MEHMET

Da una parte gli aguzzini ci separano come un muro.

Dall'altra questo cuore sciagurato mi ha fatto un brutto scherzo,

mio piccolo,

mio Mehmet,

forse il destino m'impedirà di rivederti.

Sarai un ragazzo, lo so,

simile alla spiga di grano:

biondo, snello, alto di statura.

Ero così quand'ero giovane.

I tuoi occhi saranno vasti come quelli di tua madre,

con dentro talvolta uno strascico amaro di tristezza.

Avrai una bella voce,

la mia era atroce.

La tua fronte sarà chiara.

Le canzoni che canterai spezzeranno i cuori.

Sarai un conversatore brillante.

In questo ero maestro anch'io,

quando la gente non m'irritava i nervi.

Dalle tue labbra colerà il miele.

Ah Mehmet,

quanti cuori spezzerai!

Non dare pena a tua madre.

Tua madre, forte e dolce come la seta,

sarà bella anche all'età delle nonne,

come il primo giorno che la vidi.

Aveva 17 anni,

sulle rive del Bosforo.

Era il chiaro di luna,

era il chiaro del giorno,

era simile a una susina dorata.

Tua madre un giorno, come al solito, ci siamo lasciati:

a stasera!

Era per non rivederci mai più.

Tua madre nella sua bontà

la più saggia delle madri.

Non ho paura di morire, figlio mio.

Eppure malgrado tutto

a volte trasalisco di colpo.

Contare i giorni difficile.

Non ci si può saziare della vita, Mehmet,

non ci si può saziare.

Non vivere a questo mondo come un inquilino.

Vivi su questa terra come se fosse la casa di tuo padre.

La nostra terra, la Turchia,

un bel paese tra gli altri paesi,

e i suoi uomini,

quelli di buona lega,

sono lavoratori pensosi e coraggiosi

e atrocemente miserabili.

Tu, il futuro,

lo vedrai coi tuoi occhi,

lo toccherai con le tue mani.

Io forse morirò lontano dalla mia lingua,

dalle mie canzoni,

dal mio sale ,dal mio pane,

sentendo la nostalgia di tua madre e di te.

Mehmet, piccolo mio,

me ne vado. Sono calmo.

La vita che si disperde in me si ritroverà in te,

per lungo tempo.

(Nazim Hikmet, 1960)

 

****

 

ADDIO

L'uomo dice alla donna: ti amo,

come se stringessi tra le palme il mio cuore,

simile a scheggia di vetro che m'insanguina le dita,

quando lo spezzo follemente.

La donna dice all'uomo:

ho guardato nei tuoi occhi,

nel mio cuore,

con amore curvandomi sulle tue labbra.

L'uomo ha taciuto.

Un libro caduto sul pavimento.

Una finestra si chiusa.

Come un mormorio nelle tenebre.

(Nazim Hikmet, 1960)

 

****

 

BERLINO

Tra 4 giorni sarò a Mosca.

Questa separazione non è che una strada sotto la pioggia.

Arriveranno notizie,

mi tufferò, correndo,

verso nuove scelte.

Tra 4 giorni sarò a Mosca.

A Mosca è primavera,

me l'hai detto al telefono.

Anche questa separazione finisce,

grazie al cielo.

Ritorno.

In me non c'è che la notte di questa separazione.

In me la tua solitudine.

Solitudine:

pane di ricordi che non sazia.

A Berlino, nella mia stanza d'albergo, brilla il sole.

A Berlino c'è il bisbiglio inzuppato degli uccelli

- stamattina è piovuto -

e poi i tram,

e il tempo.

Non si decide a muoversi il tempo.

E' rigido, gelato.

Si potrebbe appenderlo a un chiodo, il tempo.

E tagliarlo col coltello.

Sono in una prigione,

col più spietato degli aguzzini :

il tempo.

A Berlino nella mia stanza è pieno di sole.

E tra 4 giorni sarò all'aeroporto.

Nell' azzurro.

 

****

 

SERA

Sei appena uscito di prigione

e appena uscito

ecco tua moglie incinta.

La sera la prendi sottobraccio.

Ve ne andate a passeggio per le strade del quartiere.

Ha il ventre quasi fino al naso tua moglie.

E il suo peso sacro lo porta con civetteria.

Tu sei fiero e pieno di rispetto.

Fa fresco,

una freschezza come le mani di un bimbo infreddolito.

I gatti del quartiere aspettano attorno alla macelleria.

Al primo piano, la macellaia ricciuta,

i grossi seni appoggiati sul davanzale,

contempla il tramonto.

In mezzo al cielo compare una stella,

limpida e bella come un bicchier d'acqua.

L'estate è durata a lungo quest'anno

e se i gelsi sono ingialliti, i fichi sono ancora verdi.

Refik, il tipografo,

e la figlia più giovane di Jorghi, il lattaio,

passeggiano su e giù, con le dita intrecciate.

Karabè, il pizzicagnolo, ha già acceso le luci.

Quest'armeno non ha dimenticato il massacro di suo padre

tra le montagne curde.

Ma a te, ti vuol bene.

Anche tu non li puoi perdonare

quelli che hanno messo questo marchio sulla fronte del popolo turco.

I malati, i tisici del quartiere guardano da dietro i vetri.

Il figlio di Nuriye, la lavandaia,

disoccupato, ingobbito dalla tristezza,

s'avvia verso la bettola.

In casa di Rahmi si sente il radio-giornale.

Hanno mandato 4500 ragazzi in un paese dell'Estremo Oriente

per massacrare i loro fratelli, dal viso giallo lunare.

Il tuo viso arrossisce di collera e di vergogna.

Non sei obiettivo, no, al diavolo,

ma triste

di una tristezza tua propria,

una tristezza con le mani e i piedi legati,

come se fossi ancora in prigione,

e giù in guardina sentissi i gendarmi battere i contadini .

La notte è caduta.

Il passeggio serale è terminato.

Una jeep della polizia entra nella strada.

Tua moglie sussurra: «andrà a casa?».

(Nazim Hikmet, 1960)

 

****

 

LA VITA

La vita non è uno scherzo.

Prendila sul serio ,

come fa lo scoiattolo per esempio,

senza aspettarti nulla

adesso

o nell'al di là.

Non avrai altro da fare che vivere.

La vita non è uno scherzo.

Prendila sul serio,

ma sul serio a tal punto

che messo contro un muro, ad esempio,

le mani legate,

tu muoia affinché vivano gli uomini,

uomini di cui non conoscerai la faccia,

e morrai sapendo

che nulla è più bello e più vero della vita.

La vita non è uno scherzo.

Prendila sul serio,

ma sul serio a tal punto

che a settant'anni pianterai degli ulivi,

non perché restino ai tuoi figli,

ma perché non crederai alla morte,

pur temendola.

E la vita peserà di più sulla bilancia.

 

nextpen.gif (12208 byte)

 

 

 

 

.