche dei significati più profani.
Degna esemplificazione di questi aspetti profani è "La Festa della Vecchia", della Befana, evento che si attua ogni anno non proprio per il sei gennaio ma per la notte di San Silvestro a Gratteri, in provincia di Palermo.
In questa città è allestita la così chiamata "Vanniata di festi di l'annu", un processo immaginario che si attua ai vari eventi sociali, storici e di cronaca che si sono verificati durante l'anno. Così si ha la sfilata dei vari personaggi-imputati che hanno animato la società non solo locale. Il processo si attua dopo l'uscita della Vecchia dalla grotta Grattara, la parte più antica della città. Essa esce coperta da un lenzuolo bianco, percorre le vie cittadine che la portano alla piazza principale dove si svolgerà il processo accompagnata da un corteo di ragazzi vestiti con i tipici costumi siciliani che reggono una torcia e dei campanacci.
Durante il percorso la Befana distribuisce dolciumi vari .

L'Epifania ha un significato diverso un base al rito religioso: mentre per quello latino essa commemora l'adorazione effettuata dai tre Re Magi Melchiorre, Baldassarre e Gaspere al Divin Bambino, per il rito bizantino essa simboleggia e ricorda Cristo mentre riceve il battesimo nel fiume Giordano.

Nei vari paesi del palermitano come Contessa Entellina, Mezzojuso e Piana degli Albanesi che raccolgono persone d'origine albanese i festeggiamenti hanno forme similari e si susseguono in due giorni distinti. In effetti, la sera del 5 si celebra una funzione religiosa presso la Chiesa Matrice d'origine greca, il giorno seguente i festeggiamenti si svolgono nei pressi della piazza della fontana, struttura tipica presenti in tutti questi paesi. In Chiesa, nei pressi dell'altare maggiore, si costruisce un palco per ospitare una vasca piena d'acqua alla quale è legata una cordicella. Nella piazza una seconda vasca è posizionata sotto la fontana ed in questo caso la cordicella è legata alla finestra più alta del palazzo che si trova in prossimità della fontana stessa.
Il Celebrante ha il compito di immergere per tre volte una croce nella vasca ed alla terza immersione il sagrista ha il compito di liberare una colomba che così può effettuare il suo volo seguendo la direzione obbligata della cordicella [ai piedi dell'animale è stato posto un tubo di canna dal quale passa la cordicella che lega le due vasche]. Dal punto di vista strettamente religioso, il volo della colomba simboleggia la discesa dello Spirito Santo.
Alla fine delle celebrazioni i fedeli raccolgono l'acqua benedetta.

Sempre il sei gennaio, l'Epifania è festeggiata anche a Mussomeli, in provincia di Caltanissetta. La mattina della festa si può assistere all'arrivo dei tre Magi, interpretati da tre baldi giovani della città. Dopo tale arrivo e la celebrazione della Messa, si ha un pranzo della solidarietà per i bambini bisognosi. Durante il pomeriggio, infine, si attua la processione della statua di Gesù Bambino.

 

Capitolo 1

 

Capitolo 2

 

Capitolo 3

 

Capitolo 4

 

Capitolo 5

 

Capitolo 6

 

Capitolo 7

 

Capitolo 8

 

Capitolo 9

 

Capitolo 10

 

Capitolo 11

 

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Capitolo 13

 

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CAPITOLO UNDICESIMO

 

 

 

 

LA LEGGENDA DI ICARO – CAVAGRANDE DEL CASSIBILE – NOTO – SIRACUSA E ORTIGIA

 

1

 

C’era una volta un Re che si chiamava Minosse e regnava su Cnosso(nell’attuale isola greca di Creta).
Sua moglie si chiamava Pasifae e una sua figlia, quella carina, Arianna.
In quel periodo il mediterraneo era infestato di pirati e il re con il suo esercito gli sconfisse tutti.
Fece allora una gran festa e il Dio Poseidone gli regalò un toro facendogli promettere di sacrificarlo in suo onore.
Minosse se lo scordò e Poseidone (che tra parentesi è un fratello di Zeus e al quale il sommo governatore dell’Olimpo regalò la Sicilia!) si arrabbiò a tal punto che fece innamorare la moglie del toro tanto da rimanere pure incinta. Dalla riluttante unione nacque il “Minotauro” , mezzo uomo (dalla parte falica) e mezzo toro (in faccia)!
Minasse allora dopo ripetute ma vane scuse al Dio, chiamò un famoso architetto dei tempi: Dedalo.
Gli commissionò un labirinto dove poter rinchiudere il toro.
Dedalo si portò con se il giovane figlio-fesso Icaro nel tentativo di insegnarli il mestiere.Comunque sia, fece un gran bel lavoro.
Il toro fù rinchiuso la dentro ed ogni anno gli si portava da mangiare dodici lattanti maschi ed altrettante femmine.
Tale Perseo seppe di questa brutalità e decise di entrare nel labirinto per uccidere il toro.
La bella Arianna, figlia del crudele Minasse, si invaghì di tanto coraggio e gli diede un filo grazie al quale, a vendetta consumata, l’eroe potesse trovare la via del ritorno.
Andò tutto liscio e Perseo fuggì con Arianna che abbandonò in riva al mare dopo essersela…
Nel frattempo Minosse rinchiuse Dedalo ed Icaro nel labirinto che fuggirono grazie ad una invenzione del glorioso papà: delle ali di cera per spiccare il volo attraverso l’oceano.
Dedalo disse ad Icaro, che un pò deficiente c’era:” Mi raccomando, Ico. Non volare vicino al sole che le ali si squagliano”.
Da buon demente Icaro volò vicino al sole e precipitò come un sasso nel mare in tempesta!
Pieno di dolore, Papà Icaro volò fin quando stremato toccò terra e svenne.
Atterrò in Sicilia e fu raccolto dai soldati del Re Sicano imperatore di Camico (l’odierna Sant’Angelo Muxaro).
Minasse arrivò con la sua truppa per riaverlo ed il Re Sicano gli disse:” Perché prima che te lo consegni non ti fai un bel bagnetto?”
Minosse si convinse alla vista delle bellissime figlie del Re che armate di spugna e sapone promettevano scintille.
Il Greco “desnudo” fu avvelenato tra le dolci braccia delle belle pupe!
E Dedalo si salvò’.
Paraponziponzipò!

 

2

 

Siamo in provincia di Siracusa, costeggiamo il mare ma sempre a fianco dei Monti Iblei. Qua è tutto bianco come la pietra della montagna.
Da queste parti c’è Cavagrande del Cassibile un altro capolavoro della natura e sempre formato dall’erosione dei corsi d’acqua che ha prodotto le solite Cave in uno scenario da Paradiso terrestre.
I laghetti di questa zona protetta sono un’inaspettata oasi di vegetazione tra gli aridi monti.
Lunga 10 chilometri e profonda circa 250 metri, Cavagrande del Cassibile è una delle più imponenti cave di quest’altipiano.
Lungo le nudi pareti rocciose sono scavate le circa 80.000 tombe della necropoli del cassibile!
Splendidi platani orientali rendono ancora più magica quest’oasi di storia e natura.
Che bella sorpresa! Quanto sempre struggente è la natura…

 

3

 

Andare in Sicilia e non vedere Noto è come andare in Groenlandia e non vedere un igloo!
Noto è la capitale del barocco siciliano.
Il barocco è una forma d’arte basata in ogni caso sull’eccesso, la pomposità, gli “sprechi” decorativi.
Noto è maestosa nell’espressione di quest’arte .
Situato in collina, questo paese conserva la magnificenza di quest’arte in quasi tutta la sua estensione. Ed è proprio questa la particolarità. Diverse città in Sicilia sono testimoni di questo stile ma nessuna raggiunge la completezza di Noto.
Balconi pomposi, giardini decorati, facciate imperiose, chiese con affreschi pregevolissimi…
Lo splendido barocco delle sue architetture trova il trionfo nel contrasto con la bianca pietra calcarea.
Il corso Vittorio Emanuele raffigura in maniera significativa questa cittadina. Un’eccezionale sequenza di edifici monumentali stordiscono di piacere gli occhi umani!
Tra pensieri di passati fasti scorriamo le vie di Noto, sempre così clamorosamente regali.
Zigomì ha bisogno del bagno e ci fermiamo in una vineria che a quest’ora ospita impiegati in pausa.
Guardo la gente intorno a me, sento gli odori del pranzo, penso il nostro viaggio!
Sono felice…

 

 

3

 

Siracusa fu la più importante città greca dell’antichità al pari di Atene.
Fu capitale dell’isola fino al 1000 quando gli Arabi trasferirono il titolo a Palermo.
La città oggi si presenta trafficata e vivace.
La Sicilia regala costantemente questi squarci.
Questi itinerari tra passato e presente. E parlo di abitudini…
La silente pace dell’entroterra è ravvivata nelle metropoli.
Noi siamo viaggiatori e guardiamo il mondo con lo zucchero nel cuore.

Dionisio il vecchio fu il più illustre e magnanimo governatore di Siracusa. Chissà perché i Greci scelsero questo posto per conclamare la loro egemonia sull’isola.
Sicuramente la sua vicinanza al mare agevolò quest’idea.
Visitammo “l’orecchio di Dionisio”, una grotta artificiale lunga 65 metri, larga da 5 a 10 metri e alta 23. Si chiama così perché il suo aspetto esterno ricorda un gigantesco timpano.
E siccome la natura spesso si diverte a giocare con se stessa ecco che le sonorità all’interno del grosso orecchio echeggiano nell’aria!
Visitammo anche le rovine dell’età greca…

 

 

4

 

Chissà cosa mi riserverà il cammino della mia vita.
Il viaggio più importante della mia esistenza lo sto affontando nudo, come un vagabondo della strada. Inerme e incurante, a braccia aperte al cospetto della volontà divina.
Spesso mi curo degli altri ma più spesso mi curo solo di me stesso e sicuro nuoto nel mare dell’egoismo!
Le onde non spaventano il capitano ebbro paladino di mille imprese!

 

5

 

L’altra notte ho sognato di essere solo nel deserto e grossi serpenti mi inseguivano.
A volte mio metto a letto sapendo di sognare. E me ne compiaccio…
Sono felice comne se stessi andando al cinema.
Curioso questo desiderio di sognare.
Io mi diverto un mondo al cospetto di questa realtà virtuale. Spero di sognare tutta una vita.
Ad occhi chiusi e, soprattutto, aperti!

 

6

 

Quella sera andammo a cenare ad Ortigia, splendida striscia di terra attaccata a Siracusa. Un’isola nell’isola.
Mangiammo una specialità del posto: pizza con la panna!

 

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CAPITOLO DODICESIMO

 

 

 

SIRACUSA – PALAZZOLO ACREIDE – PANTALICA – VALLE DELL’ANAPO – CATANIA – I PUB DEL CENTRO STORICO

 

1

                                  

Lasciammo Siracusa verso le 12 del mattino perché prima visitammo il Museo Archeologico Regionale “Paolo Orsi”, forse il più importante della Sicilia con i suoi straordinari reperti del passato.
E’ diviso in tre sale: la sala A  raccoglie ritrovamenti litici della preistoria e della protostoria e due plastici di Elefanti Nani, specie che abitò la Sicilia nel Paleolitico. Poi la ceramica e diversi corredi funerari provenienti da Pantalica, Thapsos, Castelluccio…E ancora fibule, coltelli, rasoi e altro in metallo.
Nel settore B si passa alla invasione Greca con particolare attenzione ai ritrovamenti nelle colonie di Megara e Siracusa. Splendide ceramiche dipinte, ricostruzioni in plastico delle città-stato, corredi militari, raffigurazioni mitologiche…
Il settore C è dedicato alle colonie di Siracusa e cioè, Akrai, Kasmenay e Camarina.
Un bel tuffo nel passato…

 

Usciti dal museo, uno smagliante sole ci accompagnò verso l’interno della provincia di Siracusa in direzione di Palazzolo Acreide.
La strada fendeva le calcaree montagne bianche e le solite ville in pietra con giardini in stile tropicale sembravano farci essere in Africa.
Piante tipicamente tropicali spesso svettano tra file di agrumi in questa terra.
Ritornammo a “ferire” gli Iblei, e il loro riapparire ci mise di buon umore, come quando si rivede un amico che non avresti voluto perdere.
Questa valle di indiscutibile forza e pace, richiama continuamente alla mente situazioni passate.
Da queste parti è l’Anapo il fiume che ha inciso in maniera profonda la vallata.
Arriviamo a Palazzolo Acreide verso le 13,00 e le mamme riaccompagnano i bimbi a casa dopo una giornata di scuola, altre si affrettano a comprare le cose scordate, molte cucinano a casa e gli odori del pranzo riempiono l’aria, creando un’atmosfera di serena quotidianità, mentre noi vagabondi del luogo, cerchiamo pace in quel che sarà. Nostalgia del futuro…
Queste zone sono state abitate sin dai tempi della preistoria e successivamente altre popolazioni si insediarono sugli antichi siti paleolitici.
A Palazzolo i Siracusani fondarono la loro prima colonia, Akrai per l’appunto, che era una strategica via per il controllo della costa meridionale dell’isola.
Poi vennero i Romani e infine gli Arabi che la distrussero.
Ricostruita lentamente fu distrutta nuovamente dal terremoto del 1693.
Poco distante dal centro abitato si trovano gli scavi dell’antica Akrai su un pianoro di circa 35 ettari. Sono visibili i resti del teatro che poteva contenere circa 600 spettatori e dietro ad esso le due latomie dette “Intagliata” e “Intagliatella”, cave di pietra di età greca.

 

2

 

Pantalica è raggiungibile da Ferla o da Sortino.
Noi arriviamo da Sortino.
Una anonima strada di campagna ci porta nella valle del passato.
E’ una bellissima passeggiata tra le tombe scavate nella roccia dalla dura fatica dell’uomo neolitico.
Qua una civiltà preistorica scappò dalle coste per il sopravvenuto pericolo greco, e fondò una colonia su queste lussureggianti e impervie vallate.
Questo popolo visse a strapiombo sulla sottostante “cava”.
Le necropoli scavate nella roccia son migliaia.
Il percorso aggira la vallata in un viaggio di notevole suggestione.
Il rumore delle acque del fiume arrivano fin qua sopra.
Camminiamo solitari tra gli echi del passato.
Superiamo il precipizio aggirando la montagna e le tombe a forno si fanno sempre più numerose.
E’ incredibile come tutto sia rimasto intatto a distanza di millenni. E pure questo è un posto unico dove abitare.
Il lussureggiante fiume fa, come al solito, da contorno all’aridità delle soprastanti cime.
Un senso di paura ci invade.
Appurai in seguito che molti siciliani sconoscevano questo sito.
Follie della vita, pensai…

 

Scendemmo quindi alla Valle dell’Anapo sempre nel territorio di Sortino.
Un'altra grande magia.
Il sentiero di questo canyon è ricavato da quella che fino a qualche anno fa era la ferrovia che univa la zona interna a Siracusa.
Che splendida tratta ferroviaria doveva essere!
Ora è stata sterrata per un percorso a piedi di incomparabile bellezza.
Passiamo da ex gallerie e camminiamo all’ombra del Fiume, con la brulla montagna calcarea ai fianchi. Vediamo in lontananza le tombe scavate nella roccia di Pantalica.
Ogni tanto delle scalette in pietra scendono verso l’Anapo.
Ne prendiamo una a caso e lo scenario è dei più insoliti.
L’aspetto desertico della soprastante zona lascia come d’incanto spazio ad una rigogliosa foresta di incantevole serenità.
Ci bagnamo felici, ritornati allo stato più congeniale al genere umano.
Ci riappacifichiamo con la natura che oramai rimane un miraggio per noi, veloci e crudeli giocatori del presente.

 

 

3

 

Arrivammo a Catania verso le 10 di un mattino splendido.
La pietra bianca che caratterizzava la provincia siracusana lascia spazio alla nera pietra lavica che da queste parti adorna le strutture pubbliche e private.
Preziosissima e costosa, la lava dell’Etna una volta raffreddata viene lavorata da abili artigiani e forgiata nelle maniere più disperate.
Cordoli stradali, affacciate, portoni sontuosi, fanno di Catania una città nera!
Anche la strada su cui camminiamo è rivestita della dura pietra del vulcano.
Siracusa è unita dal litorale al capoluogo etneo e attraverso la cosiddetta “Playa”, lungomare sabbioso ricco di lidi e centro vacanziero popolare della città in estate, giungiamo direttamente una volta superato il porto, in Piazza Duomo, che di questa zona è il centro.
Posteggiamo la moto e ammiriamo la sontuosa Cattedrale alla nostra sinistra, il municipio barocco dai decorati balconi e al centro, su un obelisco che domina la scena, l’elefante, qua chiamato “u liotru”, simbolo della cittadina.
Siamo attirati da una viuzza che a quanto pare richiama un viavai di persone che entrano ed escono da quel lato.
Una fontana è posta al centro dell’ingresso: la sorgente dell’amenano, fiume sotterraneo di Catania che sfocia in pieno centro cittadino.
”Chissà si chiama Acqua lenzolo - ci dice un signore con coppola e bastone, - comu putiti virili”
Ed effettivamente il fiume emerge attraverso una cascatella il cui gettito assomiglia a quello di un lenzuolo.
Ringraziamo il nostro improvvisato Cicerone (e questa regione è piena di simpatici chiacchieroni), e scendiamo le scale che immediatamente dopo la fontana immettono nel mercato del pesce cittadino.
L’odore tipico del mare fa è attenuato dalla numerosa calca di gente che affolla il mercato.
I venditori gridano la loro merce: “Pisci friscuuuu! Fozza, ssu l’ultimiii!”
Signorotti dal portamento elegante si aggirano gomito a gomito con lerci ragazzini e signore dalla corpulente corporatura riempite di buste di plastica all’inverosimile.
Facciamo delle foto  a quel particolare spaccato quotidiano.
I siciliani sono dei gran mangioni. Ad un’abbondante pranzo fanno solitamente seguire un’altrettanto sontuosa cena. E non si fanno mancare lo spuntino pomeridiano, così come d’estate la colazione con brioches e granita, o durante tutto l’anno a base di cornetti e caffè.
Un grottesco film italiano di qualche anno fa e di cui non ricordo il titolo, rappresentava gli abitanti palermitani sempre robusti e che mangiavano continuamente.
Comunque questo è un po’ vero: almeno ogni 10 persone che incontri una sta mangiando!
E qua se lo possono permettere con tutte le buone cose che cucinano.
Il mangiare, la tavola ricca, è come un simbolo di potere e che non può mai mancare nelle case siciliane.
I frigoriferi sono sempre trasbordanti di cibo ed il pane è l’alimento che accompagna obbligatoriamente tutti i pasti.
Così i mercati sono un vero business per chi ci lavora. Questo popolo può farsi mancare tutto tranne la dispensa piena!

 

Ritorniamo in Piazza e ci sediamo all’ombra della proboscide. Mi vengono in mente i due personaggi mito della storia catanese: Sant’Agata ed Eliodoro…

 

 

 

4
dal mio precedente scritto “Arance e limoni”

 

Sant’Agata e’ la patrona della cittadina etnea. Scrive il Pitrè (il più romantico ed ossessionato etnologo siciliano): “Non v’è leggendario di Santi che non si intrattenga in Sant’Agata”. E c’è de crederci…
Tale Agata era una bella ragazza nata a Catania nel 300 dopo cristo. Il governatore Quinziano, che a quei tempi governava la città per conto dell’impero romano, se ne invaghì. Ma la “splendida” non ne voleve sapere niente…
Allora il romanaccio, dopo ripetuti tentativi miseramente falliti, si imbufalì! E la fece rinchiudere in carcere finche ella non si fosse concessa. Ma niente da fare, Agata non mollava.
Allora le fece recidere le mammelle…Ma il Signore (che quando si impuntava faceva miracoli) le fece ricrescere.
Quinziano, che era un tipo che non si dava facilmente per vinto, la fece bruciare nuda! Ma anche in questo caso il buon Dio intervenì: e quello che doveva essere fuoco si trasformò in acqua!
La stupidaggine è questa: non è vero che tutte le donne si possono conquistare!
La morale è, invece: l’amore non può essere comprato. Mai, fortunatamente!

 

E passiamo all’altro eroe leggendario (questi personaggi sono entrambi sicuramente esistiti, ma la loro storia è certamente stata colorata dalla fantasia popolare), il curioso Eliodoro.
Il simbolo della città Etnea è quindi l’Elefante.
Lo splendido animale dalle zanne d’avorio fu “elefantato” (nel senso di cavalcato) da un tizio, che tra leggenda e storia entrò in maniera indelebile nei racconti dei postumi: Eliodoro (da cui “liotru”, elefante in dialetto locale). Questi era un mago che, fatto patto col diavolo, aspirava a divenire nel 728 dopo cristo quando la Sicilia era in mano ai bizantini, vescovo e signore della città.
Per farla breve, le sue stregonerie non lo portarono al successo, ma le sue burle decisamente si. Era sua usanza fare scherzi e dispetti continui alla popolazione che ne era praticamente avvinta e divertita.
Tutta la cittadina simpatizzava per il mattacchione che preso da un impeto di eccessivo protagonismo alzò fatalmente il tiro quando provò a sbeffeggiare in pubblica piazza il Vescovo Catanese Monsignor Leone, che lo punì eternamente! Ma “liotru” rimase nei secoli…

 

5

 

Questa cittadina figlia dell’Etna vive in simbiosi col vulcano e i capricci che ogni tanto la montagna fa.
Da pochi giorni il vulcano ha iniziato la sua fase eruttiva minacciando alcuni paesini pedemontani.
Un’improvvisa pioggia di cenere nera, riempie la cittadina di terra vulcanic in poco meno di un’ora.
 Ne siamo sbalorditi, ma tranquillizzati dagli stessi cittadini catanesi che aprono gli ombrelli come la più stupida delle burrasche!
L’Etna sembra indifferente a questa comunità isolana.
Continuiamo a passeggiare cercando di mantenere un atteggiamento indifferente alla grande quantità di cenere e zolfo che riempie l’aria. Anche una leggera foschia mette inquietudine al nostro animo.
Ma gli altri passeggiano serenamente e ci immergiamo nella mentalità del posto.
E’ la cosa che più mi sforzo di fare e cerco quando viaggio: fondermi, se non culturalmente, quantomeno spiritualmente con i miei padroni di casa.
Quella sera andammo al cenare al centro storico di Catania, dove una serie di pub e trattorie allietano la notte.
Tra il barocco delle sue piazze e la pietra lavica delle sue viuzze, ci uniamo alla truppa di giovani che goliardicamente animano le serate di Catania.
Città universitaria e commerciale questa. Una vera metropoli a dimensione “turistica”.
La lussureggiante Via Etnea è percorso obbligato.
La Villa Bellini, intitolata al grande maestro musicale, scomparso in giovanissima età, è il giardino pubblico etneo.
Sfarzosi giardini la colmano. E’ un’oasi di benessere dove spesso la gente si rifugia.
Scende la sera e in lontananza un’apparizione: terrificanti gettiti di lava si alzano dalla cima dell’Etna, ben visibile anche a questa distanza!
Sembra la fine del mondo, in realtà è l’ennesima eruzione del vulcano!
Ma qua siamo lontani e lo sono anche i paesini ai suoi piedi.
Mi rendo conto che rimaniamo ben più di quanto pensassimo ad ammirare il cielo infuocato in lontananza…
Un vecchietto si avvicina e ci dice: “Quanno ietta è buon segno. Sfua!”( quando erutta non c’è pericolo. Si sta sfogando!)

 

Scendendo dalla Via Etnea, costeggiata da ambo i lati da negozi e architetture fastose, arriviamo in questo nostro percorso pedonale alla via di Sangiuliano.
Ripidissima e lunga, durante la festa della Santa Patrona (Sant’Agata), i devoti trascinano un pesantissimo carro con la statua della Santa, su per questa via e tutto d’un fiato, che se qualcuno dovesse cascare viene pestato da quegli dietro!

 

Poco prima la Piazza Crociferi nascondeva un sotterraneo dove si dice un giorno di tantissimi anni fa, una scolaresca si perse e non fu più trovata.
Perché sotto la città ce ne è una sommersa!

 

Che magnificenza questa arteria ricca di vita!

 


4

 

Quella sera “pascolammo” al Pub “I Munzignari”, uno dei mille, che ci aveva attratto per la giocosità di alcuni ragazzi al bancone.
Mangiammo pasta ai peperoni e scaloppine al limone.
Alessandro, Giuseppe e Ivana erano i proprietari e si dimostrarono ospitali e cortesi.
Alessandro aveva un negozio di computer ed una macchina fotografica digitale. Ci fece delle foto e ce le regalò su cd. Era un tuttofare che non faceva niente!
Ma era dolce. E Stefania la sua donna gli sorrideva teneramente.
Peppe e Ivana si erano appena sposati. Erano i classici “Dio li fa e poi li accoppia”. Belli e gentili, onesti e fedeli.
La sorella di Peppe, tale Silvana, stava alla cassa. Aveva un aspetto misterioso…
Zigomì riflesse la sua immagine in quella donna.
E ne ebbe amore…

 

Ave.

 

 

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CAPITOLO TREDICESIMO

 

 

 

TRA AMICI – LA RIVIERA DEI CICLOPI – LA TIMPA E LA RIVIERA DEI LIMONI – SANT’ALFIO –ZAFFERANA ETNEA – MEDICINA POPOLARE SICILIANA - ETNA

 

1

        

Rimanemmo a Catania per un’altra giornata.
Gustammo la solitissima granita e giocammo a Beach Volley con Alessandro e Stefania all’Associazione Sportiva Karmel.
Fabio ed Enrico erano i due gestori. Tanto chiacchierone e indaffarato il primo, quanto sornione e pacato il secondo.
Vincemmo noi sul filo di lana di una noiosissima partita.

Prendemmo da bere un dissetante all’ombra del bel giardino del Club e decimo amicizia col sopraggiunto proprietari mentre i nostri duellanti ci avevano gia lasciato.
Luigi aveva i capelli rossi ed un aspetto da vichingo.
Era un medico che curava, però, le arance del suo grande appezzamento terriero a Lentini, paesino agrumicolo della Piana catanese.
Arrivò anche sua moglie Letizia che fece subito un gran parlare con Zigomì.
Quella sera ci invitarono ad una festa da Roberto, detto Mimì, socio del pel di carota.
Era questo un gentilissimo scapolo.
Playboy nostalgico o, forse, saggio dannato!
Bevemmo e mangiammo da non poterne più.
Gustammo quell’allegra compagnia.
Conoscemmo Antonio ed Anna e la loro neonata fanciulla: Valentina.
Poi la serata finì con un gran bagno in piscina tutti in mutande.
Zigomì evitò di essere buttata in acqua.
Ma non potè niente contro i miei e i suoi ardori notturni!

 

2

        

Ci aspettava un gran giorno. Un giorno di scoperte dopo due giorni di baldoria.

Lasciammo Catania verso le 10 di un mattino ritornato splendido.
Non c’era più traccia di pioggia nera. La nuvola di zolfo doveva essere stata portata dal vento in un’altra zona.
Passammo dalla frazione di Ognina, ricca di pescatori e suggestioni. Qua Ulisse e i suoi globetrotter approdò durante la sua snervante Odissea!

Venditori ambulanti e pescherecci animano il piccolo centro.
Prendemmo la statale 114, bella litoranea che unisce Catania a Messina.
Arrivammo alle due Aci: Castello e Trezza. Gli splendidi faraglioni (enormi monoliti lavici immersi emergenti dal mare) accompagnavano il nostro viaggio.
Entrammo nella piccola borgata di Acitrezza. Meravigliosi i suoi colori.
Questo tratto di statale è denominato la “Riviera dei Ciclopi”.
Cammina vicino al mare tra una sequela di splendide ville e ristoranti.

 

Poi d’improvviso la statale si impenna ed il mare che poco prima lambiva quasi le nostre ruote, ora è lo scenario di un immenso precipizio!
E’ la cosiddetta Timpa, sperone roccioso di 200 metri alla cui sommità è adagiata Acireale.
Arriviamo ad un semaforo che è messo come apposta su un belvedere di questo strapiombo ai confini di Acireale. Scorgiamo l’insegna di un locale “Bellavista”! (nota per i viaggiatori). Vediamo una stradina a destra che sembra scendere a mare.
E così è!
Quale bellezza quella discesa per la Timpa!
Tra splendide case, ripidi panorami di mare e coltivazioni di Limoni arriviamo in quello che rimane una delle più belle strade siciliane ai fianchi del mare.
Passiamo le borgate di Santa Tecla, Stazzo e Pozzillo, sempre con lo sperone roccioso a stringerci, come in un abbraccio, al mare!
Non possiamo non fermare la moto e tuffarci.
Anche per un solo attimo…

 

3

 

Proseguimmo il cammino sempre non perdendo di vista la riva, tra enormi latifondi di agrumi di questa “Riviera dei limoni”.
Noto una cosa curiosa. Le palme, anche solo una, sono sempre presenti nei giardini siciliani.

 

Passiamo da Giarre e arriviamo a Sant’Alfio.
Una svettante chiesa in pietra domina la piazzetta. E’ particolare ed aperta.
Entriamo…
Un’inginocchiata fedele prega ad un lato dell’altare.
Questi tempi di Dio sono sempre emozionanti. Ci credi o no ci credi, non si può rimanere insensibili a qualsiasi forma di misticismo.
Gli odori di queste strutture mi mettono sempre una certa elettricità!
Mi piacciono, mi ricordano film del quattrocento quando ingobbiti sacerdoti vagavano oscuramente tra le stanze dei conventi.
Mi attira questa sacralità, anche se a ben pensarci è proprio su quest’effetto scenico che la chiesa sfrutta l’onestà di tanti disperati.
Viva la fede, abbasso i suoi venditori!

 

Uscimmo e non potemmo esimirci dal gustare un cornetto alle nocciole offertoci dal proprietario di un bar di Sant’Alfio. Ottimo, ma pesantissimo!

Arrivammo ad una piccola contrada poco fuori del paese dove il comune attraverso un’infinita serie di indicazioni turistiche, aveva creato un sito turistico, fornito di area attrezzata e ristori, in onore di un gigantesco albero che si trovava da quelle parti: “Il castagno dei 100 cavalli”.
La leggenda dice che durante una burrasca, non ricordo quale regina, trovò riparo con i suoi cento cavalieri sotto le fronde del bestione millenario (un giorno dovrò capire come fanno alcuni alberi a vivere così a lungo!).
Nel corso dei secoli la leggenda è stata volgarizzata, dicendo che la sovrana se la spassò pure, nell’attesa del buon tempo, con la sua scorta al completo!

 

L’albero è veramente pazzesco!
La castagna cresce dentro un involucro spinato. Durante il periodo fruttifero, fare una foto alla suocera sotto questo bestione potrebbe essere prova di tentato omicidio!

 

Il pomeriggio stava per consegnare le chiavi al tramonto quando arrivammo a Milo.
Siamo a 700 m s.l.m. a i boati della montagna in eruzione sono forti e nitidi.
Ogni 10 secondi un terrificante rumore scandisce il tempo.
Alcuni sono più potenti e fanno vibrare le finestre delle case!
Man mano che il crepuscolo scende il fuoco che esce dalla bocca assume i suoi contorni.
L’Etna è meravigliosa, e ci regala questo ricordo indelebile!

 

3

        

Il nostro alloggio era a Linera, piccola frazione di Santa Venerina.
Era una stanza di una magnifica casa dominante il panorama del vulcano.
I proprietri, Giorgio e Lavinia erano due distinti signorotti etnei.
Anna era la dolce ragazza loro figlia. Faceva il medico a Londra ed amava i cani e i gatti di quella bella casa.
Mi ricordò la mia amata sorella, così dolce e così caotica…
La pietra lavica della facciata, era aggrazziata dal colore rosa dei muri.
Mattonelle in coppo siciliano coprivano il tetto di un gazebo rialzato nell’atrio.
Un ficodindia centenario, come mai ne avevo visti fin’ora, giganteggiava al centro di questo spaccato siciliano.
La casa era romantica e confortevole.
Andammo a cenare a Zafferana Etnea, paesino alle falde dell’Etna.
Una leggera scossa di terremoto fù il naturale e pacifico segno dell’eruzione in corso.
Il vulcano continuava a rombare ed a colorare di rosso il cielo dalle sue parti.

Fù emozionante.
La serata era limpida. Mangiammo al Ristorante Orchidea e poi andammo in Piazza ad assaggiare dei biscotti al cioccolatto che qua chiamano “sciatori”.
C’era pace in quel paesino da cerchietto rosso.
La convulsa giornata era stata mitigata dai poteri rilassanti di una gran mangiata.
Andammo a dormire sognando mostri e belve, tutti uccisi, però, dal Gigante Etna che ci salvò la pellaccia!

 

4

Il mattino seguente nell’attesa di fare la nostra passeggiata sul vulcano più alto d’Europa mi capitò tra le mani un libro sulla Medicina Popolare Siciliana.
Ecco alcuni rimedi antichi in mancanza di ospedali!
Mal di denti: ungere la parte dolorante con un po della propria urina; o, masticare del garofano.
Morsi di ragni: mettere sopra la ferita il ragno ucciso. Fare una bella preghiera a San Vito.
Scottature: mettere in aceto la parte bruciata o coprirla di neve. Spalmare la parte bruciata con olio vecchio e poi metterci di sopra una fetta di patata cruda.
Calli: per rammollire la parte lesa mettere sopra una fettina di carne cruda o una fetta di limone arrostita.
Mal di stomaco: masticare indivia o finocchio dolce rigettandone il tufo. Inghiottire una castagna cruda.
Stitichezza: stelo di prezzemolo unto d’olio ed introdotto nell’ano.
Diarrea: bere del brodo fatto con ginocchio di bue.
Insonnia: un bel bicchiere di infuso di papavero.
Mal di testa: sbattere un uovo con il pepe e applicarlo in testa. Prendere un pulcino vivo, spaccarlo in due e metterlo sulla fronte.

 

Minchia!

 


5

Gianrico Vasquez era un naturalista catanese appassionato di natura e Sicilia.
Ci portò a passeggiare sull’Etna.
Disse che non c’era pericolo alcuno per l’eruzione in corso, anche se quando superammo furbescamente un posto di blocco della guardia forestale, incominciai a pensare di essere nelle mani di un pazzo.
Ma sapete il sesto senso…mi rasserenava il suo aspetto un po’ mattacchione ma sincero.

 

Facemmo un sentiero tra la nebbia, i boati del vulcano e i precipizi!
Salimmo per un’oretta abbonadante ed in alcuni punti la pendenza era del 35 per cento.
Passamo una faggetta, poi un meleto, e funghi giganteschi dal sapore pessimo (i cosiddetti (“fungi i cane”).

La nebbia aumentava e il sentiero obbligato ci permise di non perderci.
Arrivammo alla cima del Monte Zoccolaro a 1739 metri. Un piccolo santuario era stato posto sul punto più alto di questo sentiero.
Lungo il tragitto ci divertivamo a lanciare dell pietre dal precipizio per sentire la profondità della sottostante vallata.
Qua in cima il rumore del sasso lanciato, in alcuni punti neanche si sentiva.
Arrivati ad un certo punto la nebbia si diradò e fui testimone dello spettacolo più bello del mondo.
La Valle del Bove, enorme serbatoio lavico testimone di migliaia di eruzioni, era un fiume di lava bolente.
Ebbi un sussulto di paura mentre Gianrico rimaneva entusiasta e felice che la nebbia andata via ci permise di portare con noi questo ricordo.
Il magma passava e distruggeva qualunque cosa incontrasse. Alcuni alberi urlavano al passaggio del fluido!
Mio cugino Fabio che di professione fa l’architetto a Londra o il viaggiatore nel mondo (ancora deve deciderlo facendo un anno una cosa e l’altro anno l’altra!), era stato da queste parti e mi aveva parlato della magnificienza del vulcano.
Lui era salito fin su in cima!
Sapeva della mia visita siciliana e si invidiò del nostro incontrò con il magma.

 

Abbiamo promesso di incontrarci in India l’anno prossimo.

 

 


6

Quella notte brindammo con l’allegra famigliola alla nostra partenza che sarebbe avvenuta il giorno seguente.
Andai a dormire in stato confusionale.
E’ sempre così l’ultimo giorno…
Sento che andrò a riappropriarmi delle mie cose, della mia casa, delle mie abitudini. E questo pensiero mi piace.
Ma deve fare i conti col mio animo vagabondo che trova pace solo quando sogna, fantastica, elabora clamorose avventure.
Lui che così bene mi conosce ma che difficilmente si fa capire da me.
E lo cerco continuamente tra i sentieri del mondo.
Axe.

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