JeanMontalbano
Satie A-Z
Christian Wasselin: Erik Satie
(Gallimard Folio 2025) | Karol Beffa: Erik Satie de A à Z
(Flammarion 2025)
Con Satie (1866-1925) può succedere, un po’ come con
Cage, che i suoi scritti e le sue idee giochino nella notorietà un ruolo
maggiore delle musiche, con l’eccentricità del personaggio a far ombra sulle
creazioni musicali liquidate, da chi se ne capisce e si ritiene preso di mira
dal suo humour, come trovate di un
piccolo bricoleur per un pubblico di snob. E ancora, forza di volerne cogliere
lo spirito se ne trascurano i pentagrammi (per quanto armonicamente indigenti)
facendone, via Cocteau o Clair, un vessillo del modernismo primo-novecentesco,
finendo per obliterarne le pratiche basse o gli spunti carnascialeschi
perfezionati a partire dalle frequentazioni dello Chat Noir. S-concerto di una
musica vezzeggiata da dilettanti e professionisti ma, appunto, tenuta fuori
dalle sale da concerto con le 840 ripetizioni di Vexations a guardarne
la soglia (nel 1963, tra gli esecutori della performance newyorkese c’era un
giovane John Cale in procinto di entrare nei Velvet Underground, mentre la
prima italiana avvenne durante una ventiquattrore Satie milanese ad opera di
Walter Marchetti e Juan Hidalgo). O, come suggerito dal suo stesso autore,
musica accostata a luce, calore e confort come un’utilità dimessa e
depotenziata tra le tante, arredamento quotidiano prima che creazione
concertistica. Fu Cage (intenzionato a ridare ai suoni l’innocenza uccisa dal
pensiero, la verginità al di là dell’opera d’arte) nell’immediato secondo
dopoguerra, a creare un caso Satie, desumendone quelle lezioni che ne avrebbero
fatto un piccolo maestro, anche di fumisterie, per gli insofferenti
dell’eredità post-schoenberghiana ossessionata dal controllo e calcolo di tutti
i parametri musicali. Cos’altro erano quei biglietti fluxus di George Brecht e
La Monte Young se non pagine sfuggite dal quaderno delle tante “prescrizioni”
(“dotatevi di chiaroveggenza”, “aprite la testa”) che accompagnavano il fiato
corto dei righi musicali, dettate da Satie a un esecutore preoccupato
soprattutto della durata? Insomma, Satie cageano “inconsapevole” come prima era
stato, Marinetti dixit, futurista. Sempre con l’alea, assumendolo all’interno
di cappelle laiche più o meno esclusive, di riproporre gli infausti esiti della
sua esperienza con la chiesa di Sar Peladan.
Il centenario della morte non fosse stato per la
scomparsa di Ornella Volta, massima esperta e conoscitrice della sua opera,
forse ci avrebbe consegnato una edizione più che completa dei suoi scritti. A
ricordarne la mancanza, e a rischio di evocare per l’ennesima volta gli
exploits assurdisti e mistificatori del “vecchio bolscevico di Arcueil”, già
intrattenitore a Montmartre, i due testi transalpini ripercorrono gesta, detti
e minime leggende del compositore nato a Honfleur (come Alphonse Allais).
Wasselin fin da subito fa un gioco di parole: la
musica di Satie sconcerta ed è forse una delle ragioni per le quali si tende
più a registrarla che ad inserirla nei programmi di concerto. Alla povertà e
linearità delle partiture, difese e teorizzate dal compositore accanito ad
amputarle di possibilità ed attrattive armoniche, ma pronte a trasformarsi in
altrettante prove d’accusa (“cretino pretenzioso” ebbe a definirsi lui stesso)
venne in soccorso persino Debussy con le sue due orchestrazioni delle
Gimnopedie che ne inaugurarono la storia delle pubbliche esecuzioni. Più avanti
Wasselin, in pagine che si tengono lontane dall’agiografia, ha delle belle
parole sui rapporti del musicista con uno sgomitante Cocteau orchestratore della prima di Parade, assetato di scandali e manipolatore (come
librettista per il Socrate allora, meglio Platone, meno importuno),
anche a spese di un Satie cui pure mancava un riconoscimento dalla mondanità
non del tutto distratta dalla guerra in corso (“Per tutta la mia giovinezza mi
ripetevano: Vedrete quando avrete 50 anni. Ho 50 anni. Non ho visto nulla”).
Ancora oggi è il Satie pianistico quello più eseguito e celebrato, accanto al
collezionista di boutades, invettive, bon mots e “bolle di scomunica” che
allietano la lettura di disordinati quaderni in buona parte ancora inediti. A
questi e alle lettere, sulla scorta delle edizioni precedenti, attinge Beffa
per i suoi sondaggi nel mistero di un personaggio dal profilo ormai affermato
e, con l’intitolazione di conservatori, passabilmente istituzionalizzato.