I TESTI POETICI PIU' BELLI(secondo me)

 

ACHMATOVA

C’è nell’intimità degli uomini un confine

che né l’amore, né la passione possono osare:

le labbra si fondono nel terribile silenzio

e il cuore si spezza per amore.

Anche l’amicizia qui è impotente, e gli anni

pieni di felicità alta infiammata,

quando l’anima è libera e distratta

dal lento languore della voluttà.

Pazzo è colui che vi si appresta,

raggiungerlo è morire d’angoscia...

Ora puoi capire perché non batte

il mio cuore sotto la tua mano.

 

ADONIS

Urlo dove non v'è parola dopo il niente,

urlo a chi mi vede di voi

un caos di resti di morte

col silenzio addosso forte.

Urlo che fioriscano nella voce i venti

finché il mattino diventi

nel mio sangue lingua e canti.

Urlo: chi di voi mi vede

con addosso il silenzio ove la parola non ha volo,

io e la notte - urlo per sapermi da solo.

Letto il libro del presente, - i bambini hanno detto:

un tempo è questo

fiorito nel ventre delle rovine, -

hanno scritto:

un tempo e' questo in cui abbiamo visto

educata la terra dalla morte,

ingannata dall'acqua l'acqua ancora.

 

ALBERTI

Venne quello che amavo,

quello che chiamavo.

Non quello che spazza cieli senza difese,

astri senza capanne,

lune senza patria, nevi.

Nevi di quelle cadute da una mano,

un nome, un sogno,

una fronte.

Non quello che ai suoi capelli

legò la morte.

Quello che io amavo.

Senza graffiare i venti,

senza ferire foglie né muovere cristalli.

Quello che ai suoi capelli

legò il silenzio.

Per scavarmi, senza farmi male,

una riviera di luce dolce nel petto

e rendere la mia anima navigabile.

 

APOLLINAIRE

Il ponte Mirabeau

Sotto il ponte Mirabeau scorre la Senna

E i nostri amori

Me lo devo ricordare

La gioia veniva sempre dopo il dolore

Venga la notte suoni l'ora

I giorni se ne vanno io rimango

Le mani nelle mani faccia a faccia restiamo

Mentre sotto

Il ponte delle nostre braccia passa

L'onda stanca degli eterni sguardi

Venga la notte suoni l'ora

I giorni se ne vanno io rimango

L'amore se ne va come

L'amore se ne va

Com'è lenta la vita

E come la Speranza è violenta

quest'acqua corrente

Venga la notte suoni l'ora

I giorni se ne vanno io rimango

Passano i giorni e passano le settimane

Né il tempo passato

Né gli amori ritornano

Sotto il ponte Mirabeau scorre la Senna

Venga la notte suoni l'ora

I giorni se ne vanno io rimango

 

Le campane

Zingaro bello amore mio

Ci siamo amati storditamente

Senti che razza di scampanio

E vuoi non lo sappia la gente

Ci siamo nascosti assai male

Con tante campane a tiro

Dai campanili son state a guardare

E ora lo spargono in giro

Domani Cipriano ed Enrico

Maria Orsola e Caterina

La fornaia e suo marito

E poi Geltrude mia cugina

Sorrideranno quando passerò

Nascondersi chi più potrà

Sarai lontano Io piangerò

Ne morirò Chissà.

 

AUDEN

Una sera che ero uscito a spasso,

a spasso in Bristol Street,

sul lastrico le folle erano campi

di grano pronto per la mietitura.

E lungo il fiume in piena

udii un innamorato che cantava

sotto un'arcata della ferrovia:

"L'amore non ha fine.

Io ti amerò, mio caro, ti amerò

finché la Cina e l'Africa s'incontrino

e il fiume schizzi sopra la montagna

e per la strada cantino i salmoni.

Io ti amerò finché l'oceano sia

ripiegato e steso ad asciugare

e vadano la sette stelle urlando

come oche in giro per il cielo.

Come conigli correranno gli anni

perché io tengo stretto fra le braccia

il Fiore delle Età

e il primo amore al mondo".

Ma tutti gli orologi di città

si misero a vibrare e rintoccare:

"Oh, non lasciarti illudere dal Tempo,

non puoi vincere il Tempo".

"Nelle tane dell'Incubo,

dove Giustizia è nuda,

dall'ombra il Tempo vigila

e tossisce se ha voglia di baciare".

"Tra emicranie e in ansia

vagamente la vita vola via

e il Tempo avrà vinto la partita

domani o ancora oggi".

"In molte verdi valli

si accumula la neve spaventosa;

il Tempo spezza le danze intrecciate

e dell'atleta lo stupendo tuffo".

"Oh, immergi nell'acqua le tue mani,

giù fino al polso immergile

e guarda, guarda bene nel catino

e chiediti che cosa hai perduto".

"Nella credenza scricchiola il ghiacciaio,

il deserto sospira dentro il letto

e nella tazza la crepa dischiude

un sentiero alla terra dei defunti".

"Dove i barboni vincono bei soldi

e il Gigante fa le moine a Jack

e l'Angioletto è un nuovo Sacripante

e Jill finisce giù lunga distesa".

"Oh, guarda, guarda bene nello specchio,

guarda nella tua ambascia;

la vita è ancora una benedizione

anche se benedire tu non puoi".

"Oh, rimani, rimani alla finestra

mentre bruciano e sgorgano le lacrime;

tu amerai il prossimo tuo storto

con il tuo storto cuore".

Era tardi, già tardi quella sera,

tutti i rintocchi erano cessati

e il gran fiume correva ancora.

 

Fermate gli orologi, tagliate i fili del telefono

E regalate un osso buono al cane perché non abbai,

Faccia silenzio il pianoforte e tacciano i risonanti tamburi

Che avanzi la bara, che vengano gli amici dolenti.

Lasciate che gli aerei volteggino nel cielo

E scrivano l’odioso messaggio: Lui E’ Morto,

Guarnite di crespo il collo bianco dei piccioni,

Fate che il vigile urbano indossi lunghi guanti neri.

Lui era il mio Nord, era il mio Sud , era l’Oriente e l’Occidente,

I miei giorni di lavoro, il miei giorni di festa,

Era il mezzodì, la mezzanotte, la mia musica, le mie parole;

Credevo che l’amore potesse durare per sempre:

ma era un’illusione.

Offuscate tutte le stelle, perché non le vuole più nessuno;

Buttate via la luna e tirate giù il sole;

Svuotate gli oceani e abbattete gli alberi.

Perché da questo momento niente servirà più a niente

 

BAUDELAIRE

 IL GATTO

Vieni, mio bel gatto, sul mio cuore innamorato;

ritira le unghie nelle zampe,

lasciami sprofondare nei tuoi occhi

in cui l'agata si mescola al metallo.

Quando le mie dita carezzano a piacere

la tua testa e il tuo dorso elastico

e la mia mano s'inebria del piacere

di palpare il tuo corpo elettrizzato,

vedo in ispirito la mia donna.

Il suo sguardo, profondo e freddo come il tuo,

amabile bestia, taglia e fende

simile a un dardo,

e dai piedi alla testa

un'aria sottile, un temibile profumo

ondeggiano intorno al suo corpo bruno.

 

 

 

Bei Dao

Dormi, valle

presto con la nebbia azzurra copri il cielo

e gli occhi pallidi dei gigli selvatici

dormi, valle

presto coi passi della pioggia insegui il vento

e l'inquieto grido del cuculo

Dormi, valle

noi ci nascondiamo qui

come in un sogno millenario

il tempo non scivola più sulle foglie d'erba

il pendolo del sole fermo dietro le nubi

non alterna più tramonti e aurore

Boschi roteanti

scagliano innumerevoli pigne dure

proteggendo due file di orme

la nostra infanzia assieme alle stagioni

ha camminato per quel sentiero ricurvo

dove il polline inonda i cespugli di rovi

Ah, che quiete

le pietre lanciate non hanno eco

forse tu stai cercando qualcosa

- da cuore a cuore

un arcobaleno si alza silenzioso

- da occhio a occhio

Dormi, valle

dormi, vento

valle, dormi nella nebbia azzurra

vento, dormi nelle nostre mani

 

Bécquer

Torneranno le brune rondinelle

al tuo balcone ad appendere i nidi

e ancora con le ali contro i vetri

giocando chiameranno.

Ma quelle che ammirate si fermavano

del tuo splendore e della mia fortuna,

quelle che i nostri nomi già imparavano,

quelle... non torneranno!

Ritorneranno folti i caprifogli

rampicanti sul muro del giardino,

e ancora più belli ogni sera

i fiori si apriranno.

Ma quelli coi cristalli di rugiada

le cui gocce tremare guardavamo

e poi cadere, lacrime del giorno,

quelli... non torneranno!

Ritorneranno le parole ardenti

dell'amore al tuo orecchio a risuonare,

e dal sonno profondo il tuo cuore

forse ridesteranno.

Ma così muto e assorto e inginocchiato

come davanti all'altare si adora

un dio, com'io t'ho amata, non illuderti,

così... non t'ameranno!

 

 

Bertolucci

Il dolore è nel tuo occhio timido

nella mano infantile che saluta senza grazia,

il dolore dei giorni che verranno

già pesa sulla tua ossatura fragile.

In un giorno d’autunno che dipana

quieto i suoi fili di nebbia nel sole

il gioco s’è fermato all’improvviso,

ti ha lasciato solo dove la strada finisce

splendida per tante foglie a terra

in una notte, sì che a tutti qui

è venuto un pensiero nella mente

della stagione che s’accosta rapida.

Tu hai salutato con un cenno debole

 e un sorriso patito, sei rimasto

ombra nell’ombra un attimo, ora corri

a rifugiarti nella nostra ansia.

 

 

 

BETOCCHI

Vieni, vieni da me, che già son vecchio,             

amore no, ma tu ombra d’amore fatta

di mute cose quotidiane, viste

di tetti, strade, di schiuse finestre

da cui spiano gli amanti la venuta

dell’amante, o d’invetriate malate,

e procedere smunto di giornate

penose, e pace ombrosa che ti perdi

come si perde nel palude in volo

fulminata la folaga che affoga

e poche piume restano per l’aria:

io sono la realtà che qui vacilla

senza nemmeno un suo perché

se tu non vieni, amore, ombra d’amore,

o caro sonno, a darmi la tua requie.

 

 

Un dolce pomeriggio d'inverno, dolce

perché la luna non era piu che una cosa

immutabile, non alba né tramonto,

i miei pensieri svanirono come molte

farfalle, nei giardini pieni di rose

che vivono di là, fuori del mondo

Come povere farfalle, come quelle .

semplici di primavera che sugli orti

volano innumerevoli gialle e bianche,

ecco se ne andavan via leggiere e belle,

ecco inseguivano i miei occhi assorti,

sempre piu in alto volavano mai stanche.

Tutte le forme diventavan farfalle

intanto, non c'era piu una cosa ferma

intorno a me, una tremolante luce

d'un altro mondo invadeva quella valle

dove io fuggivo, e con la sua voce eterna

cantava l'angelo che a Te mi conduce.

 

BRECHT

Un giorno di settembre, il mese azzurro,

tranquillo sotto un giovane susino

io tenni l'amor mio pallido e quieto

tra le mie braccia come un dolce sogno.

E su di noi nel bel cielo d'estate

c'era una nube ch'io mirai a lungo:

bianchissima nell'alto si perdeva

e quando riguardai era sparita.

E da quel giorno molte molte lune

trascorsero nuotando per il cielo.

Forse i susini ormai sono abbattuti:

Tu chiedi che ne è di quell'amore?

Questo ti dico: più non lo ricordo.

E pure certo, so cosa intendi.

Pure il suo volto più non lo rammento,

questo rammento: l'ho baciato un giorno.

Ed anche il bacio avrei dimenticato

senza la nube apparsa su nel cielo.

Questa ricordo e non potrò scordare:

era molto bianca e veniva giù dall'alto.

Forse i susini fioriscono ancora

e quella donna ha forse sette figli,

ma quella nuvola fiorì solo un istante

e quando riguardai sparì nel vento.

 

 

CAMPANA

Pace non cerco, guerra non sopporto

tranquillo e solo vo per mondo in sogno

pieno di canti soffocati. Agogno

la nebbia ed il silenzio in un gran porto.

In un gran porto pien di vele lievi

pronte a salpar per l'orizzonte azzurro

dolci ondulando, mentre che il sussurro.

del vento passa con accordi brevi.

E quegli accordi il vento se li porta

lontani sopra il mare sconosciuto.

Sogno. La vita è triste ed io son solo.

O quando o quando in un mattino ardente

l'anima mia si sveglierà nel sole

nel sole eterno, libera e fremente.

 

Me ne vado per le strade

Strette oscure e misteriose:

Vedo dietro le vetrate

Affacciarsi Gemme e Rose.

Dalle scale misteriose

C’è chi scende brancolando:

Dietro i vetri rilucenti

Stan le ciane commentando.

La stradina è solitaria:

Non c’è un cane qualche stella

Nella notte sopra i tetti:

E la notte mi par bella.

E cammino poveretto

Nella notte fantasiosa,

Pur mi sento nella bocca

La saliva disgustosa. Via dal tanfo

Via dal tanfo e per le strade

E cammina e via cammina,

Già le case son più rade.

Trovo l’erba, mi ci stendo

A conciarmi come un cane:

Da lontano un ubriaco

Canta amore alle persiane.

 

 

la speranza

Per l'amor dei poeti

principessa dei sogni segreti

nell'ali dei vivi pensieri ripeti

principessa i tuoi canti:

o tu chiomata, pallido amor degli erranti

soffoca gli inestinti pianti

da' tregua agli amori segreti:

chi le taciturne porte

guarda, che la notte

ha aperte sull'infinito ?

Chinan le ore: col sogno

vanito china la pallida sorte.

Per l'amor dei poeti, porte

aperte a la morte

su l'infinito!

Per l'amor dei poeti

principessa, il mio sogno vanito

nei gorghi alla Sorte.

 

 

 

In un momento

Sono sfiorite le rose

I petali caduti

Perché io non potevo dimenticare le rose

Le cercavamo insieme

Abbiamo trovato delle rose

Erano le sue rose erano le mie rose

Questo viaggio chiamavamo amore

Col nostro sangue e colle nostre lagrime facevamo le rose

Che brillavano un momento al sole del mattino

Le abbiamo sfiorite sotto il sole tra i rovi

Le rose che non erano le nostre rose

Le mie rose le sue rose

E così dimenticammo le rose.

 

 

 

CAPRONI

Com'era acuto l'ago

e agile e fine l'estro!

Raccolta entro quel vago

bianco odore di fresco

lino, oh il ricamare

abile come la spuma

trasparente del mare.

Nel sole era il cantare,

candido, d'un canarino.

Vedevi il capo chino

(e acre) strappare

coi denti la gugliata

nuova per ricominciare.

Livorno tutta intorno

com'era ventilata!

Come sapeva di mare

sapendo il suo lavorare!

 

 

ALBA

Amore mio, nei vapori d'un bar

all'alba, amore mio che inverno

lungo e che brivido attenderti! Qua

dove il marmo nel sangue è gelo, e sa

di rifresco anche l'occhio, ora nell'ermo

rumore oltre la brina io quale tram

odo, che apre e richiude in eterno

le deserte sue porte?... Amore, io ho fermo

il polso: e se il bicchiere entro il fragore

sottile ha un tremitìo tra i denti, è forse

di tali ruote un'eco. Ma tu, amore,

non dirmi, ora che in vece tua già il sole

sgorga, non dirmi che da quelle porte

qui, col tuo passo, già attendo la morte.

Anima mia, leggera

va’ a Livorno, ti prego.

E con la tua candela

timida, di nottetempo

fa’ un giro; e, se n’hai il tempo,

perlustra e scruta, e scrivi

se per caso Anna Picchi

è ancora viva tra i vivi.

Proprio quest’oggi torno,

deluso, da Livorno.

Ma tu, tanto più netta

di me, la camicetta

ricorderai, e il rubino

di sangue, sul serpentino

d’oro che lei portava

sul petto, dove s’appannava.

Anima mia, sii brava

e va’ in cerca di lei.

Tu sai cosa darei

se la incontrassi per strada.

 

Quando andrò in paradiso

non voglio che una campana

lunga sappia di tegola

all'alba - d'acqua piovana.

Quando mi sarò deciso

d'andarci, in paradiso

ci andrò con l'ascensore

di Castelletto, nelle ore notturne,

rubando un poco

di tempo al mio riposo.

Ci andrò rubando (forse

di bocca) dei pezzettini

di pane ai miei due bambini.

Ma là sentirò alitare

la luce nera del mare

fra le mie ciglia, e... forse

(forse) sul belvedere

dove si sta in vestaglia,

chissà che fra la ragazzaglia

aizzata (fra le leggiadre

giovani in libera uscita

con cipria e odor di vita

viva) non riconosca

sotto un fanale mia madre.

Con lei mi metterò a guardare

le candide luci sul mare.

Staremo alla ringhiera

di ferro - saremo soli

e fidanzati, come

mai in tanti anni siam stati.

E quando le si farà a puntini,

al brivido della ringhiera,

la pelle lungo le braccia,

allora con la sua diaccia

spalla se n'andrà lontana:

la voce le si farà di cera

nel buio che la assottiglia,

dicendo "Giorgio, oh mio Giorgio

caro: tu hai una famiglia."

E io dovrò ridiscendere,

forse tornare a Roma.

Dovrò tornare a attendere

(forse) che una paloma

bIanca da una canzone per radio,

sulla mia stanca

spalla si posi. E alfine

(alfine) dovrò riporre

la penna, chiuder la càntera:

"É festa", dire a Rina

e al maschio, e alla mia bambina.

E il cuore lo avrò di cenere

udendo quella campana,

udendo sapor di tegole,

l'inverno dell'acqua piovana.

Ma no! se mi sarò deciso

un giorno, pel paradiso

io prenderò l'ascensore

di Castelletto, nelle ore

notturne, rubando un poco

di tempo al mio riposo.

Ruberò anche una rosa

che poi, dolce mia sposa,

ti muterò in veleno

lasciandoti a pianterreno

mite per dirmi: "Ciao,

scrivimi qualche volta,"

mentre chiusa la porta

e allentatosi il freno

un brivido il vetro ha scosso.

E allora sarò commosso

fino a rompermi il cuore:

io sentirò crollare

sui tegoli le mie più amare

lacrime, e dirò "Chi suona,

chi suona questa campana

d'acqua che lava altr'acqua

piovana e non mi perdona?"

E mentre, stando a terreno,

mite tu dirai: "Ciao, scrivi,"

ancora scuotendo il freno

un poco i vetri, tra i vivi

viva col tuo fazzoletto

timida a sospirare

io ti vedrò restare

sola sopra la terra:

proprio come il giorno stesso

che ti lasciai per la guerra.

 

 

Non c'era in tutta Livorno

un'altra di lei più brava

in bianco, o in orlo a giorno.

La gente se l'additav

vedendola, e se si voltava

anche lei a salutare,

il petto le si gonfiava

timido, e le si riabbassava,

quieto nel suo tumultuare

come il sospiro del mare.

Era una personcina schietta

e un poco fiera ( un poco

magra), ma dolce e viva

nei suoi slanci; e priva

com'era di vanagloria

ma non di puntiglio, andava

per la maggiore a Livorno

come vorrei che intorno

andassi tu, canzonetta :

che sembri scritta per gioco,

e lo sei piangendo: e con fuoco.

 

 

Cardarelli

Crudele addio

   Ti conobbi crudele nel distacco.

   Io ti vidi partire

   come un soldato che va alla morte

   senza pietà per chi resta.

   Non mi lasciasti nessuna speranza.

   Non avevi, in quel punto,

   la forza di guardarmi.

   Poi più nulla di te, fuorché il tuo spettro,

   assiduo compagno, il tuo silenzio

   pauroso come un pozzo senza fondo.

   Ed io m'illudo

   che tu possa riamarmi.

   E non fo che cercarti, non aspetto

   che il tuo ritorno,

   per vederti mutata, smemorata,

   aver noia di me che oserò farti

   qualche amoroso e inutile dispetto.

 

 

 

 

Passato

   I ricordi, queste ombre troppo lunghe

   del nostro breve corpo,

   questo strascico di morte

   che noi lasciamo vivendo

   i lugubri e durevoli ricordi,

   eccoli già apparire:

   melanconici e muti

   fantasmi agitati da un vento funebre.

   E tu non sei più che un ricordo.

   Sei trapassata nella mia memoria.

   Ora sì, posso dire che

   che m'appartieni

   e qualche cosa fra di noi è accaduto

   irrevocabilmente.

   Tutto finì, così rapito!

   Precipitoso e lieve

   il tempo ci raggiunse.

   Di fuggevoli istanti ordì una storia

   ben chiusa e triste.

   Dovevamo saperlo che l'amore

   brucia la vita e fa volare il tempo.

 

 

Morire sì,

non essere aggrediti dalla morte.

Morire persuasi

che un siffatto viaggio sia il migliore.

E in quell'ultimo istante essere allegri

come quando si contano i minuti

dell'orologio della stazione

e ognuno vale un secolo.

Poi che la morte è la sposa fedele

che subentra all'amante traditrice,

non vogliamo riceverla da intrusa,

né fuggire con lei.

Troppo volte partimmo

senza commiato!

Sul punto di varcare

in un attimo il tempo,

quando pur la memoria

di noi s'involerà,

lasciaci, o Morte, dire al mondo addio,

concedici ancora un indugio.

L'immane passo non sia

precipitoso.

Al pensiero della morte repentina

il sangue mi si gela.

Morte non mi ghermire

ma da lontano annunciati

e da amica mi prendi

come l'estrema delle mie abitudini.

CARDUCCI

san martino

La nebbia agli irti colli

piovigginando sale,

e sotto il maestrale

urla e biancheggia il mar;

Ma per le vie del borgo

dal ribollir de' tini

va l'aspro odor de i vini

l'anime a rallegrar.

Gira su' ceppi accesi

lo spiedo scoppiettando:

sta il cacciator fischiando

su l'uscio a rimirar

tra le rossastre nubi

stormi d'uccelli neri,

com'esuli pensieri,

nel vespero migrar

 

pianto antico

L'albero a cui tendevi

La pargoletta mano,

Il verde melograno

Da' bei vermigli fior

Nel muto orto solingo

Rinverdì tutto or ora,

E giugno lo ristora

Di luce e di calor.

Tu fior de la mia pianta

Percossa e inaridita,

Tu de l'inutil vita

Estremo unico fior,

Sei ne la terra fredda,

Sei ne la terra negra;

Né il sol più ti rallegra

Né ti risveglia amor.

 

Qui regna amore

Ove sei? de' sereni occhi ridenti

A chi tempri il bel raggio, o donna mia?

E l'intima del cor tuo melodia

A chi armonizzi ne' soavi accenti?

Siedi tra l'erbe e i fiori e a' freschi venti

Dài la dolce e pensosa alma in balía?

O le membra concesso hai de la pia

Onda a gli amplessi di vigor frementi?

Oh, dovunque tu sei, voluttuosa

Se l'aura o l'onda con mormorio lento

Ti sfiora il viso o a' bianchi omeri posa,

È l'amor mio che in ogni sentimento

Vive e ti cerca in ogni bella cosa

E ti cinge d'eterno abbracciamento.

 

 

Traversando la Maremma Toscana

Dolce paese, onde portai conforme

l’abito fiero e lo sdegnoso canto

e il petto ov’odio e amor mai non s’addorme,

pur ti riveggo, e il cor mi balza in tanto.

Ben riconosco in te le usate forme

con gli occhi incerti tra ’l sorriso e il pianto,

e in quelle seguo de’ miei sogni l’orme

erranti dietro il giovenile incanto.

Oh, quel che amai, quel che sognai, fu in vano;

e sempre corsi, e mai non giunsi il fine;

e dimani cadrò. Ma di lontano

pace dicono al cuor le tue colline

con le nebbie sfumanti e il verde piano

ridente ne le pioggie mattutine.

 

 

Davanti a San Guido

   I cipressi che a Bólgheri alti e schietti

   Van da San Guido in duplice filar,

   Quasi in corsa giganti giovinetti

   Mi balzarono incontro e mi guardar.

   Mi riconobbero, e— Ben torni omai —

   Bisbigliaron vèr' me co 'l capo chino —

   Perché non scendi ? Perché non ristai ?

   Fresca è la sera e a te noto il cammino.

   Oh sièditi a le nostre ombre odorate

   Ove soffia dal mare il maestrale:

   Ira non ti serbiam de le sassate

   Tue d'una volta: oh non facean già male!

   Nidi portiamo ancor di rusignoli:

   Deh perché fuggi rapido cosí ?

   Le passere la sera intreccian voli

   A noi d'intorno ancora. Oh resta qui! —

   — Bei cipressetti, cipressetti miei,

   Fedeli amici d'un tempo migliore,

   Oh di che cuor con voi mi resterei—

   Guardando lor rispondeva — oh di che cuore !

   Ma, cipressetti miei, lasciatem'ire:

   Or non è piú quel tempo e quell'età.

   Se voi sapeste!... via, non fo per dire,

   Ma oggi sono una celebrità.

   E so legger di greco e di latino,

   E scrivo e scrivo, e ho molte altre virtú:

   Non son piú, cipressetti, un birichino,

   E sassi in specie non ne tiro piú.

   E massime a le piante. — Un mormorio

   Pe' dubitanti vertici ondeggiò

   E il dí cadente con un ghigno pio

   Tra i verdi cupi roseo brillò.

   Intesi allora che i cipressi e il sole

   Una gentil pietade avean di me,

   E presto il mormorio si fe' parole:

   — Ben lo sappiamo: un pover uom tu se'.

   Ben lo sappiamo, e il vento ce lo disse

   Che rapisce de gli uomini i sospir,

   Come dentro al tuo petto eterne risse

   Ardon che tu né sai né puoi lenir.

   A le querce ed a noi qui puoi contare

   L'umana tua tristezza e il vostro duol.

   Vedi come pacato e azzurro è il mare,

   Come ridente a lui discende il sol!

   E come questo occaso è pien di voli,

   Com'è allegro de' passeri il garrire!

   A notte canteranno i rusignoli:

   Rimanti, e i rei fantasmi oh non seguire;

   I rei fantasmi che da' fondi neri

   De i cuor vostri battuti dal pensier

   Guizzan come da i vostri cimiteri

   Putride fiamme innanzi al passegger.

   Rimanti; e noi, dimani, a mezzo il giorno,

   Che de le grandi querce a l'ombra stan

   Ammusando i cavalli e intorno intorno

   Tutto è silenzio ne l'ardente pian,

   Ti canteremo noi cipressi i cori

   Che vanno eterni fra la terra e il cielo:

   Da quegli olmi le ninfe usciran fuori

   Te ventilando co 'l lor bianco velo;

   E Pan l'eterno che su l'erme alture

   A quell'ora e ne i pian solingo va

   Il dissidio, o mortal, de le tue cure

   Ne la diva armonia sommergerà. —

   Ed io—Lontano, oltre Apennin, m'aspetta

   La Tittí — rispondea; — lasciatem'ire.

   È la Tittí come una passeretta,

   Ma non ha penne per il suo vestire.

    E mangia altro che bacche di cipresso;

   Né io sono per anche un manzoniano

   Che tiri quattro paghe per il lesso.

   Addio, cipressi! addio, dolce mio piano! —

   — Che vuoi che diciam dunque al cimitero

   Dove la nonna tua sepolta sta? —

   E fuggíano, e pareano un corteo nero

   Che brontolando in fretta in fretta va.

   Di cima al poggio allor, dal cimitero,

   Giú de' cipressi per la verde via,

   Alta, solenne, vestita di nero

   Parvemi riveder nonna Lucia:

   La signora Lucia, da la cui bocca,

   Tra l'ondeggiar de i candidi capelli,

   La favella toscana, ch'è sí sciocca

   Nel manzonismo de gli stenterelli,

   Canora discendea, co 'l mesto accento

   De la Versilia che nel cuor mi sta,

   Come da un sirventese del trecento,

   Piena di forza e di soavità.

   O nonna, o nonna! deh com'era bella

   Quand'ero bimbo! ditemela ancor,

   Ditela a quest'uom savio la novella

   Di lei che cerca il suo perduto amor!

   — Sette paia di scarpe ho consumate

   Di tutto ferro per te ritrovare:

   Sette verghe di ferro ho logorate

   Per appoggiarmi nel fatale andare:

   Sette fiasche di lacrime ho colmate,

   Sette lunghi anni, di lacrime amare:

   Tu dormi a le mie grida disperate,

   E il gallo canta, e non ti vuoi svegliare.

   — Deh come bella, o nonna, e come vera

   È la novella ancor! Proprio cosí.

   E quello che cercai mattina e sera

   Tanti e tanti anni in vano, è forse qui,

   Sotto questi cipressi, ove non spero,

   Ove non penso di posarmi piú:

    Forse, nonna, è nel vostro cimitero

   Tra quegli altri cipressi ermo là su.

   Ansimando fuggía la vaporiera

   Mentr'io cosí piangeva entro il mio cuore;

   E di polledri una leggiadra schiera

   Annitrendo correa lieta al rumore.

   Ma un asin bigio, rosicchiando un cardo

   Rosso e turchino, non si scomodò:

   Tutto quel chiasso ei non degnò d'un guardo

   E a brucar serio e lento seguitò.

 

 

presso una certosa

Da quel verde, mestamente pertinace tra le foglie

Gialle e rosse de l'acacia, senza vento una si toglie:

E con fremito leggero

Par che passi un'anima.

Velo argenteo par la nebbia su 'l ruscello che gorgoglia,

Tra la nebbia ne 'l ruscello cade a perdersi la foglia.

Che sospira il cimitero,

Da' cipressi, fievole?

Improvviso rompe il sole sopra l'umido mattino,

Navigando tra le bianche nubi l'aere azzurrino:

Si rallegra il bosco austero

Già de 'l verno prèsago.

A me, prima che l'inverno stringa pur l'anima mia

Il tuo riso, o sacra luce, o divina poesia!

Il tuo canto, o padre Omero,

Pria che l'ombra avvolgami!  

 

CATULLO

Ah fratello, fratello! Trascinato

per molte genti

e per molti mari,

sono arrivato qui. Ecco le offerte

che si devono ai morti, nudi riti

d’addio, parole vane per le ceneri

silenziose.

Brutalmente il destino

ti ha rapito a me, povero fratello.

Ora non restano che gli antichi onori

dei padri che tristemente ti rendo

e le parole d’addio:

per sempre,

fratello, addio, fratello mio, per sempre.

 

CAVALCANTI

Tu m’hai sì piena di dolor la mente,

che l’anima si briga di partire,

e li sospir’ che manda ‘l cor dolente

mostrano agli occhi che non può soffrire.

Amor, che lo tuo grande valor sente,

dice: “E’ mi duol che ti convien morire

per questa fiera donna, che nïente

par che piatate di te voglia udire”.

I’ vo come colui ch’è fuor di vita,

che pare, a chi lo sguarda, ch’omo sia

fatto di rame o di pietra o di legno,

che si conduca sol per maestria

e porti ne lo core una ferita

che sia, com’egli è morto, aperto segno.

 

CELAN

Parla anche tu

parla per ultimo,

dì cosa pensi.

Parla —

ma non dividere il sì dal no

Dà senso anche al tuo pensiero:

dagli ombra.

Dagli ombra che basti, tanta

quanta tu sai

attorno a te divisa fra

mezzanotte e mezzodì e mezzanotte.

Guardati intorno:

vedi come in giro si rivive —

Per la morte! Si rivive!

Dice il vero, chi parla di ombre.

Ma ora si stringe il luogo dove stai:

Adesso dove andrai, spogliato dell'ombre, dove?

Sali. A tasto innAlzati.

Più sottile divieni, quasi altro, più fine!

Più fine: un filo, lungo il quale

Vuole scendere, la stella:

per giù nuotare, giù, dove essa

si vede brillare: nel mareggiare

di errabonde parole.

 

COLLINS

Quando alla fine ci arriverò –

e ci vorranno molto giorni e molte notti –

mi piace pensare che ci saranno altri in attesa

e che vorranno perfino sapere com’era.

E così mi abbandonerò al ricordo di un cielo particolare

o di una donna con un accappatoio bianco

o della volta in cui ho visto uno stretto molto angusto

dove si era svolta una famosa battaglia navale.

Poi squadernerò su un tavolo

una grande mappa del mio mondo

e spiegherò al popolo del futuro

dagli abiti sbiaditi com’era –

come le montagne si alzavano tra le valli

e questa era detta geografia,

come le navi cariche di merci percorrevano i fiumi

e questo era detto commercio,

come il popolo di questa zona rosa

si spostava in questa zona verde chiaro

e come incendiava e uccideva chiunque trovasse

e questa era detta storia –

e loro ascolteranno, con lo sguardo gentile e in silenzio,

mentre altri arriveranno a unirsi al cerchio,

come onde che non si allontanano,

ma si muovono verso un sasso lanciato in uno stagno.

 

 

DANTE

Canto V

  Così discesi del cerchio primaio

giù nel secondo, che men loco cinghia,

e tanto più dolor, che punge a guaio.

  Stavvi Minòs orribilmente, e ringhia:

essamina le colpe ne l'intrata;

giudica e manda secondo ch'avvinghia.

  Dico che quando l'anima mal nata

li vien dinanzi, tutta si confessa;

e quel conoscitor de le peccata

  vede qual loco d'inferno è da essa;

cignesi con la coda tante volte

quantunque gradi vuol che giù sia messa.

  Sempre dinanzi a lui ne stanno molte;

vanno a vicenda ciascuna al giudizio;

dicono e odono, e poi son giù volte.

  «O tu che vieni al doloroso ospizio»,

disse Minòs a me quando mi vide,

lasciando l'atto di cotanto offizio,

  «guarda com'entri e di cui tu ti fide;

non t'inganni l'ampiezza de l'intrare!».

E 'l duca mio a lui: «Perché pur gride?

  Non impedir lo suo fatale andare:

vuolsi così colà dove si puote

ciò che si vuole, e più non dimandare».

  Or incomincian le dolenti note

a farmisi sentire; or son venuto

là dove molto pianto mi percuote.

  Io venni in loco d'ogne luce muto,

che mugghia come fa mar per tempesta,

se da contrari venti è combattuto.

  La bufera infernal, che mai non resta,

mena li spirti con la sua rapina;

voltando e percotendo li molesta.

  Quando giungon davanti a la ruina,

quivi le strida, il compianto, il lamento;

bestemmian quivi la virtù divina.

  Intesi ch'a così fatto tormento

enno dannati i peccator carnali,

che la ragion sommettono al talento.

  E come li stornei ne portan l'ali

nel freddo tempo, a schiera larga e piena,

così quel fiato li spiriti mali

  di qua, di là, di giù, di sù li mena;

nulla speranza li conforta mai,

non che di posa, ma di minor pena.

  E come i gru van cantando lor lai,

faccendo in aere di sé lunga riga,

così vid'io venir, traendo guai,

  ombre portate da la detta briga;

per ch'i' dissi: «Maestro, chi son quelle

genti che l'aura nera sì gastiga?».

  «La prima di color di cui novelle

tu vuo' saper», mi disse quelli allotta,

«fu imperadrice di molte favelle.

  A vizio di lussuria fu sì rotta,

che libito fé licito in sua legge,

per tòrre il biasmo in che era condotta.

  Ell'è Semiramìs, di cui si legge

che succedette a Nino e fu sua sposa:

tenne la terra che 'l Soldan corregge.

  L'altra è colei che s'ancise amorosa,

e ruppe fede al cener di Sicheo;

poi è Cleopatràs lussuriosa.

  Elena vedi, per cui tanto reo

tempo si volse, e vedi 'l grande Achille,

che con amore al fine combatteo.

  Vedi Parìs, Tristano»; e più di mille

ombre mostrommi e nominommi a dito,

ch'amor di nostra vita dipartille.

  Poscia ch'io ebbi il mio dottore udito

nomar le donne antiche e ' cavalieri,

pietà mi giunse, e fui quasi smarrito.

  I' cominciai: «Poeta, volontieri

parlerei a quei due che 'nsieme vanno,

e paion sì al vento esser leggeri».

  Ed elli a me: «Vedrai quando saranno

più presso a noi; e tu allor li priega

per quello amor che i mena, ed ei verranno».

  Sì tosto come il vento a noi li piega,

mossi la voce: «O anime affannate,

venite a noi parlar, s'altri nol niega!».

  Quali colombe dal disio chiamate

con l'ali alzate e ferme al dolce nido

vegnon per l'aere dal voler portate;

  cotali uscir de la schiera ov'è Dido,

a noi venendo per l'aere maligno,

sì forte fu l'affettuoso grido.

  «O animal grazioso e benigno

che visitando vai per l'aere perso

noi che tignemmo il mondo di sanguigno,

  se fosse amico il re de l'universo,

noi pregheremmo lui de la tua pace,

poi c'hai pietà del nostro mal perverso.

  Di quel che udire e che parlar vi piace,

noi udiremo e parleremo a voi,

mentre che 'l vento, come fa, ci tace.

  Siede la terra dove nata fui

su la marina dove 'l Po discende

per aver pace co' seguaci sui.

  Amor, ch'al cor gentil ratto s'apprende

prese costui de la bella persona

che mi fu tolta; e 'l modo ancor m'offende.

  Amor, ch'a nullo amato amar perdona,

mi prese del costui piacer sì forte,

che, come vedi, ancor non m'abbandona.

  Amor condusse noi ad una morte:

Caina attende chi a vita ci spense».

Queste parole da lor ci fuor porte.

  Quand'io intesi quell'anime offense,

china' il viso e tanto il tenni basso,

fin che 'l poeta mi disse: «Che pense?».

  Quando rispuosi, cominciai: «Oh lasso,

quanti dolci pensier, quanto disio

menò costoro al doloroso passo!».

  Poi mi rivolsi a loro e parla' io,

e cominciai: «Francesca, i tuoi martìri

a lagrimar mi fanno tristo e pio.

  Ma dimmi: al tempo d'i dolci sospiri,

a che e come concedette Amore

che conosceste i dubbiosi disiri?».

  E quella a me: «Nessun maggior dolore

che ricordarsi del tempo felice

ne la miseria; e ciò sa 'l tuo dottore.

  Ma s'a conoscer la prima radice

del nostro amor tu hai cotanto affetto,

dirò come colui che piange e dice.

  Noi leggiavamo un giorno per diletto

di Lancialotto come amor lo strinse;

soli eravamo e sanza alcun sospetto.

  Per più fiate li occhi ci sospinse

quella lettura, e scolorocci il viso;

ma solo un punto fu quel che ci vinse.

  Quando leggemmo il disiato riso

esser basciato da cotanto amante,

questi, che mai da me non fia diviso,

  la bocca mi basciò tutto tremante.

Galeotto fu 'l libro e chi lo scrisse:

quel giorno più non vi leggemmo avante».

  Mentre che l'uno spirto questo disse,

l'altro piangea; sì che di pietade

io venni men così com'io morisse.

  E caddi come corpo morto cade.

 

 

 

 

XXVI

«Quando

  mi diparti' da Circe, che sottrasse

me più d'un anno là presso a Gaeta,

prima che sì Enea la nomasse,

  né dolcezza di figlio, né la pieta

  del vecchio padre, né 'l debito amore

lo qual dovea Penelopé far lieta,

  vincer potero dentro a me l'ardore

ch'i' ebbi a divenir del mondo esperto,

e de li vizi umani e del valore;

    ma misi me per l'alto mare aperto

sol con un legno e con quella compagna

picciola da la qual non fui diserto.

  L'un lito e l'altro vidi infin la Spagna,

fin nel Morrocco, e l'isola d'i Sardi,

  e l'altre che quel mare intorno bagna.

  Io e ' compagni eravam vecchi e tardi

quando venimmo a quella foce stretta

dov'Ercule segnò li suoi riguardi,

  acciò che l'uom più oltre non si metta:

  da la man destra mi lasciai Sibilia,

da l'altra già m'avea lasciata Setta.

  "O frati", dissi "che per cento milia

perigli siete giunti a l'occidente,

a questa tanto picciola vigilia

    d'i nostri sensi ch'è del rimanente,

non vogliate negar l'esperienza,

di retro al sol, del mondo sanza gente.

  Considerate la vostra semenza:

fatti non foste a viver come bruti,

  ma per seguir virtute e canoscenza".

  Li miei compagni fec'io sì aguti,

con questa orazion picciola, al cammino,

che a pena poscia li avrei ritenuti;

  e volta nostra poppa nel mattino,

  de' remi facemmo ali al folle volo,

sempre acquistando dal lato mancino.

  Tutte le stelle già de l'altro polo

vedea la notte e 'l nostro tanto basso,

che non surgea fuor del marin suolo.

    Cinque volte racceso e tante casso

lo lume era di sotto da la luna,

poi che 'ntrati eravam ne l'alto passo,

  quando n'apparve una montagna, bruna

per la distanza, e parvemi alta tanto

  quanto veduta non avea alcuna.

  Noi ci allegrammo, e tosto tornò in pianto,

ché de la nova terra un turbo nacque,

e percosse del legno il primo canto.

  Tre volte il fé girar con tutte l'acque;

  a la quarta levar la poppa in suso

e la prora ire in giù, com'altrui piacque,

  infin che 'l mar fu sovra noi richiuso».

 

 

 

XXXIII

 In picciol corso mi parieno stanchi

  lo padre e ' figli, e con l'agute scane

mi parea lor veder fender li fianchi.

  Quando fui desto innanzi la dimane,

pianger senti' fra 'l sonno i miei figliuoli

ch'eran con meco, e dimandar del pane.

   Ben se' crudel, se tu già non ti duoli

pensando ciò che 'l mio cor s'annunziava;

e se non piangi, di che pianger suoli?

  Già eran desti, e l'ora s'appressava

che 'l cibo ne solea essere addotto,

  e per suo sogno ciascun dubitava;

  e io senti' chiavar l'uscio di sotto

a l'orribile torre; ond'io guardai

nel viso a' mie' figliuoi sanza far motto.

  Io non piangea, sì dentro impetrai:

  piangevan elli; e Anselmuccio mio

disse: "Tu guardi sì, padre! che hai?".

  Perciò non lacrimai né rispuos'io

tutto quel giorno né la notte appresso,

infin che l'altro sol nel mondo uscìo.

   Come un poco di raggio si fu messo

nel doloroso carcere, e io scorsi

per quattro visi il mio aspetto stesso,

  ambo le man per lo dolor mi morsi;

ed ei, pensando ch'io 'l fessi per voglia

  di manicar, di subito levorsi

  e disser: "Padre, assai ci fia men doglia

se tu mangi di noi: tu ne vestisti

queste misere carni, e tu le spoglia".

  Queta'mi allor per non farli più tristi;

  lo dì e l'altro stemmo tutti muti;

ahi dura terra, perché non t'apristi?

  Poscia che fummo al quarto dì venuti,

Gaddo mi si gittò disteso a' piedi,

dicendo: "Padre mio, ché non mi aiuti?".

   Quivi morì; e come tu mi vedi,

vid'io cascar li tre ad uno ad uno

tra 'l quinto dì e 'l sesto; ond'io mi diedi,

  già cieco, a brancolar sovra ciascuno,

e due dì li chiamai, poi che fur morti.

  Poscia, più che 'l dolor, poté 'l digiuno».

 

 

XXXIV

  Luogo è là giù da Belzebù remoto

tanto quanto la tomba si distende,

che non per vista, ma per suono è noto

    d'un ruscelletto che quivi discende

per la buca d'un sasso, ch'elli ha roso,

col corso ch'elli avvolge, e poco pende.

  Lo duca e io per quel cammino ascoso

intrammo a ritornar nel chiaro mondo;

  e sanza cura aver d'alcun riposo,

  salimmo sù, el primo e io secondo,

tanto ch'i' vidi de le cose belle

che porta 'l ciel, per un pertugio tondo.

  E quindi uscimmo a riveder le stelle.

 

 

 

P-XXX

Io vidi già nel cominciar del giorno

la parte oriental tutta rosata,

e l'altro ciel di bel sereno addorno;

e la faccia del sol nascere ombrata,

sì che per temperanza di vapori

l'occhio la sostenea lunga fiata:

così dentro una nuvola di fiori

che da le mani angeliche saliva

e ricadeva in giù dentro e di fori,

sovra candido vel cinta d'uliva

donna m'apparve, sotto verde manto

vestita di color di fiamma viva.

E lo spirito mio, che già cotanto

tempo era stato ch'a la sua presenza

non era di stupor, tremando, affranto,

sanza de li occhi aver più conoscenza,

per occulta virtù che da lei mosse,

d'antico amor sentì la gran potenza.

 

 

Tanto gentile e tanto onesta pare

la donna mia, quand'ella altrui saluta,

ch'ogne lingua devèn, tremando, muta,

e li occhi no l'ardiscon di guardare.

Ella si va, sentendosi laudare,

benignamente d'umiltà vestuta,

e par che sia una cosa venuta

da cielo in terra a miracol mostrare.

Mostrasi sì piacente a chi la mira

che dà per li occhi una dolcezza al core,

che 'ntender no la può chi no la prova;

e par che de la sua labbia si mova

un spirito soave pien d'amore,

che va dicendo a l'anima: Sospira.

 

 

 

Guido, i’ vorrei che tu e Lapo ed io

fossimo presi per incantamento

e messi in un vasel, ch’ad ogni vento

 per mare andasse al voler vostro e mio;

sì che fortunal od altro tempo rio

non ci potesse dare impedimento,

anzi, vivendo sempre in un talento,

 di stare insieme crescesse ’l disio.

E monna Vanna e monna Lagia poi

con quella ch’è sul numer de le trenta

  con noi ponesse il buono incantatore:

e quivi ragionar sempre d’amore,

e ciascuna di lor fosse contenta,

  sì come i’ credo che saremmo noi.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

DICKINSON

Poiché non potevo fermarmi per la morte

lei gentilmente si fermò per me

La carrozza portava solo noi due

e l'immortalità

Andavamo piano, ignorava la fretta

e io avevo abbandonato

il mio lavoro e il mio riposo

per la sua cortesia

Passammo oltre la scuola

dove i bambini nell'intervallo facevano la lotta in cortile

Passammo campi di grano che ci fissavano

Passammo oltre il tramonto

o piuttosto fu lui a oltrepassarci

Scesero rugiade tremanti e gelide

solo garza il mio vestito,

il mio mantello di tulle

Ci fermammo a una casa

che sembrava un gonfiore della terra

Il tetto era appena visibile

il cornicione sepolto nel suo oro

Da allora sono secoli eppure

sembrano più brevi del giorno che intuii

per la prima volta che le teste dei cavalli

erano rivolte all'eterno.

 

Dopo un grande dolore, i sensi solenni s'atteggiano -

Come tombe i nervi siedono cerimoniosi -

Il cuore, irrigidito, si chiede: fui io a sopportare

e fu ieri, o secoli addietro?

Meccanici si muovono i piedi -

Percorso di terra, di aria, di nulla -

Un cammino legnoso,

che va a caso,

una pace di quarzo, come pietra -

Questa è l'ora di piombo -

che ricorda chi sopravvive,

come gli assiderati, la neve -

Dapprima una sensazione di freddo - poi lo stupore -

Infine la resa.

 

L'ultima notte che visse -

Era una notte comune -

Salvo il morire - che a noi

Mostrò la natura diversa -

Notammo le minime cose -

Le cose trascurate fino allora -

Da questa grande luce nella mente

Come se fossero scritte in corsivo.

Entrando e uscendo tra quella

Sua stanza finale e le stanze

Di chi sarebbe stato in mezzo ai vivi

Domani - noi sentimmo come colpa

Che altri potessero esistere

E lei finire - ma anzi

Fu una gelosia che per lei sorse

Così vicina all'infinito -

Al suo trapasso assistemmo -

E fu un esiguo momento -

Troppo scosse le nostre anime erano

Per parlare - finché non giunse il segno.

Ebbe un ricordo - lo dimenticò -

Poi - lieve come una canna

Flessa sull'acqua - appena contrastò -

Acconsentì - e fu morta -

E noi - noi le aggiustammo i capelli -

Le alzammo eretta la testa -

E poi un tremendo agio sopravvenne

Per regolare la nostra fede -

 

DONNE

Il sogno

   Per nessun altro, amore, avrei spezzato

   questo beato sogno.

   Buon tema per la ragione,

   troppo forte per la fantasia.

   Sei stata saggia a svegliarmi. E tuttavia

   tu non spezzi il mio sogno, lo prolunghi.

   Tu così vera che pensarti basta

   per fare veri i sogni e storia le favole.

   Entra tra queste braccia. Se ti sembrò

   più giusto per me non sognare tutto il sogno,

   ora viviamo il resto.

   Come un lampo o un bagliore di candela

   i tuoi occhi, non già il rumore, mi destarono.

   Così (poiché tu ami il vero)

   io ti credetti sulle prime un angelo.

   Ma quando vidi che mi vedevi in cuore,

   che conoscevi i miei pensieri meglio di un angelo,

   quando interpretasti il sogno, sapendo

   che la troppa gioia mi avrebbe destato

   e venisti, devo confessare

   che sarebbe stato sacrilegio crederti altro da te.

   Il venire, il restare ti rivelò: tu sola.

   Ma ora che ti allontani

   dubito che tu non sia più tu.

   Debole quell'amore di cui più forte è la paura,

   e non è tutto spirito limpido e valoroso

   se è misto di timore, di pudore, di onore.

   Forse, come le torce

   sono prima accese e poi spente, così tu fai con me.

   Venisti per accendermi, vai per venire. E io

   sognerò nuovamente

   quella speranza, ma per non morire.

DROSTE-HULSHOFF

Amore ardente

E dunque vuoi sapere 

perché talvolta ho un’aria trasognata,

persino matta o sciocca,

distratta che non merita perdono?

Vuoi sapere, implacabile,

cosa di tanto caro

racchiude, ben serrato, quel cassetto

cui sto spesso vicina?

Due occhi ho veduto

come nell’acqua il raggio si riflette,

e solo che s’accendano due occhi,

allora io ripenso a quella luce.

Così, è passato poco,

quando, cogliendo dalla siepe un fiore,

oculus Christi hai detto,

ecco che di quegli occhi mi sovvenne.

E c’è un tono di voce,

fondo e tremante come echeggia il corno,

che di me si fa gioco

e m’accompagna sempre dappertutto.

Tra i lumi del salone, di recente,

lo stridio dei violini m’affliggeva,

ed ecco che, improvvisa,

sentii nel violoncello quella voce.

E poi, una figura

conosco, tanto forte e insieme lieve,

che per il bosco mi precede sempre

e vola sullo stagno.

Pensosa, l’altro giorno, contemplavo

sull’occhio della luna

una striscia di nubi dileguare,

ed ecco quella forma, come un fumo.

E senti, senti ancora:

laggiù, dentro lo stipo, un fazzoletto,

inzuppato di sangue

che ho messo via in segreto.

Delle more cogliendomi dal rovo,

lui s’è ferito al filo del coltello;

adesso li possiedo tutti e due,

il sangue suo ed il mio amore ardente.

 

FOSCOLO

Forse perché della fatal quïete

Tu sei l'imago a me sì cara vieni

O sera! E quando ti corteggian liete

Le nubi estive e i zeffiri sereni,

E quando dal nevoso aere inquïete

Tenebre e lunghe all'universo meni

Sempre scendi invocata, e le secrete

Vie del mio cor soavemente tieni.

Vagar mi fai co' miei pensier su l'orme

che vanno al nulla eterno; e intanto fugge

questo reo tempo, e van con lui le torme

Delle cure onde meco egli si strugge;

e mentre io guardo la tua pace, dorme

Quello spirto guerrier ch'entro mi rugge.

 

FRENEAU

Udire non m’è dato la musica dell’essere

né ho avuto potere a immaginarla.

S’alimenta il mio amore a un non amore,

se avanzo è il suo rifiuto che mi sferza,

mi porta via tra le sue grandi braccia nulle,

il suo silenzio mi divide da me,

dalla mia vita,

essere bruciante nella sua serenità,

che assedio!

quando infine son lì che lo colpisco agli occhi,

già la sua fiamma m’ha scavato i miei,

già m’ha ridotto in cenere

e dopo che importa il balbettio del poema:

è nulla questo,

non è il Paradiso.

 

FRIED

   La vita

   sarebbe  forse più facile

   se io

   non ti avessi mai incontrata.

   Meno tristezza

    ogni volta

   che dobbiamo separarci,

   meno paura

   della prossima separazione

   e di quella che ancora verrà.

   E anche poco

   di quella nostalgia impotente, che quando non ci sei

   vuole l"impossibile

   e subito,

   fra un istante

   e che poi

   poiché non è possibile,

   resta turbata

   e respira a fatica.

   La vita

   sarebbe forse

   più facile

   se io

   non ti avessi incontrata.

   Soltanto

   non sarebbe

   la mia vita.

GATTO

La nebbia rosa

e l’aria dei freddi vapori

arruginiti con la sera,

il fischio del battello che sparve

nel largo delle campane.

Un triste davanzale,

Venezia che abbruna le rose

sul grande canale.

Cadute le stelle, cadute le rose

nel vento che porta il Natale.

 

Ai monti di Trento

Bei monti della sera

azzurra è già l'Italia...

Penso a mia madre sola con la luna

nella notte d'ottobre, ancora estiva

la brezza muove i suoi capelli, imbruna

sulle case d'intorno...

Così la chiara spera

dei monti a lungo ammalia

nei pascoli la sera.

Odora già l'Italia

di polvere e di rose.

Era la luna ancora effusa al giorno,

mia madre a lungo sul mio capo pose

le mani e disse:"vedi, a noi d'intorno

il tempo s'è fermato..."

Bei monti della sera

azzurro è il mio passato.

 

Le ragazze moderne

non sono eterne.

Oh, che bella novità,

ma danno fresco alla città.

L'una nell'altra

l'altra nell'una

chi si fa scaltra

non ha fortuna.

Oh, che bella sciocchezza,

ma insieme fanno la giovinezza.

Il rosso le veste di blu

l'azzurro le veste di rosa,

un poeta non sa più

quale scegliere per sposa.

Sceglierà la più bella?

Nessuna è tutta brutta

nessuna è tutta bella.

Sceglierà la più caduca,

sceglierà la passeggera

della fresca primavera

col nastrino sulla nuca.

Hanno il colori delle navi morte

in un'alba lontana quei colombi

rimasti soli sulla grande piazza.

E l'agro odore della mareggiata,

di là dove verdeggia al cielo e ai vetri

del temporale un'isola di luce,

qui resta come un barbaglio di tende

e di chiese che incrostano sui marmi

le fredde acquate dell'autunno.

Gemma di lutto e di bianchezza eterna

alla sua voce ormai lontano è un sogno

questa che parve una città di piume.

Così la spoglia nel suono del mare

la nevicata dei silenzi azzurri.

 

GIUDICI

Portami con te nel mattino vivace

le reni rotte l'occhio sveglio appoggiato

al tuo fianco di donna che cammina

come fa l'amore,

sono gli ultimi giorni dell'inverno

a bagnarci le mani e i camini

fumano più del necessario in una

stagione così tiepida,

ma lascia che vadano in malora

economia e sobrietà,

si consumino le scorte

della città e della nazione

se il cielo offuscandosi, e poi

schiarendo per un sole più forte,

ci saremo trovati

là dove vita e morte hanno una sosta,

sfavilla il mezzogiorno, lamiera

che è azzurra ormai

senza residui e sopra

calmi uccelli camminano non volano.

 

Umide labbra che di me affilate                   

Anima e senso – refe che si affila

Dita che mi stringete

Di qua di là tentando

Una cruna dolcezza della mente

Cui non serve destrezza o salda mira –

Midons che mi disfate e mi tessete

Nel liscio albergo della vostra sete

E trappola crudele

Dove fui preso un giorno seguitando

La vostra scia di miele –

E ancora sempre di voi sempre frugando

Il buco nella rete:

O giusto dove, o mio propizio quando

 

Via Stilicone è a Milano una

Fra le vie più tristi che io conosca –

Una fila di case e quasi niente

A confortarle dalla parte opposta

Dove vaneggiano alle notti

Di uno scalo e di un cimitero

Le luci delle sue finestre

Occhi di fatiscente impero

Come la fronte di chi stando

A un nudo tavolo altra fronte

Cerca a cui stringersi posarsi

Ma nessuna gli risponde

E giù si piega e si abbatte

Si fa cuscino delle braccia

Vuole scappare da se stesso

Sparire alla propria faccia

Strada uguale a dove sbando

Più ogni giorno o amica mia

Al Senzafondo al nome Morte

Che ha per compagna Follìa

Via Stilicone è a Milano la via

Più vulnerabile che io conosca –

Una fila di case con paura

Del buio dalla fronte opposta

 

Metti in versi la vita, trascrivi

fedelmente, senza tacere

particolare alcuno, l'evidenza dei vivi.

Ma non dimenticare che vedere non è

sapere, né potere, bensì ridicolo

un altro voler essere che te.

Nel sotto e nel soprammondo s'allacciano

complicità di visceri, saettando occhiate

d'accordi. E gli astanti s'affacciano

al limbo delle intermedie balaustre:

applaudono, compiangono entrambi i sensi

del sublime - l'infame, l'illustre.

Inoltre metti in versi che morire

è possibile più che nascere

e in ogni caso l'essere è più del dire.

 

GOETHE

Se ieri la tua testa ancora bruna

era come i capelli dell’amata

la cui dolce figura di lontano

silenziosa m’accenna, ecco le vette

grigio argentea ti segna ora precoce

la neve che la notte tempestosa

ti traboccò sulla riga. Ahi gioventù

che la vita congiunge così stretta

alla vecchiezza, come un sogno

mutevole congiunse ieri ed oggi.

Govoni

Un mandorlo fiorito in un giardino,

tra due nere statue mutilate

che guardavan laggiù il mare in burrasca,

mi accompagnò durante tutto il viaggio,

con la sua gioia bianca ed odorosa,

traverso le pianure, i monti e le città,

come fosse incollato al finestrino.

Fino alla piccola stazione di campagna,

sussultante di campanelli:

dove affinò i suoi rami

in un grigiore di capelli,

sfiorì rapidamente,

si raccolse e sorrise mestamente

nel volto pallido di mia madre,

che mi attendeva sola

e mi diede sul cuore un bacio santo

che sapeva di cenere e di pianto.

 

GOZZANO

Un bacio. Ed è lungi. Dispare

giù in fondo, là dove si perde

la strada boschiva, che pare

un gran corridoio nel verde.

Risalgo qui dove dianzi

vestiva il bell'abito grigio:

rivedo l'uncino, i romanzi

ed ogni sottile vestigio...

Mi piego al balcone. Abbandono

la gota sopra la ringhiera.

E non sono triste. Non sono

più triste. Ritorna stasera.

E intorno declina l'estate.

E sopra un geranio vermiglio,

fremendo le ali caudate

si libra un enorme Papilio...

L'azzurro infinito del giorno

è come seta ben tesa;

ma sulla serena distesa

la luna già pensa al ritorno.

Lo stagno risplende. Si tace

la rana. Ma guizza un bagliore

d'acceso smeraldo, di brace

azzurra: il martin pescatore...

E non son triste. Ma sono

stupito se guardo il giardino...

stupito di che? non mi sono

sentito mai tanto bambino...

Stupito di che? Delle cose.

I fiori mi paiono strani:

Ci sono pur sempre le rose,

ci sono pur sempre i gerani...

Il gioco del silenzio

Non so se veramente fu vissuto

quel giorno della prima primavera.

Ricordo - o sogno? - un prato di velluto,

ricordo - o sogno? - un cielo che s'annera,

e il tuo sgomento e i lampi e la bufera

livida sul paese sconosciuto...

Poi la cascina rustica sul colle

e la corsa e le grida e la massaia

e il rifugio notturno e l'ora folle

e te giuliva come una crestaia,

e l'aurora ed i canti in mezzo all'aia

e il ritorno in un velo di corolle...

- Parla! - Salivi per la bella strada

primaverile, tra pescheti rosa,

mandorli bianchi, molli di rugiada...

- Parla! - Tacevi, rigida pensosa

della cosa carpita, della cosa

che accade e non si sa mai come accada...

- Parla! - seguivo l'odorosa traccia

della tua gonna... Tutto rivedo

quel tuo sottile corpo di cinedo,

quella tua muta corrugata faccia

che par sogni l'inganno od il congedo

e che piacere a me par che le spiaccia...

E ancor mi negasti la tua voce

in treno. Supplicai, chino rimasi

su te, nel rombo ritmico e veloce...

Ti scossi, ti parlai con rudi frasi,

ti feci male, ti percossi quasi,

e ancora mi negasti la tua voce.

Giocosa amica, il Tempo vola, invola

ogni promessa. Dissipò coi baci

le tue parole tenere fugaci...

Non quel silenzio. Nel ricordo, sola

restò la bocca che non diè parola,

la bocca che tacendo disse: Taci!...

 

Il gigantesco rovere abbattuto

l'intero inverno giacque sulla zolla,

mostrando in cerchi, nelle sue midolla,

i centonovant'anni che ha vissuto.

Ma poi che Primavera ogni corolla

dischiude con le mani di velluto,

dai monchi nodi qua e là rampolla

e sogna ancora d'essere fronzuto.

Rampolla e sogna - immemore di scuri

l'eterna volta cerula e serena

e gli ospiti canori e i frutti e l'ire

aquilonari e i secoli futuri...

Non so perché mi faccia tanta pena

quel moribondo che non vuol morire.

 

 

Hikmet

Rubai

   È l'alba. S'illumina il mondo

   come l'acqua che lascia cadere sul fondo

   le sue impurità. E sei tu, all'improvviso

   tu, mio amore, nel chiarore infinito

   di fronte a me.

   Giorno d'inverno, senza macchia, trasparente

   come vetro. Addentare la polpa candida e sana

   d'un frutto. Amarti, mia rosa, somiglia

   all'aspirare l'aria in un bosco di pini.

   Chi sa, forse non ci ameremmo tanto

   se le nostre anime non si vedessero da lontano

   non saremmo così vicini, chi sa,

   se la sorte non ci avesse divisi.

   È così, mio usignolo, tra te e me

   c'è solo una differenza di grado:

   tu hai le ali e non puoi volare

   io ho le mani e non posso pensare.

   Finito, dirà un giorno madre Natura

   finito di ridere e di piangere

   e sarà ancora la vita immensa

   che non vede non parla non pensa.

 

  La vita non è uno scherzo,

   prendila sul serio

   come fa lo scoiattolo, ad esempio,

   senza aspettarti nulla

   dal di fuori o nell'al di là.

   Non avrai altro da fare che vivere.

   La vita non è un scherzo,

   prendila sul serio

   ma sul serio a tal punto

   che messo contro un muro, ad esempio, le mani legate,

   o dentro un laboratorio

   col camice bianco e grandi occhiali,

   tu muoia affinché vivano gli uomini,

    gli uomini di cui non conoscerai la faccia,

   e morrai sapendo

   che nulla è più bello, più vero della vita.

   La vita non è uno scherzo,

   prendila sul serio

   ma sul serio a tal punto

   che a settant'anni, ad esempio,

   pianterai degli ulivi

   non perché restino ai tuoi figli,

   ma perché non crederai alla morte,

   pur temendola,

   e la vita peserà di più sulla bilancia.

 

 

Da una parte gli aguzzini ci separano come un muro.

Dall'altra questo cuore sciagurato mi ha fatto un brutto scherzo,

mio piccolo,

mio Mehmet,

forse il destino m'impedirà di rivederti.

Sarai un ragazzo, lo so,

simile alla spiga di grano:

biondo, snello, alto di statura.

Ero così quand'ero giovane.

I tuoi occhi saranno vasti come quelli di tua madre,

con dentro talvolta uno strascico amaro di tristezza.

Avrai una bella voce,

la mia era atroce.

La tua fronte sarà chiara.

Le canzoni che canterai spezzeranno i cuori.

Sarai un conversatore brillante.

In questo ero maestro anch'io,

quando la gente non m'irritava i nervi.

Dalle tue labbra colerà il miele.

Ah Mehmet,

quanti cuori spezzerai!

Non dare pena a tua madre.

Tua madre, forte e dolce come la seta,

sarà bella anche all'età delle nonne,

come il primo giorno che la vidi.

Aveva 17 anni,

sulle rive del Bosforo.

Era il chiaro di luna,

era il chiaro del giorno,

era simile a una susina dorata.

Tua madre un giorno, come al solito, ci siamo lasciati:

a stasera!

Era per non rivederci mai più.

Tua madre nella sua bontà

la più saggia delle madri.

Non ho paura di morire, figlio mio.

Eppure malgrado tutto

a volte trasalisco di colpo.

Contare i giorni difficile.

Non ci si può saziare della vita, Mehmet,

non ci si può saziare.

Non vivere a questo mondo come un inquilino.

Vivi su questa terra come se fosse la casa di tuo padre.

La nostra terra, la Turchia,

un bel paese tra gli altri paesi,

e i suoi uomini,

quelli di buona lega,

sono lavoratori pensosi e coraggiosi

e atrocemente miserabili.

Tu, il futuro,

lo vedrai coi tuoi occhi,

lo toccherai con le tue mani.

Io forse morirò lontano dalla mia lingua,

dalle mie canzoni,

dal mio sale ,dal mio pane,

sentendo la nostalgia di tua madre e di te.

Mehmet, piccolo mio,

me ne vado. Sono calmo.

La vita che si disperde in me si ritroverà in te,

per lungo tempo.

 

Von Hofmannsthal

I due

Lei portava la coppa in mano

Pari al suo orlo aveva il mento e la bocca

Aveva un passo cos leggero e sicuro,

Che dalla coppa non cadeva una stilla.

Non meno leggera e salda era la mano di lui:

Un giovane cavallo egli montava,

E con gesto noncurante

A una tremante immobilità lo sforzava.

Eppure quando dalla mano di lei

La lieve coppa egli dove prendere

Per entrambi fu troppo pesante;

Perché entrambi tremavano tanto

Che le mani non si trovarono,

E scuro vino corse sul suolo.

 

HUGO

Era un tramonto dopo il temporale.

C'era a ponente un cumulo di cirri

color di rosa. Presso la rotaia

d'un'erbosa viottola, sull'orlo

d'una pozza, era un rospo. Egli guardava

il cielo intenerito dalla pioggia;

e le foglie degli alberi bagnate

parean tinte di porpora, e le pozze

annugolate come madreperla.

Nel dì che si velava, anche il fringuello

velava il canto, e, dopo il bombir lungo

del giorno nero, pace era nel cielo

e nella terra.

Un uomo che passava

vide la schifa bestia; e con un forte

brivido la calcò col suo calcagno...

Venne una donna con un fiore al busto,

ed in un occhio le cacci l'ombrella...

Quattro ragazzi vennero sereni,

allegri, biondi: ognuno avea sua madre,

a scuola andava ognuno. - Ah! la bestiaccia!

dissero. Il rospo andava saltelloni

per la scabra viottola cercando

la notte e l'ombra. Ed ecco i quattro bimbi

con una brocca a pungerlo, a picchiarlo,

a straziarlo. Sotto i colpi il rospo

schiumava, e i bimbi: - Come è mai cattivo!

L'occhio strappato ed una zampa cionca,

cincischiato, slogato, insanguinato,

non era morto; e gli voleano i bimbi

gettare un laccio, ma scivola via

arrancando. Incontrò la carreggiata,

vi si annicchi fra l'erba verde e il fango.

Ed i fanciulli in estasi e in furore

s'erano certo divertiti un mondo.

- Guarda, Pietro! Di, Carlo! Ugo, dà retta!

Prendiamo, per finirlo, ora un pietrone.

E, rossi in viso, empivano di strilli

la dolce sera. Intanto uno rinvenne

con una grossa lastra: - Ecco trovato!

A stento la reggea con le due mani

piccole, e s'aiutava coi ginocchi.

- Ecco! - E ristette sopra il rospo, e gli altri

a bocca aperta, senza batter ciglio,

stavano intorno con la gioia in cuore.

E quello alza la lastra. Uno... due...

Quando videro un carro che venia tirato,

là, da un asino vecchio, zoppo, stanco,

con gli ossi fuori e con la pelle rotta.

Il barroccio veniva cigolando

nei solchi delle ruote, trascinato

dalla povera bestia. Essa il barroccio

tirava, e avea due cestoni indosso.

La stalla, dopo un giorno di fatica,

era ancor lungi; il barrocciaio urlava,

e segnava ciascun: - arrì - d'un colpo.

Il solco delle rote era profondo,

pieno di melma, e così stretto e duro

ch'ogni giro di rota era uno strappo.

L'asino s'avanzava, rantolando

tra una nuvola d'urla e di percosse.

La strada era in pendìo: tutto il gran carro

pesava sopra il ciuco e lo spingeva.

Ed i fanciulli videro, e, gridando

al lor compagno: - Fermo con la pietra!

dissero: - il carro ... sul rospo;

c'è più gusto così.-

Dunque, in attesa,

sgranavano gli allegri occhi i fanciulli.

Ecco, scendendo per la carreggiata,

dove il mostro attendea d'esser infranto,

l'asino vide il rospo: e triste, curvo

sopra un più tristo, stracco, rotto, morto,

sembrò fiutarlo con la testa bassa.

Il forzato, il dannato, il torturato,

oh! fece grazia! Le sue forze spente

raccolse, e irrigidendo aspre le corde

sugli spellati muscoli, ed alzando

il grave basto, e resistendo ai colpi

del barrocciaio, trasse con un secco

scricchiolìo, fuori, e devi la ruota,

lasciando vivo dietro lui quel gramo.

Poi riprese la via sotto il randello.

Allor nel cielo azzurro, dove un astro

già pullulava, intesero i fanciulli

Uno che disse: - Siate buoni, o figli. -

 

Kavafis

Le candele

Stanno i giorni futuri innanzi a noi

come una fila di candele accese,

dorate, calde e vivide.

Restano indietro i giorni del passato,

penosa riga di candele spente:

le più vicine danno fumo ancora,

fredde, disfatte, e storte.

Non le voglio vedere: m’accora il loro aspetto,

la memoria m’accora del loro antico lume.

E guardo avanti le candele accese.

Non mi voglio voltare, ch’io non scorga, in un brivido,

come s’allunga presto la tenebrosa riga,

come crescono presto le mie candele spente.

 

Che aspettiamo, raccolti nella piazza?

       Oggi arrivano i barbari.

Perché mai tanta inerzia no Senato?

E perché i senatori siedono e non fan leggi?

       Oggi arrivano i barbari.

       Che leggi devon fare i senatori?

       Quando verranno le faranno i barbari.

Perché l’imperatore s’è levato

così per tempo e sta, solenne, in trono,

alla porta maggiore, incoronato?

       Oggi arrivano i barbari

       L’imperatore aspetta di ricevere

       il loro capo. E anzi ha già disposto

       l’offerta d’una pergamena. E là

       gli ha scritto molti titoli ed epiteti.

Perché i nostri due consoli e i pretori

sono usciti stamani in toga rossa?

Perché i bracciali con tante ametiste,

gli anelli con gli splendidi smeraldi luccicanti?

Perché brandire le preziose mazze

coi bei caselli tutti d’oro e argento?

       Oggi arrivano i barbari,

       e questa roba fa impressione ai barbari.

Perché i valenti oratori non vengono

a snocciolare i loro discorsi, come sempre?

       Oggi arrivano i barbari:

        sdegnano la retorica e le arringhe.

Perché d’un tratto questo smarrimento

ansioso? (I volti come si son fatti serii)

Perché rapidamente le strade e piazze

si svuotano, e ritornano tutti a casa perplessi?

       S’è fatta notte, e i barbari non sono più venuti.

       Taluni sono giunti dai confini,

       han detto che di barbari non ce ne sono più.

E adesso, senza barbari, cosa sarà di noi?

Era una soluzione, quella gente.

 

Kenji Miyazawa

La primavera e gli Asura

Il fenomeno chiamato io

è una luce blu

della lampada organica a corrente alternata

(sintesi di tutti gli spiriti trasparenti).

Una sola luce blu

della lampada a corrente alternata del karma

intermittente con lampi di paesaggi, di esseri

ma eterna lampada immutabile:

luce rimane lampada svanisce

 

Sette foreste

e una appena un passo più chiara

del trasparente cuore dell’acqua

infinitamente vasta

eppure io sono qui

che mi affatico lungo il sentiero sconnesso

tra buche di fango, neve ghiacciata

verso quelle nuvole di zinco raggrinzito

come uno sconfortato postino

o un Aladino che nasconde la lampada.

C’è proprio tanta fretta?

 

KIPLING

Se puoi mantenere la calma quando tutti intorno a te

la stan perdendo ed a te ne attribuiscono la colpa;

se tu puoi fidarti di te stesso quando tutti dubitano di te

ed essere indulgente verso chi dubita;

se tu puoi aspettare e non stancartene,

e mantenerti retto se la falsità ti circonda

e non odiare se sei odiato,

e malgrado questo non apparire troppo buono

ne parlare troppo saggio;

se tu puoi sognare e non abbandonarti ai sogni;

se tu puoi pensare e non perderti nei pensieri,

se tu puoi affrontare il Trionfo e il Disastro

e trattare ugualmente questi due impostori;

se tu puoi sentire la verità che hai dette

e trasformate dai cattivi per trarre in inganno gli ingenui;

e vedere infranti gli ideali cui dedicasti la vita

e resistere e ricostruire con istruenti logori;

se tu puoi fare un fascio di tutte le tue fortune

e giocarle ad un colpo di testa e croce

e perdere e ricominciare da capo

e mai dire una parola di quanto hai pensato;

se tu puoi costringere cuore nervi muscoli

a resistere anche quando sono esausti,

e così continuare finché non vi sia altro in te

che la volontà che dice ad essi: RESISTETE;

se tu puoi crescere in dominio e mantenerti onesto;

o avvicinare i grandi e non disdegnare gli umili,

se né amici né nemici possono ferirti;

se ti curi di tutti, ma di nessuno troppo;

se tu puoi colmare l'inesorabile minuto

con sessanta secondi di opere compiute

tuo e' il mondo e tutto ciò che e' in esso

e quel che conta di più, tu sei un uomo figlio mio.

 

LOI

La notte mi accucciavo come un cane da carrettieri,

il cuore di paura, gli occhi aperti e tremanti.

Viene, viene! Te lo qui!,

sotto i capelli

soffiava un filo di morte e di paura.

Te la ricordi, mamma, la paura,

la voce che chiama da sotto, il mondo crollato,

te le ricordi nella notte, di sera,

le facce, le bombe, i morti che mi hanno svegliato?

Venivano uno a uno, come gente che ha fretta,

chiamavano proprio me, mi toccavano le mani:

Mamma, adesso bombardano, c’è la luna…

sbiancavo, un po’ abbaiavo, come un cane,

come quei cani abbandonati che tremano…

… le facce, mamma, i morti che ancora mi chiameranno!

Te lo ricordi, piangevo una mattina

e era un giorno che sembrava non avere domani.

 

Una strada ferma, finta tra i cipressi

l’ho vista una mattina nel vento chiaro.

Era là ferma, con i suoi sassi, e il crescere,

che mi sembrava dietro, d’ombra del mare...

L’ho vista come finta tra i cipressi,

ed era la finestra a risvegliarmi,

o quel gabbiano che è passato nel cielo,

o quel sapore del sale, l’aria, i richiami...

La strada finta, i cipressi tra i sassi...

L’ho vista come in sogno, senza sapere

se ero io che l’ombra aveva inventato.

E quel gabbiano è fermo là nel cielo,

ferma la strada, quei cipressi, il chiaro,

e ferma la finestra, e in fondo il mare.

Sono arrivato a Milano e mi son perso

in una nebbia che nemmeno la stazione

si vedeva più tra il carbon coke, la raspa in gola

foschia senza luce, una spessa triste

che l’ombra di mia madre cercava

e cielo non ce n’era più, né terra né case,

e io stringevo le mani e da lontano

veniva a soffi dall’ombra la città...

 

LORCA

Felice te,

cicala!

che sopra il letto di terra

muori ebbra di luce.

Tu dalle campagne apprendi

il segreto della vita,

ed è rimasto chiuso in te

il racconto della vecchia fata

che sentiva nascer l'erba.

Felice te,

cicala!

che muori sotto il sangue

di un cuore tutto azzurro.

È Dio la luce che discende

E il sole

la breccia per cui filtra.

Felice te,

cicala!

che senti nell'agonia

tutto il peso dell'azzurro.

Tutto ciò che vive passa

per le porte della morte

a testa bassa

e una bianca aria assopita.

Si fa pensiero la parola.

Senza suoni... Tristemente

avvolto nel silenzio

che è il manto della morte.

Ma tu, incantata cicala,

muori in un concerto di suoni

tra celesti suoni e luci

sei trasfigurata.

Felice te,

cicala!

T'avvolge nel suo manto

quello Spirito Santo,

che è la luce.

Cicala!

Sonora stella

sopra i campi addormentati,

vecchia amica delle rane

dei neri grilli,

hai sepolcri d'oro tu

tra gli ondeggianti raggi

del sole che dolcemente ti ferisce

nell'ardore dell'Estate,

il sole porta con sé l'anima tua

per farla luce.

Sia il mio cuore cicala

sopra i divini campi.

Che muoia cantando lentamente

ferito nell'azzurro cielo

una donna che so,

sul punto di spirare,

lo sparga con le sue mani

nella polvere.

E il mio sangue sopra il campo

sia rosato e dolce limo

ove spingano le zappe

i contadini stanchi.

Felice te,

cicala!

Ti feriscono invisibili le spade

dell'azzurro.

 

 

   Alle cinque della sera.

   Eran le cinque in punto della sera.

   Un bambino portò il lenzuolo bianco

   alle cinque della sera.

   Una sporta di calce già pronta

   alle cinque della sera.

   Il resto era morte e solo morte

   alle cinque della sera.

   Il vento portò via i cotoni

   alle cinque della sera.

   E l’ossido seminò cristallo e nichel

   alle cinque della sera.

   Già combatton la colomba e il leopardo

   alle cinque della sera.

   E una coscia con un corno desolato

   alle cinque della sera.

   Cominciarono i suoni di bordone

   alle cinque della sera.

   Le campane d’arsenico e il fumo

   alle cinque della sera.

   Negli angoli gruppi di silenzio

   alle cinque della sera.

   Solo il toro ha il cuore in alto!

   alle cinque della sera.

   Quando venne il sudore di neve

   alle cinque della sera,

   quando l’arena si coperse di iodio

   alle cinque della sera,

   la morte pose le uova nella ferita

   alle cinque della sera.

   Alle cinque della sera.

   Alle cinque in punto della sera.

   Una bara con ruote è il letto

   alle cinque della sera.

   Ossa e flauti suonano nelle sue orecchie

   alle cinque della sera.

   Il toro già mugghiava dalla fronte

   alle cinque della sera.

   La stanza s’iridava d’agonia

   alle cinque della sera.

   Da lontano già viene la cancrena

   alle cinque della sera.

   Tromba di giglio per i verdi inguini

   alle cinque della sera.

   Le ferite bruciavan come soli

   alle cinque della sera.

   E la folla rompeva le finestre

   alle cinque della sera.

   Alle cinque della sera.

   Ah, che terribili cinque della sera!

   Eran le cinque a tutti gli orologi!

   Eran le cinque in ombra della sera!

2 Il sangue versato

   Non voglio vederlo!

   Di’ alla luna che venga,

  ch’io non voglio vedere il sangue

   d’Ignazio sopra l’arena.

   Non voglio vederlo!

   La luna spalancata.

   Cavallo di quiete nubi,

   e l’arena grigia del sonno

   con salici sullo steccato.

   Non voglio vederlo!

   Il mio ricordo si brucia.

   Ditelo ai gelsomini

   con il loro piccolo bianco!

   Non voglio vederlo!

   La vacca del vecchio mondo

   passava la sua triste lingua

   sopra un muso di sangue

   sparso sopra l’arena,

   e i tori di Guisando,

   quasi morte e quasi pietra,

   muggirono come due secoli

   stanchi di batter la terra.

   No.

   Non voglio vederlo!

   Sui gradini salì Ignazio

   con tutta la sua morte addosso.

   Cercava l’alba,

   ma l’alba non era.

   Cerca il suo dritto profilo,

   e il sogno lo disorienta.

   Cercava il suo bel corpo

   e trovò il suo sangue aperto.

   Non ditemi di vederlo!

   Non voglio sentir lo zampillo

   ogni volta con meno forza:

   questo getto che illumina

   le gradinate e si rovescia

   sopra il velluto e il cuoio

   della folla assetata.

   Chi mi grida d’affacciarmi?

   Non ditemi di vederlo!

   Non si chiusero i suoi occhi

   quando vide le corna vicino,

   ma le madri terribili

   alzarono la testa.

   E dagli allevamenti

   venne un vento di voci segrete

   che gridavano ai tori celesti,

   mandriani di pallida nebbia.

   Non ci fu principe di Siviglia

   da poterglisi paragonare,

   né spada come la sua spada

   né cuore così vero.

   Come un fiume di leoni

   la sua forza meravigliosa,

   e come un torso di marmo

   la sua armoniosa prudenza.

   Aria di Roma andalusa

   gli profumava la testa

   dove il suo riso era un nardo

   di sale e d’intelligenza.

   Che gran torero nell’arena!

   Che buon montanaro sulle montagne!

   Così delicato con le spighe!

   Così duro con gli speroni!

   Così tenero con la rugiada!

   Così abbagliante nella fiera!

   Così tremendo con le ultime

   banderillas di tenebra!

   Ma ormai dorme senza fine.

   Ormai i muschi e le erbe

   aprono con dita sicure

   il fiore del suo teschio.

   E già viene cantando il suo sangue:

   cantando per maremme e praterie,

   sdrucciolando sulle corna intirizzite,

   vacillando senz’anima nella nebbia,

   inciampando in mille zoccoli

   come una lunga, scura, triste lingua,

   per formare una pozza d’agonia

   vicino al Guadalquivir delle stelle.

   Oh, bianco muro di Spagna!

   Oh, nero toro di pena!

   Oh, sangue forte d’Ignazio!

   Oh, usignolo delle sue vene!

   No.

   Non voglio vederlo!

   Non v’è calice che lo contenga,

   non rondini che se lo bevano,

   non v’è brina di luce che lo ghiacci,

   né canto né diluvio di gigli,

   non v’è cristallo che lo copra d’argento.

   No.

   Io non voglio vederlo!!

3 Corpo presente

   La pietra è una fronte dove i sogni gemono

   senz’aver acqua curva né cipressi ghiacciati.

   La pietra è una spalla per portare il tempo

   Con alberi di lagrime e nastri e pianeti.

   Ho visto piogge grigie correre verso le onde

   alzando le tenere braccia crivellate

   per non esser prese dalla pietra stesa

   che scioglie le loro membra senza bere il sangue.

   Perché la pietra coglie semenze e nuvole,

   scheletri d’allodole e lupi di penombre,

   ma non dà suoni, né cristalli, né fuoco,

   ma arene e arene e un’altra arena senza muri.

   Ormai sta sulla pietra Ignazio il ben nato.

   Ormai è finita. Che c’è? Contemplate la sua figura:

   la morte l’ha coperto di pallidi zolfi

   e gli ha messo una testa di scuro minotauro.

   Ormai è finita. La pioggia entra nella sua bocca.

   Il vento come pazzo il suo petto ha scavato,

   e l’Amore, imbevuto di lacrime di neve,

   si riscalda in cima agli allevamenti.

   Cosa dicono? Un silenzio putrido riposa.

   Siamo con un corpo presente che sfuma,

   con una forma chiara che ebbe usignoli

   e la vediamo riempirsi di buchi senza fondo.

   Chi increspa il sudario? Non è vero quel che dice!

   Qui nessuno canta, né piange nell’angolo,

   né pianta gli speroni né spaventa il serpente:

   qui non voglio altro che gli occhi rotondi

   per veder questo corpo senza possibile riposo.

   Voglio veder qui gli uomini di voce dura.

   Quelli che domano cavalli e dominano i fiumi:

   gli uomini cui risuona lo scheletro e cantano

   con una bocca piena di sole e di rocce.

   Qui li voglio vedere. Davanti alla pietra.

   Davanti a questo corpo con le redini spezzate.

   Voglio che mi mostrino l’uscita

   per questo capitano legato dalla morte.

   Voglio che mi insegnino un pianto come un fiume

   ch’abbia dolci nebbie e profonde rive

   per portar via il corpo di Ignazio e che si perda

   senza ascoltare il doppio fiato dei tori.

   Si perda nell’arena rotonda della luna

   che finge, quando è bimba dolente, bestia immobile;

   si perda nella notte senza canto dei pesci

   e nel bianco spineto del fumo congelato.

   Non voglio che gli copran la faccia con fazzoletti

   perché s’abitui alla morte che porta.

   Vattene, Ignazio. Non sentire il caldo bramito.

   Dormi, vola, riposa. Muore anche il mare!

4 Anima assente

   Non ti conosce il toro né il fico,

   né i cavalli né le formiche di casa tua.

   Non ti conosce il bambino né la sera

   perché sei morto per sempre.

   Non ti conosce il dorso della pietra,

   né il raso nero dove ti distruggi.

   Non ti conosce il tuo ricordo muto

   perché sei morto per sempre.

   Verrà l’autunno con conchiglie,

   uva di nebbia e monti aggruppati,

   ma nessuno vorrà guardare i tuoi occhi

   perché sei morto per sempre.

   Perché sei morto per sempre,

   come tutti i morti della Terra,

   come tutti i morti che si scordano

   in un mucchio di cani spenti.

   Nessuno ti conosce. No. Ma io ti canto.

   Canto per dopo il tuo profilo e la tua grazia.

   L’insigne maturità della tua conoscenza.

   Il tuo appetito di morte e il gusto della sua bocca.

   La tristezza che ebbe la tua coraggiosa allegria.

   Tarderà molto a nascere, se nasce,

   un andaluso così chiaro, così ricco d’avventura.

   Io canto la sua eleganza con parole che gemono

   e ricordo una brezza triste negli ulivi.

 

Vorrei sedermi vicino a te in silenzio,

ma non ne ho il coraggio: temo che

il mio cuore mi salga alle labbra.

Ecco perché parlo stupidamente e nascondo

il mio cuore dietro le parole.

Tratto crudelmente il mio dolore per paura

che tu faccia lo stesso.

Il mio cuscino mi guarda di notte

con durezza come una pietra tombale;

non avevo mai immaginato che tanto amaro fosse

essere solo

e non essere adagiato nei tuoi capelli.

 

LUZI

La strada tortuosa che da Siena conduce all'Orcia

traverso il mare rosso

di crete dilavate

che mettono di marzo una peluria verde

è una strada fuori del tempo, una strada aperta

e punta con le sue giravolte al cuore dell'enigma.

Reale o irreale, solare o notturna -

assorti ne seguivano

il lungo saliscendi

di padre in figlio i miei vecchi con un presagio di tormento.

Reale o irreale, solare o notturna -

interroga negli anni

la mente - e l'idea di vita le si screzia

d'un volto doppio imprendibile -

interroga il pianeta duro della landa,

i poggi bruciati, le sparse rocche.

E il vento, non so se dal tempo o dallo spazio, che frusta il sangue.

Pensieri tirati sulla corda

d'un'interrogazione senza fine

non lasciano vivere, non hanno risposta.

Lo intende bene lei passata da quelle dune.

 

Dopo la curva,

finito in dirittura

il trepidante giro

vede il fiume con sorpresa

farsi prossima la fine

del suo alveo,

del suo proseguimento,

venirgli incontro

l’aria della foce

eppure non si perde

la sua lena, respira e si ravviva

d’acque reflue

azzurre già marine

il suo incipiente agonizzare

tra i salici, le canne, il folto

tappeto d’erbe di palude.

Scintilla qua e là, s’incendia

verso la linea del mare

la poca corrente che discende.

Addio chilometri di corso,

di pazienza, d’ira,

di estasi tra gli argini

nei campi, sotto i ponti.

Prendimi, mare aperto, annullami,

ma restituiscimi alle origini,

riportami alla roccia, alla sorgente…

Questo splende nell’ambiguo alone,

mi affascina, mi confonde…

 

Il pensiero m'insegue in questo borgo

cupo ove corre un vento d'altipiano

e il tuffo del rondone taglia il filo

sottile in lontananza dei monti.

Sono tra poco quarant'anni d'ansia,

d'uggia, d'ilarità improvvise, rapide

com'è rapida a marzo la ventata

che sparge luce e pioggia, son gli indugi,

lo strappo a mani tese dai miei cari,

dai miei luoghi, abitudini di anni

rotte a un tratto che devo ora comprendere.

L'albero di dolore scuote i rami...

Si sollevano gli anni alle mie spalle

a sciami. Non fu vano, è questa l'opera

che si compie ciascuno e tutti insieme

i vivi i morti, penetrare il mondo

opaco lungo vie chiare e cunicoli

fitti d'incontri effimeri e di perdite

o d'amore in amore o in uno solo

di padre in figlio fino a che sia limpido.

E detto questo posso incamminarmi

spedito tra l'eterna compresenza

del tutto nella vita nella morte,

sparire nella polvere o nel fuoco

se il fuoco oltre la fiamma dura ancora.

 

 

 

 

Si fece sera,

si strinse la città dentro i suoi monti,

prese un’aria eccitata a spiritarne le arterie, i crocevia,

le scese ai seni d’ombra,

le soffiò sul lungofiume le febbricitanti lampade.

Chi era che veniva?

a quale incontro?

col passato? o col presente?

Ospite clandestino? o messaggero dissimulato nelle sue taverne

prima del grande annuncio?

o profeta dalle viscere della sua ancora non guarita storia

a risvegliare gli eventi

a renderli presenti?

oppure no,

nell’ombra della sera

un’ombra transitoria

dal nulla al nulla della sua memoria

 

 

 

 

 

Quando mi parli al telefono

e mi s'aprono

d'incanto i paradisi

della vocalità -

gli accordi

e i tocchi d'arpa

soffici

appena subsquillanti

di quella voce dai precordi sono

tuoi, sì, ma intanto

è il calmo pelago

della muliebrità

che entra

festosamente ruscellando

nel mattino della stanza

e mi dilava da me,

si porta via la mia nascita,

mi cancella dalla mia morte

lasciandomi sospeso...

è o non è

chi? me stesso

ed il mio ascolto - le dicono da tempo

i suoi interlocutori

uomini o angeli.

 

Eccola la tempesta

è già nell'aranceto

tra i suoi pomi, le sue rame.

Furente il gelsomino,

a sprazzi, in quella raffica,

acuisce il suo profumo,

esacerba il suo richiamo.

È tutto in agonia il giardino

Che Lui dal padiglione sfiora appena

con i suoi occhi sultani adusati alle stagioni,

ai loro inganni, consci

dei molti rimescolamenti

dell'unico principio. Ibi ipse est.

 

alla madre

Forse, infranto il mistero, nel chiarore

del mio ricordo un'ombra apparirai,

un nonnulla vestito di dolore.

Tu, non diversa, tu come non mai:

solo il paesaggio muterà colore.

In un nembo di cenere e di sole

identica, ma prossima al candore

del cielo passerai senza parole.

Io ti vedrò sussistere nel vago

degli sguardi serali, nel ritardo

dei fuochi che si spengono in un ago

di luce rossa a cui trema io sguardo.

Ritorno?

o ripiegamento,

un attimo

in più sicuri alberghi

dell’animo e del senso,

effimero rientro

in terre più salubri al corpo e alla ragione

tramutate già in splendore

e oro dalla gloria? [...]

Lui esita non sa

l’avventura che lo chiama,

non decifra l’auspicio

sa soltanto

che è tempo, ora, di muoversi, 

di valicare i monti»

 

Si approssima Firenze.

Si aggrega la città.  

S’addensano i suoi prima  

rari sparpagliati borghi.  

S’infittiscono  

gli orti e i monasteri.  

Lo attrae nel suo gomitolo,  

ma è incerto 

se sfidarne il labirinto 

o tenersi alla proda, non varcare il ponte.  

Il seguito è sfinito. Il sonno e il caldo 

ne annientano il respiro.  

È là, lei, la Gran Villa  

che brulica e formicola.  

Di là dal fiume. Lo tenta  

e lo respinge,  

ostica, non sa  

bene in che cosa, ma ostica  

eppure seducente, vivida.

A lui piace e non piace quel vigore 

dei corpi, quella forte 

passione delle forme.  

Ah Firenze, Firenze. Sonnecchiano 

intontiti i viaggiatori nella sosta. 

Meglio rimettersi in cammino, 

prendere la via di Siena, immantinente

 

Pareva fosse dato

variare a suo piacimento

il testo; che mutevoli

fossero in quel libro

le pagine e le parti.

Così malgrado il nero

lavoro delle sorti

erano nel perpetuo avvenimento

davvero quelle carte.

Invariabile era solo

l’opera dell’aria

che le sfoglia, le gira,

le consuma, in altro

insieme con se stessa le trasmuta.

Così pareva, così era.

 

Questa felicità promessa o data

m’è dolore, dolore senza causa

o la causa se esiste è questo brivido

che sommuove il molteplice nell’unico

come il liquido scosso nella sfera

di vetro che interpreta il fachiro.

Eppure dico: salva anche per oggi.

Torno torno le fanno guerra cose

e immagini su cui cala o si leva

o la notte o la neve

uniforme del ricordo.

 

Da dove ci chiamano i rimorsi?

Assenza,

assenza non sa il cuore di chi

né di che ima

perdutissima sostanza.

Sa solo che è incolmabile

quel vuoto, quella lacuna

non fosse il dilagare,

talora, d'una fervida

celestiale sovrabbondanza.

 

Mi guarda Siena,

mi guarda sempre

dalla sua lontana altura

o da quella del ricordo-

come naufrago?-

come transfuga?

mi lancia incontro

la corsa

delle sue colline,

mi sferra in petto quel vento,

lo incrocia con il tempo-

il mio dirottamente

che le si avventa ai fianchi

dal profondo dell’infanzia

e quello dei miei morti

e l’altro d’ogni appena

memorabile esistenza…

Siamo ancora

Io e lei, lei e io

soli, deserti.

Per un più estremo amore? Certo

 

 

Il sonno, il nero fiume -

v'immerge la sua tempra

per il fuoco dell'aurora

che lo avvamperà, lo spera,

l'indomani –

Sono oscuri

il turchese ed il carminio

nei vasi e nelle ciotole,

li prende

la notte nel suo grembo,

li accomuna a tutta la materia.

Saranno - il pensiero lo tortura

un attimo, lo allarma -

pronti alla chiamata

quando ai vetri si presenta

in avanscoperta l'alba e, dopo,

quando irrompe

e sfolgora sotto la navata

il pieno giorno - hanno

incerta come lui la sorte

i colori o il risveglio

per loro non è in forse,

la luce non li inganna,

non li tradisce? E stanno

nella materia o sono

nell'anima i colori? - divaga

o entra nel vivo la sua mente

nella pausa

della notte che comincia -  

smarrisce

e ritrova i filamenti

dell'arte, della giornata..

Esce

insieme ai lapislazzuli

l'oro dal suo forziere, sì,

ma incerto

il miracolo ritarda,

la sua trasmutazione

in luce, in radiosità

gli sarà data piena? Avrà

lui grazia sufficiente

a quella spiritualissima alchimia?

Si addorme,

s'inabissa,

è sciocco,

lo sente,

quel pensiero, è perfida quell'ansia.

Chi è lui? Tutto gioca con tutto

nella universale danza.

 

 

Vanno ai monti i monti

da soli o con le nubi

sulla cresta o ai fianchi,

si uniscono, si salgono sulla groppa,

si celano l’un l’altro,

si confondono

terra in cielo,

cielo in rupi d’aria e nuvole,

cammini non sappiamo se per uomini o per numi

ne varcano le mutevole frontiera

a scendere e discendere

è il loro moto

tra roccia e terra di pianoro

aperto, senza riparo

dalle origini alle origini.

Ne recano il segno le tue musiche

chiunque tu sia che mi tormenti

con le tue lamentazioni

dal perduto grembo

di anima e materia,

di umano, divino, subumano,

uniti in un’orchestra,

tu, io, la secolare festa.

 

Dove mi porti, mia arte?
In che remoto
deserto territorio
a un tratto mi sbalestri?
In che paradiso di salute,
di luce e di libertà,
arte, per incantesimo mi scorti?
Mia? non è mia questa arte,
la pratico, la affino,
le apro le riserve
umane di dolore,
divine me ne appretta
lei di ardore
e di contemplazione
nei cieli in cui m'inoltro...

 

Augurio

Camera dopo camera la donna

inseguita dalla mattina canta,

quanto dura le lena

strofina i pavimenti,

spande cera. Si leva, canto tumido

di nuova maritata

che genera e governa,

e interrotto da colpi

di spazzole, di panni

penetra tutto l’alveare, introna

l’aria già di primavera.

Ora che tutt’intorno, a ogni balcone,

la donna compie riti

di fecondità e di morte,

versa acqua nei vasi, immerge fiori,

ravvia le lunghe foglie, schianta

i seccumi, libera i boccioli

per il meglio della pioggia,

per il più caldo del sole,

o miei giovani e forti,

miei vecchi un po’ svaniti,

dico, prego: sia grazia essere qui,

grazia anche l’implorare a mani giunte,

stare a labbra serrate, ad occhi bassi

come chi aspetta la sentenza.

Sia grazia essere qui,

nel giusto della vita,

nell’opera del mondo. Sia così.

Vola alta, parola, cresci in profondità,

tocca nadir e zenith della tua significazione,

giacché talvolta lo puoi - sogno che la cosa esclami

nel buio della mente –

però non separarti

da me, non arrivare,

ti prego, a quel celestiale appuntamento

da sola, senza il caldo di me

o almeno il mio ricordo, sii

luce, non disabitata trasparenza...

 

La città di domenica

sul tardi

quando c'è pace

ma una radio geme

tra le sue moli cieche

dalle sue viscere interite

e a chi va nel crepaccio di una via

tagliata netta tra le banche arriva

dolce fino allo spasimo l'umano

appiattato nelle sue chiaviche e nei suoi ammezzati,

tregua, sì, eppure

uno, la fronte sull'asfalto, muore

tra poca gente stranita

che indugia e si fa attorno all'infortunio,

e noi si è qui o per destino o casualmente insieme

tu ed io, mia compagna di poche ore,

in questa sfera impazzita

sotto la spada a doppio filo

del giudizio o della remissione,

vita fedele alla vita

tutto questo che le è cresciuto in seno

dove va, mi chiedo,

discende o sale a sbalzi verso il suo principio...

sebbene non importi, sebbene sia la nostra vita e basta.

Pareva fosse dato

variare a suo piacimento

il testo; che mutevoli

fossero in quel libro

le pagine e le parti.

Così malgrado il nero

lavoro delle sorti

erano nel perpetuo avvenimento

davvero quelle carte.

Invariabile era solo

l'opera dell'aria

che le sfoglia, le gira,

le consuma, in altro

insieme con se stessa le tramuta.

Così pareva, così era.

 

Sangue - sua profusione

in ogni dove

del mondo,

capillarmente

in tutto l'universo,

sua stormente

ramificazione

in ogni specie

dell'aria, della terra,

degli acquitrini

dentro vene,

arterie, cannule, tubicini -

suo spreco,

sua dissipazione antica

nelle stragi palesi e clandestine,

nelle cacce, nelle ecatombi,

nelle mattanze, nelle carneficine,

nelle croci - una alzata ad espiarne

lo sperpero, lo scempio...

Dove corre il sangue, dove annega?

come l'acqua, come i fiumi

ritorna alla sorgente

il sangue, scende e sale

dalla morte alla resurrezione.

O sanguis meus...

 

Siamo infanti,

a una soglia di bottega,

è tardi, non lasciano entrare.

Dentro cosa propinano

a chi, più tempestivo

di noi, è già all’interno

in fila presso il banco

e di noi rimasti fuori

si dimentica, non parla,

non ci rivolge uno sguardo?

Non si ha più notizia.

O ce ne sfugge il ricordo...

 

MASTER

Appena arrivato a Spoon River

non sapevo se quel che mi dicevano

era vero o falso.

Mi portavano l’epitaffio

e restavano nella bottega mentre lavoravo

e dicevano «Era tanto buono», «Era straordinario»,

«Era una donna dolcissima», «Era un cristiano coerente».

E io gli scolpivo tutto quello che volevano,

ignorando completamente se fosse vero o no.

Poi, vivendo fra questa gente,

imparai quanto poco consoni alla vita

fossero gli epitaffi ordinati per quei morti.

Ma continuavo a scolpire tutto quel che mi ordinavano di scolpire

e mi resi complice di quelle cronache bugiarde

sulla pietra,

come uno storico che scriva

senza sapere la verità,

o perché ha interesse a nasconderla

 

MELEAGRO

Dormi, dolce mio germoglio profumato nella notte.         

Ah, posarmi come il sonno con le ali sui tuoi occhi,

sui capelli, sulla bocca

e aspirarti l'anima.

Questo amore mio selvaggio, questo amore che non dorme,

se n'è andato via volando dal mio letto: è un ragazzo

che sa correre lucente

nella notte tenera.

Se n'è andato nella notte per raggiungerti, adorata,

per posare, mentre dormi, sulle labbra profumate,

sui tuoi occhi, sui capelli,

dei miei baci i petali.

 

MERINI

In queste cadenze fragili

che sono i nostri giorni meravigliosi

fatti di pochissime cose,

di piccoli conventi di sospiro,

questi giorni meravigliosi

dove io nego la presenza anche di Dio

per non sentirmi obbligata ad amarlo.

In questi giorni io vedo il sole

ovunque

ma non vedere lui

che è l’unico candore della mia vita.

E poi dietro lui

c’è un altro uomo

più grande,

più severo,

più possente,

un uomo che mi indica

la guarigione dell’anima.

Ma non credo che la mia anima sia malata

se riesce ancora a piangere,

a sorridere,

a varcare le soglie di questa casa.

 

Gesù,

sei certamente un poderoso mantello,

sei una spiaggia illimitata,

sei un parto che non ha mai agonie,

sei un fiore che si risveglia ogni mattino,

sei un canto,

sei il mio stesso sguardo.

Molti mi guardano negli occhi

e rimangono estatici

perché capiscono che io ti ho visto,

che ti ho sentito,

o perlomeno qualche volta

ti ho anche tradito.

 

Gesù,

per coloro che hanno perso la mente

e i princìpi della ragione,

per coloro che sono oppressi

dal duro silenzio dei martiri,

per coloro che non sanno gridare

perché nessuno li ascolta,

per coloro che non trovano altra soluzione

al grido che la parola,

per coloro che scongiurano il mondo

di non devastarli più,

per coloro che attendono un cenno d’amore

che non arriva,

per coloro che erroneamente

fanno morire la carne

per non sentirne più l’anima.

Insomma,

per coloro che muoiono nel nome tuo,

apri le grandi porte del Paradiso

e fai loro vedere

che la tua mano

era fresca e vellutata,

vellutata e fresca,

come qualsiasi fiore,

e che forse loro troppo audaci

non hanno capito che il silenzio era Dio

e si sono sentiti oppressi

da questo silenzio

che era solo una nuvola di canto.

 

Ho conosciuto Gerico,

ho avuto anch'io la mia Palestina,

le mura del manicomio

erano le mura di Gerico

e una pozza di acqua infettata

ci ha battezzati tutti.

Lì dentro eravamo ebrei

e i Farisei erano in alto

e c'era anche il Messia

confuso dentro la folla:

un pazzo che urlava al Cielo

tutto il suo amore in Dio.

Noi tutti, branco di asceti

eravamo come gli uccelli

e ogni tanto una rete

oscura ci imprigionava

ma andavamo verso la messe,

la messe di nostro Signore

e Cristo il Salvatore.

Fummo lavati e sepolti,

odoravamo di incenso.

E dopo, quando amavamo

ci facevano gli elettrochoc

perché, dicevano, un pazzo

non può amare nessuno.

Ma un giorno da dentro l'avello

anch'io mi sono ridestata

e anch'io come Gesù

ho avuto la mia resurrezione,

ma non sono salita ai cieli

sono discesa all'inferno

da dove riguardo stupita

le mura di Gerico antica.

 

Le dune del canto si sono chiuse,

o dannata magia dell'universo,

che tutto può sopra una molle sfera.

Non venire tu quindi al mio passato,

non aprirai dei delta vorticosi,

delle piaghe latenti, degli accessi

alle scale che mobili si danno

sopra la balaustra del declino;

resta, potresti anche essere Orfeo

che mi viene a ritogliere dal nulla,

resta o mio ardito e sommo cavaliere,

io patisco la luce, nelle ombre

sono regina ma fuori nel mondo

potrei essere morta e tu lo sai

lo smarrimento che mi prende pieno

quando io vedo un albero sicuro.

 

 

I fogli bianchi sono la dismisura dell’anima

e io su questo sapore agrodolce

vorrò un giorno morire,

perché il foglio bianco è violento.

Violento come una bandiera,

una voragine di fuoco,

e così io mi compongo

lettera su lettera all’infinito

affinché uno mi legga

ma nessuno impari nulla

perché la vita è sorso, e sorso

di vita i fogli bianchi

dismisura dell’anima.

 

Le più belle poesie 

si scrivono sopra le pietre 

coi ginocchi piagati 

e le mani aguzzate dal mistero. 

Le più belle poesie si scrivono 

davanti a un altare vuoto, 

accerchiati da agenti 

della divina follia. 

Così, pazzo criminale qual sei 

tu detti versi all'umanità, 

i versi della riscossa 

e le bibliche profezie 

e sei fratello a Giona. 

Ma nella Terra Promessa 

dove germinano i pomi d'oro 

e l'albero della conoscenza 

Dio non è mai disceso né ti ha mai maledetto. 

Ma tu sì, maledici 

ora per ora il tuo canto perché 

sei sceso nel limbo, 

dove aspiri l'assenzio 

di una sopravvivenza negata.

 

Pensiero, io non ho più parole.

Ma cosa sei tu in sostanza?

qualcosa che lacrima a volte,

e a volte dà luce. ..

Pensiero, dove hai le radici?

Nella mia anima folle

o nel mio grembo distrutto?

Sei cosi ardito vorace,

consumi ogni distanza;

dimmi che io mi ritorca

come ha già fatto Orfeo

guardando la sua Euridice,

e cosi possa perderti

nell'antro della follia.

 

 

I poeti lavorano di notte

quando il tempo non urge su di loro,        

quando tace il rumore della folla

e termina il linciaggio delle ore.

I poeti lavorano nel buio

come falchi notturni od usignoli

dal dolcissimo canto

e temono di offendere Iddio.

Ma i poeti, nel loro silenzio

fanno ben più rumore

di una dorata cupola di stelle.

 

 

Quando il cielo baciò la terra nacque Maria.

Che vuol dire la semplice,

la buona, la colma di grazia.

Maria è il respiro dell’anima,

è l’ultimo soffio dell’uomo.

Maria discende in noi,

è come l’acqua che si diffonde

in tutte le membra e le anima,

e da carne inerte che siamo noi

diventiamo viva potenza.

Sei la povertà e la ricchezza,

il sogno e la contraddizione,

la volontà di Dio e la volontà dell’uomo,

che tu educhi alla contemplazione.

Il dolore è la tua casa, è la casa del mondo,

eppure tu sei la regina degli angeli,

la regina nostra, la regina di tutti i tempi.

Maria,

ci sono dei venti

che ardono e gemono in noi,

e dividono le nostre intime parti

in tanti flagelli

e ci rompono le ossa

e sono le tentazioni,

i progetti sbagliati,

le orme indisciplinate,

i feretri dei morti

che secondo noi non hanno resurrezione.

Quanto è immodesto l’uomo

che pensa che l’inverno congeli tutto

E non spera nella primavera.

L’uomo beve il proprio odio

come un buon vino,

e più odia e più si sente ebbro

più abbandona

le rive della tua giovinezza.

 

 

 

Quel sentirmi chiamare

mamma

quando eri nel cortile,

il cortile del canto,

e muovevi un pallone tutto tuo

per quel tuo sapiente rigiocare

sulle scintille dell’adolescenza:

era già un abbandono

e non sapevo.

 

 

 

Stanotte ho sognato l'amore

era tenero come voi e senza carne,

ma il suo respiro ha colmato le mie notti

di disperazione e di canto.

Così è la vostra mano che carezza gli umili

e li fa silenziosi come coloro che pur soffrendo

non riescono ancora a morire.

Ma che cos'è la morte

se non un grande albero pieno di canto?

Io ho sognato un uomo

ma quest'uomo era tutto modellato da Dio.

Una parte di quest'uomo era nella vostra bocca.

E tutti gli uomini sono stati amati e divorati dagli angeli

nel loro immenso amore.

 

 

La cosa più superba è la notte

quando cadono gli ultimi spaventi

e l’anima si getta all’avventura.

Lui tace nel tuo grembo

come riassorbito dal sangue

che finalmente si colora di Dio

e tu preghi che taccia per sempre

per non sentirlo come un rigoglio fisso

fin dentro le pareti.

 

 

Una volta ti dissi:

non arrabbiarti, amore,

s’io sono diversa.

Forse sono una colonna di fumo,

ma la legna che sotto di me arde

è la legna dorata dei boschi,

e tu non hai voluto ascoltarmi.

Guardavi la mia pelle candida

con l’incredulità di un sacerdote,

e volevi affondarvi il coltello

e così la tua vittima è morta

sotto il peso della tua stoltezza,

o malaccorto amore.

Prendevo in giro l’ebrietà della forma

e sapevo che ero di lutto,

eppure il lutto mi doleva dentro

con la dolcezza di uno sparviero.

Quante volte fui scoperta e mangiata,

quante volte servii di pasto agli empi;

e anche tu adesso sei empio,

o mio corollario di amore.

Dov’è la tua religione

per la mia povera croce?

 

Quando gli innamorati si parlano attraverso gli alberi

e attraverso mille strade infelici,

quando abbracciano l'edera

come se fosse un canto,

quando trovano la grazia

nelle spighe scomposte

e dagli alti rigogli,

quando gli amanti gemono

sono signori sulla terra

e sono vicini a Dio

come i santi più ebbri.

Quando gli innamorati parlano di morte

parlano di vita in eterno

in un colloquio di un fine esperanto

noto solo a Lui.

Il loro linguaggio è dissacratore,

ma chiama la grazia infinita

di un grande perdono.

Del tuo ultimo tempo senza colore,

delle tue arringhe senza popolo,

della tua vasta legge d'amore,

che da ozi e digiuni,

girando intorno a una grande solitudine

hai scoperto il baricentro del cuore,

o mio sudato amore senz'arte

che mi hai fallito le carte del pudore

 

 

Apro la sigaretta

come fosse una foglia di tabacco                      

e aspiro avidamente

l'assenza della tua vita.

È così bello sentirti fuori,

desideroso di vedermi

e non mai ascoltato.

Sono crudele, lo so,

ma il gergo dei poeti è questo:

un lungo silenzio acceso

dopo un lunghissimo bacio.

 

L'uccello di fuoco

della mia mente malata

questo passero grigio

che abita nel profondo

e col suo pigolio

sempre mi fa tremare

perchè pare indifeso,

bisognoso d'amore,

qualche volta ha una voce

così tenera e nuova

che sotto il suo trionfo

detto la poesia.

Io sono folle, folle,

folle di amore per te.

Io gemo di tenerezza

perché sono folle, folle,

perché ti ho perduto.

Stamane il mattino era sì caldo

che a me dettava questa confusione,

ma io ero malata di tormento

ero malata di tua perdizione.

 

MONTALE

Ho sceso

dandoti il braccio

almeno un milione di scale

e ora

che non ci sei

è il vuoto ad ogni gradino

Anche oggi è stato breve

il nostro lungo viaggio

il mio dura tuttora

né più mi occorrono

le coincidenze

le prenotazioni

le trappole

gli scorni di chi crede

che la realtà sia quella che si vede

Ho sceso milioni di scale

dandoti il braccio

non già perché con quattr’occhi

forse si vede di più

con te le ho scese

perché sapevo che di noi due

le sole vere pupille

sebbene tanto offuscate

erano le tue

 

 

 

 

Meriggiare pallido e assorto

presso un rovente muro d’orto,

ascoltare tra i pruni e gli sterpi

schiocchi di merli, frusci di serpi.

Nelle crepe del suolo o su la veccia

spiar le file di rosse formiche

ch’ora si rompono ed ora s’intrecciano

a sommo di minuscole biche.

Osservare tra frondi il palpitare

lontano di scaglie di mare

mentre si levano tremuli scricchi

di cicale dai calvi picchi.

E andando nel sole che abbaglia

sentire con triste meraviglia

com’è tutta la vita e il suo travaglio

in questo seguitare una muraglia

che ha in cima cocci aguzzi di bottiglia.

 

Oh come là nella corusca

distesa che s'inarca verso i colli,

il brusìo della sera s'assottiglia

e gli alberi discorrono col trito

mormorio della rena; come limpida

s'inalvea là in decoro

di colonne e di salci ai lati e grandi salti

di lupi nei giardini, tra le vasche ricolme

che traboccano,

questa vita di tutti non più posseduta

del nostro respiro;

e come si ricrea una luce di zàffiro

per gli uomini

che vivono laggiù: è troppo triste

che tanta pace illumini a spiragli

e tutto ruoti poi con rari guizzi

su l'anse vaporanti, con incroci

di camini, con grida dai giardini

pensili, con sgomenti e lunghe risa

sui tetti ritagliati, tra le quinte

dei frondami ammassati ed una coda

fulgida che trascorra in cielo prima

che il desiderio trovi le parole!

Derelitte sul poggio

fronde della magnolia

verdibrune se il vento

porta dai frigidari

dei pianterreni un travolto

concitamento d'accordi

ed ogni foglia che oscilla

o rilampeggia nel folto

in ogni fibra s'imbeve

di quel saluto, e più ancora

derelitte le fronde

dei vivi che si smarriscono

nel prisma del minuto,

le membra di febbre votate

al moto che si ripete

in circolo breve: sudore

che pulsa, sudore di morte,

atti minuti specchiati,

sempre gli stessi, rifranti

echi del batter che in alto

sfaccetta il sole e la pioggia,

fugace altalena tra vita

che passa e vita che sta,

quassù non c'è scampo: si muore

sapendo o si sceglie la vita

che muta ed ignora: altra morte.

E scende la cuna tra logge

ed erme: l'accordo commuove

le lapidi che hanno veduto

le immagini grandi, l'onore,

l'amore inflessibile, il giuoco,

la fedeltà che non muta.

E il gesto rimane: misura

il vuoto, ne sonda il confine:

il gesto ignoto che esprime

se stesso e non altro: passione

di sempre in un sangue e un cervello

irripetuti; e fors'entra

nel chiuso e lo forza con l'esile

sua punta di grimaldello.

Il rumore degli émbrici distrutti

dalla bufera

nell'aria dilatata che non s'incrina,

l'inclinarsi del pioppo

del Canadà, tricuspide, che vibra

nel giardino a ogni strappo -

e il segno di una vita che assecondi

il marmo a ogni scalino come l'edera

diffida dello slancio solitario

dei ponti che discopro da quest'altura;

d'una clessidra che non sabbia ma opere

misuri e volti umani, piante umane;

d'acque composte sotto padiglioni

e non più irose a ritentar fondali

di pomice, è sparito? Un suono lungo

dànno le terrecotte, i pali appena

difendono le ellissi dei convolvoli,

e le locuste arrancano piovute

sui libri dalle pergole; dura opera,

tessitrici celesti, ch'è interrotta

sul telaio degli uomini. E domani...

 

 

 

 

 

Forse un mattino andando in un'aria di vetro,

arida, rivolgendomi, vedrò compirsi il miracolo:

il nulla alle mie spalle, il vuoto dietro

di me, con un terrore di ubriaco.

Poi come s'uno schermo, s'accamperanno di gitto

alberi case colli per l'inganno consueto.

Ma sarà troppo tardi; ed io me n'andrò zitto

tra gli uomini che non si voltano, col mio segreto.

 

 

 

Prima del viaggio si scrutano gli orari,

le coincidenze, le soste, le pernottazioni

e le prenotazioni ( di camere con bagno

o doccia, a un letto o due o addirittura un flat);

si consultano

le guide Hachette e quelle dei musei,

si scambiano valute, si dividono

franchi da escudos, rubli da copechi;

prima del viaggio si informa

qualche amico o parente,si controllano

valigie e passaporti, si completa

il corredo, si acquista un supplemento

di lamette da barba, eventualmente

si dà un’occhiata al testamento, pura

scaramanzia perché i disastri aerei

in percentuale sono nulla;

prima

del viaggio si è tranquilli ma si sospetta che

il saggio non si muova e che il piacere

di ritornare costi uno sproposito.

E poi si parte e tutto è OK e tutto

è per il meglio e inutile.

E ora che ne sarà

del mio viaggio?

Troppo accuratamente l’ho studiato

senza saperne nulla. Un imprevisto

è la sola speranza. Ma mi dicono

che è una stoltezza dirselo.

 

Spesso il male di vivere ho incontrato:

era il rivo strozzato che gorgoglia,

era l'incartocciarsi della foglia

riarsa, era il cavallo stramazzato.

Bene non seppi, fuori del prodigio

che schiude la divina Indifferenza:

era la statua nella sonnolenza

del meriggio, e la nuvola, e il falco alto levato.

 

 

 

ll viaggio finisce qui:

nelle cure meschine che dividono

l'anima che non sa più dare un grido.

Ora I minuti sono eguali e fissi

come I giri di ruota della pompa.

Un giro: un salir d'acqua che rimbomba.

Un altro, altr'acqua, a tratti un cigolio.

Il viaggio finisce a questa spiaggia

che tentano gli assidui e lenti flussi.

Nulla disvela se non pigri fumi

la marina che tramano di conche

I soffi leni: ed è raro che appaia

nella bonaccia muta

tra l'isole dell'aria migrabonde

la Corsica dorsuta o la Capraia.

Tu chiedi se così tutto vanisce

in questa poca nebbia di memorie;

se nell'ora che torpe o nel sospiro

del frangente si compie ogni destino.

Vorrei dirti che no, che ti s'appressa

l'ora che passerai di là dal tempo;

forse solo chi vuole s'infinita,

e questo tu potrai, chissà, non io.

Penso che per i più non sia salvezza,

ma taluno sovverta ogni disegno,

passi il varco, qual volle si ritrovi.

Vorrei prima di cedere segnarti

codesta via di fuga

labile come nei sommossi campi

del mare spuma o ruga.

Ti dono anche l'avara mia speranza.

A' nuovi giorni, stanco, non so crescerla:

l'offro in pegno al tuo fato, che ti scampi.

Il cammino finisce a queste prode

che rode la marea col moto alterno.

Il tuo cuore vicino che non m'ode

salpa già forse per l'eterno.

 

Non chiederci la parola che squadri da ogni lato

l'animo nostro informe, e a lettere di fuoco

lo dichiari e risplenda come un croco

perduto in mezzo a un polveroso prato.

Ah l'uomo che se ne va sicuro,

agli altri ed a se stesso amico,

e l'ombra sua non cura che la canicola

stampa sopra uno scalcinato muro!

Non domandarci la formula che mondi possa aprirti,

sì qualche storta sillaba e secca come un ramo.

Codesto solo oggi possiamo dirti,

ciò che non siamo, ciò che non vogliamo.

 

 

Lo sai: debbo riperderti e non posso.

Come un tiro aggiustato mi sommuove

ogni opera, ogni grido e anche lo spiro

salino che straripa

dai moli e fa l'oscura primavera

di Sottoripa.

Paese di ferrame e alberature

a selva nella polvere del vespro.

Un ronzìo lungo viene dall'aperto,

strazia com'unghia i vetri. Cerco il segno

smarrito, il pegno solo ch'ebbi in grazia

da te.

E l'inferno è certo.

 

Cigola la carrucola del pozzo,

l'acqua sale alla luce e vi si fonde.

Trema un ricordo nel ricolmo secchio,

nel puro cerchio un'immagine ride.

Accosto il volto ad evanescenti labbri:

si deforma il passato, si fa vecchio,

appartiene ad un altro...

Ah che già stride

la ruota, ti ridona all'atro fondo,

visione, una distanza ci divide.

 

Tu non ricordi la casa dei doganieri

sul rialzo a strapiombo sulla scogliera:

desolata t'attende dalla sera

in cui v'entrò lo sciame dei tuoi pensieri

e vi sostò irrequieto.

Libeccio sferza da anni le vecchie mura

e il suono del tuo riso non è più lieto:

la bussola va impazzita all'avventura

e il calcolo dei dadi più non torna.

Tu non ricordi; altro tempo frastorna

la tua memoria; un filo s'addipana.

Ne tengo ancora un capo; ma s'allontana

la casa e in cima al tetto la banderuola

affumicata gira senza pietà.

Ne tengo un capo; ma tu resti sola

né qui respiri nell'oscurità.

Oh l'orizzonte in fuga, dove s'accende

rara la luce della petroliera!

Il varco è qui? (Ripullula il frangente

ancora sulla balza che scoscende...)

Tu non ricordi la casa di questa

mia sera. Ed io non so chi va e chi resta.

 

 

 

Esterina, i vent'anni ti minacciano,

grigiorosea nube

che a poco a poco in sé ti chiude.

Ciò intendi e non paventi.

Sommersa ti vedremo

nella fumea che il vento

lacera o addensa, violento.

Poi dal flotto di cenere uscirai

adusta più che mai,

proteso a un'avventura più lontana

l'intento viso che assembra l'arciera Diana.

Salgono i venti autunni,

t'avviluppano andate primavere;

ecco per te rintocca

un presagio nell'elisie sfere.

Un suono non ti renda

qual d'incrinata brocca percossa!;

io prego sia

per te concerto ineffabile

di sonagliere.

La dubbia dimane non t'impaura.

Leggiadra ti distendi

sullo scoglio lucente di sale

e al sole bruci le membra.

Ricordi la lucertola

ferma sul masso brullo;

te insidia giovinezza,

quella il lacciòlo d'erba del fanciullo.

L'acqua è la forza che ti tempra,

nell'acqua ti ritrovi e ti rinnovi:

noi ti pensiamo come un'alga, un ciottolo,

come un'equorea creatura

che la salsedine non intacca

ma torna al lito piú pura.

Hai ben ragione tu! Non turbare

di ubbie il sorridente presente.

La tua gaiezza impegna già il futuro

ed un crollar di spalle

dirocca i fortilizi

del tuo domani oscuro.

T'alzi e t'avanzi sul ponticello

esiguo, sopra il gorgo che stride:

il tuo profìlo s'incide

contro uno sfondo di perla.

Esiti a sornmo del tremulo asse,

poi ridi, e come spiccata da un vento

t'abbatti fra le braccia

del tuo divino amico che t'afferra.

Ti guardiamo noi, della razza

di chi rimane a terra.

 

 

Qualche volta la polvere da sparo

non prende fuoco per umidità,

altre volte s'accende senza il fiammifero o l'acciarino.

Basterebbe il tascabile briquet

se ci fosse una goccia di benzina.

E infine non occorre fuoco affatto,

anzi un buon sottozero tiene a freno

la tediosa bisava, l'Ispirazione.

Non era troppo arzilla giorni fa

ma incerottava bene le sue rughe.

Ora pare nascosta tra le pieghe

della tenda e ha vergogna di se stessa.

Troppe volte ha mentito, ora può scendere

sulla pagina il buio il vuoto il niente.

Di questo puoi fidarti amico scriba.

Puoi credere nel buio quando la luce mente.

Il soffio cresce, il buio è rotto a squarci,

e l'ombra che tu mandi sulla fragile

palizzata s'arriccia. Troppo tardi

se vuoi esser te stessa! Dalla palma

tonfa il sorcio, il baleno è sulla miccia,

sui lunghissimi cigli del tuo sguardo.

 

Piove sui nuovi epistèmi

del primate a due piedi,

sull’uomo indiato, sul cielo,

ottimizzato, sul ceffo

dei teologi in tuta o paludati,

piove sul progresso

della contestazione,

piove sui works in regress,

piove sui cipressi malati

del cimitero, sgocciola

sulla pubblica opinione.

Piove, ma dove appari

non è acqua né atmosfera,

piove perché se non sei

è solo la mancanza

e può affogare.

 

E’ pur nostro il disfarsi delle sere.

E per noi è la stria che dal mare

sale al parco e ferisce gli aloè.

Puoi condurmi per mano, se tu fingi

di crederti con me, se ho la follia

di seguirti lontano e ciò che stringi,

ciò che dici, m’appare in tuo potere.

Fosse tua vita quella che mi tiene

sulle soglie – e potrei prestarti un volto,

vaneggiarti figura. Ma non è,

non è così. Il polipo che insinua

tentacoli d’inchiostro tra gli scogli

può servirsi di te. Tu gli appartieni

e non lo sai. Sei lui, ti credi te.

 

Ascoltami, i poeti laureati

si muovono soltanto fra le piante

dai nomi poco usati: bossi ligustri o acanti.

lo, per me, amo le strade che riescono agli erbosi

fossi dove in pozzanghere

mezzo seccate agguantano i ragazzi

qualche sparuta anguilla:

le viuzze che seguono i ciglioni,

discendono tra i ciuffi delle canne

e mettono negli orti, tra gli alberi dei limoni.

Meglio se le gazzarre degli uccelli

si spengono inghiottite dall'azzurro:

più chiaro si ascolta il sussurro

dei rami amici nell'aria che quasi non si muove,

e i sensi di quest'odore

che non sa staccarsi da terra

e piove in petto una dolcezza inquieta.

Qui delle divertite passioni

per miracolo tace la guerra,

qui tocca anche a noi poveri la nostra parte di ricchezza

ed è l'odore dei limoni.

Vedi, in questi silenzi in cui le cose

s'abbandonano e sembrano vicine

a tradire il loro ultimo segreto,

talora ci si aspetta

di scoprire uno sbaglio di Natura,

il punto morto del mondo, l'anello che non tiene,

il filo da disbrogliare che finalmente ci metta

nel mezzo di una verità.

Lo sguardo fruga d'intorno,

la mente indaga accorda disunisce

nel profumo che dilaga

quando il giorno più languisce.

Sono i silenzi in cui si vede

in ogni ombra umana che si allontana

qualche disturbata Divinità.

Ma l'illusione manca e ci riporta il tempo

nelle città rumorose dove l'azzurro si mostra

soltanto a pezzi, in alto, tra le cimase.

La pioggia stanca la terra, di poi; s'affolta

il tedio dell'inverno sulle case,

la luce si fa avara - amara l'anima.

Quando un giorno da un malchiuso portone

tra gli alberi di una corte

ci si mostrano i gialli dei limoni;

e il gelo dei cuore si sfa,

e in petto ci scrosciano

le loro canzoni

le trombe d'oro della solarità.

 

Il mio sogno non è nelle quattro stagioni.

Non nell'inverno

che spinge accanto a stanchi termosifoni

e spruzza di ghiaccioli i capelli già grigi,

e non nei falò accesi nelle periferie

dalle pandemie erranti, non nel fumo

d'averno che lambisce i cornicioni

e neppure nell'albero di Natale

che sopravvi ve, forse, solo nelle prigioni.

Il mio sogno non è nella primavera,

l'età di cui ci parlano antichi fabulari,

e non nelle ramaglie che stentano a metter piume,

non nel tinnulo strido della marmotta

quando s'affaccia dal suo buco

e neanche nello schiudersi delle osterie e dei crotti

nell'illusione che ormai più non piova

o pioverà forse altrove, chissà dove.

Il mio sogno non è nell'estate

nevrotica di falsi miraggi e lunazioni

di malaugurio, nel fantoccio nero

dello spaventa passeri e nel reticolato

del tramaglio squarciato dai delfini,

non nei barbagli afosi dei suoi mattini

e non nelle subacquee peregrinazioni

di chi affonda con sé e col suo passato.

Il mio sogno non è nell'autunno

fumicoso, avvinato, rinvenibile

solo nei calendari o nelle fiere

del barbanera, non nelle sue nere

fulminee sere, nelle processioni

vendemmiali o liturgiche, nel grido dei pavoni,

nel giro dei frantoi, nell'intasarsi

della larva e del ghiro.

Il mio sogno non sorge mai dal grembo

delle stagioni, ma nell'intemporaneo

che vive dove muoiono le ragioni

e dio sa s'era tempo; o s'era inutile.

 

Portami il girasole ch'io lo trapianti

nel mio terreno bruciato dal salino,

e mostri tutto il giorno agli azzurri specchianti

del cielo l'ansietà del suo volto giallino.

Tendono alla chiarità le cose oscure,

si esauriscono i corpi in un fluire

di tinte: queste in musiche. Svanire

è dunque la ventura delle venture.

Portami tu la pianta che conduce

dove sorgono bionde trasparenze

e vapora la vita quale essenza;

portami il girasole impazzito di luce.

 

NERUDA

Toglimi il pane, se vuoi,

toglimi l’aria, ma

non togliermi il tuo sorriso.

Non togliermi la rosa,

la lancia che sgrani,

l’acqua che d’improvviso

scoppia nella tua gioia,

la repentina onda

d’argento che ti nasce.

Dura è la mia lotta e torno

con gli occhi stanchi,

a volte, d’aver visto

la terra che non cambia,

ma entrando il tuo sorriso

sale al cielo cercandomi

ed apre per me tutte

le porte della vita.

Amor mio, nell’ora

più oscura sgrana

il tuo sorriso, e se d’improvviso

vedi che il mio sangue macchia

le pietre della strada,

ridi, perché il tuo riso

sarà per le mie mani

come una spada fresca.

Vicino al mare, d’autunno,

il tuo riso deve innalzare

la sua cascata di spuma,

e in primavera, amore,

voglio il tuo riso come

il fiore che attendevo,

il fiore azzurro, la rosa

della mia patria sonora.

Riditela della notte,

del giorno, della luna,

riditela delle strade

contorte dell’isola,

riditela di questo rozzo

ragazzo che ti ama,

ma quando apro gli occhi

e quando li richiudo,

quando i miei passi vanno,

quando tornano i miei passi,

negami il pane, l’aria,

la luce, la primavera,

ma il tuo sorriso mai,

perché io ne morrei.

 

 

 

 

 

Mi piaci quando taci perché sei come assente,

e mi ascolti da lungi e la mia voce non ti tocca.

Sembra che gli occhi ti sian volati via

e che un bacio ti abbia chiuso la bocca.

Poiché tutte le cose son piene della mia anima

emergi dalle cose, piene dell'anima mia.

Farfalla di sogno, rassomigli alla mia anima,

e rassomigli alla parola malinconia.

Mi piaci quando taci e sei come distante.

E stai come lamentandoti, farfalla turbante.

E mi ascolti da lungi, e la mia voce non ti raggiunge:

lascia che io taccia col tuo silenzio.

Lascia che ti parli pure col tuo silenzio

chiaro come una lampada, semplice come un anello.

Sei come la notte, silenziosa e costellata.

Il tuo silenzio è di stella, così lontano e semplice.

Mi piaci quando taci perché sei come assente.

Distante e dolorosa come se fossi morta.

Allora una parola, un sorriso bastano.

E son felice, felice che non sia così.

 

 

Non t'amo come se fossi rosa di sale, topazio
o freccia di garofani che propagano il fuoco:
t'amo come si amano certe cose oscure,
segretamente, entro l'ombra e l'anima.
T'amo come la pianta che non fiorisce e reca
dentro di sè, nascosta, la luce di quei fiori;
grazie al tuo amore vive oscuro nel mio corpo
il concentrato aroma che ascese dalla terra.
T'amo senza sapere come, nè quando nè da dove,
t'amo direttamente senza problemi nè orgoglio:
così ti amo perchè non so amare altrimenti
che così, in questo modo in cui non sono e non sei,
così vicino che la tua mano sul mio petto è mia,
così vicino che si chiudono i tuoi occhi col mio sonno.

 

Nuda sei semplice come una delle tue mani,

liscia, terrestre, minima, rotonda, trasparente,

hai linee di luna, sentieri di mela,

nuda sei delicata come il grano nudo.

Nuda sei azzurra come la notte a Cuba,

hai rampicanti e stelle fra i tuoi capelli,

nuda sei enorme e gialla

come l'estate in una chiesa d'oro.

Nuda sei piccola come una delle tue unghie,

curva, sottile, rosea finché nasce il giorno

e t'addentri nel sotterraneo del mondo

come in una lunga galleria di vestiti e di lavori:

la tua chiarezza si spegne, si veste, si sfoglia

e di nuovo torna a essere una mano nuda.

 

 

Per il mio cuore basta il tuo petto,

per la tua libertà bastano le mie ali.

Dalla mia bocca arriverà fino al cielo

ciò che stava sopito sulla tua anima.

E' in te l'illusione di ogni giorno.

Giungi come la rugiada sulle corolle.

Scavi l'orizzonte con la tua assenza.

Eternamente in fuga come l'onda.

Ho detto che cantavi nel vento

come i pini e come gli alberi maestri delle navi.

Come quelli sei alta e taciturna.

E di colpo ti rattristi, come un viaggio.

Accogliente come una vecchia strada.

Ti popolano echi e voci nostalgiche.

Io mi sono svegliato e a volte migrano e fuggono

gli uccelli che dormivano nella tua anima.

 

 

Posso scrivere i versi più tristi stanotte.

Scrivere, per esempio. "La notte è stellata,

e tremano, azzurri, gli astri in lontananza".

E il vento della notte gira nel cielo e canta.

Posso scrivere i versi più tristi stanotte.

Io l'ho amata e a volte anche lei mi amava.

In notti come questa l'ho tenuta tra le braccia.

L'ho baciata tante volte sotto il cielo infinito.

Lei mi ha amato e a volte anch'io l'amavo.

Come non amare i suoi grandi occhi fissi.

Posso scrivere i versi più tristi stanotte.

Pensare che non l'ho più. Sentire che l'ho persa.

Sentire la notte immensa, ancor più immensa senza di lei.

E il verso scende sull'anima come la rugiada sul prato.

Poco importa che il mio amore non abbia saputo fermarla.

La notte è stellata e lei non è con me.

Questo è tutto. Lontano, qualcuno canta. Lontano.

La mia anima non si rassegna d'averla persa.

Come per avvicinarla, il mio sguardo la cerca.

Il mio cuore la cerca, e lei non è con me.

La stessa notte che sbianca gli stessi alberi.

Noi, quelli d'allora, già non siamo gli stessi.

Io non l'amo più, è vero, ma quanto l'ho amata.

La mia voce cercava il vento per arrivare alle sue orecchie.

D'un altro. Sarà d'un altro. Come prima dei miei baci.

La sua voce, il suo corpo chiaro. I suoi occhi infiniti.

Ormai non l'amo più, è vero, ma forse l'amo ancora.

E' così breve l'amore e così lungo l'oblio.

E siccome in notti come questa l'ho tenuta tra le braccia,

la mia anima non si rassegna d'averla persa.

Benchè questo sia l'ultimo dolore che lei mi causa,

e questi gli ultimi versi che io le scrivo.

 

 

 

Ho fame della tua bocca, della tua voce, del tuoi capelli

e vado per le strade senza nutrirmi, silenzioso,

non mi sostiene il pane, l'alba mi sconvolge,

cerco il suono liquido dei tuoi piedi nel giorno.

Sono affamato del tuo riso che scorre,

delle tue mani color di furioso granaio,

ho fame della pallida pietra delle tue unghie,

voglio mangiare la tua pelle come mandorla intatta.

Voglio mangiare il fulmine bruciato nella tua bellezza,

il naso sovrano dell'aitante volto,

voglio mangiare l'ombra fugace delle tue ciglia

e affamato vado e vengo annusando il crepuscolo,

cercandoti, cercando il tuo cuore caldo

come un puma nella solitudine di Quitratúe

 

 

 

Fanciulla snella e bruna, il sole che crea la frutta,

quello che incurva le alghe e fa granire i grani,

creò il tuo corpo gaio, i tuoi occhi di luce

e la tua bocca che sorride col sorriso dell'acqua.

Un sole nero e ansioso ti avvolge a ogni filo

dei tuoi neri capelli, quando stiri le braccia.

Tu giochi con il sole come con un ruscello

e due oscuri ristagni lui ti lascia negli occhi.

Fanciulla snella e bruna, niente a te mi avvicina.

Tutto da te mi scosta come dal mezzogiorno.

Tu sei la gioventù frenetica dell'ape,

l'ubriachezza dell'onda, la forza della spiga.

Eppure, tenebroso, il mio cuore ti cerca:

amo il tuo corpo gaio, la tua voce svelta e lieve.

Farfalla bruna, dolce e definitiva,

come il frumento e il sole, il papavero e l'acqua.

 

 

 

Tutta la notte ho dormito con te

vicino al mare, nell'isola.

Eri selvaggia e dolce tra il piacere e il sonno,

tra il fuoco e l'acqua.

Forse assai tardi

i nostri sogni si unirono,

nell'alto o nel profondo,

in alto come i rami che muove uno stesso vento,

in basso come rosse radici che si toccano.

Forse il tuo sogno

si separò dal mio

e per il mare oscuro

mi cercava,

come prima,

quando ancora non esistevi,

quando senza scorgerti

navigai al tuo fianco

e i tuoi occhi cercavano

ciò che ora

- pane, vino, amore e collera -

ti do a mani piene,

0perché tu sei la coppa

che attendeva i doni della mia vita.

Ho dormito con te

tutta la notte, mentre

l'oscura terra gira

con vivi e con morti,

e svegliandomi d'improvviso

in mezzo all'ombra

il mio braccio circondava la tua cintura.

Ne la notte ne il sonno

poterono separarci.

Ho dormito con te

e svegliandomi la tua bocca

uscita dal sonno

mi diede il sapore di terra,

d'acqua marina, di alghe,

del fondo della vita,

e ricevetti il tuo bacio

bagnato dall'aurora,

come se mi giungesse

dal mare che ci circonda.

 

 

Io ti sognai una sera...

Donna, fatta di tutte le mie finzioni riunite,

hai vibrato nei miei nervi come una maestà,

piangendo nei sentieri dell'illusione perduta

ho sentito il contatto della tua ignota beltà.

Avvizziti i miei sogni e le mie folli chimere

ti ho forgiata a pezzi celesti e carnali,

come una resurrezione, come una primavera

nella selva di tanti stupidi ideali...

Ho sognato la tua carne divina e profumata,

in mezzo a un morboso torturare del mio essere;

e anche se imprecisa, so come sei, amata,

finzione fatta maestà in carne di donna...

Io ti cerco negli occhi di tutte le donne,

ti cerco però mai ho potuto incontrarti,

e c'è nel disincanto, l'incanto che sei

o che sarai più bella di una donna volgare.

Ti sentiranno i miei sogni eternamente mia,

spuntare dalla bruma di tutte le mie tristezze,

come germinatrice di rare allegrie

che ravviveran la fiamma della tua ignota bellezza.

 

 

 

Quando morrò voglio le tue mani sui miei occhi:

voglio che la luce e il frumento delle tue mani amate

passino una volta ancora su di me la loro freschezza:

sentire la soavità che cambiò il mio destino.

Voglio che tu viva mentr' io, addormentato, t'attendo,

voglio che le tue orecchie continuino a udire il vento,

che fiuti l'aroma del mare che amammo uniti

e che continui a calpestare l'arena che calpestammo.

Voglio che ciò che amo continui a esser vivo

e te amai e cantai sopra tutte le cose,

per questo continua a fiorire, fiorita,

perché raggiunga tutto ciò che il mio amore ti ordina,

perché la mia ombra passeggi per la tua chioma,

perché così conoscano la ragione del mio canto.

 

 

 

ORAZIO

Guarda la neve che imbianca tutto

il Soratte e gli alberi che gemono

al suo peso, i fiumi rappresi

nella morsa del gelo.

Sciogli questo freddo, Taliarco,

e legna, legna aggiungi al focolare;

poi senza calcolo versa vino vecchio

da un'anfora sabina.

Lascia il resto agli dei: quando placano

sul mare in burrasca la furia dei venti,

non trema piú nemmeno un cipresso,

un frassino cadente.

Smettila di chiederti cosa sarà domani,

e qualunque giorno la fortuna ti conceda

segnalo tra gli utili. Se ancora lontana

è la vecchiaia fastidiosa,

dalla tua verde età, non disprezzare, ragazzo,

gli amori teneri e le danze. Ora ti chiamano

l'arena, le piazze e i sussurri lievi

di un convegno alla sera,

il riso soffocato che ti rivela l'angolo

segreto dove si nasconde il tuo amore,

il pegno strappato da un braccio

o da un dito che resiste appena.

 

 

 

 

 

 

 

ORELLLI

Dal buffo buio

sotto una falda della mia giacca

tu dici: « Io vedo l'acqua

d'un fiume che si chiama Ticino

lo riconosco dai sassi

Vedo il sole che è un fuoco

e se lo tocchi con senza guanti ti scotti

Devo dire una cosa alla tua ascella

una cosa pochissimo da ridere

Che neve bizantina

Sento un rumore un odore di strano

c’è qualcosa che non funziona?

forse il lucchetto, non so

ma forse mi confondo con prima

Pensa: se io fossi una rana

quest'anno morirei »

« Vedi gli ossiuri? gli ussari? gli ossimori?

Vedi i topi andarsene compunti

dal Centro Storico verso il Governo? »

« Vedo due che si occhiano

Vedo la sveglia che ci guarda in ginocchio

Vedo un fiore che c'era il vento

Vedo un morto ferito

Vedo il pennello dei tempi dei tempi

il tuo giovine pennello da barba

Vedo un battello morbido

Vedo te ma non come attraverso

il cono del gelato »

« E poi? »

« Vedo una cosa che comincia per GN »

« Cosa? »

« Gnente »

(« Era solo per dirti che son qui,

solo per salutarti »)

 

PALAZZESCHI

L'hai visto passare stasera?

L'ho visto.

L'hai visto ieri sera?

L'ho visto, lo vedo ogni sera.

Ti guarda?

No, non guarda dritto,

guarda solo la in basso

la in basso dove comincia il cielo

e finisce la terra

nel fascio di luce

lasciato dal tramonto.

E dopo il tramonto se ne va.

da Solo?

da Solo.

Vestito?

Di nero, è sempre vestito di nero.

Ma dove si ferma?

In quale capanna?

In quale palazzo?

 

PASCOLI

C'è una voce nella mia vita,

che avverto nel punto che muore;

voce stanca, voce smarrita,

col tremito del batticuore:

voce d'una accorsa anelante,

che al povero petto s'afferra

per dir tante cose e poi tante,

ma piena ha la bocca di terra:

tante tante cose che vuole

ch'io sappia, ricordi, sì... sì...

ma di tante tante parole

non sento che un soffio... Zvanî...

Quando avevo tanto bisogno

di pane e di compassione,

che mangiavo solo nel sogno,

svegliandomi al primo boccone;

una notte, su la spalletta

del Reno, coperta di neve,

dritto e solo (passava in fretta

l'acqua brontolando, Si beve?);

dritto e solo, con un gran pianto

d'avere a finire così,

mi sentii d'un tratto daccanto

quel soffio di voce... Zvanî...

Oh! la terra, com'è cattiva!

la terra, che amari bocconi!

Ma voleva dirmi, io capiva:

- No... no... Di' le devozioni!

Le dicevi con me pian piano,

con sempre la voce più bassa:

la tua mano nella mia mano:

ridille! vedrai che ti passa.

Non far piangere piangere piangere

(ancora!) chi tanto soffrì!

il tuo pane, prega il tuo angelo

che te lo porti... Zvanî... -

Una notte dalle lunghe ore

(nel carcere!), che all'improvviso

dissi - Avresti molto dolore,

tu, se non t'avessero ucciso,

ora, o babbo! - che il mio pensiero,

dal carcere, con un lamento,

vide il babbo nel cimitero,

le pie sorelline in convento:

e che agli uomini, la mia vita,

volevo lasciargliela lì...

risentii la voce smarrita

che disse in un soffio... Zvanî...

Oh! la terra come è cattiva!

non lascia discorrere, poi!

Ma voleva dirmi, io capiva:

- Piuttosto di' un requie per noi!

Non possiamo nel camposanto

più prendere sonno un minuto,

ché sentiamo struggersi in pianto

le bimbe che l'hanno saputo!

Oh! la vita mia che ti diedi

per loro, lasciarla vuoi qui?

qui, mio figlio? dove non vedi

chi uccise tuo padre... Zvanî?... -

Quante volte sei rivenuta

nei cupi abbandoni del cuore,

voce stanca, voce perduta,

col tremito del batticuore:

voce d'una accorsa anelante

che ai poveri labbri si tocca

per dir tante cose e poi tante;

ma piena di terra ha la bocca:

la tua bocca! con i tuoi baci,

già tanto accorati a quei dì!

a quei dì beati e fugaci

che aveva i tuoi baci... Zvanî!...

che m'addormentavano gravi

campane col placido canto,

e sul capo biondo che amavi,

sentivo un tepore di pianto!

che ti lessi negli occhi, ch'erano

pieni di pianto, che sono

pieni di terra, la preghiera

di vivere e d'essere buono!

Ed allora, quasi un comando,

no, quasi un compianto, t'uscì

la parola che a quando a quando

mi dici anche adesso... Zvanî...

 

X agosto

San Lorenzo , io lo so perché tanto

di stelle per l'aria tranquilla

arde e cade, perché si gran pianto

nel concavo cielo sfavilla.

Ritornava una rondine al tetto :

l'uccisero: cadde tra i spini;

ella aveva nel becco un insetto:

la cena dei suoi rondinini.

Ora è là, come in croce, che tende

quel verme a quel cielo lontano;

e il suo nido è nell'ombra, che attende,

che pigola sempre più piano.

Anche un uomo tornava al suo nido:

l'uccisero: disse: Perdono ;

e restò negli aperti occhi un grido:

portava due bambole in dono.

Ora là, nella casa romita,

lo aspettano, aspettano in vano:

egli immobile, attonito, addita

le bambole al cielo lontano.

E tu, Cielo, dall'alto dei mondi

sereni, infinito, immortale,

oh! d'un pianto di stelle lo inondi

quest'atomo opaco del Male!

 

C'è qualcosa di nuovo oggi nel sole,

anzi d'antico: io vivo altrove, e sento

che sono intorno nate le viole.

Son nate nella selva del convento

dei cappuccini, tra le morte foglie

che al ceppo delle querce agita il vento.

Si respira una dolce aria che scioglie

le dure zolle, e visita le chiese

di campagna, ch'erbose hanno le soglie:

un'aria d'altro luogo e d'altro mese

e d'altra vita: un'aria celestina

che regga molte bianche ali sospese...

sì, gli aquiloni! È questa una mattina

che non c'è scuola. Siamo usciti a schiera

tra le siepi di rovo e d'albaspina.

Le siepi erano brulle, irte; ma c'era

d'autunno ancora qualche mazzo rosso

di bacche, e qualche fior di primavera

bianco; e sui rami nudi il pettirosso

saltava, e la lucertola il capino

mostrava tra le foglie aspre del fosso.

Or siamo fermi: abbiamo in faccia Urbino

ventoso: ognuno manda da una balza

la sua cometa per il ciel turchino.

Ed ecco ondeggia, pencola, urta, sbalza,

risale, prende il vento; ecco pian piano

tra un lungo dei fanciulli urlo s'inalza.

S'inalza; e ruba il filo dalla mano,

come un fiore che fugga su lo stelo

esile, e vada a rifiorir lontano.

S'inalza; e i piedi trepidi e l'anelo

petto del bimbo e l'avida pupilla

e il viso e il cuore, porta tutto in cielo.

Più su, più su: già come un punto brilla

lassù lassù... Ma ecco una ventata

di sbieco, ecco uno strillo alto... - Chi strilla?

Sono le voci della camerata

mia: le conosco tutte all'improvviso,

una dolce, una acuta, una velata...

A uno a uno tutti vi ravviso,

o miei compagni! e te, sì, che abbandoni

su l'omero il pallor muto del viso.

Sì: dissi sopra te l'orazïoni,

e piansi: eppur, felice te che al vento

non vedesti cader che gli aquiloni!

Tu eri tutto bianco, io mi rammento.

solo avevi del rosso nei ginocchi,

per quel nostro pregar sul pavimento.

Oh! te felice che chiudesti gli occhi

persuaso, stringendoti sul cuore

il più caro dei tuoi cari balocchi!

Oh! dolcemente, so ben io, si muore

la sua stringendo fanciullezza al petto,

come i candidi suoi pètali un fiore

ancora in boccia! O morto giovinetto,

anch'io presto verrò sotto le zolle

là dove dormi placido e soletto...

Meglio venirci ansante, roseo, molle

di sudor, come dopo una gioconda

corsa di gara per salire un colle!

Meglio venirci con la testa bionda,

che poi che fredda giacque sul guanciale,

ti pettinò co' bei capelli a onda

tua madre... adagio, per non farti male.

 

La tessitrice

Mi son seduto su la panchetta

come una volta ... quanti anni fa?

Ella, come una volta, s'e' stretta

su la panchetta.

E non il suono d'una parola;

solo un sorriso tutto pietà'.

La bianca mano lascia la spola.

Piango, e le dico: Come ho potuto,

dolce mio bene, partir da te?

Piange, e mi dice d'un cenno muto:

Come hai potuto?

Con un sospiro quindi la cassa

tira del muto pettine a sé'.

Muta la spola passa e ripassa.

Piango, e le chiedo: Perché non suona

dunque l'arguto pettine più?

Ella mi fissa timida e buona:

Perché non suona?

E piange, piange — Mio dolce amore,

non t'hanno detto? non lo sai tu?

Io non son viva che nel tuo cuore.

Morta! Sì, morta! Se tesso, tesso

per te soltanto; come, non so:

in questa tela, sotto il cipresso,

accanto alfine ti dormirò. —

 

 

Il gelsomino notturno

E s’aprono i fiori notturni,

nell’ora che penso a’ miei cari.

Sono apparsi in mezzo ai viburni

Le farfalle crepuscolari.

Da un pezzo si tacquero i gridi:

là sola una casa bisbiglia.

Sotto l’ali dormono i nidi,

come gli occhi sotto le ciglia.

Dai calici aperti si esala

L’odore di fragole rosse.

Splende un lume là nella sala.

Nasce l’erba sopra le fosse.

Un’ape tardiva sussurra

Trovando già prese le celle.

La Chioccetta per l’aia azzurra

Va col suo pigolìo di stelle.

Per tutta la notte s’esala

L’odore che passa col vento.

Passa il lume su per la scala;

brilla al primo piano: s’è spento…

E’ l’alba: si chiudono i petali

Un poco gualciti; si cova,

dentro l’urna molle e segreta,

non so che felicità nuova.

 

 

La cavalla storna

   Nella Torre il silenzio era già alto.

   Sussurravano i pioppi del Rio Salto.

   I cavalli normanni alle lor poste

   frangean la biada con rumor di croste.

   Là in fondo la cavalla era, selvaggia,

   nata tra i pini su la salsa spiaggia;

   che nelle froge avea del mar gli spruzzi

   ancora, e gli urli negli orecchi aguzzi.

   Con su la greppia un gomito, da essa

   era mia madre; e le dicea sommessa:

   "O cavallina, cavallina storna,

   che portavi colui che non ritorna;

   tu capivi il suo cenno ed il suo detto!

   Egli ha lasciato un figlio giovinetto;

   il primo d'otto tra miei figli e figlie;

   e la sua mano non toccò mai briglie.

   Tu che ti senti ai fianchi l'uragano,

   tu dai retta alla sua piccola mano.

   Tu ch'hai nel cuore la marina brulla,

   tu dai retta alla sua voce fanciulla".

   La cavalla volgea la scarna testa

   verso mia madre, che dicea più mesta:

   "O cavallina, cavallina storna,

   che portavi colui che non ritorna;

   lo so, lo so, che tu l'amavi forte!

   Con lui c'eri tu sola e la sua morte.

   O nata in selve tra l'ondate e il vento,

   tu tenesti nel cuore il tuo spavento;

   sentendo lasso nella bocca il morso,

   nel cuor veloce tu premesti il corso:

   adagio seguitasti la tua via,

   perché facesse in pace l'agonia... "

   La scarna lunga testa era daccanto

   al dolce viso di mia madre in pianto.

   "O cavallina, cavallina storna,

   che portavi colui che non ritorna;

   oh! Due parole egli dové pur dire!

   E tu capisci, ma non sai ridire.

   Tu con le briglie sciolte tra le zampe,

   con dentro gli occhi il fuoco delle vampe,

   con negli orecchi l'eco degli scoppi,

   seguitasti la via tra gli alti pioppi:

   lo riportavi tra il morir del sole,

   perché udissimo noi le sue parole".

   Stava attenta la lunga testa fiera.

   Mia madre l'abbracciò su la criniera

   "O cavallina, cavallina storna,

   portavi a casa sua chi non ritorna!

   A me, chi non ritornerà più mai!

   Tu fosti buona... Ma parlar non sai!

   Tu non sai, poverina; altri non osa.

   Oh! ma tu devi dirmi una cosa!

   Tu l'hai veduto l'uomo che l'uccise:

   esso t'è qui nelle pupille fise.

   Chi fu? Chi è? Ti voglio dire un nome.

   E tu fa cenno. Dio t'insegni, come".

   Ora, i cavalli non frangean la biada:

   dormian sognando il bianco della strada.

   La paglia non battean con l'unghie vuote:

   dormian sognando il rullo delle ruote.

   Mia madre alzò nel gran silenzio un dito:

   disse un nome... Sonò alto un nitrito.

 

La quercia caduta

   Dov'era l'ombra, or sé la quercia spande

   morta, né più coi turbini tenzona.

   La gente dice: Or vedo: era pur grande!

   Pendono qua e là dalla corona

   i nidietti della primavera.

   Dice la gente: Or vedo: era pur buona!

   Ognuno loda, ognuno taglia.

   A sera ognuno col suo grave fascio va.

   Nell'aria, un pianto... d'una capinera

   che cerca il nido che non troverà.

L'ora di Barga

Al mio cantuccio, donde non sento

se non le reste brusir del grano,

il suon dell'ore viene col vento

dal non veduto borgo montano:

suono che uguale, che blando cade,

come una voce che persuade.

Tu dici, E` l'ora; tu dici, E` tardi,

voce che cadi blanda dal cielo.

Ma un poco ancora lascia che guardi

l'albero, il ragno, l'ape, lo stelo,

cose ch'han molti secoli o un anno

o un'ora, e quelle nubi che vanno.

Lasciami immoto qui rimanere

fra tanto moto d'ale e di fronde;

e udire il gallo che da un podere

chiama, e da un altro l'altro risponde,

e, quando altrove l'anima è fissa,

gli strilli d'una cincia che rissa.

E suona ancora l'ora, e mi manda

prima un suo grido di meraviglia

tinnulo, e quindi con la sua blanda

voce di prima parla e consiglia,

e grave grave grave m'incuora:

mi dice, E` tardi; mi dice, E` l'ora.

Tu vuoi che pensi dunque al ritorno,

voce che cadi blanda dal cielo!

Ma bello è questo poco di giorno

che mi traluce come da un velo!

Lo so ch'è l'ora, lo so ch'è tardi;

ma un poco ancora lascia che guardi.

Lascia che guardi dentro il mio cuore,

lascia ch'io viva del mio passato;

se c'è sul bronco sempre quel fiore,

s'io trovi un bacio che non ho dato!

Nel mio cantuccio d'ombra romita

lascia ch'io pianga su la mia vita!

E suona ancora l'ora, e mi squilla

due volte un grido quasi di cruccio,

e poi, tornata blanda e tranquilla,

mi persuade nel mio cantuccio:

è tardi! è l'ora! Sì, ritorniamo

dove son quelli ch'amano ed amo.

 

Cantare, il giorno, ti sentii: felice?

Cantavi; la tua voce era lontana:

lontana come di stornellatrice

per la campagna frondeggiante e piana.

Lontana sì, ma io sentia nel cuore

che quel lontano canto era d'amore:

ma sì lontana, che quel dolce canto,

dentro, nel cuore, mi moriva in pianto.

 

Nebbia

Nascondi le cose lontane,

tu nebbia impalpabile e scialba,

tu fumo che ancora rampolli,

su l'alba,

da' lampi notturni e da' crolli

d'aeree frane!

Nascondi le cose lontane,

nascondimi quello ch'è morto!

Ch'io veda soltanto la siepe

dell'orto,

la mura ch'ha piene le crepe

di valeriane.

Nascondi le cose lontane:

le cose son ebbre di pianto!

Ch'io veda i due peschi, i due meli,

soltanto,

che dànno i soavi lor mieli

pel nero mio pane.

Nascondi le cose lontane

che vogliono ch'ami e che vada!

Ch'io veda là solo quel bianco

di strada,

che un giorno ho da fare tra stanco

don don di campane...

Nascondi le cose lontane,

nascondile, involale al volo

del cuore! Ch'io veda il cipresso

 

PASOLINI

Vicina agli occhi e ai capelli sciolti

sopra la fronte, tu piccola luce,

distratta arrossi le mie carte.

Adolescente ardevo fino a notte

col tuo smunto chiarore, ed era strano

udire il vento e gl'isolati grilli.

Allora, nelle stanze, smemorati

dormivano i parenti, e mio fratello

oltre un sottile muro era disteso.

Ora dove egli sia tu, rossa luce,

non dici, eppure illumini; e sospira

per le campagne inanimate il grillo;

e mia madre si pettina allo specchio,

usanza antica come la tua luce,

pensando a quel suo figlio senza vita.

 

 

 

 

 

 

Mia madre quasi giovinetta, china

sulla Livenza, raccoglie una primula

eretta, estranea… I Mori, da Sacile,

rintoccano nell’aria tutta pura,

l’ora meridiana… E il fresco peso

della mia camiciola di fanciullo,

la nube indefinita nell’azzurro,

l’odore come un urlo silenzioso,

dei campi impubi… Tutto mi si avventa

col volo della rondine nei sensi,

e qui, snervato sopra l’erba, ancora

di me resta solo il mio cuore vivo.”

 

   Nella vampa abbandonata

   del sole mattutino - che riarde,

   ormai, radendo i cantieri, sugli infissi

   riscaldati - disperate

   vibrazioni raschiano il silenzio

   che perdutamente sa di vecchio latte,

   di piazzette vuote, d'innocenza.

   Già almeno dalle sette, quel vibrare

   cresce col sole. Povera presenza

   d'una dozzina d'anziani operai,

   con gli stracci e le canottiere arsi

   dal sudore, le cui voci rare,

   le cui lotte contro gli sparsi

   blocchi di fango, le colate di terra,

   sembrano in quel tremito disfarsi.

   Ma tra gli scoppi testardi della

   benna, che cieca sembra, cieca

   sgretola, cieca afferra,

   quasi non avesse meta,

   un urlo improvviso, umano,

   nasce, e a tratti si ripete,

   così pazzo di dolore, che, umano,

   subito non sembra più, e ridiventa

   morto stridore. Poi, piano,

   rinasce, nella luce violenta,

   tra i palazzi accecati, nuovo, uguale,

   urlo che solo chi è morente,

   nell'ultimo istante, può gettare

   in questo sole che crudele ancora splende

   già addolcito da un po' d'aria di mare...

   A gridare è, straziata

   da mesi e anni di mattutini

   sudori - accompagnata

   dal muto stuolo dei suoi scalpellini,

   la vecchia scavatrice: ma, insieme, il

   fresco

   sterro sconvolto, o, nel breve confine

    dell'orizzonte novecentesco,

   tutto il quartiere... È la città,

   sprofondata in un chiarore di festa,

   - è il mondo. Piange ciò che ha

   fine e ricomincia. Ciò che era

   area erbosa, aperto spiazzo, e si fa

   cortile, bianco come cera,

   chiuso in un decoro ch'è rancore;

   ciò che era quasi una vecchia fiera

   di freschi intonachi sghembi al sole,

   e si fa nuovo isolato, brulicante

   in un ordine ch'è spento dolore.

   Piange ciò che muta, anche

   per farsi migliore. La luce

   del futuro non cessa un solo istante

    di ferirci: è qui, che brucia

   in ogni nostro atto quotidiano,

   angoscia anche nella fiducia

   che ci dà vita, nell'impeto gobettiano

   verso questi operai, che muti innalzano,

   nel rione dell'altro fronte umano,

   il loro rosso straccio di speranza.

 

PASTERNAK

Morte d'un poeta

Non ci credevano, pensavano: fandonie,

lo apprendevano da due, da tre, da tutti.

Si mettevano a fianco nella riga

del suo tempo fermatosi di botto

case di mogli di impiegati e di mercanti,

cortili ed alberi sui quali

i corvi, nel fumo d’un sole rovente,

urlavano eccitati contro le cornacchie,

perché le stolte d’ora innanzi non ficcassero

il naso nel peccato, alla malora.

Ma c’era sui volti un umido spostamento

come fra le pieghe d’una strappata vangaiuola.

Era un giorno, un innocuo giorno, più innocuo

d’una decina di precedenti giorni tuoi.

Si affollavano, allineandosi nell’anticamera,

come se lo sparo li avesse allineati.

Tu dormivi, spianato il letto sulla maldicenza,

dormivi e, cessato ogni palpito, eri placido,-

bello, ventiduenne,

come aveva predetto il tuo tetrattico.

Tu dormivi, stringendo al cuscino la guancia,

dormivi a piene gambe, a pieni mallèoli,

inserendoti ancora una volta di colpo

nella schiera delle leggende giovani.

Tu ti inseristi in esse più sensibilmente,

perché le avevi raggiunte d’un balzo.

Il tuo sparo fu simile a un Etna

in un pianoro di codardi e di codarde.

 

PAVESE

Verrà la morte e avrà i tuoi occhi

questa morte che ci accompagna dal mattino alla sera,

insonne, sorda,

come un vecchio rimorso

o un vizio assurdo.

I tuoi occhi saranno una vana parola,

un grido taciuto,

un silenzio.

Così li vedi ogni mattina.

Per tutti la morte ha uno sguardo.

Verrà la morte e avrà i tuoi occhi.

Sarà come smettere un vizio,

come vedere nello specchio

riemergere un viso

come ascoltare un discorso senza scuotere il capo.

 

Lavorare stanca

Traversare una strada per scappare di casa

lo fa solo un ragazzo, ma quest'uomo che gira

tutto il giorno le strade, non è più un ragazzo

e non scappa di casa.

Ci sono d'estate

pomeriggi che fino le piazze son vuote, distese

sotto il sole che sta per calare, e quest'uomo, che giunge

per un viale d'inutili piante, si ferma.

Val la pena esser solo, per essere sempre più solo?

Solamente girarle, le piazze e le strade

sono vuote. Bisogna fermare una donna

e parlarle e deciderla a vivere insieme.

Altrimenti, uno parla da solo. È per questo che a volte

c'è lo sbronzo notturno che attacca discorsi

e racconta i progetti di tutta la vita.

Non è certo attendendo nella piazza deserta

che s'incontra qualcuno, ma chi gira le strade

si sofferma ogni tanto. Se fossero in due,

anche andando per strada, la casa sarebbe

dove c'è quella donna e varrebbe la pena.

Nella notte la piazza ritorna deserta

e quest'uomo, che passa, non vede le case

tra le inutili luci, non leva più gli occhi:

sente solo il selciato, che han fatto altri uomini

dalle mani indurite, come sono le sue.

Non è giusto restare sulla piazza deserta.

Ci sarà certamente quella donna per strada

che, pregata, vorrebbe dar mano alla casa.

 

 

 

 

 

 

PENNA

Le porte del mondo non sanno

che fuori la pioggia le cerca.

Le cerca. Le cerca. Paziente

si perde, ritorna. La luce

non sa della pioggia. La pioggia

non sa della luce. Le porte,

le porte del mondo son chiuse:

serrate alla pioggia,

serrate alla luce.

 

Mi nasconda la notte e il dolce vento.

Da casa mia cacciato e a te venuto

mio romantico antico fiume lento.

Guardo il cielo e le nuvole e le luci

degli uomini laggiù così lontani

sempre da me. Ed io non so chi voglio

amare ormai se non il mio dolore.

La luna si nasconde e poi riappare

lenta vicenda inutilmente mossa

sovra il mio capo stanco di guardare.

 

PERSE

Ascolta oh notte

nei cortili deserti e sotto gli archi solitari,

fra le rovine sante e lo sbriciolarsi dei vecchi termitai

il grande passo sovrano

dell’anima senza tana

come su lastre di bronzo

dove s’aggirasse una belva.

Grande età, eccoci qui,

prendi misura del cuore dell’uomo

 

PESSOA

Ho pena delle stelle                          

che brillano da tanto tempo,

da tanto tempo...

Ho pena delle stelle.

Non ci sarà una stanchezza

delle cose,

di tutte le cose,

come delle gambe o di un braccio?

Una stanchezza di esistere,

di essere,

solo di essere,

l’essere triste lume o un sorriso...

Non ci sarà dunque,

per le cose che sono,

non la morte, bensì

un’altra specie di fine,

o una grande ragione:

qualcosa così, come un perdono?

PETRARCA

Benedetto sia ‘ l giorno e ‘ l mese e l ‘ anno

e la stagione e ‘ l tempo e l ‘ ora e ‘ l punto

e ‘ l bel paese e ‘ l loco ov’ io fui giunto

da’ duo begli occhi che legato m ‘ ànno ;

e benedetto il primo dolce affanno

ch ‘ i’ ebbe ad essere con amor congiunto ,

e l ‘ arco e le saette ond ‘ io fui punto ,

e le piaghe che ‘infin al cor mi vanno .

Benedette le voci tante ch ‘ io

chiamando il nome di mia Donna ò sparte ,

e i sospiri e le lagrime e ‘ l desio ;

e benedette sian tutte le carte

ov ‘ io fama l’acquisto , e ‘ l pensier mio ,

ch ‘ è sol di lei , sì ch ‘altra non v’à parte .

 

Chiare, fresche et dolci acque,

ove le belle membra

pose colei che sola a me par donna;

gentil ramo ove piacque

(con sospir mi rimembra)

a lei di fare al bel fianco colonna;

erba e fior che la gonna

leggiadra ricoverse

co l'angelico seno;

aere sacro, sereno,

ove Amor co' begli occhi il cor m'aperse:

date udienza insieme

a le dolenti mie parole estreme.

S'egli è pur mio destino,

e 'l cielo in ciò s'adopra,

ch'Amor quest'occhi lagrimando chiuda,

qualche grazia il meschino

corpo fra voi ricopra,

e torni l'alma al proprio albergo ignuda.

La morte fia men cruda

se questa spene porto

a quel dubbioso passo;

ché lo spirito lasso

non poria mai in più riposato porto

né in più tranquilla fossa

fuggir la carne travagliata e l'ossa.

Tempo verrà ancor forse

ch'a l'usato soggiorno

torni la fera bella e mansueta,

et là ' ov' ella mi scorse

nel benedetto giorno

volga la vista disiosa et lieta,

cercandomi: et, o pieta!,

già terra infra le pietre

vedendo, Amor l'inspiri

in guisa che sospiri

sì dolcemente che mercé m'impetre,

et faccia forza al cielo,

asciugandosi gli occhi col bel velo.

Da' be' rami scendea

(dolce ne la memoria)

una pioggia di fior sovra 'l suo grembo;

et ella si sedea

umile in tanta gloria,

coverta già de l'amoroso nembo.

Qual fior cadea sul lembo,

qual su le trecce bionde,

ch'oro forbito et perle

eran quel dì, a vederle;

qual si posava in terra, e qual su l'onde;

qual, con un vago errore

girando, parea dir: Qui regna Amore

Quante volte diss'io

allor pien di spavento:

Costei per fermo nacque in paradiso.

Così carco d'oblio

il divin portamento

e 'l volto e le parole e 'l dolce riso

m'aveano, et sì diviso

da l'imagine vera,

ch'i' dicea sospirando:

Qui come venn'io, o quando?;

credendo esser in ciel, non là dov'era.

Da indi in qua mi piace

questa erba sì, ch'altrove non ho pace.

Se tu avessi ornamenti quant' hai voglia,

poresti arditamente

uscir del bosco e gir in fra la gente.

 

 

La vita fugge, et non s'arresta una hora,

et la morte vien dietro a gran giornate,

et le cose presenti et le passate

mi dànno guerra, et le future anchora;

e 'l rimembrare et l'aspettar m'accora,

or quinci or quindi, sí che 'n veritate,

se non ch'i' ò di me stesso pietate,

i' sarei già di questi penser' fòra.

Tornami avanti, s'alcun dolce mai

ebbe 'l cor tristo; et poi da l'altra parte

veggio al mio navigar turbati i vènti;

veggio fortuna in porto, et stanco omai

il mio nocchier, et rotte arbore et sarte,

e i lumi bei che mirar soglio, spenti.

 

 

 

 

Pace non trovo e non ho da far guerra

e temo, e spero; e ardo e sono un ghiaccio;

e volo sopra 'l cielo, e giaccio in terra;

e nulla stringo, e tutto il mondo abbraccio.

Tal m'ha in pregion, che non m'apre nè sera,

nè per suo mi riten nè scioglie il laccio;

e non m'ancide Amore, e non mi sferra,

nè mi vuol vivo, nè mi trae d'impaccio.

Veggio senz'occhi, e non ho lingua, e grido;

e bramo di perire, e chieggio aita;

e ho in odio me stesso, e amo altrui.

Pascomi di dolor, piangendo rido;

egualmente mi spiace morte e vita:

in questo stato son, donna, per voi.

 

 

Voi ch'ascoltate in rime sparse il suono            

di quei sospiri ond'io nudriva 'l core

in sul mio primo giovenile errore

quand'era in parte altr'uom da quel ch'i' sono,

del vario stile in ch'io piango et ragiono      

fra le vane speranze e 'l van dolore,

ove sia chi per prova intenda amore,

spero trovar pietà, nonché perdono.

Ma ben veggio or sì come al popol tutto

favola fui gran tempo, onde sovente      

di me medesmo meco mi vergogno;

et del mio vaneggiar vergogna è 'l frutto,

e 'l pentersi, e 'l conoscer chiaramente

che quanto piace al mondo è breve sogno.  

 

 

 

Solo et pensoso i più deserti campi            

vo mesurando a passi tardi et lenti,

et gli occhi porto per fuggire intenti

ove vestigio human l’arena stampi.

Altro schermo non trovo che mi scampi

dal manifesto accorger delle genti,

perché negli atti d’alegrezza spenti

di fuor si legge com’io dentro avampi:

sì ch’io mi credo omai che monti et piagge

et fiumi et selve sappian di che tempre

sia la mia vita, ch’è celata altrui.

Ma pur sì aspre vie né sì selvagge

cercar non so ch’Amor non venga sempre

ragionando con meco, et io co llui.   

 

 

 

 

 

Erano i capei d'oro a l'aura sparsi          

che 'n mille dolci nodi gli avolgea,

e ‘l vago lume oltra misura ardea

di quei begli occhi, ch'or ne son sí scarsi;

e 'l viso di pietosi color' farsi,

non so se vero o falso, mi parea:

i' che l'ésca amorosa al petto avea,

qual meraviglia se di súbito arsi?

Non era l'andar suo cosa mortale,

ma d'angelica forma; et le parole

sonavan altro, che pur voce humana.

Uno spirto celeste, un vivo sole

fu quel ch'i' vidi: et se non fosse or tale,

piagha per allentar d'arco non sana.    

 

 

 

Quel vago impallidir che 'l dolce riso           

d'un'amorosa nebbia ricoperse,

con tanta maiestade al cor s'offerse

che li si fece incontr'a mezzo 'l viso.

Conobbi allor sí come in paradiso

vede l'un l'altro, in tal guisa s'aperse

quel pietoso penser ch'altri non scerse:

ma vidil' io, ch'altrove non m'affiso.

Ogni angelica vista, ogni atto humile

che già mai in donna ov'amor fosse apparve,

fôra uno sdegno a lato a quel ch'i' dico.

Chinava a terra il bel guardo gentile,

et tacendo dicea, come a me parve:

Chi m'allontana il mio fedele amico?   

 

 

Levommi il mio penser in parte ov'era       

quella ch'io cerco, et non ritrovo in terra:

ivi, fra lor che 'l terzo cerchio serra,

la rividi piú bella et meno altera.

Per man mi prese, et disse: - In questa spera

sarai anchor meco, se 'l desir non erra:

i' so' colei che ti die' tanta guerra,

et compie' mia giornata inanzi sera.

Mio ben non cape in intelletto humano:

te solo aspetto, et quel che tanto amasti

e là giuso è rimaso, il mio bel velo. -

Deh perché tacque, et allargò la mano?

Ch'al suon de' detti sí pietosi et casti

poco mancò ch'io non rimasi in cielo.    

 

 

 

 

 

Quel rosignol, che sí soave piagne,           

forse suoi figli, o sua cara consorte,

di dolcezza empie il cielo et le campagne

con tante note sí pietose et scorte,

et tutta notte par che m'accompagne,

et mi rammente la mia dura sorte:

ch'altri che me non ò di ch'i' mi lagne,

ché 'n dee non credev'io regnasse Morte.

O che lieve è inganar chi s'assecura!

Que' duo bei lumi assai piú che 'l sol chiari

chi pensò mai veder far terra oscura?

Or cognosco io che mia fera ventura

vuol che vivendo et lagrimando impari

come nulla qua giú diletta, et dura.    

 

POZZI

Sfiducia

Tristezza di queste mie mani

troppo pesanti

per non aprire piaghe,

troppo leggere

per lasciare un’impronta.-

tristezza di questa mia bocca

che dice le stesse

parole tue

altre cose intendendo-

e questo è il modo

della più disperata

lontananza.

 

PREVERT

Questo amore

Questo amore

Così violento

Così fragile

Così tenero

Così disperato

Questo amore

Bello come il giorno

E cattivo come il tempo

Quando il tempo è cattivo

Questo amore così vero

Questo amore così bello

Così felice

Così gaio

E così beffardo

Tremante di paura come un bambino al buio

E così sicuro di sé

Come un uomo tranquillo nel cuore della notte

Questo amore che impauriva gli altri

Che li faceva parlare

Che li faceva impallidire

Questo amore spiato

Perché noi lo spiavamo

Perseguitato ferito calpestato ucciso negato dimenticato

Perché noi l'abbiamo perseguitato ferito calpestato ucciso negato dimenticato

Questo amore tutto intero

Ancora così vivo

E tutto soleggiato

E' tuo

E' mio

E' stato quel che è stato

Questa cosa sempre nuova

E che non è mai cambiata

Vera come una pianta

Tremante come un uccello

Calda e viva come l'estate

Noi possiamo tutti e due

Andare e ritornare

Noi possiamo dimenticare

E quindi riaddormentarci

Risvegliarci soffrire invecchiare

Addormentarci ancora

Sognare la morte

Svegliarci sorridere e ridere

E ringiovanire

il nostro amore è là

Testardo come un asino

Vivo come il desiderio

Crudele come la memoria

Sciocco come i rimpianti

Tenero come il ricordo

Freddo come il marmo

Bello come il giorno

Fragile come un bambino

Ci guarda sorridendo

E ci parla senza dir nulla

E io tremante l'ascolto

E grido

Grido per te

Grido per me

Ti supplico

Per te per me per tutti coloro che si amano

E che si sono amati

Sì io gli grido

Per te per me e per tutti gli altri

Che non conosco

Fermati là

Là dove sei

Là dove sei stato altre volte

Fermati

Non muoverti

Non andartene

Noi che siamo amati

Noi ti abbiamo dimenticato

Tu non dimenticarci

Non avevamo che te sulla terra

Non lasciarci diventare gelidi

Anche se molto lontano sempre

E non importa dove

Dacci un segno di vita

Molto più tardi ai margini di un bosco

Nella foresta della memoria

Alzati subito

Tendici la mano

E salvaci.

 

 

Demoni e meraviglie

Venti e maree

Lontano di già si e ritirato il mare

E tu

Come alga dolcemente accarezzata dal vento

Nella sabbia del tuo letto ti agiti sognando

Demoni e meraviglie

Venti e maree

Lontano di già si e ritirato il mare

Ma nei tuoi occhi socchiusi

Due piccole onde son rimaste

Demoni e meraviglie

Venti e maree

Due piccole onde per annegarmi.

 

Tre fiammiferi uno dopo l’altro

accesi nella notte

Il primo per vedere intero il volto tuo.

Il secondo per vedere gli occhi tuoi.

L'ultimo per vedere la tua bocca.

E l’oscurità completa

per ricordarmi queste immagini

mentre ti stringo a me

tra le mie braccia.

 

 

 

Adesso sono cresciuto

       Bambino

       ho vissuto piacevolmente

       il riso sfrenato tutti i giorni

       il riso sfrenato veramente

       e poi una tristezza talmente triste

       qualche volta tutti e due contemporaneamente

       Allora mi credevo disperato

       Insomma mi mancava la speranza

       non avevo nient'altro che la vita

       ero intatto

       ero contento

       ed ero triste

       ma non fingevo mai

       Conoscevo il gesto per restare vivo

       Scuotere il capo

       per dir no

       scuotere il capo

       per non far entrare le idee delle persone

       Scuotere il capo per dir no

        e sorridere per dir sì

       sì alle cose e agli esseri

       agli esseri e alle cose da guardare e carezzare

       da amare

       da prendere o lasciare

       Ero com'ero

       senza un pensier mio

       E quando mi occorrevano le idee

       per compagnia

       io le chiamavo

       Ed esse venivano

       e dicevo sì a quelle ch'eran gradite

       le altre le buttavo

       Adesso son cresciuto

       e le idee anche

       ma son sempre delle grandi idee

       delle belle idee

       delle ideali idee

       Ed io rido sempre loro in faccia

       Ma esse mi aspettano

       per vendicarsi

       e divorarmi

       un giorno quand'io sarò stanchissimo

       Ma all'angolo di un bosco

       le aspetto anch'io

        e taglierò loro la gola

       e spezzerò loro l'appetito.

 

 

 

PUSKIN

Ti amai - anche se forse

ancora non è spento

del tutto l'amore.

Ma se per te non è più tormento

voglio che nulla ti addolori.

Senza speranza, geloso,

ti ho amata nel silenzio e soffrivo,

teneramente ti ho amata

come - Dio voglia - un altro possa amarti.

 

 

QUASIMODO

alle fronde dei salici

E come potevamo noi cantare

con il piede straniero sopra il cuore,

tra i morti abbandonati nelle piazze

sull'erba dura di ghiaccio, al lamento

d'agnello dei fanciulli, all'urlo nero

della madre che andava incontro al figlio

crocifisso sul palo del telegrafo.

alle fronde dei salici, per voto,

anche le nostre cetre erano appese,

oscillavano lievi al triste vento.

 

 

Finita è la notte e la luna

si scioglie lenta nel silenzio,

tramonta nei canali.

È così vivo settembre in questa terra di pianura,

i prati sono verdi

come nelle valli del sud a primavera.

Ho lasciato i compagni,

ho nascosto il cuore dentro le vecchie mura

per restare solo a ricordati.

Come sei più lontana della luna

ora che sale il giorno

e sulle pietre batte il piede dei cavalli.

 

 

Il girasole piega a occidente

e già precipita il giorno nel suo

occhio in rovina e l'aria dell'estate

s'addensa e già curva le foglie e il fumo

dei cantieri. S'allontana con scorrere

secco di nubi e stridere di fulmini

quest'ultimo gioco del cielo. Ancora,

e da anni, cara, ci ferma il mutarsi

degli alberi stretti dentro la cerchia

dei Navigli. Ma è sempre il nostro giorno

e sempre quel sole che se ne va

con il filo del suo raggio affettuoso.

Non ho più ricordi, non voglio ricordare;

la memoria risale dalla morte,

la vita è senza fine. Ogni giorno

è nostro. Uno si fermerà per sempre,

e tu con me, quando ci sembri tardi.

Qui sull'argine del canale, i piedi

in altalena, come di fanciulli,

guardiamo l'acqua, i primi rami dentro

il suo colore verde che s'oscura.

E l'uomo che in silenzio s'avvicina

non nasconde un coltello fra le mani,

ma un fiore di geranio.

RABONI

Dolore

Tu e le tue fissazioni! Mi vien voglia

di rinfacciarti le mie piaghe,

quelle sì cancrenose, immedicabili...

Ma no, sbaglio. Non io, tu sei l'erede

d'una sacra penuria,

te e i tuoi da sempre ha saccheggiato il cielo.

C'è più tristezza nel tuo lutto

per un gioco perduto, per una bambola squartata

che nel mio per il novero dei morti

che colleziono da una vita.

E' più giusta, ha più stoffa la tua pena.

E intanto non riesco a consolarti,

mio affannato, tremante, altero amore!

Non rispondi, mi guardi

come, ma sì, come un nemico di classe

se cerco di distrarti,

se ti ricatto con la tenerezza...

Ma credimi, tesoro, che non voglio rubartelo

l'osso del tuo dolore.

 

Invecchiando un corpo vorrebbe un'anima

diversa, ma come si fa? Non serve

prendere calmanti, stordire i nervi

e la mente, il problema è proprio l'anima,

l'anima che non vuole pace, l'anima

insaziabile, ostinata che ferve

per sempre più comicamente impervi

labirinti o abissi e si sa che l'anima

non solo è immortale, ma immortalmente

immatura. Così, temo, non resta

che rassegnarsi, finché non s'arresta

la fontanella del respiro niente

può cambiare, non è di questo fuoco

spegnersi come gli altri a poco a poco.

 

REBORA

viatico

O ferito laggiù nel valloncello,

tanto invocasti

se tre compagni interi

cadder per te che quasi più non eri.

Tra melma e sangue

tronco senza gambe

e il tuo lamento ancora,

pietà di noi rimasti

a rantolarci e non ha fine l'ora,

affretta l'agonia,

tu puoi finire,

e nel conforto ti sia

nella demenza che non sa impazzire,

mentre sosta il momento

il sonno sul cervello,

lasciaci in silenzio

grazie, fratello.

 

 

RILKE

Nulla sappiamo di questo svanire

che non accade a noi. Non abbiamo ragioni

- ammirazione, odio oppure amore -

da mostrare alla morte la cui bocca una maschera

di tragico lamento stranamente sfigura.

Molte parti ha per noi ancora il mondo. Fino a quando

ci domandiamo se la nostra parte piaccia,

recita anche la morte, benché spiaccia.

Ma quando te ne andasti, un raggio di realtà

irruppe in questa scena per quel varco

che tu ti apristi: vero verde il verde,

il sole vero sole, vero il bosco.

Noi recitiamo ancora. Frasi apprese

con pena e con paura sillabando,

e qualche gesto; ma la tua esistenza,

a noi, al nostro copione sottratta,

ci assale a volte e su di noi scende come

un segno certo di quella realtà;

tanto che trascinati recitiamo

qualche istante la vita non pensando all'applauso.

 

 

 

 

Sei il futuro, Tu, il rosso immenso del mattino

sulle pianure dell'eternità.

Sei il canto del gallo, Tu, dopo la notte del tempo,

la rugiada, Tu, sei la preghiera del mattino

e la fanciulla, lo straniero, la madre e la morte.

Sei la forma che trasmigra,

che sola, sempre, si leva dal destino,

che non riceve festa, nè compianto,

come un bosco selvaggio mai descritta.

Sei l'essenza profonda delle cose

che di se stessa tace l'ultima parola

e sempre altra si offre ad ogni altro;

alla nave, come costa; alla terra, come nave



 

Tu non sei più vicina a Dio di noi;

siamo lontani tutti. Ma tu hai stupende

benedette le mani.

Nascono chiare a te dal manto,

luminoso contorno:

Io sono la rugiada, il giorno,

ma tu, tu sei la pianta.

Sono stanco ora, la strada è lunga,

perdonami, ho scordato

quello che il Grande alto sul sole

e sul trono gemmato,

manda a te, meditante

(mi ha vinto la vertigine).

Vedi: io sono l'origine,

ma tu, tu sei la pianta.

Ho steso ora le ali, sono

nella casa modesta immenso;

quasi manca lo spazio

alla mia grande veste.

Pur non mai fosti tanto sola,

vedi: appena mi senti;

nel bosco io sono un mite vento,

ma tu, tu sei la pianta.

Gli angeli tutti sono presi

da un nuovo turbamento:

certo non fu mai cosí intenso

e vago il desiderio.

Forse qualcosa ora s'annunzia

che in sogno tu comprendi.

Salute a te, l'anima vede:

ora sei pronta e attendi.

Tu sei la grande, eccelsa porta,

verranno a aprirti presto.

Tu che il mio canto intendi sola:

in te si perde la mia parola

come nella foresta.

Sono venuto a compiere

la visione santa.

Dio mi guarda, mi abbacina...

Ma tu, tu sei la pianta.

 

 

Signore: è tempo. Grande era l'arsura.

Deponi l'ombra sulle meridiane,

libera il vento sopra la pianura.

Fa' che sia colmo ancora il frutto estremo;

concedi ancora un giorno di tepore,

che il frutto giunga a maturare, e spremi

nel grave vino l'ultimo sapore.

Chi non ha casa adesso, non l'avrà.

Chi è solo a lungo, solo dovrà stare,

leggere nelle veglie, e lunghi fogli

scrivere, e incerto sulle vie tornare

dove nell'aria fluttuano le foglie.

 

 

 

 

Vienimi Accanto

Con te che intimità!

Fiochi orologi battono le ore,

son come l'eco di giorni lontani.

Vienimi accanto e parlami d'amore,

ma piano, sottovoce.

Si è aperta – non so dove,

altrove – una porta tra i fiori.

La sera dai vetri ci ascolta.

Restiamo in silenzio: là fuori

nessuno sa di noi.

 

 

SABA

Ho attraversata tutta la città.

Poi ho salita un'erta,

popolosa in principio, in là deserta,

chiusa da un muricciolo:

un cantuccio in cui solo

siedo; e mi pare che dove esso termina

termini la città.

Trieste ha una scontrosa

grazia. Se piace,

è come un ragazzaccio aspro e vorace,

con gli occhi azzurri e mani troppo grandi

per regalare un fiore;

come un amore

con gelosia.

Da quest'erta ogni chiesa, ogni sua via

scopro, se mena all'ingombrata spiaggia,

o alla collina cui, sulla sassosa

cima, una casa, l'ultima, s'aggrappa.

Intorno

circola ad ogni cosa

un'aria strana, un'aria tormentosa,

l'aria natia.

La mia città che in ogni parte è viva,

ha il cantuccio a me fatto, alla mia vita

pensosa e schiva.

 

 

Spesso, per ritornare alla mia casa

prendo un'oscura via di città vecchia.

Giallo in qualche pozzanghera si specchia

qualche fanale, e affollata è la strada.

Qui tra la gente che viene che va

dall'osteria alla casa o al lupanare,

dove son merci ed uomini il detrito

di un gran porto di mare,

io ritrovo, passando, l'infinito

nell'umiltà.

Qui prostituta e marinaio, il vecchio

che bestemmia, la femmina che bega,

il dragone che siede alla bottega

del friggitore,

la tumultuante giovane impazzita

d'amore,

sono tutte creature della vita

e del dolore;

s'agita in esse, come in me, il Signore.

Qui degli umili sento in compagnia

il mio pensiero farsi

più puro dove più turpe è la via.

 

 

Malinconia amorosa
della mia vita,
prima del cuore ed ultima ferita;
chi a cogliere i tuoi frutti
ama l'ombre calanti, i luoghi oscuri,
lento cammina, va rasente i muri,
non vede quello che vedono tutti,
e quello che nessuno vede, adora.

 

 

Sovrumana dolcezza

io so, che ti farà i begli occhi chiudere

come la morte.

Se tutti i succhi della primavera

fossero entrati nel mio vecchio tronco,

per farlo rifiorire anche una volta,

non tutto il bene sentirei che sento

solo a guardarti, ad aver te vicina,

a seguire ogni tuo gesto, ogni modo

tuo di essere, ogni tuo piccolo atto.

E se vicina non t'ho, se a te in alta

solitudine penso, più infuocato

serpeggia nelle mie vene il pensiero

della carne, il presagio

dell'amara dolcezza,

che so che ti farà i begli occhi chiudere

come la morte.

 

 

 

SAFFO

Simile a un dio mi sembra quell'uomo

che siede davanti a te, e da vicino

ti ascolta mentre tu parli

con dolcezza

e con incanto sorridi. E questo

fa sobbalzare il mio cuore nel petto.

Se appena ti vedo, sùbito non posso

più parlare:

la lingua si spezza: un fuoco

leggero sotto la pelle mi corre:

nulla vedo con gli occhi e le orecchie

mi rombano:

un sudore freddo mi pervade: un tremore

tutta mi scuote: sono più verde

dell'erba; e poco lontana mi sento

dall'essere morta.

Ma tutto si può sopportare...

 

SALINAS

E sto abbracciato a te

senza chiederti nulla, per timore

che non sia vero

che tu vivi e mi ami.

E sto abbracciato a te

senza guardare e senza toccarti.

Non debba mai scoprire

con domande, con carezze

quella solitudine immensa

d’amarti solo io.

 

SBARBARO

La bambina che va sotto gli alberi

non ha che il peso della sua treccia,

un fil di canto in gola.

Canta sola

e salta per la strada: ché non sa

che mai bene più grande non avrà

di quel po' d'oro vivo per le spalle,

di quella gioia in gola. A noi che non abbiamo

altra felicità che di parole,

e non l'acceso fiocco e non la molta

speranza che fa grosso a quella il cuore,

se non è troppo chiedere, sia tolta

prima la vita di quel solo bene.

 

 

     A volte sulla sponda della via

     preso da un infinito scoramento

     mi seggo; e dove vado mi domando,

     perché cammino. E penso la mia morte

     e mi vedo già steso nella bara

     troppo stretta fantoccio inanimato...

     Quant'albe nasceranno ancora al mondo

     dopo di noi!

     Di ciò che abbiam sofferto

     di tutto ciò che in vita ebbimo a cuore

     non rimarrà il più piccolo ricordo.

     Le generazioni passan come

     onde di fiume...

     Una mortale pesantezza il cuore

     m'opprime.

     Inerte vorrei esser fatto

     come qualche antichissima rovina

     e guardare succedersi le ore,

     e gli uomini mutare i passi, i cieli

     all'alba colorirsi, scolorirsi

     a sera.

 

 

Talor, mentre cammino solo al sole

e guardo coi miei occhi chiari il mondo

ove tutto m'appar come fraterno,

l'aria la luce il fil d'erba l'insetto,

un improvviso gelo al cor mi coglie.

 Un cieco mi par d'essere, seduto

sopra la sponda d'un immenso fiume.

Scorrono sotto l'acque vorticose,

ma non le vede lui: il poco sole

ei si prende beato. E se gli giunge

talora mormorio d'acque, lo crede

ronzio d'orecchi illusi.

Perché a me par, vivendo questa mia

povera vita, un'altra rasentarne

come nel sonno, e che quel sonno sia

la mia vita presente.

Come uno smarrimento allor mi coglie,

uno sgomento pueril.

Mi seggo

tutto solo sul ciglio della strada,

guardo il misero mio angusto mondo

e carezzo con man che trema l'erba.

 

Svegliandomi il mattino, a volte provo

sì acuta ripugnanza a ritornare

in vita, che di cuore farei patto

in quell'istante stesso di morire.

Il risveglio m'è allora un alto nascere;

ché la mente lavata dall'oblio

e ritornata vergine nel sonno

s'affaccia all'esistenza curiosa.

Ma tosto a lei l'esperienza emerge

come terra scemando la marea.

E così chiara allora le si scopre

l'irragionevolezza della vita,

che si rifiuta a vivere, vorrebbe

ributtarsi nel limbo dal quale esce.

Io sono in quel momento come chi

si risvegli sull'orlo d'un burrone,

e con le mani disperatamente

d'arretrare si forzi ma non possa.

Come il burrone m'empie di terrore

la disperata luce del mattino.

SERENI

Sono andati via tutti -

blaterava la voce dentro il ricevitore.

E poi, saputa: - non torneranno più -.

Ma oggi

su questo tratto di spiaggia mai prima visitato

quelle toppe solari... Segnali

di loro che partiti non erano affatto?

E zitti quelli al tuo voltarti, come niente fosse.

I morti non è quel che di giorno

in giorno va sprecato, ma quelle

toppe d'inesistenza, calce o cenere

pronte a farsi movimento e luce.

Non

dubitare, - m'investe della sua forza il mare -

parleranno.

 

l’equivoco

Di là da un garrulo schermo di bambini

pareva a un tempo piangere e sorridermi.

Ma che mai voleva col suo sguardo

la bionda e luttuosa passeggera?

C’era tra noi il mio sguardo di rimando

e, appena sensibile, una voce:

amore – cantava – e risorta bellezza…

Così, divagando, la voce asseriva

e si smarriva su quelle

amare e dolci allèe di primavera.

Fu lento il barlume che a volte

vedemmo lambire il confine dei visi

e, nato appena, in povertà sfiorire.

 

 

SINISGALLI

a mio padre

L’uomo che torna solo

A tarda sera dalla vigna

Scuote le rape nella vasca

Sbuca dal viottolo con la paglia

Macchiata di verderame.

L’uomo che porta così fresco

Terriccio sulle scarpe, odore

Di fresca sera nei vestiti

Si ferma a una fonte, parla

Con un ortolano che sradica i finocchi.

E’ un uomo, un piccolo uomo

Ch’io guardo di lontano.

E’ un punto vivo all’orizzonte.

Forse la sua pupilla

Si accende questa sera

Accanto alla peschiera

Dove si asciuga la fronte

STEVENS

Si deve avere un animo d’inverno

Per contemplare questo gelo e i pini

Con le rame incrostate dalla neve;

E avere avuto freddo lungo tempo

Per guardare i ginepri irti di ghiaccio

I rudi abeti nel brillìo remoto

Del sole di gennaio; e non pensare

D’alcun duolo nel gemito del vento,

O nel suono di queste poche foglie,

Voci di una regione visitata

Da quel vento che sempre

Sibila sullo stesso nudo luogo

Per chi ascolta, chi ascolta nel nevaio,

E nulla in sé medesimo, contempla

Là quel nulla che è e che non è.

 

Szymborska

Sono quella che sono.

Un caso inconcepibile

Come ogni caso.

In fondo avrei potuto avere

altri antenati,

e così avrei preso il volo

da un altro nido,

così da sotto un altro tronco

sarei strisciata fuori in squame.

Nel guardaroba della natura

c’è un mucchio di costumi: di

ragno, gabbiano, topo campagnolo.

Ognuno calza subito a pennello

e docilmente è indossato

finché non si consuma.

Anch’io non ho scelto,

ma non mi lamento.

Potevo essere qualcuno

molto meno a parte.

Qualcuno d’un formicaio, banco, sciame ronzante,

una scheggia di paesaggio sbattuta dal vento.

Qualcuno molto meno fortunato,

allevato per farne una pelliccia,

per il pranzo della festa,

qualcosa che nuota sotto un vetrino.

Un albero conficcato nella terra,

 a cui si avvicina un incendio.

Un filo d’erba calpestato

dal corso di incomprensibili eventi.

Uno nato sotto una cattiva stella,

buona per altri.

E se nella gente destassi spavento,

o solo avversione,

o solo pietà?

Se al mondo fossi venuta

nella tribù sbagliata

e avessi tutte le strade precluse?

La sorte, finora,

mi è stata benigna.

Poteva non essermi dato

Il ricordo dei momenti lieti.

Poteva essermi tolta

L’inclinazione a confrontare.

Potevo essere me stessa – ma senza stupore,

e ciò vorrebbe dire

qualcuno di totalmente diverso.

 

Amore a prima vista

Sono entrambi convinti

che un sentimento improvviso li unì.

E' bella una tale certezza

ma l'incertezza è più bella.

Non conoscendosi, credono

che non sia mai successo nulla fra loro.

ma che ne pensano le strade, le scale, i corridoi

dove da tempo potevano incrociarsi?

Vorrei chiedere loro

se non ricordano -

una volta un faccia a faccia

in qualche porta girevole?

uno "scusi" nella ressa?

un "ha sbagliato numero" nella cornetta?

- ma conosco la risposta.

No, non ricordano.

Li stupirebbe molto sapere

che già da parecchio tempo

il caso stava giocando con loro.

Non ancora del tutto pronto

a mutarsi per loro in destino,

li avvicinava, li allontanava,

gli tagliava la strada

e soffocando una risata

si scansava con un salto.

Vi furono segni, segnali,

che importa se indecifrabili.

Forse tre anni fa

o lo scorso martedì

una fogliolina volò via

da una spalla a un'altra?

Qualcosa fu perduto e qualcosa raccolto.

Chissà, era forse la palla

tra i cespugli dell'infanzia?

Vi furono maniglie e campanelli

su cui anzitempo

un tocco si posava sopra un tocco.

Valigie accostate nel deposito bagagli.

Una notte forse, lo stesso sogno,

subito confuso al risveglio.

Ogni inizio infatti

è solo un seguito

e il libro degli eventi

è sempre aperto a metà.

 

Accanto a un bicchier di vino

Con uno sguardo mi ha resa più bella,

e io questa bellezza l'ho fatta mia

Felice, ho inghiottito una stella.

Ho lasciato che mi immaginasse

a somiglianza del mio riflesso

nei suoi occhi. Io ballo, io ballo

nel battito di ali improvvise.

Il tavolo è tavolo, il vino è vino

nel bicchiere che è un bicchiere

e sta lì dritto sul tavolo.

Io invece sono immaginaria,

incredibilmente immaginaria,

immaginaria fino al midollo.

Gli parlo di tutto ciò che vuole:

delle formiche morenti d'amore

sotto la costellazione del soffione.

Gli giuro che una rosa bianca,

se viene spruzzata di vino, canta.

Mi metto a ridere, inclino il capo

con prudenza, come per controllare

un'invenzione. E ballo, ballo

nella pelle stupita, nell'abbraccio

che mi crea.

Eva dalla costola, Venere dall'onda,

Minerva dalla testa di Giove

erano più reali.

Quando lui non mi guarda,

cerco la mia immagine

sul muro. E vedo solo

un chiodo, senza il quadro.

 

Il nulla si è rivoltato anche per me.

Davvero si è rovesciato all'incontrario.

Dove mai sono finita –

dalla testa ai piedi tra i pianeti,

neppure ricordando come fosse il non esserci.

O mio qui incontrato, o mio qui amato,

posso solo intuire, la mano sulla tua spalla,

quanto vuoto ci spetta da quell’altra parte,

quanto silenzio là per un grillo qui,

quanta assenza di prato là per un filo d’erba qui,

e il sole dopo il buio come risarcimento

in goccia di rugiada – per quali arsure là!

Ciò che è stellare a casaccio! Il di qui alla rovescia!

Disteso su curvature, pesi, ruvidità e moti!

Intervallo nell’infinito per il cielo sconfinato!

Conforto dal non-spazio in forma di betulla!

Ora o mai il vento scuote una nuvola,

perché il vento è proprio ciò che là non soffia.

E lo scarabeo s'avvia per il sentiero in abito scuro da testimone

dell’evento d’una lunga attesa d’una vita breve.

E a me è capitato di esserti accanto.

E davvero non vedo in questo nulla

di ordinario.

 

Non ce l’ho con la primavera

perché è tornata.

Non la incolpo

perché adempie come ogni anno

ai suoi doveri.

Capisco che la mia tristezza

non fermerà il verde.

Il filo d’erba, se oscilla,

è solo al vento.

Non mi fa soffrire

che gli isolotti di ontani sull’acqua

abbiano di nuovo con che stormire.

Prendo atto

che la riva d’un certo lago

è rimasta - come se tu vivessi ancora -

bella com’era.

Non ho rancore

contro la vista per la vista

sulla baia abbacinata dal sole.

Riesco perfino a immaginare

che degli altri, non noi,

siedano in questo momento

su un tronco rovesciato di betulla.

Rispetto il loro diritto

a sussurrare, a ridere

e a tacere felici.

Suppongo perfino

che li unisca l’amore

e che lui la stringa

col suo braccio vivo.

Qualche giovane ala

fruscia nei giuncheti.

Auguro loro sinceramente

di sentirla.

Non pretendo alcun cambiamento

dalle onde vicine alla riva,

ora leste, ora pigre

e non a me obbedienti.

Non pretendo nulla

dalle acque fonde accanto al bosco,

ora color smeraldo,

ora color zaffiro,

ora nere.

Una cosa soltanto non accetto.

Il mio ritorno là.

Il privilegio della presenza -

ci rinuncio.

Ti sono sopravvissuta solo

e soltanto quanto basta

per pensare da lontano.

 

E sognerai

che non occorre affatto respirare,

che il silenzio senza respiro

è una musica passabile,

sei piccolo come una scintilla

e ti spegni al ritmo di quella.

Una morte solo così. Hai provato

più dolore tenendo in mano una rosa

e sentito maggiore sgomento

per un petalo sul pavimento.

Un mondo solo così. Solo così

vivere. E morire solo quel tanto.

E tutto il resto eccolo qui-

suonato su un bicchiere per un istante

 

La vita è il solo modo

per coprirsi di foglie,

prendere fiato sulla sabbia,

sollevarsi sulle ali;

essere un cane,

o carezzarlo sul suo pelo caldo;

distinguere il dolore

da tutto ciò che dolore non è;

stare dentro gli eventi,

dileguarsi nelle vedute,

cercare il più piccolo errore.

Un’occasione eccezionale

per ricordare per un attimo

di che si è parlato

a luce spenta;

e almeno per una volta

inciampare in una pietra,

bagnarsi in qualche pioggia,

perdere le chiavi tra l’erba;

e seguire con gli occhi una scintilla

nel vento;

e persistere nel non sapere

qualcosa d’importante.

 

e allora qualche passo

da parete a parete,

su per questi gradini

o giù per quelli,

e poi un po’ a sinistra,

se non a destra,

dal muro in fondo al muro

fino alla settima soglia,

da ovunque, verso ovunque

fino al crocevia,

dove convergono,

per poi disperdersi

le tue speranze, errori, dolori,

sforzi, propositi e nuove speranze.

 

Una via dopo l’altra,

ma senza ritorno.

Accessibili e soltanto

ciò che sta davanti a te,

e laggiù, a mo’ di conforto,

curva dopo curva,

e stupore su stupore,

e veduta su veduta.

Puoi decidere

dove essere o non essere,

saltare, svoltare

pur di non farsi sfuggire.

Quindi di qui o di qua,

magari per di lì,

per istinto, intuizione,

per ragione, di sbieco,

alla cieca,

per scorciatoie intricate.

Attraversi infilate di file

di corridoi, di portoni,

in fretta, perché nel tempo

hai poco tempo,

da luogo a luogo

fino a moli ancora aperti,

dove c’è buio e incertezza

ma insieme chiarore, incanto

dove c’è gioia, benché il dolore

sia pressoché lì accanto

e altrove, qua e là,

in un altro luogo e ovunque

felicità nell’infelicità

come parentesi dentro parentesi,

e così sia

e d’improvviso un dirupo,

un dirupo, ma un ponticello,

un ponticello, ma traballante,

traballante, ma solo quello,

perché un altro non c’è.

Deve pur esserci un’uscita,

è più che certo.

Ma non tu la cerchi,

è lei che ti cerca,

è lei fin dall’inizio

che ti insegue,

e il labirinto

altro non è

se non la tua, finché è possibile,

la tua, finché è tua,

fuga, fuga -

 

Sei bella – dico alla vita –

è impensabile più rigoglio,

più rane e più usignoli,

più formiche e più germogli.

Cerco di accattivarmela,

di blandirla, vezzeggiarla.

La saluto sempre per prima

con umile espressione.

Le taglio la strada da sinistra,

le taglio la strada da destra,

e mi innalzo nell’incanto,

e cado per lo stupore.

Quanto è di campo questo grillo,

e di bosco questo frutto –

mai l’avrei creduto

se non avessi vissuto!

Non trovo nulla – le dico –

a cui paragonarti.

Nessuno ha fatto un’altra pigna

né migliore, né peggiore.

Lodo la tua larghezza,

inventiva ed esattezza,

e cos’altro – e cosa più –

magia, stregoneria.

Mai vorrei recarti offesa,

né adirarti per dileggio.

Da centomila anni almeno

sorridendo ti corteggio.

Tiro la vita per una foglia:

si è fermata? Se n’è accorta?

Si è scordata dove corre,

almeno per una volta?

 

Nulla è in regalo, tutto è in prestito.

Sono indebitata fino al collo.

Sarò costretta a pagare per me

con me stessa,

a rendere la vita in cambio della vita.

E' cosi che stanno le cose,

il cuore va reso

e il fegato va reso

e ogni singolo dito.

E' troppo tardi per impugnare il contratto.

Quanto devo

mi sarà tolto con la pelle.

Me ne vado per il mondo

tra una folla di altri debitori.

Su alcuni grava l'obbligo

di pagare le ali.

altri dovranno, per amore o per forza,

rendere conto delle foglie.

Nella colonna dare

ogni tessuto che è in noi.

Non un ciglio, non un peduncolo

da conservare per sempre.

L'inventario è preciso

e a quanto pare

ci toccherà restare con niente.

Non riesco a ricordare

dove, quando e perché

ho permesso di aprirmi

quel conto.

Chiamiamo anima

la protesta contro di esso.

E questa è l'unica cosa

che non c'è nell'inventario.

 

Prospettiva

Si sono incrociati come estranei,

senza un gesto o una parola,

lei diretta al negozio,

lui alla sua auto.

Forse smarriti

O distratti

O immemori

Di essersi, per un breve attimo,

amati per sempre.

D'altronde nessuna garanzia

Che fossero loro.

Sì, forse, da lontano,

ma da vicino niente affatto.

Li ho visti dalla finestra

E chi guarda dall'alto

Sbaglia più facilmente.

Lei è sparita dietro la porta a vetri,

lui si è messo al volante

ed è partito in fretta.

Cioè, come se nulla fosse accaduto,

anche se è accaduto.

E io, solo per un istante

Certa di quel che ho visto,

cerco di persuadere Voi, Lettori,

con brevi versi occasionali

quanto triste è stato.

La cipolla è un’altra cosa.

   Interiora non ne ha.

   Completamente cipolla

   fino alla cipollità.

   Cipolluta di fuori,

   cipollosa fino al cuore,

   potrebbe guardarsi dentro

   senza provare timore.

   In noi ignoto e selve

   di pelle appena coperti,

   interni d’inferno,

   violenta anatomia,

   ma nella cipolla – cipolla,

   non visceri ritorti.

   Lei più e più volte nuda,

   fin nel fondo e così via.

   Coerente è la cipolla,

   riuscita è la cipolla.

   Nell’una ecco sta l’altra,

   nella maggiore la minore,

   nella seguente la successiva,

   cioè la terza e la quarta.

   Una centripeta fuga.

   Un’eco in coro composta.

   La cipolla, d’accordo:

   il più bel ventre del mondo.

   A propria lode di aureole

   da sé si avvolge in tondo.

   In noi – grasso, nervi, vene,

   muchi e secrezioni.

   E a noi resta negata

   l’idiozia della perfezione.

 

 

Ogni caso

Poteva accadere.

Doveva accadere.

E’ accaduto prima. Dopo.

Più vicino. Più lontano.

E’accaduto non a te.

Ti sei salvato perché eri il primo.

Ti sei salvato perché eri l’ultimo.

Perché da solo. Perché la gente.

Perché a sinistra. Perché a destra.

Perché la pioggia. Perché un’ombra.

Perché splendeva il sole.

Per fortuna là c’era un bosco.

Per fortuna non c’erano alberi.

Per fortuna una rotaia, un gancio, una trave, un freno,

un telaio, una curva, un millimetro, un secondo.

Per fortuna sull’acqua galleggiava un rasoio.

In seguito a, poiché, eppure, malgrado.

Che sarebbe accaduto se una mano, una gamba,

a un passo, a un pelo

da una coincidenza.

Dunque ci sei? Dritto dall’animo ancora socchiuso?

La rete aveva solo un buco, e tu proprio da lì? Non c’è fine al mio stupore, al mio tacerlo.

Ascolta

come mi batte forte il tuo cuore.

 

 

Ogni evenienza

Sono saltati giù dai piani in fiamme

uno, due, ancora qualcuno

sopra, sotto.

La fotografia li ha fissati vivi,

e ora li conserva

sopra la terra verso la terra.

Ognuno è ancora un tutto

con il proprio viso

e il sangue ben nascosto.

C’è abbastanza tempo

perché si scompiglino i capelli

e dalle tasche cadano

gli spiccioli, le chiavi.

Restano ancora nella sfera dell’aria,

nell’ambito di luoghi

che si sono appena aperti.

Solo due cose posso fare per loro

descrivere quel volo

senza aggiungere l’ultima frase.

 

 

 

Sulla morte, senza esagerare

Non s'intende di scherzi,

stelle, ponti,

tessitura, miniere, lavoro dei campi,

costruzione di navi e cottura di dolci.

Quando conversiamo del domani

intromette la sua ultima parola

a sproposito.

Non sa fare neppure ciò

che attiene al suo mestiere:

né scavare una fossa,

né mettere insieme una bara,

né rassettare il disordine che lascia.

Occupata a uccidere,

lo fa in modo maldestro,

senza metodo né abilità.

Come se con ognuno di noi stesse imparando.

Vada per i trionfi,

ma quante disfatte,

colpi a vuoto

e tentativi ripetuti da capo!

A volte le manca la forza

di far cadere una mosca in volo.

Più di un bruco

la batte in velocità.

Tutti quei bulbi, baccelli,

antenne, pinne, trachee,

piumaggi nuziali e pelame invernale

testimoniano i ritardi

del suo svogliato lavoro.

La cattiva volontà non basta

e perfino il nostro aiuto con guerre e rivoluzioni

è, almeno fin ora, insufficiente.

I cuori battono nelle uova. Crescono gli scheletri dei neonati.

Dai semi spuntano le prime due foglioline,

e spesso anche grandi alberi all'orizzonte.

Chi ne afferma l'onnipotenza

è lui stesso la prova vivente

che essa onnipotente non è.

Non c'è vita

che almeno per un attimo

non sia immortale.

La morte

è sempre in ritardo di quell'attimo.

Invano scuote la maniglia

d'una porta invisibile.

A nessuno può sottrarre

il tempo raggiunto.

 

 

TARKOWKIJ

E' fuggita l'estate,

più nulla rimane.

Si sta bene al sole.

Eppur questo non basta.

Quel che poteva essere

una foglia dalle cinque punte

mi si è posata sulla mano.

Eppur questo non basta.

Né il bene né il male

sono passati invano,

tutto era chiaro e luminoso.

Eppur questo non basta.

La vita mi prendeva,

sotto l'ala mi proteggeva,

mi salvava, ero davvero fortunato.

Eppur questo non basta.

Non sono bruciate le foglie,

non si sono spezzati i rami...

Il giorno è terso come cristallo.

Eppur questo non basta.

TJUTCEV

Il desiderio mi consuma ancora,

l'anima mia ancora a te si tende

e dalla fonda notte dei ricordi

mi viene incontro il tuo bel viso ancora.

Quel caro viso che non so scordare,

che vedo ovunque a me davanti, sempre,

irraggiungibile e immutato come

stella che in cielo nella notte appare.

 

 

UNGARETTI

san martino

Di queste case

non è rimasto che qualche brandello di muro.

Di tanti che mi corrispondevano

non è rimasto neppure questo.

Ma nel mio cuore

nulla manca.

Il mio cuore:

il paese più straziato.

 

veglia

Un’intera nottata

Buttato vicino

A un compagno

Massacrato

Con la bocca

Digrignata

Volta al plenilunio

Con la congestione

Delle sue mani

Penetrata

Nel mio silenzio

Ho scritto

Lettere piene d’amore

Non sono mai stato

Tanto

Attaccato alla vita.

 

 

 

fratelli

di che reggimento siete

fratelli?

parola tremante

nella notte

foglia appena nata

nell’aria spasimante

involontaria rivolta

dell’uomo presente alla sua fragilità

fratelli

****

di che reggimento siete

fratelli?

fratello

tremante parola

nella notte

come una fogliolina

appena nata

fratelli

saluto

accorato

nell’aria spasimante

implorazione sussurrata

di soccorso

all’uomo presente alla sua fragilità

("fratelli 1916")

 

 

come questa pietra

del San Michele

così fredda

così dura

così prosciugata

così refrattaria

così totalmente disanimata

come questa pietra

è il mio pianto

che non si vede

la morte si sconta vivendo

 

 

i fiumi

   Mi tengo a quest’albero mutilato

   Abbandonato in questa dolina

   Che ha il languore

   Di un circo

   Prima o dopo lo spettacolo

   E guardo

   Il passaggio quieto

   Delle nuvole sulla luna

   Stamani mi sono disteso

   In un’urna d’acqua

   E come una reliquia

   Ho riposato

   L’Isonzo scorrendo

   Mi levigava

   Come un suo sasso

   Ho tirato su

   Le mie quattro ossa

   E me ne sono andato

   Come un acrobata

   Sull’acqua

   Mi sono accoccolato

   Vicino ai miei panni

   Sudici di guerra

   E come un beduino

   Mi sono chinato a ricevere

   Il sole

   Questo è l’Isonzo

   E qui meglio

   Mi sono riconosciuto

   Una docile fibra

   Dell’universo

   Il mio supplizio

   È quando

   Non mi credo

   In armonia

   Ma quelle occulte

   Mani

   Che m’intridono

   Mi regalano

   La rara

   Felicità

   Ho ripassato

   Le epoche

   Della mia vita

   Questi sono

   I miei fiumi

   Questo è il Serchio

   Al quale hanno attinto

   Duemil’anni forse

   Di gente mia campagnola

   E mio padre e mia madre.

   Questo è il Nilo

   Che mi ha visto

   Nascere e crescere

   E ardere d’inconsapevolezza

   Nelle distese pianure

   Questa è la Senna

   E in quel suo torbido

   Mi sono rimescolato

   E mi sono conosciuto

   Questi sono i miei fiumi

   Contati nell’Isonzo

   Questa è la mia nostalgia

   Che in ognuno

   Mi traspare

   Ora ch’è notte

   Che la mia vita mi pare

   Una corolla

   Di tenebre

 

 

 

Stella

mia unica stella;

nella povertà della notte, sola,

per me solo, rifulgi;

ma per me, stella,

che mai non finirai d'illuminare,

un tempo ti è concesso troppo breve.

Mi elargisci una luce

che la disperazione

non fa che acuire.

 

 

VERLAINE

Poiché l'alba si accende, ed ecco l'aurora,

poiché, dopo avermi a lungo fuggito, la speranza consente

a ritornare a me che la chiamo e l'imploro,

poiché questa felicità consente ad esser mia,

facciamola finita coi pensieri funesti,

basta con i cattivi sogni, ah! soprattutto

basta con l'ironia e le labbra strette

e parole in cui uno spirito senz'anima trionfava.

E basta con quei pugni serrati e la collera

per i malvagi e gli sciocchi che s'incontrano;

basta con l'abominevole rancore! basta

con l'oblìo ricercato in esecrate bevande!

Perché io voglio, ora che un Essere di luce

nella mia notte fonda ha portato il chiarore

di un amore immortale che è anche il primo

per la grazia, il sorriso e la bontà,

io voglio, da voi guidato, begli occhi dalle dolci fiamme,

da voi condotto, o mano nella quale tremerà la mia,

camminare diritto, sia per sentieri di muschio

sia che ciottoli e pietre ingombrino il cammino;

sì, voglio incedere dritto e calmo nella Vita

verso la meta a cui mi spingerà il destino,

senza violenza, né rimorsi, né invidia:

sarà questo il felice dovere in gaie lotte.

E poiché, per cullare le lentezze della via,

canterò arie ingenue, io mi dico

che lei certo mi ascolterà senza fastidio;

e non chiedo, davvero, altro Paradiso.

 

 

WALCOTT

amore dopo amore

Verrà il tempo in cui,

con esultanza,

saluterai te stesso giunto alla tua porta,

davanti al tuo specchio,

entrambi sorridenti all’altro che ti accoglie,

e pronti a dirvi, siedi. Mangia.

E amerai di nuovo lo straniero che sei stato.

Offri vino. Offri pane. Offri il tuo cuore

a sé, allo straniero che ti ha amato

tutta la vita, e che hai ignorato

per un altro che ti sa a memoria.

Dallo scaffale togli le lettere d’amore,

le foto, gli appunti disperati,

sbuccia dallo specchio la tua immagine.

Siedi. Con la tua vita saziati.

 

 

WHITMAN

   Dall'ondeggiante oceano, la folla,

   venne teneramente a me una goccia, mormorando

   Io ti amo, tra non molto morirò

   ho fatto un lungo viaggio solo per guardati, toccarti,

   perché non potevo morire sinché non ti avessi parlato,

   perché temevo di poterti poi perdere.

   Ora ci siamo incontrati, ci siamo guardati, siamo salvi,

   ritorna in pace all'oceano, mio amore,

   anch'io sono parte di quell'oceano, amore,

   non siamo così separati,

   considera il grande globo, la coesione del tutto,

   quanto è perfetta!

   Ma per me, per te, il mare irresistibile deve separarci,

   e se per un'ora ci tiene lontani,

   non potrà tenerci lontani per   sempre;

   non essere impaziente - un istante –

   sappi che io saluto   l'aria, l'oceano e la terra,

   ogni giorno al tramonto per amor tuo,

   amore.

 

 

E tu chi sei? chiesi alla pioggia che scendeva dolce,

e che, strano a dirsi, mi rispose:

sono il Poema della Terra, disse la voce della pioggia,

eterna mi sollevo impalpabile su dalla terraferma

e dal mare insondabile,

su verso il cielo, da dove, in forma labile,

totalmente cambiata,

eppure la stessa,

discendo a bagnare i terreni aridi, scheletrici,

le distese di polvere del mondo,

e ciò che in essi senza di me sarebbe

solo seme, latente, non nato;

e sempre, di giorno e di notte,

restituisco vita alla mia stessa origine,

la faccio pura, la rendo bella;

(perché il canto, emerso dal suo luogo natale,

dopo il compimento, l'errare,

sia che di esso importi o no,

debitamente ritorna con amore.)

 

 

O Capitano! Mio Capitano! Il nostro viaggio tremendo è terminato,

la nave ha superato ogni ostacolo, l'ambìto premio è conquistato,

vicino è il porto, odo le campane, tutto il popolo esulta,

occhi seguono l'invitto scafo, la nave arcigna e intrepida;

ma o cuore! Cuore! Cuore!

O gocce rosse di sangue,

là sul ponte dove giace il Capitano,

caduto, gelido, morto.

O Capitano! Mio Capitano! Risorgi, odi le campane;

risorgo - per te è issata la bandiera - per te squillano le trombe,

per te fiori e ghirlande ornate di nastri - per te le coste affollate,

te invoca la massa ondeggiante, a te volgono i volti ansiosi;

ecco Capitano! O amato padre!

Questo braccio sotto il tuo capo!

E' solo un sogno che sul ponte

sei caduto, gelido, morto.

Non risponde il mio Capitano, le sue labbra sono pallide e immobili,

non sente il padre il mio braccio, non ha più energia né volontà,

la nave è all'ancora sana e salva, il suo viaggio concluso, finito,

la nave vittoriosa è tornata dal viaggio tremendo, la meta è raggiunta;

esultate coste, suonate campane!

Mentre io con funebre passo

Percorro il ponte dove giace il mio Capitano,

caduto, gelido, morto.

 

 

 

WILLIAMS

nuovo messico

In un soffice gatto

può mutarsi la furia

-come l’amore può

diventare montagna

nella mente stravolta, la mente 

che s’impenna che bruca qua e là

che trasale e s’incanta nell’arsa

salvia del triplice mondo-

di sasso, di sasso

striato e sbozzato nella cruda

lucentezza di questo

mezzogiorno deserto.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

YEATS

Quando tu sarai vecchia

e grigia e sonnolenta

col capo tentennante

accanto al fuoco

prendi questo libro

e lentamente leggilo

e sogna del tenero sguardo

che gli occhi tuoi ebbero un tempo

e delle loro ombre profonde,

quanti furono ad amare

i tuoi attimi di grazia felice

e quanti amarono

con falso o vero amore la tua bellezza;

ma uno solo amò l’anima peregrina

che era in te

e il dolore del tuo volto che muta.

Curva di fronte ai ceppi rispendenti

mormora con lieve tristezza

come amore fuggì,

come percorse passando i monti

che ci stanno alti sul capo

e nascose il suo viso tra un nugolo di stelle.

 

 

 

 

ZANZOTTO

L'ora illanguidisce nella cenere dello scaldino,

è l'ora di andarsene, di lasciare il calduccio del covo.

Ma dalle poche braci di quaggiù,

se i fili se i fili

del sogno e della ragione tra loro si fileranno,

lassù, nei dintorni del tirar vento di stelle

si accenderanno i nostri mille parlari e pensieri nuovi

in un parlare che sarà uno per tutti,

fondo come un baciare,

aperto sulla luce, sul buio,

davanti la mannaia piantata nel buio

col suo taglio chiaro, appena affilato da sempre.

 

 

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