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Recensione di Alessio
Alessandrini
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Non c'è naturalismo e quello che si vede è la proiezione, nel mondo rarefatto ed astratto delle idee, di condizioni e valori della femminilità universale:n la maternità, la speranza, il sacrificio, la mitezza e la pace. In questo mondo di stoica e pacata, quasi olimpica serenità, irrompe però, in dissonanza prospettica, il simulacro del tempo, le figure simboliche si trovano a loro volta a dover decifrare un simbolo: una statua anch'essa muliebre, caduta e spezzata, si accampa drammaticamente al centro del tutto. Il suo scabro candore contrasta col multicolore del presente: è il monito del passato, la sostanza della mortalità umana, l'inevitabilità del dolore. Ancora una volta, nonostante l'apparente paganità dell'opera, riaffiora la fondamentale ispirazione religiosa di Antonio Boatto: la sua allegoria diventa parabola; le sue vergini, senza più distinzione tra sagge e stolte, sono avviate, là in fondo, verso la consapevolezza della vita. |