Genesio
Tubino
Gli intellettuali “rompono”
Samuel Fitoussi Pourquoi les intellectuels se trompent. ’Observatoire,
2025)
Ci sono
teorie e falsi che non rientrano nel campo della lotta al complottismo e alle
falsità dichiarati e che perciò alimentano la buona coscienza autosoddisfatta di chi sta dalla parte del giusto e del
vero. Da sempre vulnerabili all’errore, le nostre società, sostiene Fitoussi, avvertono che intellettuali ed élites possono
essere tra i primi a soccombervi. Errori raramente considerati tali, e dunque
da combattere, dal momento che è l’élite a decidere cos’è errore e cosa verità.
L’appartenenza all’intelligencija e la volontà di
combattere l’errore non proteggono dall’errore e non precludono l’eventualità
stessa del peggio.
Non si
tratta solo del ben noto tramonto dei lumi ma di una possibilità inerente alla
natura umana. Il moderato ed esitante Burke fatica a soppiantare l’entusiasta
ed ottimista Rousseau.
I
complottismi e le fake news, sposati dagli
intellettuali e che non vengono avvertiti come tali, sono più nocivi
dell’irrisa teoria smaccatamente complottista, o disinformata, contro cui i
maestri censori vorrebbe legiferare. Sospetto è sempre il consenso: resi
consapevoli che nel corso della storia lo scemo del villaggio ha prodotto meno
catastrofi di quelli che lo deridevano, l’umiltà consiglia di lasciar circolare
liberamente anche quanto è considerato falso al fine di scuotere il consenso.
La corsa
all’armamento nelle assurdità ideologiche cui si è dedicata l’odierna élite
urbana privilegiata segnalerebbe, scrive l’autore, una prosperità ego-riferita
e cieca alle infermità della natura umana.
Senza
scomodare la bakuniniana pedantocrazia,
Bastiat deplorava come i grandi scrittori e pensatori
del suo paese fossero dell’idea che l’umanità sia materia inerte ricevente
vita, organizzazione, moralità e ricchezza dall’alto. E in anni più vicini a
noi, Schumpeter temeva lo scompenso tra costi e
rendimento del sistema educativo, predicendo la crescita eccessiva di diplomati
psicologicamente inutilizzabili in occupazioni manuali e allo stesso tempo non
impiegabili nelle professioni liberali. Non riconosciuti nel giusto valore,
scontenti per impieghi insoddisfacenti, questi diplomati si radicalizzerebbero
nel fiorire di studi critici, in attesa di mestieri per cui essi vantano
specifiche competenze, spendibili perlopiù nell’agone accademico.