Camillo Sbarbaro

 

Adesso che placata è la lussuria

sono rimasto con i sensi vuoti,

neppur desideroso di morire.

Ignoro se ci sia nel mondo ancora

chi pensi a me e se mio padre viva.

Evito di pensarci solamente.

Ché ogni pensiero di dolore adesso

mi sembrerebbe suscitato ad arte.

Sento d'esser passato oltre quel limite

nel qual si è tanto umani per soffrire,

e che quel bene non m'è più dovuto,

perché soffrire della colpa è un bene.

Mi lascio accarezzare dalla brezza,

illuminare dai fanali, spingere

dalla gente che passa, incurioso

come nave senz'ancora né vela

che abbandona la sua carcassa all'onda.

Ed aspetto così, senza pensiero

e senza desiderio, che di nuovo

per la vicenda eterna delle cose

la volontà di vivere ritorni.

 

***

 

A guardarti m’indugio intenerito,

d’oltre il muretto basso che ti cinta,

piccolo cimitero di campagna.

Aperto al celo, alla mercé del vento

della pioggia, vegliato dalle stelle,

tu ancora partecipi alla vita.

Soave come l’improvviso sonno

che chiude gli occhi al piccolo che piange,

l’erba qui addormenta le speranze

delle fanciulle, l’ansia delle madri

e tutto il nostro affaccendarci invano...

Qui la vita e la morte si dan mano

come sorelle...

Tutto ciò che è,

è un poco ciò che fu, un poco ciò

che sarà...

Qui è facile pensare

che quella farfalletta che là alia,

chiusa la sua vicenda, rivivrà

nel geranio fiammante del balcone

o nei capelli d’una donna amata...

Piccolo cimitero di campagna,

in questo poco sole di settembre

è così dolce quel che insegni al cuore

ch’egli di gratitudine si gonfia.

E, uscendo da me stesso, mi vedo,

in altre forme in sempre nuove forme

essere eternamente come i cieli.

 

***

 

A volte mentre vado solo al sole

e gli aspetti del mondo accolgo e il cuore

quasi m'opprime l'amorosa ressa,

ombra il sole ecco farsi e l'ombra, gelo.

Un cieco mi par d'essere che va

lungo la sponda d'un immenso fiume.

Scorrono sotto l'acque maestose;

ma non le vede lui: il poco sole

lui si prende beato. E se gli giunge

a tratti mormorar d'acque, lo crede

ronzìo d'orecchi illusi.

Perchè a me par vivendo questa mia

povera vita, un'altra rasentarne

come nel sonno; e che quel sonno sia

la mia vita presente.

Un vago smarrimento allor mi coglie,

uno sgomento pueril.

Mi siedo

dove sono, sul ciglio della strada,

miro il misero mio angusto mondo

e carezzo con man che trema l'erba.

 

***

 

A volte quando guardo la mia vita

e, tizzo che di cenere si copre,

ciò che feci ai miei occhi si scolora,

con un brivido freddo mi percorre

l’improvvisa paura di morire.

Se domani morissi, se sapessi

di morire, la casa lascerei

ed uscirei a zonzo per le vie

per rimanere solo con me stesso

con sopra il capo il cielo vasto e vuoto

sotto i piedi la terra fredda e dura,

come solo sarei in faccia al nulla.

Tra gli umidi guanciali non mi spenga

senza rumore qualche malattia,

come debole fiamma poco vento!

Pellegrinando andare per quei luoghi

dove passai da piccolo col padre;

dare il primo bacio e l’ultimo agli amici;

toccare l’erba

come si tocca un capo di bambino;

e saper che quell’è l’ultima volta;

prendere congedo dalla dolce terra:

dolce così non mi sarà mai parsa...

Poi mettere alla vita il mio sigillo.

 

***

 

A volte, quando penso alla mia vita

la qual ritorna sempre sui suoi passi

e come il dì e la notte si ripete

nei suoi disgusti e nei suoi desideri,

o quando la mia triste sazietà

incontra il desiderio che vocifera

al canto della strada, e mi si affaccia

l’immagine alla mente d’una scala

che saliamo e scendiamo senza tregua

come ragazzi in qualche gioco;

una chiaroveggenza nuova allarga

sulla Vita i miei occhi, tal che parmi

di vederla com’è la prima volta.

Vedo allora che nulla nella vita

è buono e nulla è triste, ma che tutto

è da accettare nello stesso modo;

e penso che convenga rassegnarsi

ché tutto eguaglia la necessità.

Ma poiché in quel momento è così chiara

la mia vista, che di varcare il cerchio

nel quale la Necessità ci chiude

più non m’illudo, e poiché anche sento

che accettar così tutto non potrei,

la tenerezza per mia sorella

e l’ingordo possesso della femmina,

su dal cuore mi sboccia un improvviso

sincero desiderio di morire.

 

***

 

A volte sulla sponda della via

preso da un infinito scoramento

mi seggo; e dove vado mi domando,

perché cammino. E penso la mia morte

e mi vedo già steso nella bara

troppo stretta fantoccio inanimato...

Quant'albe nasceranno ancora al mondo

dopo di noi!

Di ciò che abbiam sofferto

di tutto ciò che in vita ebbimo a cuore

non rimarrà il più piccolo ricordo.

Le generazioni passan come

onde di fiume...

Una mortale pesantezza il cuore

m'opprime.

Inerte vorrei esser fatto

come qualche antichissima rovina

e guardare succedersi le ore,

e gli uomini mutare i passi, i cieli

all'alba colorirsi, scolorirsi

a sera.

 

***

 

Capita all’uomo che d’autunno spoglia

la vite, sulla scala che ne fruscia

- vecchio è l’uomo ed autunno gli colora

l’anima dentro di malinconia;

ché con l’anno gli pare la sua vita

anche finisca;

il poco che da essa ebbe gli mette

in strozza come una secchezza e inghiotte –

tra i pampini arrossati di scoprire

un superstite grappolo. Ne colma

la mano, preso d’infantile gioia;

soppesa quasi non credesse agli occhi.

Alla sua sete riserbò l’annata

quel frutto;

glielo maturò l’estate,

glielo dorò il sole dell’autunno,

la pianta vi spremé l’ultimo succo.

Cola zucchero l’acino che sguscia

in bocca per non perdere una goccia;

ogni acino lo riga di delizia

silenziosa...

Guardan gli occhi felici e rassegnati

col grappolo scemare

la sua prima, fors’ultima, dolcezza.

 

***

 

Donna ferma sul canto della via,

che dagli occhi non mostri di vedere,

non importuni con la voce, stai

nella strada dorata come pietra

sorda;

fossi la marionetta che s'affloscia

al muro, l'occhio vacuo, le braccia

penzoloni!

e se viva

sei, t'impuntassi innanzi a ognuno, muta

che indica col dito nero il buco

della bocca...

Senza paura non ti guardo, tanto

mi rassomigli; non viva, non morta;

donna ferma sul canto della via.

 

***

 

E la vita sapessi a me che fu,

Amore, prima che ti conoscessi...

Un deserto la terra; a volte, il mondo

una sfocata immagine che trema.

I volti consueti dai fantasmi

visti in sogno, il mio giorno dalla notte

poco diverso; sì da dubitare

se veglia o sonno fosse la mia vita.

Uomo che s'atterrisce della piazza,

arretra innanzi a quella vacuità,

quante volte dal sonno ripugnai

al giorno che le palpebre forzava!

Un dì nella città tumultuosa

dove fughe di strade a vista d'occhio

aprono prospettive d'infinito,

disagio da stupore in me nasceva.

M'affaticava la città col suo

ansito

quale andare di fiume che non trovi

foce; m'impauriva con la mole

quasi colosso che non abbia luce

di sguardo...

Quando, improvvisamente come oscuro

disegno che coi dadi bimbo tenta

s'illumina del dado che mancava,

si compose il tumulto, si placò

l'ansito, fiume che si placa in mare,

in due che s'abbracciavano nell'ombra.

 

***

 

Era color del mare e dell'estate

la strada tra le case e i muri d'orto

dove la prima volta ti cercai.

All'incredulo sguardo ti staccasti

un po' incerta dall'altro marciapiede.

Nemmeno mi guardasti. Mi stringesti,

con la forza di chi s'attacca, il polso.

A fianco procedemmo un tratto zitti.

Una macchina adesso mi portava,

procella appena dominata, verso

il luogo di quel primo appuntamento.

Già la svolta il mio cuore riconosce

e, raffica, la macchina la imbocca,

ed ecco tu ti stacchi

un po’ incerta dall’altro marciapiede.

(Non era che un crudele immaginare:

paralitico tenta con quest’ansia

la parte, se già il male la guadagni.)

Il tempo di pensarti; ma nell'attimo

che dolcissima spina mi trafisse!

Acuta come questa non mi desti

altra gioia, non mi potevi dare.

T'amavo. Amavo. Anche per me nel mondo

c'era qualcuno.

O strada tra le case, benedetta,

dove la prima volta nella vita

pietà d'altri che me mi strinse il cuore.

 

***

 

Esco dalla lussuria.

M'incammino

per lastrici sonori nella notte.

Non ho rimorso o turbamento. Sono

solo tranquillo immensamente.

Pure

qualche cosa è cambiato in me, qualcosa

fuori di me.

Ché la città mi pare

sia fatta immensamente vasta e vuota,

una città di pietra che nessuno

abiti, dove la Necessità

sola conduca i carri e suoni l'ore.

A queste vie simmetriche e deserte

a queste case mute sono simile.

Partecipo alla loro indifferenza,

alla loro immobilità.

Mi pare

d'esser sordo ed opaco come loro,

d'esser fatto di pietra come loro.

Ché il mio padre e la mia sorella sono

lontani, come morti da tanti anni,

come sepolti già nella memoria.

Il nome dell'amico è un nome vano.

Tra me ed essi s'è interposto il mio

peccato come immobile macigno.

E se sapessi che il mio padre è morto,

al qual pensando mi piangeva il cuore

di essere lontano ora che i giorni

della vita comune son contati,

se mi dicessero che mio padre è morto,

sento bene che adesso non potrei piangere.

Son come posto fuori della vita,

una macchina io stesso che obbedisce,

come il carro e la strada necessario.

Ma non riesco a dolermene.

Cammino

per lastrici sonori nella notte.

 

***

 

Il mio cuore si gonfia per te, Terra,

come la zolla a primavera.

lo torno.

I miei occhi son nuovi. Tutto quello

che vedo è come non veduto mai;

e le cose più vili e consuete,

tutto m’intenerisce e mi dà gioia.

In te mi lavo come dentro un’ acqua

dove si scordi tutto di se stesso.

La mia miseria lascio dietro a me

come la biscia la sua vecchia pelle.

Io non sono più io, io sono un altro.

Io sono liberato di me stesso.

Terra, tu sei per me piena di grazia.

Finché vicino a te mi sentirò

così bambino, fin che la mia pena

in te si scioglierà come la nuvola

nel sole,

io non maledirò d’esser nato.

lo mi sono seduto qui per terra

con le due mani aperte sopra l’erba,

guardandomi amorosamente intorno.

E mentre così guardo, mi si bagna

di calde dolci lacrime la faccia.

 

***

 

I miei occhi implacabili che sono

sempre limpidi pure quando piangono

Amicizia non vale ad ingannare.

Quando parliamo troppo forte o quando

d'improvviso taciamo tutti e due,

vedono essi il male che ci rode.

Col rumor della voce noi vogliamo

creare fra noi quel che non è;

quando taciamo non sappiam che dirci

ed apre degli abissi quel silenzio.

Allacciarci non giova con le braccia

se distinti restiamo ai nostri occhi.

A ingannarli non vali neppur tu,

Dolore. Quando allenti la tua stretta,

il mio padre e le mia sorella anch'esse

s'allontanano paurosamente.

Certe volte vedendo una bestiola

che lecca una bestiola e gioca seco,

mi morde il cuore una crudele invidia.

Con gli occhi vedo che mi sei negata,

gioia di voler bene a quelcheduno.

 

***

 

Io che come un sonnambulo cammino

per le mie trite vie quotidiane,

vedendoti dinanzi a me trasalgo.

Tu mi cammini innanzi lenta come

una regina.

Regolo il mio passo

io subito destato dal mio sonno

sul tuo ch'è come una sapiente musica.

E possibilità d'amore e gloria

mi s'affacciano nel cuore e me lo gonfiano.

Pei riccioletti folli d'una nuca

per l'ala d'un cappello io posso ancora

alleggerirmi dalla mia tristezza.

Io sono ancora giovane, inesperto

col cuore pronto a tutte le follie.

Una luce si fa nel dormiveglia.

Tutto è sospeso come in un'attesa.

Non penso più. Sono contento e muto.

Batte il mio cuore al ritmo del mio passo.

 

***

 

Io ti vedo con gioia e con paura

ogni giorno scemare, mio Dolore.

Come l’amante che al risveglio spia

il volto dell’amante addormentata

e sente il freddo dell’irreparabile

ché i due corpi così vicini vede

farsi ogni giorno più tra loro estranei,

ogni mattino che mi sveglio scopro

il tuo volto più pallido, Dolore,

finché un mattino al posto tuo m’appaia

il volto scialbo della Consuetudine.

Tu che illudesti per un po’ la mia

aridità ed ai miei chiari occhi,

di pianto intorbidandoli, lasciasti

vedere meno bene, e mi facesti

tutta la vita vivere nell’attimo,

adesso che ho imparato a amarti solo,

o Dolore tu anche passeggero,

irreparabilmente te ne vai.

E se mi fosse dato, non avrei

forse il coraggio di chiamarti indietro.

Ma la mia vera vita con te viene

perché quando non soffro neppur vivo.

 

***  

 

La bambina che va sotto gli alberi

non ha che il peso della sua treccia,

un fil di canto in gola.

Canta sola

e salta per la strada; ché non sa

che mai bene più grande non avrà

di quel po' d'oro vivo per le spalle,

di quella gioia in gola.

A noi che non abbiamo

altra felicità che di parole,

e non l'acceso fiocco e non la molta

speranza che fa grosso a quella il cuore,

se non è troppo chiedere, sia tolta

prima la vita di quel solo bene.

 

***

 

La trama delle lucciole ricordi

sul mar di Nervi, mia dolcezza prima?

(trasognato paese dove fui

ieri e che già non riconosce il cuore).

Forse. Ma il gesto che ti incise dentro

io non ricordo; e stillano in me dolce

parole che non sai d'aver dette.

Estrema delusione degli amanti!

invano mescolarono le loro vite

s'anche il bene superstite, i ricordi,

son mani che non giungono a toccarsi.

Ognuno resta con la sua perduta

felicità, un po' stupito e solo,

pel mondo vuoto di significato.

Miele segreto di chi s'alimenta;

fin che sino il ricorso ne consuma

e tutto è come non fosse stato.

Oh come poca cosa quel che fu

da quello che non fu divide!

Meno

che la scia della nave acqua da acqua.

Saranno state

le lucciole di Nervi, le cicale

e la casa sul mare di Loano,

e tutta la mia poca gioia – e tu –

fin che mi strazi questo ricordare.

 

***

 

Magra dagli occhi lustri, dai pomelli

accesi,

la mia anima torbida che cerca

chi le somigli

trova te che sull'uscio aspetti gli uomini.

Tu sei la mia sorella di quest'ora.

Accompagnarti in qualche trattoria

di bassoporto

e guardarti mangiare avidamente!

E coricarmi senza desiderio

nel tuo letto!

Cadavere vicino ad un cadavere

bere dalla tua vista l'amarezza

come la spugna secca beve l'acqua!

Toccare le tue mani i tuoi capelli

che pure a te qualcuno avrà raccolto

in un piccolo ciuffo sulla testa!

E sentirmi guardato dai tuoi occhi

ostili, poveretta, e tormentarti

domandandoti il nome di tua madre...

Nessuna gioia vale questo amaro:

poterti far piangere, potere

piangere con te.

 

***

 

Marchio d'amore nella carne, varia

come il tuo cielo ebbi da te l'anima,

Liguria, che hai d'inverno

cieli teneri come a primavera.

Brilli tra i fili della pioggia il sole,

bella che ridi

e d'improvviso in lagrime ti sciogli.

Da pause di tepido ingannate,

s'aprono violette frettolose

sulle prode che non profumeranno.

Le petraie ventose dei tuoi monti,

l'ossame dei tuoi greti;

il tuo mare se vi trascina il sole

lo strascico che abbaglia o vi saltella

una manciata fredda di zecchini

le notti che si chiamano le barche;

i tuoi docili clivi, tocchi d'ombra

dall'oliveto pallido, canizie

benedicente a questa atroce terra:

aspri o soavi, effimeri od eterni,

sei tu, terra, e il tuo mare, i soli volti

che s'affacciano al mio cuore deserto.

 

***

 

Mi desto dal leggero sonno solo

nel cuore della notte.

Tace intorno

la casa come vuota e laggiù brilla

silenzioso coi suoi lumi un porto.

Ma sì freddi e remoti son quei lumi

e sì grande è il silenzio nella casa

che mi levo sui gomiti in ascolto.

Improvviso terrore mi sospende

il fiato e allarga nella notte gli occhi:

separata dal resto della casa

separata dal resto della terra

è la mia vita ed io son solo al mondo.

Poi il ricordo delle vie consuete

e dei nomi e dei volti quotidiani

riemerge dal sonno,

e di me sorridendo mi riadagio.

Ma, svanita col sonno la paura,

un gelo in fondo all'anima mi resta.

Ch'io cammino fra gli uomini guardando

attentamente coi miei occhi ognuno,

curioso di lor ma come estraneo.

Ed alcuno non ho nelle cui mani

metter le mani con fiducia piena

e col quale di me dimenticarmi.

Tal che se l'acque e gli alberi non fossero

e tutto il mondo muto delle cose

che accompagna il mio viver sulla terra,

io penso che morrei di solitudine.

Or questo camminare fra gli estranei

questo vuoto d'intorno m'impaura

e la certezza che sarà per sempre.

Ma restan gli occhi crudelmente asciutti.

 

***

 

Nel mio povero sangue qualche volta

fermentano gli oscuri desideri.

Vado per la città solo la notte,

e l’odore dei fondaci al ricordo

vince l’odor dell’erba sotto il sole.

Rasento le miriadi degli esseri

sigillati in se stessi come tombe.

E batto a porte sconosciute. Salgo

scale consunte da generazioni.

La femmina che aspetta sulla porta

l’ubriaco che rece contro il muro

guardo con occhi di fraternità.

E certe volte subito trasalgono,

nell’andito malcerto in capo a cui

occhi di sangue paiono i fanali,

le mie nari che fiutano il delitto.

Mi cresce dentro l’ansia di morire

senza avere il godibile goduto

senza avere il soffribile sofferto.

La volontà mi prende di gettare

come un ingombro inutile il mio nome.

Con per compagna la perdizione

a cuor leggero andarmene pel mondo.

 

 

 

Non fosse la donna

il giorno sarebbe senz’albore;

non stella avrebbe

e rugiada la notte; non acqua

o fil d’erba la terra.

Senza cielo sul capo si andrebbe.

 

***

 

Non, Vita, perchè tu sei nella notte

la rapida fiammata, e non per questi

aspetti della terra e il cielo in cui

la mia tristezza orribile si placa:

ma, Vita, per le tue rose le quali

o non sono sbocciate ancora o già

disfannosi, pel tuo Desiderio

che lascia come al bimbo della favola

nella man ratta solo delle mosche,

per l'odio che portiamo ognuno al noi

del giorno prima, per l'indifferenza

di tutto ai nostri sogni più divini,

per non potere vivere che l'attimo

al modo della pecora che bruca

pel mondo questo o quello cespo d'erba

e ad esso s'interessa unicamente,

pel rimorso che sta in fondo ad ogni

vita, d'averla inutilmente spesa,

come la feccia in fondo del bicchiere,

per la felicità grande di piangere,

per la tristezza eterna dell'Amore,

per non sapere e l'infinito buio...

per tutto questo amaro t'amo, Vita.

 

***

 

Occhi nuovi,

attoniti - che guardano

come una stampa colorata il mondo;

occhi colore d’aria,

anticipi di cielo sulla terra

- il dolore v’è l’ombra d’una rondine,

un’acquata di primavera, il pianto -

occhi cui non ardiscono guardare

altri occhi:

occhi soli

come orfani a mano per la via;

tetri come lo specchio

della camera ad ore che patì

la ripugnanza d’infiniti volti;

occhi che nessun piangere più lava;

occhi come pozzanghere, miei occhi.

 

***

 

Ora che non mi dici niente, ora

che non mi fai godere né soffrire,

tu sei la consueta dei miei giorni.

Assomigli ad un lago tutto uguale.

Assonnato mi muovo sulla riva.

Non voglio non desidero, neppure

penso.

Mi tocco per sentir se sono.

E l’essere e il non esser, come l’acqua

e il cielo di quel lago si confondono.

Diventa il mio dolore quel d’un altro

e la vita non è lieta né triste.

T’odio, compagna assidua dei miei giorni,

che alla vita non mi sottrai, facendomi

come il sonno una cosa inanimata,

ma me la lasci solo rasentare.

Poiché son rassegnato a viver, voglio

che ogni ora del dì mi pesi sopra,

mi tocchi nella mia carne vitale.

Voglio il Dolore che m’abbranchi forte

e collochi nel centro della Vita.

Ora che non mi dici niente, ora

che non mi fai godere né soffrire,

io rassegnato aspetto che tu passi.

 

***

 

Ora che sei venuta,

che con passo di danza sei entrata

nella mia vita

quasi folata in una stanza chiusa –

a festeggiarti, bene tanto atteso,

le parole mi mancano e la voce

e tacerti vicino già mi basta.

Il pigolìo così che assorda il bosco

al nascere dell’alba,ammutolisce

quando sull’orizzonte balza il sole.

Ma te la mia inquietudine cercava

quando ragazzo

nella notte d’estate mi facevo

alla finestra come soffocato:

che non sapevo, m’affannava il cuore.

E tutte tue sono le parole

che, come l’acqua all’orlo che trabocca,

alla bocca venivano da sole,

l’ore deserte, quando s’avanzavan

puerilmente le mie labbra d’uomo

da sé, per desiderio di baciare...

 

***

 

Ormai somiglio a una vite che vidi un dì con stupore.

Cresceva su un muro di casa nascendo da un lastrico.

Trapiantata, sarebbe intristita.

Così l'anima ha messo radice nella pietra della città

e altrove non saprebbe più vivere.

E se ancora m'avviene di guardar

come a scampo ai monti lontani,

in realtà essi non mi parlano più.

Mi esalta il fanale atroce a capo del vicolo chiuso.

Il cuore resta appeso in ex voto a chiassuoli a crocicchi.

Aspetti di cose mi toccano

come nessun gesto umano potrebbe.

Come la vite mi cibo di aridità. Più della femmina,

m'illudono le sete e gli artifizi.

Il lampeggiar degli specchi m'appaga.

A volte, a disturbare l'inerzia in cui mi compiaccio,

affiora, chi sa da che piega di me,

un mondo a una sola dimensione

e, smarrita per esso, l'infanzia.

Al richiamo mi tendo,

trepidante mi chino in ascolto...

Ah non era che il ricordo d'un'esistenza anteriore!

Forse mi vado mineralizzando.

Già il mio occhio è di vetro,

da tanto non piango;

e il cuore, un ciottolo pesante.

 

***

 

Padre tu che muori tutti i giorni un poco

e ti scema la mente e più non vedi

con allargati occhi che i tuoi figli

e di te non t'accorgi e non rimpiangi

se penso la fortezza con la quale

hai vissuto; il disprezzo c'hai portato

a tutto ciò che è piccolo e meschino;

sotto la rude scorza

il tuo candido cuore di fanciullo;

il bene c'hai voluto a tua madre,

a tua sorella ingrata, a nostra madre

morta;

tutta la tua vita sacrificata

e poi ti guardo come ora sei,

io mi torco in silenzio le mani.

Contro l'indifferenza della vita

vedo inutile anch'essa la virtù

e provo forte come non ho mai

il senso della nostra solitudine.

Io voglio confessarmi a tutti, padre,

che ridi se mi vedi e tremi quando

d'una qualche premura ti fo segno,

di quanto fui codardo verso te.

Benché il rimorso mi si alleggerisca,

che più giusto sarebbe mi pesasse

sul cuore, inconfessato...

io giovinetto imberbe ti guardai

con ira, padre, per la tua vecchiaia.

Stizza contro te vecchio mi prendeva...

Padre che ci hai tenuto sui ginocchi

nella stanza che s'oscurava, in faccia

alla finestra, e contavamo i lumi

di cui si punteggiava la collina

facendo a gara a chi vedeva primo,

perdono non ti chiedo con le lacrime

che mi sarebbe troppo dolce piangere

ma con quella più amare te lo chiedo

che non vogliono uscire dai miei occhi.

Una cosa soltanto mi conforta

di poterti guardare a ciglio asciutto:

il ricordo che piccolo, al pensiero

che come gli altri uomini dovevi

morire pure tu, il nostro padre,

solo e zitto nel mio letto la notte

io di sbigottimento lacrimavo.

Di quello che i miei occhi ora non piangono

quell'infantile pianto mi consola,

padre, perché mi par d'aver lasciato

tutta la fanciullezza in quelle lacrime.

Se potessi promettere qualcosa

se potessi fidarmi di me stesso

se di me non avessi anzi paura,

padre, una cosa ti prometterei:

di viver fortemente come te

sacrificato agli altri come te

e negandomi tutto come te,

povero padre, per la fiera gioia

di finir tristemente come te.

 

***

 

Padre, se anche tu non fossi il mio

Padre se anche fossi a me un estraneo,

per te stesso egualmente t’amerei.

Ché mi ricordo d’un mattin d’inverno

Che la prima viola sull’opposto

Muro scopristi dalla tua finestra

E ce ne desti la novella allegro.

Poi la scala di legno tolta in spalla

Di casa uscisti e l’appoggiasti al muro.

Noi piccoli stavamo alla finestra.

E di quell’altra volta mi ricordo

Che la sorella mia piccola ancora

Per la casa inseguivi minacciando

(la caparbia aveva fatto non so che).

Ma raggiuntala che strillava forte

Dalla paura ti mancava il cuore:

ché avevi visto te inseguir la tua

piccola figlia, e tutta spaventata

tu vacillante l’attiravi al petto,

e con carezze dentro le tue braccia

l’avviluppavi come per difenderla

da quel cattivo che eri il tu di prima.

Padre, se anche tu non fossi il mio

Padre, se anche fossi a me un estraneo,

fra tutti quanti gli uomini già tanto

pel tuo cuore fanciullo t’amerei.

 

***

 

Piccolo quando un canto d’ubriachi

giugevami all’orecchio nella notte

d’impeto su dai libri mi levavo.

Dimentico di lor, la chiusa stanza

all’aria della notte spalancavo

e mi sporgevo fuor della finestra

a bere il canto come un vino forte.

Con che occhi voltandomi guardavo

la chiusa stanza e dopo lei la casa

dove già tutti i lumi erano spenti!

Più d’una volta sulla fredda ardesia

al vento che passava nei capelli

alla pioggia che inzuppava il viso

io piansi delle lacrime insensate.

Adesso quell’inganno anche è caduto.

Ora so quanto amara sia la bocca

che canta spalancata verso il cielo.

Pure se ancora mi desta dal mio sonno

quel canto d’ubriachi per la vita

ad ascoltar mi levo con sospeso

dall’improvvisa commozione il fiato,

e vado ancora a mettere la faccia

nel vento che i capelli mi scompigli.

Rinnovare vorrei l’amara ebrezza

e quel sottile brivido pel corpo,

e il ben perduto cui non credo più

piangere come allora...

Ma non m’escono

che scarse sciocche lacrime dagli occhi.

 

***

 

Quanto ti camminai ragazzo! Ad ogni

svolto che mi scopriva nuova terra,

in me balzava il cuore di Caboto

il dì che dal malcerto legno scorse

sul mare pieno di meraviglioso

nascere il Capo.

Bocconi mi buttai sui tuoi fonti,

con l'anima e i ginocchi proni, a bere.

Comunicai di te con la farina

della spiga che ti inazzura il colli,

dimenata e stampata sulla madia,

condita dall'olivo lento, fatta

sapida dal basilico che cresce

nella tegghia e profuma le tue case.

Nei porti delle tue città cercai,

nei fungai delle tue case, l'amore,

nelle fessure dei tuoi vichi.

Bevvi

alla frasca ove sosta il carrettiere,

nella cantina mucida, dal gotto

massiccio, nel cristallo

tolto dalla credenza, il tuo vin aspro

per mangiare di te, bere di te,

mescolare alla tua vita la mia

caduca.

 

***

 

Quando traverso la città la notte

io vivo la mia vita più profonda

Persiane silenziose illuminate!

Finestra buia aperta nella notte!

Negli atrii di pietra voce d'acqua!

Tra le bestie squartate lumicino

alla madonna! Ombre umane informi

dietro i vetri nebbiosi dei caffè!

Mi trasformo nel cieco del crocicchio

che suona ritto gli occhi vaghi al cielo.

Voluttà d'esser solo ad ascoltarmi!

Udire nella mia notte per ore

avvicinarsi e dileguare i passi!

Essere la puttana che sussurra

la parola al passante che va oltre!

la vecchia della porta

che s'attacca pel soldo della grappa

al militare ch'esce nauseato!

E voluttà di scendere più basso!

Rasentando le case cautamente

io sento dietro le pareti sorde

le generazioni respirare.

E so l’ostilità di certe vie

tozze,

la paura di certe piazze vuote...

E forse ignaro m’incammino verso

- oh mia liberazione! – la Follia.

 

***

 

Scarsa lingua di terra che orla il mare,

chiude la schiena arida dei monti;

scavata da improvvisi fiumi; morsa

dal sale come anello d'ancoraggio;

percossa dalla fersa; combattuta

dai venti che ti recano dal largo

l'alghe e le procellarie

- ara di pietra sei, tra cielo e mare

levata, dove brucia la canicola

aromi di selvagge erbe.

Liguria,

l'immagine di te sempre nel cuore,

mia terra, porterò, come chi parte

il rozzo scapolare che gli appese

lagrimando la madre.

Ovunque fui

nelle contrade grasse dove l'erba

simula il mare; nelle dolci terre

dove si sfa di tenerezza il cielo

su gli attoniti occhi dei canali

e van femmine molli bilanciando

secchi d'oro sull'omero - dovunque,

mi trapassò di gioia il tuo pensato

aspetto.

Quanto ti camminai ragazzo! Ad ogni

svolto che mi scopriva nuova terra,

in me balzava il cuore di Caboto

il dì che dal malcerto legno scorse

sul mare pieno di meraviglioso

nascere il Capo.

Bocconi mi buttai sui tuoi fonti,

con l'anima e i ginocchi proni, a bere.

Comunicai di te con la farina

della spiga che ti inazzurra i colli,

dimenata e stampata sulla madia,

condita dall'olivo lento, fatta

sapida dal basilico che cresce

nella tegghia e profuma le tue case.

Nei porti delle tue città cercai,

nei fungai delle tue case, l'amore,

nelle fessure dei tuoi vichi.

Bevvi

alla frasca ove sosta il carrettiere,

nella cantina mucida, dal gotto

massiccio, nel cristallo

tolto dalla credenza, il tuo vin aspro

- per mangiare di te, bere di te,

mescolare alla tua vita la mia

caduca.

Marchio d'amore nella carne, varia

come il tuo cielo ebbi da te l'anima,

Liguria, che hai d'inverno

cieli teneri come a primavera.

Brilla tra i fili della pioggia il sole,

bella che ridi

e d'improvviso in lagrime ti sciogli.

Da pause di tepido ingannate,

s'aprono violette frettolose

sulle prode che non profumeranno.

Le petraie ventose dei tuoi monti,

l'ossame dei tuoi greti;

il tuo mare se vi trascina il sole

lo strascico che abbaglia o vi saltella

una manciata fredda di zecchini

le notti che si chiamano le barche;

i tuoi docili clivi, tocchi d'ombra

dall'oliveto pallido, canizie

benedicente a questa atroce terra:

- aspri o soavi, effimeri od eterni,

sei tu, terra, e il tuo mare, i soli volti

che s'affacciano al mio cuore deserto.

Io pagano al tuo nume sacrerei,

Liguria, se campassi della rete,

rosse triglie nell'alga boccheggianti;

o la spalliera di limoni al sole,

avessi l'orto; il testo di garofani,

non altro avessi:

i beni che tu doni ti offrirei.

L'ultimo remo, vecchio marinaio

t'appenderei.

Ché non giovano, a dir di te, parole:

il grido del gabbiano nella schiuma

la collera del mare sugli scogli

è il solo canto che s'accorda a te.

Fossi al tuo sole zolla che germoglia

il filuzzo dell'erba. Fossi pino

abbrancato al tuo tufo, cui nel crine

passa la mano ruvida aquilone.

Grappolo mi cocessi sui tuoi sassi.

 

***

 

Sempre assorto in me stesso e nel mio mondo

come in sonno tra gli uomini mi muovo.

Di chi m'urta col braccio non m'accorgo,

e se ogni cosa guardo acutamente

quasi sempre non vedo ciò che guardo.

Stizza mi prende contro chi mi toglie

a me stesso. Ogni voce m'importuna.

Amo solo la voce delle cose.

M'irrita tutto ciò che è necessario

e consueto, tutto ciò che è vita,

com'irrita il fuscello la lumaca

e com'essa in me stesso mi ritiro.

Ché la vita che basta agli altri uomini

non basterebbe a me.

E veramente

se un altro mondo non avessi, mio,

nel quale dalla vita rifugiarmi,

se oltre le miserie e le tristezze

e le necessità e le consuetudini

a me stesso non rimanessi io stesso,

oh come non esistere vorrei!

Ma un'impressione strana m'accompagna

sempre in ogni mio passo e mi conforta:

mi pare di passar come per caso

da questo mondo...

 

***

 

Son di granito o di diamante sono

i mille denti logori e ferrigni

con che rodi il cemento ed i macigni

sgretoli, sfinge spaventosa, o Chrono?

L'uomo di ieri miri co' i maligni

occhi innalzare a dei di creta un trono:

o bestemmiarli e ricader giù prono:

e al vano affaticarsi tu sogghigni.

Il fior che allegra gli orridi dirupi

co 'l fiato anneri, ed, invido, d'immondi

solchi il velluto de le guance sciupi.

L'uom che ti sminuzza in oggi ed in domani

e la clessidra in ore ed in secondi:

tu lasci fare e eterno ancor rimani.

 

***

 

Sonno, dolce fratello della Morte,

che dalla Vita per un po' ci affranchi

ma ci rilasci tosto in sua balìa

come gatto che gioca col gomitolo;

di te, finché la mia vita giustifichi

la vita della mia sorella e un segno

che son vissuto anch'io finché non lasci,

io mi contenterò e del tuo inganno.

Vieni, consolatore degli afflitti.

Abolisci per me lo spazio e il tempo

e nel nulla dissolvi questo io.

Nessun bambino mai così fidente

s'abbandonò sul seno della madre

com'io nelle tue mani m'abbandono.

Quando si dorme non si sa più nulla.

 

***

 

Spotorno, terra senza risorse.

Vi alligna fortemente l'ulivo,

il sorbo vi si carica di mazzetti duri.

Litorale dalla vegetazione bizzarra:

si siede e si tace in faccia al mare

senza illusioni con qualche volta

appena una manciata di zecchini tremolanti

freddo e infinito.

Passa al largo il guscio rossastro della petroliera.

L'estate le bagnanti spumeggianti

sfacciate scacciano le indigene,

topi terragnoli.

Negli orti le casette screpolate rosee

stupiscono al passaggio dell'espress

che le fa traballare.

Sin dietro le case la voce della maretta.

Spotorno paesaggio dell'anima

monti ridotti allo scheletro

aria schietta celestina

cielo liquido che a guardarlo si beve...

 

***

 

Stracci di nebbia lenti

e cenere d'ulivi.

Quasi a credere stenti

che vivi.

E' la pioggia una ninna-

nanna di triste fanciulla;

al corpo che giace

la terra, una culla.

 

***

 

Svegliandomi il mattino, a volte provo

sì acuta ripugnanza a ritornare

in vita, che di cuore farei patto

in quell'istante stesso di morire.

Il risveglio m'è allora un altro nascere;

ché la mente lavata dall'oblio

e ritornata vergine nel sonno

s'affaccia all'esistenza curiosa.

Ma tosto a lei l'esperienza emerge

come terra scemando la marea.

E così chiara allora le si scopre

l'irragionevolezza della vita,

che si rifiuta a vivere, vorrebbe

ributtarsi nel limbo dal quale esce.

Io sono in quel momento come chi

si risvegli sull'orlo d'un burrone,

e con le mani disperatamente

d'arretrare si forzi ma non possa.

Come il burrone m'empie di terrore

la disperata luce del mattino.

 

***

 

Taci anima mia. Son questi i tristi

giorni in cui senza volontà si vive,

i giorni dell'attesa disperata.

Come l'albero ignudo a mezzo inverno

che s'attrista nella deserta corte

io non credo di mettere più foglie

e dubito d'averle messe mai.

Andando per la strada così solo

tra la gente che m'urta e non mi vede

mi pare d'esser da me stesso assente.

E m'accalco ad udire dov'è ressa

sosto dalle vetrine abbarbagliato

e mi volto al frusciare d'ogni gonna.

Per la voce d'un cantastorie cieco

per l'improvviso lampo d'una nuca

mi sgocciolano dagli occhi sciocche lacrime

mi s'accendon negli occhi cupidigie.

Ché tutta la mia vita è nei miei occhi:

ogni cosa che passa la commuove

come debole vento un'acqua morta.

Io son come uno specchio rassegnato

che riflette ogni cosa per la via.

In me stesso non guardo perché nulla

vi troverei...

E, venuta la sera, nel mio letto

mi stendo lungo come in una bara.

 

***

 

Taci, anima stanca di godere

e di soffrire (all'uno e all'altro vai rassegnata).

Nessuna voce tua odo se ascolto:

non di rimpianto per la miserabile

giovinezza, non d'ira o di speranza,

e neppure di tedio.

Giaci come il corpo, ammutolita, tutta piena

d'una rassegnazione disperata.

Non ci stupiremmo,

non è vero, mia anima, se il cuore

si fermasse, sospeso se ci fosse il fiato...

Invece camminiamo,

camminiamo io e te come sonnambuli.

E gli alberi son alberi, le case sono case, le donne

che passano son donne, e tutto è quello

che è, soltanto quel che è.

La vicenda di gioia e di dolore non ci tocca.

Perduto ha la voce la sirena del mondo,

e il mondo è un grande deserto.

Nel deserto io guardo con asciutti occhi me stesso.

 

***

 

Talor, mentre cammino per le strade

della città tumultuosa solo,

mi dimentico il mio destino d'essere

uomo tra gli altri, e, come smemorato,

anzi tratto fuor di me stesso, guardo

la gente con aperti estranei occhi.

M'occupa allora un puerile, un vago

senso di sofferenza ed ansietà

come per mano che mi opprima il cuore.

Fronti calve di vecchi, inconsapevoli

occhi di bimbi, facce consuete

di nati a faticare e a riprodursi,

facce volpine stupide beate,

facce ambigue di preti, pitturate

facce di meretrici, entro il cervello

mi s'imprimono dolorosamente.

E conosco l'inganno pel qual vivono,

il dolore che mise quella piega

sul loro labbro, le speranze sempre

deluse,

e l'inutilità della loro vita

amara e il lor destino ultimo, il buio.

Ché ciascuno di loro porta seco

la condanna d'esistere: ma vanno

dimentichi di ciò e di tutto, ognuno

occupato dall'attimo che passa,

distratto dal suo vizio prediletto.

Provo un disagio simile a chi veda

inseguire farfalle lungo l'orlo

d'un precipizio, od una compagnia

di strani condannati sorridenti.

E se poco ciò dura, io veramente

in quell'attimo dentro m'impauro

a vedere che gli uomini son tanti.

 

***

 

Talor, mentre cammino solo al sole

e guardo coi miei occhi chiari il mondo

ove tutto m'appar come fraterno,

l'aria la luce il fil d'erba l'insetto,

un improvviso gelo al cor mi coglie.

Un cieco mi par d'essere, seduto

sopra la sponda d'un immenso fiume.

Scorrono sotto l'acque vorticose,

ma non le vede lui: il poco sole

ei si prende beato. E se gli giunge

talora mormorio d'acque, lo crede

ronzio d'orecchi illusi.

Perché a me par, vivendo questa mia

povera vita, un'altra rasentarne

come nel sonno, e che quel sonno sia

la mia vita presente.

Come uno smarrimento allor mi coglie,

uno sgomento pueril.

Mi seggo

tutto solo sul ciglio della strada,

guardo il misero mio angusto mondo

e carezzo con man che trema l'erba.

 

***

 

Talora nell'arsura della via

un canto di cicale mi sorprende.

e subito ecco m'empie la visione

di campagne prostrate nella luce...

E stupisco che ancora al mondo sian

gli alberi e le acque

tutte le cose buone della terra

che bastavano un giorno a smemorarmi...

Con questo stupor sciocco l'ubriaco

riceve in viso l'aria della notte.

Ma poi che sento l'anima aderire

ad ogni pietra della città sorda

com'albero con tutte le radici,

sorrido a me indicibilmente e come

per uno sforzo d'ali i gomiti alzo...

 

***

 

Una felicità fatta di nulla

mi colma – e non è forse che l’arietta

di questa mattinata di settembre...

Come convalescente ch’esce al sole

la prima volta, tutto quel che vede

gli par di non averlo visto mai,

ad ogni passo scopre nuovo mondo

e di dolcezza quasi piangerebbe –

il gallo che sull’aia raspa, il cielo

azzurro tra l’argento degli ulivi,

la casetta che fuma in mezzo agli orti,

trasalendo di giubilo saluto.

Così leggera è ora la mia anima,

così poco m'appaga stamattina

che direi per vivere mi basti

vedere a ogni anno

i fiori sulla terra rinnovarsi...

Una ventata, un luccichio d’ottoni

e mi sfreccia davanti il treno lampo.

Sollevato da un impeto di gioia

io dalla siepe, come già ragazzo,

pungendomi e strappandomi mi sporgo

e mi sbraccio e il berretto agito in alto.

Fugacemente fuor d’un finestrino

una piccola mano mi risponde.

Avventurata te, o sconosciuta,

che fosti salutata al tuo passaggio

da cotanto poeta!

 

***

 

Vivo in un ex voto a vedere come la marina

si comporta ingenuamente davanti

a questa levata di sole.

Le colline paion pecore dopo la tosatura.

Il promontorio in faccia all'isolotto di Bergeggi

è appena ricciuto di pinastri.

E il mare!

Conosco un mare brulicante d'oro

dove le vele sono fiamme esili;

uno, impalpabile da credere

ad un inganno degli occhi;

un mare che è tutto uno zaffiro liquefatto,

in cui si vorrebbe stemperarsi.

Questo, è una grigia lavagna,

appena argentata a levante.

Più di tutti i mari che so,

è questo che amo:

esso risveglia in me l'anima avventurosa.

Quand'ecco, nell'appropriato scenario,

il sole balza, bolla infocata,

sciorinandosi ai piedi

un tremolante tappeto arancione.

 

***

 

Vo nella notte solo per vicoli deserti

lungo squallide mura.

Al discorde rumor dei passi incerti

echeggiando le case come vuote,

trasalgo di paura.

Si sfilacciano contro i cornicioni delle case

che occupano l'aria i nuvoloni;

e la fiammella gialla

del lampione traballa

su lastrici che caldo vento bagna;

un'imposta si lagna solitaria.

In parole consuete in consueti passi,

giovinezza, trapassi - che non torni.

E se disgusto senti di te stessa, dei giorni inutili,

t'illude folle presentimento

- ed è quasi certezza - che torni un'altra volta,

povera vita stolta, la tua giovinezza.

Come gli altri come tutti ch'ebbero dalla vita

per la parte di stenti la lor parte di pane,

spinti come giumenti dalla fame e la foia

dove il buio li ingoia - così e senza pianto

ché gli occhi sono asciutti,

come gli altri come tutti tu che potevi tanto.

Come il vestito vecchio l'anima addosso mi pesa;

tutto intorno m'ingombra;

ogni cosa mi pare che mi copra il fiato,

ogni cosa mi pare mi stia sopra

e non mi lasci piangere...

Quand'ecco nel silenzio afoso balza

da un organo sgorgando facile melodia.

E' un motivo di ballo:

ogni nota rimbalza perla su cristallo,

fragorosa empie la via.

Qualche cosa di fresco di nuovo

il sangue mi corre...

Indicibile, quello che provo.

E d'istinto io cerco nel buio

l'improvviso organetto ove suoni.

Non più ciondoloni rasento il muro:

mi scosto, cammino

diritto, nel mezzo, con piede sicuro.

E quando vicino gli passo,

al legno che trema e che canta,

mi sento mutato d'un tratto

nel sonoro strumento:

in corde metalliche tese

cambiata ogni fibra,

il corpo, percorso da brividi,

in fascio di nervi che vibra.

E come per l'ultima volta i tiepidi spiriti,

i fiacchi propositi chiamo a raccolta.

Il petto mi colma insolito orgoglio;

intorno mi guardo spavaldo,

dico a me stesso: Voglio.

O mie montagne o boschi,

solitudini a vista d'occhio aperte

sulle quali va l'ombra della nuvola

e che il vento scorrazza;

odore al mattino di guazza,

novità della terra

sotto lo scroscio improvviso

quando tutto è intriso

e l'anima è nuova e la foglia;

correr d'acque stormir d'alberi fresco,

rifiorire del pesco nella campagna spoglia,

cieli tersi invernali, soltanto che vi pensi,

nella mia triste arsura che frescura versate!

Grande e verde

che muori e rinasci continua,

taciturna che dentro a gran voce mi parli,

Natura, ove perde l'uomo se stesso,

estraneo a se stesso diventa per gli occhi

di guardare mai sazi, spazi stellati,

nella sete di forza mi siete alleati.

Chiaro lo sguardo s'è fatto nel volto,

pronte alla lotta le braccia.

Sento l'ebbrezza,

quasi vento gelato sulla faccia,

della mia buona e vera giovinezza.

Quando il valzer precipita ed ecco

l'organetto si chiude d'un colpo secco.

Subito qualche cosa vien meno,

qualche cosa in me frana...

E la notte che il suono avea sgombra

del buio e fatta giorno,

la vacua notte col silenzio

e l'ombra mi si richiude intorno.

Resto debole e solo.

Vela al mancar del vento, la volontà s'affloscia;

ogni impeto cade, l'esaltazione, la fierezza, tutto.

Mi vedo andare per deserte strade

vile miserabile brutto.

Sbuca da un nero portico e s'arresta

nel mezzo della via,

m'interroga con occhi larghi un gatto;

miagola a me, poi ratto

scivola via.

E mi butto da lato e rasento

di nuovo le mura,

se il piede nel lastrico inciampa

o nella pausa del vento

un fanale divampa

trasalendo di sciocca paura.

Volontà, che mi vali per i miei sogni immensi,

fondata sulla sabbia instabile dei sensi?

Si stacca sul mio capo rombando mezzanotte.

A me che vo vagando solo nella mia notte

cadono sul cuore come pietre quell'ore.

 

***

 

Voze, che sciacqui al sole la miseria

delle tue poche case, ammonticchiate

come pecore contro l'acquazzone;

e come stipo di riposti lini

sai di spigo, di sale come rete;

- nell'ombra dei tuoi vichi zampa il gallo

presuntuoso; gioca sulla soglia

il piccolo, con dietro il buio e il freddo

della cucina dove su ramaglie

una vecchia si china ad attizzare;

sulle terrazze splende il granoturco

o rosseggia la sorba; nel coltivi

strappati all'avarizia della roccia

i muretti s'ingobbano, si sbriciola

la zolla, cresce storto e nano il fico -

in te, Voze, m'imbatto nel bambino

che fui, nel triste bimbo che cercava

in terra mele mézze per becchime

buttate, tratto dall'oscuro sangue

a mordere ai rifiuti;

nel cattivo celato dietro l'uscio

che godeva d'udirsi per la casa

chiamare da colei che lo crebbe

- e si torceva presso lui non visto,

la povera, le mani e supplicava

che s'andasse con pertiche alla gora.

Quando bevuto egli abbia ad ogni pozza

guasta,

più nessuno lo cerchi per la casa

vuota,

come in madre in te possa rifugiarsi.

Se l'occhio che restò duro per l'uomo

s'inteneriva ai volti della terra,

nella casa di allora che inchiodato

reca sull'uscio il ferro di cavallo

portafortuna,

sérbagli sopra i tetti la finestra

che beve al lapislazzulo laggiù

del mare, si disseta

alla polla perenne dell'ulivo,

Voze, soave nome che si scioglie

in bocca...

 
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