Carlo Romano

Verosimilmente cinema

Oreste De Fornari: DIARIO DEL VEROSIMILE. Un viaggio nel cinema del Novecento. CUEpress, 2025

A dare retta al sottotitolo ci si aspetterebbero vastità storiche ed estetiche ancorché il titolo sia chiaro su un punto, quello del “diario”, quindi un percorso limitato dai gusti personali cui l’accenno al “verosimile” apporta un peso teorico oggi forse meno riconoscibile che nei decenni passati per quanto convenientemente noto agli studiosi dell’estetica italiana del dopo 1945 in quanto aggiudicato proprio al cinema da un filosofo marxista oggi fuori moda ma che nel momento in cui brillava fra tanti ”scientisti” di orientamento marx-leninista la stella di Louis Althusser ebbe una presa analoga sul piano di un’estetica materialista: Galvano Della Volpe e naturalmente il suo Verosimile Filmico, ben accolto dai lettori di “Filmcritica”, la longeva  rivista italiana di Edoardo Bruno che lo pubblicò nel 1954 e che lungo la sua storia catturò probabilmente più di ogni altra, nonostante i contributi spesso sibillini, la fedele attenzione dei “cinéphiles”. 

Questo è il punto.

La “talora intelligenza un po’ beffarda” di De Fornari, come nella prefazione va a definirla Nuccio Lodato – al pari di Oreste anche Nuccio è una vecchia conoscenza mia e di tanti cultori genovesi di cinema – mi ha dato l’impressione di voler prendere le distanze proprio dalla cerchia della filia e dai gusti che la contraddistinguono sfoggiando a conti fatti una perlustrazione per niente scontata, la quale inoltre, come rileva Lodato, ha la prerogativa di potersi leggere tutta d’un fiato. Se ciò è vero, e lo è avendolo personalmente sperimentato, non dipende tanto, comunque non del tutto, dai temi implicati quanto dalla loro elaborazione in una lingua classica che più classica non si può. Veramente ammirevole, meglio ancora, incantevole. De Fornari fa della letteratura ed è “letteraria” anche la sua analisi dei film.

Un limite, certo.

Le sue scelte dipendono molto da questa scelta fondante. Come spiegare d’altra parte che la sua preferenza nel cinema di Hitchcock vada a Notoriius e scelga di indicare alcuni film – definendoli in ogni caso “minori” – dove trova posto Il Caso Paradine ma non Intrigo Internazionale?. Il cinema classico hollywoodiano - a parte Walt Disney  del quale è autorevole competente - è ridotto a poco più che una rapida visione a volo d’uccello dei generi e alle commedie di Lubitch, Wilder, Hawks, Capra e Sturgess, trattate comunque velocemente. Su John Ford in pratica niente, non voglio pensare che sia per ottemperare alla teoria “Cahiers”.

Più generoso si dimostra con Woody Allen apprezzato soprattutto per Match Point (e posso essere d’accordo) e cita l’impareggiabile e filosofico Basta che Funzioni con, fra quelli dell’ultimo periodo, Blue Jasmine (fra i miei preferiti ci sarebbe anche La Maledizione dello Scorpione di giada). Decisamente più ricca e in generale sottoscrivibile la parte sulla “Commedia all’italiana” e sul cinema italiano – con particolare riguardo nei confronti di Fellini - dal 1945 in poi (superando alcuni durevoli pregiudizi).

Non manchiamo di ritrovarci, fra queste pagine, e non potrebbe essere altrimenti, nel cinema di Bergman, Buñel, Chabrol e nouvelle vague francese. Avrei da fare decine di appunti, esprimere uno per uno dissensi e consensi, ma sarebbe il solito lavoro inutilmente autocompiaciuto. Di questo libro, come credo si sia capito, va apprezzato prima di tutto il tocco raffinato dell’autore, l’estro che si spinge fin nell’impaginazione e, su un diverso piano espressivo, la prefazione di Lodato che ne predice dopo la prima lettura, lasciato riposare, una ulteriore, fino a diventare uno di quei testi che dicendo la loro sono destinati a navigare nel tempo.