BUCAREST

 

Sono passati degli anni.

Già oggi si dice allora.

Due anni sono molti,

non possono essere confrontati con gli altri anni.

Lui e lei ormai si sono irrigiditi.

Non potranno diventare più malvagi.

Tuttavia lui e lei vivono,

perché vive ciò che hanno travolto.

Nel paese c'è la stessa atmosfera

che segue il racconto di una barzelletta.

E' passato il sollievo momentaneo.

Ingoiata la sensazione di leggerezza.

Rimane l'immagine di un mondo calpestato.

E della sua paura.

Un'immagine completa fin nel più piccolo dettaglio.

La paura è sparita solo ai nuovi potenti

e ai nuovi-vecchi servizi segreti,

che continuano ad ascoltare le telefonate,

a leggere le lettere,

a minacciare e inscenare incidenti automobilistici

secondo i vecchi modelli.

E' un gioco sfacciato, palese:

vogliono far sapere di esistere

senza che nessuno possa provarlo.

Il cammino verso l'Europa

del quale i romeni parlano come di un salto in lungo

ha stivali magici solo nell'immaginazione.

Al di là della mente indossa scarpe lacere

e non si muove.

Calpesta.

Fa salire i prezzi al ritmo di venti salti mortali.

Gli stipendi e le pensioni non gli stanno dietro.

Ai piedi le scarpe sono mezze rotte e logore.

E sulle suole consumate ci si muove verso la povertà.

Eppure a Bucarest con i soldi si trova tutto,

dicono alcuni e sorridono,

ritraendosi quasi dietro il sorriso.

Dicono soldi e tutto come una volta dicevano lui e lei.

Con lo stipendio di due anni di un professore,

180.000 leu,

si comprano giacche tedesco occidentali dello scorso inverno

nel negozio straniero di Stefanel.

E ci sono borse da 160.000 leu in un negozio appena aperto,

dove il vuoto è un lusso

e sul pavimento di marmo ronza il radiatore

dalla spirale fosforescente

dove la mano che sfiora la maniglia della porta

tradisce quanti soldi ha appena contato

e depositato nella nuova banca

e alle pareti la nudità diventa eleganza

dentro a vestiti di poca stoffa e molti lustrini.

Sono negozi per pochi.

Più avanti ci sono negozi dove non risplende la luce,

dove le commesse indossano berretti e cappotti,

e alle domande rispondono con un monosillabo, sgarbatamente.

I vestiti appesi dietro le loro facce

sono cuciti dalla miseria

e amplificano il buio e il freddo.

Sembrano elemosine

ma non lo sono.

Perché bisogna comprarli

per riscaldare la pelle con la loro bruttezza.

Sono negozi per i più.

E per i più ci sono appartamenti senza riscaldamento,

porte e finestre che fanno passare il vento,

e sul fuoco una minuscola fiamma a gas bluastra

sulla quale è impossibile cucinare.

E acqua gelida nella vasca da bagno.

E pane duro.

Io non vivo più in questo paese.

Qui arrivo e riparto.

Lui mi ha cacciata.

Ha abbassato la sbarra dietro di me.

E non mi ha fatto più ritornare.

E io, arrivata in Germania,

ho chiuso una porta dentro la mia mente.

Ho dovuto chiuderla,

per continuare a vivere lontano da qui.

Porto dentro le ferite della gente del luogo,

e le riflessioni di un passante straniero.

Vedo una vecchia dai vestiti logori.

Il mento le trema dal freddo.

"Non posso vivere della pensione- dice la donna-

Non ho una casa.

Non so cosa mangiare.

Lui non l'avrebbe permesso."

Non mente.

Possiede la verità della miseria.

Il cambiamento la schiaccia.

Subisce nel presente le conseguenze del passato.

La mia verità,

che lui si è lasciato dietro un mondo logorato,

non contraddice la sua.

Ma lei non può permettersi il lusso della logica.

Come molti altri non sopravviverà a questo inverno.

Morirà per strada di fame o di freddo.

Anche questo giorno volge al termine.

Questo giorno di San Nicola

che come Natale lui aveva proibito,

ma che festeggiava in privato.

Oggi i pope siedono candidamente accanto al potere.

Nell'innocenza dei paramenti sacerdotali

fanno salire al cielo nubi spesse di incenso,

come aquiloni.

Sono gli stessi che per anni non si sono stancati

di inviare telegrammi di congratulazioni

all'amato figlio del popolo

e che sempre hanno preso le distanze

dai pochi sacerdoti che temevano Dio

e non volevano pregare per lui

e che abbandonati in prigione sono usciti di senno.

E ora cade la sera sulla città.

I cani abbaiano nelle strade laterali.

Sono spelacchiati e si muovono a gruppi.

Dietro la città ci sono campi di mais

dimenticati, invecchiati, impalliditi dal gelo.

Una volta era la polenta il cibo dei poveri.

Almeno riuscivano a saziarsi.

Ora è la terra che mangia

ciò che appartiene alla fame degli uomini.

 

 

(Herta Muller, 1990)

 

nextpen.gif (12208 byte)

 

 

 

 

.