Paola Décina Lombardi

Jean Clair processa il surrealismo

 Mentre al Victoria and Albert Museum di Londra è in corso Surreal Things: Surrealism and design, una magnifica mostra che  per la prima volta guarda all’influenza esercitata anche sull’architettura e sulle arti decorative, in Italia Fazi pubblica un singolare Processo al surrealismo. Perché no? I surrealisti non avevano forse intentato nel 1921 un ormai celebre Processo a Maurice Barrès?  L’ex socialista diventato un acceso nazionalista istigatore del Caso Dreyfus, era accusato di essere  un pessimo maestro, campione di “opportunismo, corruzione, compromissione, crimine contro la sicurezza dello spirito”.  Istruito come una umoristica manifestazione dadaista, quel processo  pose però  un   interrogativo. Come mantenere intatto lo spirito di rivolta dei giovani, impedendogli di scivolare nel nichilismo di dada e nella autodistruzione della droga o del suicidio?  “Cambiare la vita, trasformare il mondo” fu la risposta che il movimento elaborò negli anni seguenti guardando a Rimbaud, a Freud e a Marx con oscillazioni  e posizioni individuali sul versante della militanza comunista  che provocarono espulsioni e scissioni. A istruire l’odierno Processo  ai surrealisti è  un critico d’arte, già conservatore del Museo Picasso di Parigi, di nome  Jean Clair, pseudonimo di Jean Regnier.

All’autorevole curatore di mostre non manca la verve polemica e una vena atrabiliare, confessata addirittura nel titolo di un suo recente Journal.  Non rara, nei suoi saggi, è anche una discutibile strategia dialettica, come in questa sua analisi “revisionista” del surrealismo, cominciata con un articolo su “Le monde diplomatique”  all’indomani dell’11 settembre. Prendendo spunto dal successo delle esposizioni surrealiste in corso, Clair si inseriva nel dibattito  di quei giorni di sgomento  con un clamoroso j’accuse.  Certa intellighenzia francese contribuiva alla “demoralizzazione dell’Occidente”, sulle orme dell’ideologia surrealista che “aveva seguitato a  desiderare la morte di un’America considerata materialista e il trionfo di un Oriente depositario dei valori dello spirito”, prefigurando il crollo delle Twin Towers. Le prove? Un “curioso atlante del mondo” del 1929 in cui sono assenti gli Usa, come d’altronde l’Europa rappresentata solo da Parigi, e un brano di Aragon del 1925.  Quel disegno in cui apparivano Afganistan, India, Russia, Cina e, smisurati, Labrador, Groenlandia, Oceania e Isola di Pasqua,    esprimeva in modo paradossale l’amore per le civiltà e arti cosiddette primitive,  l’adesione alla rivoluzione sociale incarnata dall’Unione sovietica,  il rifiuto di un Occidente fondato sui valori Dio-Patria- Famiglia che con la grande guerra aveva generato una mostruosa carneficina. All’epoca ampiamente condiviso, questo rifiuto spinse in molti a guardare all’Oriente di Tagore, fonte di spiritualità e rigenerazione. D’altronde, Breton non auspicava forse che “l’Oriente del sogno, del sogno notturno, passasse nell’Occidente del giorno”, ritenendoli “non impenetrabili l’uno all’altro”? Quanto all’invocazione di Aragon: “Che laggiù l’America crolli con i suoi bianchi grattacieli…”, è estrapolata da un contesto che mette sotto accusa una civiltà fondata sulla competizione, sulla corsa al successo e sul profitto, sul proibizionismo, sulla segregazione razziale e sull’ingiustizia sociale,  sulla religione repressiva e sulla scienza che  contribuisce più allo sfruttamento dell’uomo che ad alleviarlo, cioè l’America che più tardi metterà alla gogna Chaplin, ma non l’America del jazz, delle rivendicazioni libertarie e del cinema che faceva scuola.

  Tra manipolazioni e accuse calunniose, come l’antisemitismo, c’è anche la “compromissione con lo stalinismo”. Clair  dimentica il rapporto assai conflittuale e breve con il pcf, il rifiuto netto del “realismo socialista”, le “espulsioni” dal movimento, come quella di Aragon conquistato dai sovietici, nel 1930, e le denunce tempestive da parte di Breton de “i progrom … il terrore in Germania” nel 1933, dei Processi di Mosca nel 1936. E finge di non sapere che il rapporto con il sistema sovietico fu conflittuale e senza mediazione: fedeli al surrealismo di Breton  voltando le spalle al pcf  o viceversa.

 Nel 2003  Jean Clair è tornato sull’argomento con Il surrealismo tra sedute spiritiche e totalitarismo; Contributo a una storia dell’insensato, che Fazi pubblica insieme a L’onore dei funanboli. Risposta a Jean Clair  con il titolo Processo al surrealismo,  indicandone  come autori “Jean Clair con Régis Débray”. Maladresse  o astuzia? Il testo di Débray processa infatti Jean Clair e gli Intélloterminal, o intellettuali da aeroporto che, come lui, “vivono in un pianeta limitato al cupo vis-à-vis Europa-Usa, un mondo ristretto dal lavaggio del cervello”. Nel volumetto, Clair rincara la dose prendendo a bersaglio Breton: capobanda autoritario e confuso, dominatore sprezzante del sapere e del rigore, totalitario filostalinista con tentazioni fasciste,  “mostro tricefalo”, con le caratteristiche di Hitler, Stalin e Troskij. Le prove? Il ritratto ironico, peraltro più affettuoso che al vetriolo, di un personaggio di romanzo- l’Aglarès nell’Odile  di Queneau, e gli epiteti insultanti di  André Thirion, fuoruscito del surrealismo per abbracciare anima e corpo, lui sì, la linea stalinista del pcf. Ma il conservatore si guarda bene dal precisarlo. Tra accostamenti altrettanto rigorosi e arditi paralogismi, o “stregonerie logiche” come le definisce Débray,  l’autore vuole convincere dell’equazione surrealismo-totalitarismo, per esempio associando il Teatro della crudeltà  di Artaud, che peraltro  ha fatto parte del movimento per pochissimo tempo, nei primi anni venti, al Thing Theater nazional socialista  con la singolare argomentazione che l’abolizione della frontiera tra la scena e la platea corrisponderebbe a “una tentazione totalitaria”. Oppure, attribuendo a Breton le ambiguità di Bataille che non è mai stato un surrealista,  Per non dire della grossolanità con cui getta  in un  calderone l’esperienza dei sonni ipnotici, lo studio dell’isteria, la scrittura automatica, l’interesse per il mito, per l’occultismo e per la magia, come se fossero stati continuamente e acriticamente, praticati, come se non avessero costituito degli interessi per sondare l’inconscio e i meccanismi della mente nel processo creativo, come se non fossero culminati in quel magnifico approdo che è L’arte magica, ultima opera di Breton che Adelphi ha il merito di aver fatto conoscere anche in Italia. Ha ragione Butor, “l’attacco non è nuovo, è una stupidaggine che ribadisce una ostilità antica da parte delle istituzioni politico culturali… è una reazione più alla Le Pen che adeguata a una persona di cultura”.

    Attraverso il surrealismo, Clair accusa quelli che, a suo dire, ne sarebbero gli  epigoni: “Deleuze e Guattari, situazionisti e  sessantottini, Happening americano e movimento Fluxus, Debord, Vaneigem, Foucault,  Baudrillard…e i Woodstock, i Raves, le Loves Parade”, ovvero  liberalizzazione dei costumi l’avvento del New Age, degrado culturale giovanile e terrorismo. In tempi dominati dal realismo politico ed economico, in una civiltà che- usando le parole di Débray-  riconosce soltanto ”il divertirsi da morire e l’uccidere a cottimo....la noia degli agi e la rincorsa al profitto”, gli ideali utopici del surrealismo con la sua  rivolta “creatrice di luce attraverso la poesia, la libertà, l’amore” e la sua etica dell’artista che rifugge consenso e compromessi,   disturbano. Ora, dell’influenza esercitata dalla violenza verbale delle avanguardie storiche e dalla passione rivoluzionaria che ha percorso tutto il Novecento, oltreché del ruolo di artisti e intellettuali se ne può discutere, ma con strumenti e metodi ben diversi! Cioè ripercorrendo opere e documenti con obiettivo rigore,  e senza omettere, tra gli altri,  il giudizio non sospetto di François Furet che considerò il surrealismo “l’anatema antiborghese più violento che mai, libero però da ogni utilizzazione politica”.  

“La Stampa-TTL”, 25 agosto 2007