IN TIR PER VIA OBERDAN

 di Nunzio Cocivera

Parcheggiai il tir e mi avviai sul viale.

Volevo rivederla, era passato un anno e l’avevo ancora dentro di me!

Anche dirle solo un ciao, stringerle la mano…

Finché la intravidi tra la folla stretta a lui: la bambina saltellava davanti a loro imbrattata di gelato; lei era felice, sprizzava gioia… mi nascosi.

Mi passarono a fianco: erano felici, si vedeva. Perché turbarli con i ricordi?

Come un lampo mi torna in mente tutta la storia.

 

Ero entrato sulla Via Oberdan con il mio tir di computer usati, una mano sul volante, l’altra alla cordicella delle trombe; un occhio alla strada, l’altro alla banchina. Come un setter da caccia punta la preda, così la puntai in lontananza, pronto ad un suono prolungato di compiacimento per essere in regola come un vero camionista. La sagoma si faceva più nitida avvicinandomi: era una bella donna. Una fiesta mi precedeva a cento metri circa, lei fece una brusca mossa come a volersi buttare sotto; poi notò il tir e si fermò.

Scalai una marcia e rallentai. Guardavo più il corpo, ma cercavo il suo viso, avevo un sesto senso per queste cose: era una maschera di pianto. Misi il piede sul freno e mi preparai a scansarla!

Lei ci provò: batté solo la faccia sul cofano e si procurò una lieve ferita ad un labbro.

Ci ritrovammo dentro un bar, la tempestai di domande… non ricevetti risposte.

Infine, dopo essersi sfogata in un lungo pianto, sembrò più calma.

- “ Devo andare “ - dissi, “davvero non vuoi dirmi perché volevi far diventare il mio tir assassino?”

Non rispose.

- “ Posso andare tranquillo o aspetti il prossimo tir?”

- “Non ho dove andare” - disse, “portami con te!”

 

Ormai erano giorni che viveva sul divano a casa mia. Casa mia?

Un porcile, prima di lei. La rimise a nuovo, teneva casa come una reggia, e mi puliva ed accudiva come un marito, solo che col marito si scopa! Con me nisba!

Che paradossale situazione: se ci provavo piangeva, se si parlava di tutto si riusciva ad avere un dialogo piacevole e allegro, finché cercavo di sapere di più di lei… tagliava ogni discorso lì!

Ci mise sedici giorni per passare dal divano al letto. Si concesse a me, senza sesso né amore, forse per gratitudine, ma averla tra le mie braccia, solo dormire con lei era piacevole.

Era dolcissima: si concedeva senza slanci né varianti; non si faceva sesso, non la sentii mai veramente mia.

Non prese mai l’iniziativa, neanche per un bacio: se ci provavo ci stava… solo ci stava!

 

Erano due lunghi mesi che viveva con me e mi prese la curiosità di sapere chi fosse, che faceva? Dove andava quando io ero via?

Certo, usciva a far la spesa e poi? Presi tre giorni di ferie e la pedinai.

Prendeva l’autobus e andava alla scuola Oberdan a guardare i bambini.

Quando avemmo il primo rapporto chiesi… e lei disse “vai tranquillo, non posso avere figli, sono sterile”. Ama così tanto i bambini che viene a vedere i figli che non ha avuto?

Ma perché lì? Dopotutto vicino casa mia c’era un’altra scuola!

Non trovai altro: su tre giorni andò due giorni alla scuola Oberdan.

Un nipote?

Credo che non avrei avuto risposta. Inutile chiedere.

Finché arrivò quel pomeriggio che l’avrei avuta e persa!

Ero sfinito, svuotato, arrivai alle cinque a casa ed ero uno straccio; sere così, quando ero solo, mi buttavo sul letto vestito e senza lavarmi. Mi accolse sulla porta e mi baciò.

- “Sei stanco, si vede”.

Entrai nella doccia, non avevo la forza di lavarmi, ma dovevo farlo.

Lei mi stupì: mi seguì sotto la doccia, poi sul pavimento, infine sul letto; finalmente era mia!

L’avevo avuta con slancio, con gioia. Ero felice, nessuna stanchezza; mi sentivo un leone.

- “Preparati” - le dissi. “Fatti bella, mi riposo un’ora poi si esce.”

Mille pensieri e progetti mi ruotavano in mente: sarei passato a comprarle un anello, poi l’avrei portata nel miglior ristorante.

 

Uscii con lei. Sul viale mi diressi deciso verso la g ioelleria.

Sulla porta usciva un uomo con una bambina. La bimba urlò: “Mamma, mamma! Finalmente!”

Le saltò al collo baciandola e bagnandola di lacrime. Anche lei piangeva.

Quell’uomo restò fermo a 4-5 metri, muto; aveva un grosso cerotto sulla fronte.

Io ero scioccato.

-         “Mamma, ti abbiamo cercato tanto, sai. Mi sei mancata tanto, e anche a papà.
Quella è andata via già da un mese e papà non dice più che era lei la mia mamma.. sei tu la mia mamma! Solo tu! Sai, quando io piangevo lui mi sgridava quando c’era lei, ora piange con me! Ieri notte, sai, lui dormiva, io no: pensavo a te e l’ho svegliato e gli ho detto che ti rivolevo a casa. Ha detto che non sapeva dov’eri, non sapeva se lo volevi perdonare e se mai ti trovava! Poi ha picchiato la fronte sul pilastro della cucina si è fatto una bella ferita.”

 

Poi la bambina mi vide.

-         “Lui chi è mamma?”

-         “Si è preso cura di me in questi mesi, un uomo d’oro.”

-         “Sei alto, sei ?! La mamma è più bella di prima, grazie!
Mi prendi in braccio, voglio darti un bacio. Papà ha comprato un anello da regalare a mamma per farsi perdonare. Grazie per averla riportata da noi!

-         “Tu sei sua figlia?” – L’unica domanda che riuscii a fare.

-         “Certo, lo sono. Mi hanno adottata quattro anni fa…”

 

Il tir riparte piano, attraversa Via Oberdan, lasciando una famiglia felice.

Il tir è triste, prosegue lento verso altre vie… altre storie…