Ferruccio
Giromini
El
Moro, Galleria Prisma, Genova. Opere grafiche arrabbiate.
El Moro “Stay Safe
Stay Offilne” poster installation
view Artworks from 2008 -
2025, Prisma Gallery Genova
Ecco, qui l’artista chiamato El Moro (al secolo Andrea Moresco. Sanremo,
1981) rotea lo sguardo con allarme su questi tempi brutti, bruttissimi,
preludio di tempeste. Un ambiguo sub universo dove tutti sono quel che non
sono. Un underworld affollato e soffocante, in cui la
pacifica convivenza si rivela solo apparente. Una civiltà narcotizzata, dopata
che sparpaglia sequele infinite di selfie, piccoli
egocentrismi tanto ingenui da risultare stupidi; girls
con l’anello al naso, fanciulline sante peccatrici; e poi, subito dietro,
infiniti fasci di fascisti, dannati nidi di nazisti, marci covi di razzisti,
infimi coaguli di suprematisti. Voci sorde, pesanti, di intestini gasati.
Frattaglie di macelleria inculturale.
Poi, lì, l’artista autodefinitosi El Moro fa quel che sente, fa quel che deve. Considera il
disturbato scenario di chiacchiere, metastasi di chiacchiere radiotelevisive,
l’invasivo podcast di vuoto; per poi trasferire
quelle sfaccettature di apocalisse in un racconto di paesaggi urbani
claustrofobici. Alternando, a contrasto, poco bianco e tanto nero, a martellate
tambureggianti, con un segno ordinato per figurare il disordine. Un ossimoro
sanguinante di metamorfopsie, dove i disturbi visivi
velano e svelano disturbi mentali. Eppure, avrebbe desideri di simmetria,
vorrebbe far danzare ogni coppia di yoni e lingam in coreografico pas de deux; ma prevale incoercibile l’invettiva disperante.
Questo paesaggio urbano non può non essere “hard gore”.
Il linguaggio delirante di El Moro a Genova, l’unico in grado di rendere le assurdità
del presente. Certo, ora l’individuo sospetto, noto come El Moro, combatte la
realtà oscura come deve, come può. Tra l’incazzatura e lo sconforto. Vive la
distopia misurando le teorie del complotto e affrontando chi se ne sta ebete
con un giallo smile tatuato nell’encefalo. La visione inevitabile è un
sobbollire di figure che diviene puzzle, a volte frenetico, in un fragore
indistinto di cozzi di cazzi e di fighe in foga, una lunga mischia di corpi
variamente manganellati, di menti indifferentemente stuprate. Il potere è
violenza sempre. E in questi casi il delirio è forse l’unico linguaggio
espressivo possibile.
Alla galleria Prisma di Genova la
provocazione diventa rifiuto, resistenza e ribellione. E la provocazione non
può essere perbene, se fosse accondiscendente e lecchina non sarebbe tale. Sì,
la battaglia sembra persa già dalla partenza, ma gli eroi delle migliori
avventure non sono proprio i duri teneri che ne prendono tante? Ma basta.
Nausea. Desiderio di aliti puliti, leggeri, profumati. Voglia di assaporare
lingue fresche, lingue finalmente morbide e sincere. Nuda pulizia. E niente
polizia, non serve.
“Artribune”, 11/3/2026