Charles de Jacques

Un west da Leone

Diego Gabutti: NEL WEST CON SERGIO LEONE. Giulio Perrone, 2024

“Christian Dior non fa che copiare dall’Atene periclea, dal Rinascimento italiano, dal Termidoro francese; Hollywood dal paradiso terrestre”.  Questa citazione da Amadeo Bordiga è messa in esergo da Diego Gabutti al suo ultimo libro su Sergio Leone, un regista cinematografico che è evidentemente nelle sue corde fatto sta che in passato lo chiamò ad essere corresponsabile di “un’avventura al saloon” stimolata dall’uscita nelle sale di C’era una volta in America (Milieu, 2015) e scritta sui ritmi conglobati del saggio, del romanzo e del memoir. Con la medesima casa editrice si cimentò pochi anni dopo anche con Clint Eastwood (Cavalieri pallidi, Cavalieri neri, 2018), ma la citazione evoca prima di ogni altra considerazione la passione che Gabutti sprigiona su Bordiga e proprio alla sua figura romanzata deve il sorprendente esordio nel romanzo nel 1982 (Un’avventura di Amadeo Bordiga, oggi in Milieu, 2019). Messa in coda a una di Leone e a una di Lubitsch, la citazione è particolarmente indicativa di una personalità cui non mancava la capacità letteraria ancorché soffocata dalla dilagante e conformistica gramscizzazione. Per giunta, a mio modesto parere, nella sua brevità rivela quello che il culturame stenta a immaginare, vale a dire che sebbene ingiustamente considerato come un barboso e severo impianto dottrinario quello di Bordiga, soprattutto del Bordiga del dopoguerra, possa essere il tentativo indipendente di una “teoria critica” in Italia.

Fatta questa spero non inutile premessa nel passare a Leone sono costretto a dissentire dalla sostanza del libro di Gabutti, su un punto sono tuttavia d’accordo: che C’era una volta il West non è il miglior film del regista benché sia poi questo il film al centro del libro (dove di chiunque siano i film citati , seppur velocemente, ammontano a circa due centinaia) e nel quale Gabutti si cimenta con sconcertante frequenza in elencazioni che poco hanno da invidiare a quelle del ministro Matteo Salvini (un esempio: “le ombre rosse, i cavalieri solitari, Fort Apache e ricordati di Alamo’, Tom Mix, Dean Martin e Ricky Nelson” e avanti così per altre tre righe).

Dirò di più, il film di Leone proprio non mi piace, benché non vi manchino sequenze di aperta maestria e interesse estetico (ed onirico). Non ricordo di averlo mai visto dall’inizio alla fine. L’esaltazione che fa dell’interpretazione di Charles Bronson come “Armonica” è inspiegabilmente traboccante. A parte il fatto che Bronson mi riesce sgradevole. Se proprio dovessi citare un punto a favore fra le sue interpretazioni penserei a Igor ne La maschera di cera (1953). E non venitemi a parlare di Gian Maria Volontè… Andiamo avanti: stabilire che mai come in questo film Claudia Cardinale abbia diffuso erotismo, mi pare di un esagerato infantilismo se ci si riferisce alle esibizioni del decoltè. E, udite udite, non mi acchiappano nemmeno le musiche di Ennio Morricone (che il regista venerava come fossero la sceneggiatura del film).

Gabutti non sbaglia poi a definire il film successivo di Leone, Giù la testa (1971), come “extracurricolare” (una deviazione di percorso), ma riservargli le stesse filippiche riservate ai migliori del regista (Per un pugno di dollari e Il buono il brutto e il cattivo, a mio modo di vedere) con l’immancabile richiamo a John Ford - per l’occasione contornato da Pedro Armendariz, Dolores del Rio, Emilio Fernandez,  Sam Peckimpah e il libretto rosso di Mao Tse Tung – è fastidioso almeno come il “Sean Sean” (scion scion) della colonna musicale.  Leone avrebbe intitolato il film C’era una volta la rivoluzione, tant’è le fragili coscienze dei ventenni finì per esaltarle, “vamos a matar companeros” come esortava il film di Sergio Corbucci (niente male, detto fra noi). Ben fatto compagno Leone (“quando ero giovane credevo in tre cose: Il marxismo, il potere redentore del cinema e la dinamite. Oggi credo solo nella dinamite”, parole sue).

Ma Leone, chiariamolo, è stato di sicuro un buon osservatore del cinema classico (un’eredità di famiglia essendo figlio del pioniere Roberto Roberti) che, malgrado eccessi e rallenti, avrebbe voluto replicare. Amava l’western classico, ha instradato Clint Eastwood ed ha un peso antesignano nella creazione del genere “spaghetti western” senza tuttavia possedere veri discepoli. La classicità la raggiunse. Era già un classico nel 1989, quando morì. Nel 1985 un critico raffinato come Oreste De Fornari gli aveva consacrato una monografia che anni e anni dopo si sarebbe trasfigurata nel lussureggiante Tutto Leone (Gremese, 2018) contemporaneo alla pubblicazione della lunga chiacchierata di Leone con l’amico (e non un semplice storico del cinema ma un ingegno multiforme) Noël Simsolo (C'era una volta il cinema – i miei film, la mia vita, il Saggiatore, 2018). È l’idolo di John Woo e Quentin Tarantino vorrebbe somigliarli. “Il cinema è il mito che si fonde con una favola”.