Tradotto da Alberto Blanche e
pubblicato nella Raccolta di Breviari Intellettuali dell’Istituto Editoriale
Italiano di Milano col numero 184, il Discorso sulla Pena di
Morte di Robespierre del 30 maggio 1791
(che nel nostro volumetto seguiva il Discorso sulla Libertà di Stampa di qualche giorno prima) alla luce degli
avvenimenti successivi – cominciando con l’approvazione della pena di morte
nella seduta del 10 giugno dell’Assemblea Costituente, assai prima della
tragica fine dell’”Incorruttibile” - assume un sapore acre e sinistro.
Maximilien-François-Marie-Isidore de Robespierre
Discorso sulla Pena di
Morte
Essendo stata
portata ad Atene la notizia che nella città di Argo erano stati condannati a
morte alcuni cittadini, il popolo si recò nei templi per scongiurare gli dei
onde distogliessero gli Ateniesi da pensieri così crudeli e così funesti.
Io vengo a pregare non gli dei, ma i legislatori,
che debbono, essere gli organi e gli interpreti delle leggi eterne che la
Divinità ha dettate agli uomini, di cancellare dal Codice dei Francesi le leggi
di sangue che comandano i delitti giuridici, e che vanno contro le loro nuove
abitudini e la loro nuova costituzione. Io voglio provàr
loro: 1° che la pena di morte è essenzialmente ingiusta; 2° che essa non è la
più reprimente delle pene, e, più che impedire i delitti li moltiplica.
Fuori della società civile, se un nemico accanito
viene ad attentare ai miei giorni, e, respinto venti volte, ritorna a
distruggere il campo che le mie mani hanno coltivato, poiché io non posso che
opporre le mie forze individuali alle sue, bisogna che io perisca o che uccida,
e la legge della difesa naturale mi giustifica e mi approva. Ma nella società,
quando la forza generale è armata contro un solo individuo, qual principio di
giustizia può autorizzare a dar la morte? Quale necessità può assolverla? Un
vincitore che fa morire i suoi nemici, presi prigionieri è chiamato barbaro! Un
uomo che fa sgozzare un bambino, ch'egli può disarmare e punire, parrebbe un
mostro! Un accusato che la società condanna non è per essa che un nemico vinto
ed impotente; le è dinanzi un uomo adulto, ma più debole di un fanciullo. Così
agli occhi della verità e della giustizia, queste scene di morte che essa
ordina con tanto d'apparecchio, non sono altro che vili assassinii, che dei
delitti solenni, commessi, non dagli individui, ma dalle nazioni intiere, con delle forme legali. Per quanto crudeli, per
quanto stravaganti sieno queste leggi, non
meravigliatevi più. Sono l'opera di qualche tiranno; sono le catene che
opprimono la specie umana; sono le armi con le quali la soggiogano; esse furono
scritte col sangue. "Non è, affatto permesso dare la morte a un cittadino
romano. " Tale era la legge che il popolo aveva sostenuto: ma Silla vinse
e disse: Tutti coloro che si sono armati contro di me sono degni di morte.
Ottavio ed i compagni suoi di delitti confermarono questa legge. Sotto Tiberio,
aver lodato Bruto fu un delitto degno di morte. Caligola condannò a morte
coloro che erano tanto sacrileghi da svestirsi dinanzi all'immagine
dell'Imperatore. Quando la tirannia ebbe inventato i delitti di lesa maestà,
che erano o delle azioni indifferenti o degli atti eroici, chi avrebbe osato
pensare che potevano meritare una pena più dolce della morte, a meno di render
sé stesso colpevole di lesa maestà?
Il fanatismo, nato dall'unione mostruosa
dell'ignoranza col despotismo, allorché inventò a sua volta i delitti di lesa
maestà divina, quando concepì nel suo delirio di vendicare Iddio, volle esso
pure offrire del sangue, mettendosi al livello dei mostri.
La pena di morte è necessaria, dicono i partigiani
degli antichi barbari usi; senza di essa non ci sono freni abbastanza potenti
contro i delitti. Chi ve lo ha detto? Avete calcolato tutte le specie di mezzi
con i quali le leggi penali possono agire sulla sensibilità umana? Ahimè! prima
della morte, quanti dolori fisici e morali l'uomo deve soffrire! Il desiderio
di vivere si inchina davanti all'orgoglio, la più imperiosa delle passioni che
il cuore umano; la più terribile di tutte per l'uomo sociale, è l'obbrobrio, la
schiacciante testimonianza dell'esecuzione pubblica.
Quando il legislatore può colpire i cittadini in
tanti lati ed in tanti modi, come può credersi ridotto ad impiegare la pena di
morte? Le pene non sono fatte per tormentare i colpevoli; ma per impedire il
delitto, il quale teme appunto di incorrere nelle pene. Il legislatore che
preferisce la orte e le pene atroci ai mezzi più
dolci che sono in suo potere, oltraggia la delicatezza pubblica, affievolisce
il senso morale nel popolo ch'egli governa, come un poco abile precettore che,
coll'uso frequente di modi crudeli abbrutisce e degrada l'animo del suo
allievo, il legislatore abusa ed indebolisce le energie del governo, volendo
troppo piegare l'arco del potere. Il legislatore che stabilisce questa pena
rinuncia a quel principio salutare, che " il mezzo più efficace per reprimere
i delitti è quello di adattare le pene al carattere delle differenti passioni
che causano il delitto", e di punirle, per così dire. per sé stesse. Esso
confonde tutte le idee, turba tutti i rapporti e contraria apertamente lo scopo
delle leggi penali.
La pena di morte è necessaria, dite voi! Se è
così, perché parecchi popoli hanno saputo farne a meno? Per quale fatalità
questi popoli sono stati i più saggi, i più felici, i più liberi? Se la pena di
morte è la più appropriata per prevenire i grandi delitti, bisogna dunque che
essi sieno stati molto rari presso i popoli che
l'hanno adottata e prodigata. Invece accade precisamente tutto il contrario.
Guardate il Giappone: in nessuna parte del mondo
si è tanto prodighi della pena di morte, si è tanto prodighi di supplizi; in
nessuna parte del mondo i delitti sono così frequenti e cosi atroci. Si direbbe
che i Giapponesi vogliono disputare di ferocia con le leggi barbare che
oltraggiano e che irritano. Le repubbliche della Grecia, ove le pene erano molto
moderate, e dove la pena di morte era infinitamente rara o sconosciuta, forse
che avevano più delitti e meno virtù dei paesi governati da leggi sanguinarie?
Credete voi che Roma fosse funestata da un maggior numero di delitti, quando,
nei giorni della sua gloria, la legge Porcia ebbe distrutte le pene severe
portate dai re e dai decemviri, di quanti se ne consumavano quando Silla le
fece rivivere, e sotto gli imperatori che ne elevarono il rigore ad un eccesso
degno della loro infame tirannide? La Russia è stata forse sconvolta, dacché il
despota che la governa ha intieramente soppressa la
pena di morte, come s'egli volesse espiare con questo atto di umanità e di
filosofia il delitto di tenere dei milioni di uomini sotto il giogo del potere
assoluto?
Ascoltate la voce della giustizia e della ragione;
essa ci grida che i giudizi umani non sono mai abbastanza certi, perché la
società possa condannare a morte un uomo condannato da altri uomini soggetti ad
errare. Se anche voi aveste immaginato il più perfetto ordinamento giudiziario,
se aveste trovati i giudici più integri e più illuminati, sarà sempre possibile
un errore, non evitereste assolutamente la prevenzione.
Perché impedire il mezzo di riparare? Perché
condannate all'impossibilità di tendere una mano soccorritrice all'innocente
oppresso? Che importano gli sterili rimpianti, le riparazioni illusorie che voi
accordate ad un'ombra vana, ad una cenere insensibile? Essi sono tristi
testimonianze della barbara temerità delle vostre leggi penali. Togliere all'uomo
la possibilità di espiare il suo malfatto col pentimento o con degli atti di
virtù, chiudergli senza pietà il ritorno alla virtù, alla stima di sé stesso,
adoperarsi per farlo più presto scendere, per così dire, nel sepolcro ancora
tutto avvolto dalla macchia recente del suo delitto, è ai miei occhi una delle
più raffinate crudeltà.
Il primo dovere del legislatore è di formare e di
conservare gli usi pubblici sorgenti di tutte le libertà, sorgenti di tutta la
felicità sociale; allorché per giungere ad uno scopo particolare, egli si
allontana da questo scopo generale ed essenziale, commette il più grossolano ed
il più funesto degli errori.
Bisogna dunque che le leggi presentino sempre ai
popoli il modello più puro della giustizia e della ragione. Se, al posto della
severità potente, della calma moderata che deve caratterizzarle, esse mettono
la collera e la vendetta; se esse fanno colare del sangue umano che possono
risparmiare e che non hanno diritto di spargere; se esse espongono agli occhi
del popolo scene crudeli e cadaveri martoriati dalle torture, allora alterano
nel cuore dei cittadini le idee del giusto e dell'ingiusto, allora fanno
germogliare nel seno della società dei pregiudizi feroci che alla loro volta ne
producono degli altri.
L'uomo non è più per l'uomo un oggetto altamente
sacro, si ha una idea meno grande della sua dignità, quando l'autorità pubblica
si ride della vita umana. L'idea dell'assassinio ispira meno spavento, quando
la legge stessa ne dà l'esempio e lo spettacolo; l'orrore del delitto scema,
poiché lo si punisce con un altro delitto. Guardatevi bene dal confondere
l'efficacia delle pene con l'eccesso della severità; l'una è assolutamente
l'opposta dell'altro. Tutto asseconda le leggi moderate, tutto cospira contro
le leggi crudeli.
Si è osservato che nei paesi liberi i delitti
erano più rari, perché le leggi penali eran più
dolci. I paesi liberi sono quelli nei quali i diritti dell'uomo sono
rispettati, e dove di conseguenza le leggi sono giuste. Dappertutto dove esse
offendono l'umanità con un eccesso di rigore, si ha la prova che la dignità
dell'uomo non è conosciuta, che quella del cittadino non esiste; si ha la prova
che il legislatore non è che un padrone che comanda a degli schiavi, e che li
colpisce spietatamente seguendo la sua fantasia.
Io concludo perché la pena di morte sia abrogata.